“Voci dalla luna” di Andre Dubus
Voci dalla luna
di Andre Dubus
- Mattioli 1885 -
(traduzione di Nicola Manuppelli)
E così si erano smarriti, entrambi, nella rabbia, nell’orgoglio, fronteggiandosi, e in alcuni momenti persino circuendosi come pugili. Fino a che uno di loro, di tanto in tanto, non si girava, andava verso la finestra e rimaneva lì a fissare gli alberi scuri, lungo il prato sul retro della casa.
*
“E’ colpa del divorzio.”
“Quale divorzio?”
“Il tuo. Il mio. E’ stato questo cazzo di divorzio. Pensi che sia stato io a scegliere di stare con lei?”
“Che cosa dovrei pensare?”
“E’ successo, E’ solamente successo. E’ sempre così. Succede.”
“Magnifico. E come la mettiamo con la tua volontà? E’ successo qualcosa anche a lei?”
“Non parlarmi di volontà. Tu hai forse voluto che il tuo matrimonio finisse? E io e tua madre lo abbiamo voluto? Oh, la volontà è per quegli stronzi che ci devono scrivere libri. Ma qua fuori…”
“Qua fuori sopravvive chi è più svelto, perciò mi spiace tanto figliolo, levati dai piedi, ti sto portando via la tua ex moglie.”
“Qui fuori, Larry, ci sono solo stronzate a cui aggrapparsi. Ho bisogno di lei.” […]
“Non l’ho scelta. E ora lasciami parlare. Ti prego. Se tu avessi quarantasette anni, ameresti in maniera diversa. Ricordo di quando avevo venticinque anni. Gesù, a malapena riuscivo a lavorare o a fare qualsiasi altra cosa. Uno si sveglia al mattino e il cuore è già pieno d’amore. Vuoi stare con lei tutto il tempo. Poteva essere bugiarda, ladra, puttana. Non te ne accorgevi. L’unica cosa di cui eri consapevole, o l’unica cosa a cui pensavi, era lei. Potevi scendere da un tetto con le tegole e il martello in mano, dimenticandoti della scala, solo perché stavi pensando a lei. Ma, vedi, a quarantasette anni è differente. Non c’è tutto questo affanno. Forse, a quel punto, un uomo ha troppe falle, non lo so. E’ diverso. Ma è più profondo. Magari perché è tardi e ti sei sfottuto tanto di quel tempo che quello che ti è rimasto è, in qualche modo, prezioso. E l’amore – Brenda nel mio caso – è come un completamento di ciò che sei. Questa storia ha a che fare con tutto quello che non ho mai avuto e tutto quello che mai avrò.”
*
Era abbastanza facile quelle sere. Brenda era bella quanto bastava, così al bancone le era sufficiente dire e promettere davvero poco. Erano gli occhi a parlare all’uomo di turno, e ogni volta che Larry si allontanava per andare al bagno degli uomini – il che avveniva molto spesso – lei toccava la mano dell’uomo, gli mormorava qualcosa e sempre, in seguito, raccontava a Larry quello che gli aveva detto, e non si trattava di niente, davvero, quasi mai niente di significativo: qualche frase gentile, qualche ammiccamento, le solite cose che ogni donna potrebbe dire a un uomo. Perché questo Larry lo sapeva: lei non sarebbe stata in grado di dire a qualcuno vieni a casa e scopami più di quanto non fosse capace di cantare un’aria. Poteva danzarla però. E Larry sapeva anche, e lei lo ammetteva, che Brenda aveva paura che l’uomo in questione, spaventato, intonasse un niente da fare, signora. E sapeva che, allo stesso modo, o forse ancora di più, Brenda era divertita da quel mistero che lei stessa creava. E dunque gli uomini la seguivano a casa loro, per un ultimo bicchiere.
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“Non ti stavo rimproverando. Era una frase affettuosa. Vedi, è così divertente. E’ questo il motivo per cui continuo a ridere come un’idiota. Tu sei sempre stato… beh, lo sai cosa sei stato. Non so cosa sia successo fra te e mamma. Ma di una cosa sono sicura: se per caso le hai mai chiesto un parere, qualsiasi sia stata la sua risposta non è mai bastata a fermarti.”
Lui arrossì e rise. Abbassò lo sguardo verso il bicchiere. Tirò fuori una cipollina e la mise in bocca.
“Così sono un bastardo egoista,” disse. Masticò e la guardò.
*
“Bene. Sai perché mi piacciono così tanto le mie amiche cameriere? E sai che cosa ho imparato da loro? Non hanno delusioni. Così, quando sono sola la notte – e mi piace esserlo, Larry – guardo fuori dalla finestra e capisco. Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo.”
Postilla squisitamente PERSONALE
Niente da fare, secondo libro che leggo di Dubus, dopo il bellissimo “Non abitiamo più qui“, seconda lettura meravigliosa.
In questo racconto lungo è sempre la vita di tutti noi a farla da padrone, quella che Dubus evidentemente conosceva benissimo e che era in grado di apprezzare anche nelle sue sfaccettature più buie e dolorose (lui che rimase immobilizzato su una sedia a rotelle a causa di un indicente stradale).
Una giornata all’interno dei rapporti di una famiglia di genitori separati. Il figlio più piccolo, che vive con il padre e i suoi turbamenti adolescenziali, tra la volontà di farsi prete e un’amichetta che lo bacia per la prima volta. La figlia che cerca di risolvere il suo rapporto con il padre ballandoci assieme, come ai vecchi tempi, in un pomeriggio qualsiasi durante il quale lui le fa visita. Il figlio più grande che si ritrova di notte a discutere, sempre con il padre, se sia giusto o meno che lui sposi la sua ex moglie, con la quale nel frattempo ha iniziato una relazione a insaputa del figlio. E infine la madre, che ha deciso di allontanarsi da tutti loro per riacquistare un po’ d’indipendenza, apparentemente.
Dubus li fa parlare tutti, concede ad ognuno il proprio spazio e il proprio punto di vista, e lo fa benissimo. Non ci sono urla né artefici letterari, ma tanta bravura e uno sguardo che è allo stesso tempo chirurgico, nel saper cogliere le inquadrature perfette, e tremendamente umano, nello scoprire debolezze ed emozioni.
“Il mistero doloroso sollevato da questo libro, non è incentrato su come possiamo evitare di fare del male, risiede piuttosto su come dobbiamo comportarci dopo che lo abbiamo fatto.” – dalla postfazione di Peter Orner
“L’atto di scrivere è l’unico modo che ho per trovare il coraggio di affrontare la giornata. Se il mio sostentamento e le attese del pubblico dipendessero da esso, dubito che ci riuscirei. Come i poeti, gli autori di racconti vivono in un mondo a parte. Non bisogna vendere, non bisogna battersi per un manoscritto. L’unico debito che abbiamo è verso noi stessi e verso quelle storie che ci parlano da quel luogo in cui si trovano fino a che noi non le abbiamo scritte.” – Andre Dubus



