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Archivio per agosto 2011

“Voci dalla luna” di Andre Dubus

Voci dalla luna
di Andre Dubus
- Mattioli 1885 -
(traduzione di Nicola Manuppelli)


E così si erano smarriti, entrambi, nella rabbia, nell’orgoglio, fronteggiandosi, e in alcuni momenti persino circuendosi come pugili. Fino a che uno di loro, di tanto in tanto, non si girava, andava verso la finestra e rimaneva lì a fissare gli alberi scuri, lungo il prato sul retro della casa.
*
“E’ colpa del divorzio.”
“Quale divorzio?”
“Il tuo. Il mio. E’ stato questo cazzo di divorzio. Pensi che sia stato io a scegliere di stare con lei?”
“Che cosa dovrei pensare?”
“E’ successo, E’ solamente successo. E’ sempre così. Succede.”
“Magnifico. E come la mettiamo con la tua volontà? E’ successo qualcosa anche a lei?”
“Non parlarmi di volontà. Tu hai forse voluto che il tuo matrimonio finisse? E io e tua madre lo abbiamo voluto? Oh, la volontà è per quegli stronzi che ci devono scrivere libri. Ma qua fuori…”
Qua fuori sopravvive chi è più svelto, perciò mi spiace tanto figliolo, levati dai piedi, ti sto portando via la tua ex moglie.
“Qui fuori, Larry, ci sono solo stronzate a cui aggrapparsi. Ho bisogno di lei.” […]
Non l’ho scelta. E ora lasciami parlare. Ti prego. Se tu avessi quarantasette anni, ameresti in maniera diversa. Ricordo di quando avevo venticinque anni. Gesù, a malapena riuscivo a lavorare o a fare qualsiasi altra cosa. Uno si sveglia al mattino e il cuore è già pieno d’amore. Vuoi stare con lei tutto il tempo. Poteva essere bugiarda, ladra, puttana. Non te ne accorgevi. L’unica cosa di cui eri consapevole, o l’unica cosa a cui pensavi, era lei. Potevi scendere da un tetto con le tegole e il martello in mano, dimenticandoti della scala, solo perché stavi pensando a lei. Ma, vedi, a quarantasette anni è differente. Non c’è tutto questo affanno. Forse, a quel punto, un uomo ha troppe falle, non lo so. E’ diverso. Ma è più profondo. Magari perché è tardi e ti sei sfottuto tanto di quel tempo che quello che ti è rimasto è, in qualche modo, prezioso. E l’amore – Brenda nel mio caso – è come un completamento di ciò che sei. Questa storia ha a che fare con tutto quello che non ho mai avuto e tutto quello che mai avrò.”
*
Era abbastanza facile quelle sere. Brenda era bella quanto bastava, così al bancone le era sufficiente dire e promettere davvero poco. Erano gli occhi a parlare all’uomo di turno, e ogni volta che Larry si allontanava per andare al bagno degli uomini – il che avveniva molto spesso – lei toccava la mano dell’uomo, gli mormorava qualcosa e sempre, in seguito, raccontava a Larry quello che gli aveva detto, e non si trattava di niente, davvero, quasi mai niente di significativo: qualche frase gentile, qualche ammiccamento, le solite cose che ogni donna potrebbe dire a un uomo. Perché questo Larry lo sapeva: lei non sarebbe stata in grado di dire a qualcuno vieni a casa e scopami più di quanto non fosse capace di cantare un’aria. Poteva danzarla però. E Larry sapeva anche, e lei lo ammetteva, che Brenda aveva paura che l’uomo in questione, spaventato, intonasse un niente da fare, signora. E sapeva che, allo stesso modo, o forse ancora di più, Brenda era divertita da quel mistero che lei stessa creava. E dunque gli uomini la seguivano a casa loro, per un ultimo bicchiere.
*
“Non ti stavo rimproverando. Era una frase affettuosa. Vedi, è così divertente. E’ questo il motivo per cui continuo a ridere come un’idiota. Tu sei sempre stato… beh, lo sai cosa sei stato. Non so cosa sia successo fra te e mamma. Ma di una cosa sono sicura: se per caso le hai mai chiesto un parere, qualsiasi sia stata la sua risposta non è mai bastata a fermarti.”
Lui arrossì e rise. Abbassò lo sguardo verso il bicchiere. Tirò fuori una cipollina e la mise in bocca.
“Così sono un bastardo egoista,” disse. Masticò e la guardò.
*
“Bene. Sai perché mi piacciono così tanto le mie amiche cameriere? E sai che cosa ho imparato da loro? Non hanno delusioni. Così, quando sono sola la notte – e mi piace esserlo, Larry – guardo fuori dalla finestra e capisco. Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo.”

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente da fare, secondo libro che leggo di Dubus, dopo il bellissimo “Non abitiamo più qui“, seconda lettura meravigliosa.
In questo racconto lungo è sempre la vita di tutti noi a farla da padrone, quella che Dubus evidentemente conosceva benissimo e che era in grado di apprezzare anche nelle sue sfaccettature più buie e dolorose (lui che rimase immobilizzato su una sedia a rotelle a causa di un indicente stradale).
Una giornata all’interno dei rapporti di una famiglia di genitori separati. Il figlio più piccolo, che vive con il padre e i suoi turbamenti adolescenziali, tra la volontà di farsi prete e un’amichetta che lo bacia per la prima volta. La figlia che cerca di risolvere il suo rapporto con il padre ballandoci assieme, come ai vecchi tempi, in un pomeriggio qualsiasi durante il quale lui le fa visita. Il figlio più grande che si ritrova di notte a discutere, sempre con il padre, se sia giusto o meno che lui sposi la sua ex moglie, con la quale nel frattempo ha iniziato una relazione a insaputa del figlio. E infine la madre, che ha deciso di allontanarsi da tutti loro per riacquistare un po’ d’indipendenza, apparentemente.
Dubus li fa parlare tutti, concede ad ognuno il proprio spazio e il proprio punto di vista, e lo fa benissimo. Non ci sono urla né artefici letterari, ma tanta bravura e uno sguardo che è allo stesso tempo chirurgico, nel saper cogliere le inquadrature perfette, e tremendamente umano, nello scoprire debolezze ed emozioni.

“Il mistero doloroso sollevato da questo libro, non è incentrato su come possiamo evitare di fare del male, risiede piuttosto su come dobbiamo comportarci dopo che lo abbiamo fatto.” – dalla postfazione di Peter Orner

“L’atto di scrivere è l’unico modo che ho per trovare il coraggio di affrontare la giornata. Se il mio sostentamento e le attese del pubblico dipendessero da esso, dubito che ci riuscirei. Come i poeti, gli autori di racconti vivono in un mondo a parte. Non bisogna vendere, non bisogna battersi per un manoscritto. L’unico debito che abbiamo è verso noi stessi e verso quelle storie che ci parlano da quel luogo in cui si trovano fino a che noi non le abbiamo scritte.” – Andre Dubus

 
 
 
 

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1 agosto 2011 1 commento

Avevo mille vite e ne ho preso una sola
di Cees Nooteboom
- Iperborea -
(traduzione di Marco Agosta e Fulvio Ferrari)


La storia è uno strano elemento come lo spazio, o il tempo. Ci si è sempre dentro. In realtà non so bene se faccia parte del tempo, anche se la storia non è concepibile senza gli uomini, mentre il tempo sì.
*
La cosa strana nell’assurdità della storia è che ci sia una spiegazione a tutto.
*
Ripensando alle storie che ha avuto nella sua vita […] capiva che non si era mai trattato che di un reciproco consumo, due corpi che volevano godere l’uno dell’altro. Questo, a volte, si mescolava alla tenerezza, o a quell’altro elemento che, in genere a torto, veniva definito amore, mai però aveva sperimentato quella lotta silenziosa, quasi cattiva, in cui pareva che lo scopo fosse trasformarsi il più possibile nell’altro. Erano sciocchezze? Non sapeva dirlo, era però quel che aveva pensato spesso: che voleva diventare lei, e che aveva la sensazione, senza che nessuno dei due ne avesse mai parlato, che anche a lei accadesse qualcosa di simile, che, per quanto potesse sembrare assurdo, cercasse di impadronirsi del suo corpo non per averlo ma per esserlo.
*
Una tale inondazione ti tenta, devi sapere molto bene chi sei prima di poterlo sopportare da un altro, e per scoprirlo ci vuole una vita intera.
*
Se tu mi chiedessi qual è la cosa più difficile, io ti risponderei dare addio alla misura. Senza, non sappiamo da che parte voltarci. La vita ci risulta troppo vuota, troppo aperta, abbiamo escogitato tutto per poterci aggrappare, nomi, tempi, misure, aneddoti.
*
Il tempo sana le ferite e la memoria le riapre. Ma il tempo non esiste se non per scomparire e la memoria infila il piede nella porta.
*
IMMAGINE INGANNEVOLE

Mai stato chi volevi essere,
chi pensavi di essere.
L’abito sbagliato
in un mondo alla rovescia.

Sempre andato avanti a menzogne,
la prima fidanzata, non ha mai creduto che
le frasi più semplici

fossero le più intime. A te l’apparenza
era più familiare
del primo pensiero,

avevi troppo mondo, troppo muschio
sulla tua statua, ti ergevi
con il libro che nemmeno desideravi leggere,

un uomo di carne divenuto stucco,
un angelo d’ombra, solo,
e avvolto nella vuota professione
del tuo nome.

Postilla squisitamente PERSONALE
Il nome non mi era per niente nuovo, ma non sapevo né avevo mai letto niente prima di Nooteboom. E anche se questo libro mi è sembrato troppo ondivago per potermi fare un’opinione della bravura o meno sulla sua scrittura, di certo ha instillato in me la curiosità per la sua vita nomade. Curiosità che molto probabilmente mi porterà a leggere qualcosa di più compiuto all’interno della sua bibliografia, sperando mi colpisca maggiormente di questa raccolta di estratti (dal titolo bellissimo però).