
Hotel a zero stelle
di Tommaso Pincio
- Laterza -
Gli alberghi non sono che la versione letteraria di una mia ossessione perduta: il bar annegato nella notte che avrei dipinto se fossi stato pittore. E l’immagine del bar era a sua volta il prodotto di qualcosa che risaliva all’infanzia: le stanze d’albergo erano per me così importanti perché evocavano le camere e i salotti allestiti nelle vetrine dei negozi d’arredamento. Li accomunava l’atmosfera di precaria immobilità, un misto di accoglienza e estraneità, il sentirsi al contempo in casa e fuori posto, accuditi e abbandonati a sé stessi, insieme e soli.
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Nella prima scena del quarto atto della Tempesta, William Shakespeare mette in bocca a Prospero una frase famosa: “Siamo fatti della stessa pasta dei nostri sogni, e la nostra piccola vita è cinta di sonno”. Parole suggestive, e anche vere. Ma non è tanto la natura dei sogni che dovrebbe interessarci, quanto ciò che si trova al di qua di quel mondo nebbioso. Trascorriamo quasi un terzo della vita dormendo, eppure quasi mai restiamo davvero sorpresi del modo brutale in cui, non appena svegli, il mondo là fuori si affretta ad ammassarsi nella nostra coscienza, occupando più spazio possibile e assoggettando i sensi. Non di rado la realtà ci appare disagevole e insopportabile, per non dire ingiusta, ma lasciamo comunque che abbia ragione su tutto. Immaginiamo e desideriamo mondi fantastici e alternativi, eppure non esitiamo ad adeguarci a quello che ci è toccato in sorte.
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Ma perché mi succede di fare cose che so sbagliate e che in teoria non vorrei fare? E’ proprio la mancanza di una risposta adeguata a questa domanda a farci sentire soli dentro. La risposta ci darebbe la forza o un motivo per tirarci fuori dalla melma del nostro tempo stupido, ma ci sfugge o forse non la cerchiamo col dovuto impegno, e, quale ne sia la causa, l’effetto è segnato: ci sentiamo sconfitti, perdenti, falliti, e a questa colpa che non abbiamo l’ardire di perdonarci si accompagna una convinzione già incontrata: la convinzione di essere impostori.
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Lui ribatteva che voleva scrivere. “Ma se non scrivi mai!”, opinava lei. “Proprio per questo devo restare in casa, nel caso mi venga voglia”.
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Tutti noi sappiamo bene quanto possa essere stupido il te,po che ci è toccato in sorte, ma è una conoscenza che diamo per scontata. Solo quando veniamo toccati nel vivo diventiamo consapevoli che il nostro tempo è davvero stupido. Il passaggio dal semplice sapere che il nostro tempo è stupido all’essere consapevoli che è davvero stupido è fonte di un dolore strano, non sempre facile da avvertire, ma comunque lancinante. Quasi tutto quel che David Foster Wallace ha scritto parla di questo particolare tipo di dolore. Per lui, però, il mero parlarne non bastava. Sollevò pubblicamente la questione nel 1991, nel corso di un’intervista: “La maggior parte di noi conviene che questi sono tempi oscuri e stupidi, ma abbiamo bisogno di una narrativa che si limiti a drammatizzare quanto tutto sia oscuro e stupido?”
La risposta a questa domanda retorica è ovviamente no. Il punto è trovare un’alternativa, ammesso che esista.
Jonathan Frenzen, che di Wallace è stato un caro amico per molti anni, racconta: “Avevamo la sensazione che la narrativa dovesse essere utile a qualcosa. La conclusione cui giungemmo, in sostanza, è che il suo compito è quello di combattere la solitudine”. Wallace si è espresso più volte in termini analoghi: diceva che la buona scrittura dovrebbe aiutare i lettori “a diventare meno soli dentro”. Non diceva “sentire” ma “diventare”, quasi a sottolineare che il risultato deve essere concreto, reale.
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Perché non bisogna mai confondere una sconfitta in battaglia con la fine di una guerra, e in gioventù ci sono soltanto battaglie.
Anche la guerra più lunga giunge però a una sua risoluzione, e quando il momento arriva, il calare del sipario si accompagna spesso allo squarcio di un velo, soprattutto se si è combattuta una lunga guerra di posizione, uno di quei conflitti in cui si viene prima logorati e poi, soltanto poi, sconfitti. Uscendo di scena, a capo chino e luci spente e senza applauso del pubblico, il fantasma di noi stessi riconosce le cose per quello che sono. Non scorge più alcun fascino nelle sconfitte perché ci vede soltanto la preparazione meticolosa e inappellabile del fallimento, finendo così per assumere “un atteggiamento triste nei confronti della tristezza, un atteggiamento malinconico nei confronti della malinconia e un atteggiamento tragico nei confronti della tragedia”.
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Dici “Era destino” ed è come abbia detto tutto quando invece non hai detto niente. Io credo in due cose. Credo nell’uomo, nel suo libero arbitrio, e credo nell’impossibilità di cavare sangue dalle rape. E dall’incontro tra queste due cose che il più delle volte scaturisce ciò che chiamiamo destino. Modellarci alla maniera che vogliamo non ci è precluso in assoluto, ma ciò non ci esime dal fare i conti con il blocco di creta che abbiamo in dotazione, ovvero quel che siamo.
Postilla squisitamente PERSONALE
Si parte con quello che sembra essere un pretesto, la passione dell’autore per gli alberghi, luoghi transitori e sospesi, e si finisce per rimanere immischiati in una serie di ricordi, personaggi e scrittori amati, andando a formare una sorta di volume auto-bio-saggistico.
Quattro piani, tre stanze per ognuno, e una lista molto variegata di “ospiti”: Jack Kerouac, Graham Greene, Francis Scott Fitzgerald, Andy Warhol, Philip K. Dick, Franz Kafka, David Foster Wallace, Christopher Wool, William S. Burroughs, Pier Paolo Pasolini, Caravaggio, etc.
Non ci si faccia trarre in inganno perché il sinonimo di Hotel in questo caso è il viaggio, movimento dentro e fuori. Il viaggio di una vita fatta di ricerca e sete costante, di scelte, anche se sbagliate. Una vita che non può essere altro che indissolubilmente legata alla morte, ed è proprio per questo che il viaggiare assume un’importanza duplice, sia esso in una stanza dai muri neri, piena di lampade vintage e libri, intenti a combattere il “buco nero coi denti”, oppure nei bistrot dei bassifondi parigini alla ricerca di quello che non siamo, provando costantemente a sconfiggere i nostri demoni.
Tommaso Pincio è molto bravo a non diventare stucchevole sia quando spinge sul versante autobiografico che, viceversa, su quello più saggistico, narrando con agilità e mantenendo sempre vivo l’interesse del lettore.
Un libro imperdibile per chi, come me, si nutre di letteratura a ciclo continuo, ma anche per quelli che sono sempre pronti a porsi una domanda e non fermarsi mai, anche magari stando fermi al centro di una stanza buia.
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QUATTRO CHIACCHIERE con Tommaso Pincio*
David Foster Wallace sostiene di scrivere narrativa per aiutare i lettori a diventare meno soli, quali sono invece le tue motivazioni prima di iniziare un nuovo libro e le tue sensazioni appena l’hai finito?
La motivazione è qualcosa d’indistinto che sembra agitarsi all’orizzonte, simile alle luci che il tenente Drogo crede di vedere dalla sperduta fortezza del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Mi metto a scrivere nell’intento di scoprire cosa è questo qualcosa, se un’illusione ottica o i preparativi di un assalto nemico o meglio ancora un mostro. Quando pongo la parola “fine” (lo dico in senso lato, ovviamente, giacché non pongo nessuna parola alla fine), mi sento come il tenente Drogo: come se la vera battaglia debba ancora arrivare ovvero come se la storia che volevo raccontare mi appaia nella sua vera forma solo ora e come se quanto ho scritto non è invece che la sua ombra, un suo riflesso spiato in lontananza.
Nella tua stanza ideale d’albergo, quale o quali stampe di quadri vorresti trovare appesi alle pareti (se ne vorresti)?
Preferirei una vecchia carta da parati, sbiadita e strappata in più punti, di colore marrone chiaro e con un pattern floreale. Mi piacerebbe poi un paio di applique da mercato delle pulci. Quanto a immagini, un quadro al massimo. Ma piccolo. Il soggetto dovrebbe essere indefinibile, “acquitrinoso, fradicio e marcio” come il dipinto appeso nella Locanda del Baleniere, quella del terzo capitolo di Moby Dick.
Una volta finito “Hotel a zero stelle”, mi sono ritrovato a scorrere mentalmente la lista degli ospiti che passano per le stanze di questo albergo immaginario e mi sono figurato due altri luoghi: lo scantinato e la soffitta. Entrambi molto polverosi e poco luminosi, seppur agli antipodi, chi ci avresti visto bene al loro interno? Io ho pensato a Vollman per il primo e Vonnegut per la seconda.
Non saprei. Scantinati e soffitte sono spazi più domestici che alberghieri. Appertengono a un’idea di luogo diversa da quella che avevo in mente scrivendo “Hotel a zero stelle”. Nel mio scenario, Vollmann è un tipo da quarto piano, uno che si ribella alla morte. Vonnegut, invece, faccio fatica a immaginarlo in un albergo.
Se potessi incontrare per un giorno uno degli ospiti del tuo hotel, chi sceglieresti? E cosa faresti con lui?
La risposta è nessuno. Non mi interessano gli scrittori in quanto persone in carne e ossa. Mi interessano le loro storie, tanto quelle che raccontano quanto quelle che hanno vissuto. Tutto ciò che sconfina da questo territorio per irrompere nel mondo fisico è sconveniente e spesso fonte di delusione o disillusione. Una volta mi è capitato l’onore di cenare in compagnia di Don DeLillo. Una cena privata, non uno di quei raduni mondani pieni di signore agghindate. Gli dissi: “Mr DeLillo, apprezzo molto la sua opera di scrittore ma temo di non aver nulla da dirle o domandarle”. “Perfetto” disse lui, “è giusto quello che speravo”. Siamo stati in silenzio tutta le sera.
Le prime tre sostanziali differenze che ti vengono in mente tra scrivere un libro e dipingere un quadro? Tra pittura e scrittura?
La prima differenza è che per scrivere bisogna stare seduti, solitamente a una scrivania, mentre la pittura la si pratica in piedi, in movimento, in un continuo ritrarsi e accostarsi da e al cavalletto. La seconda è che scrivendo devi sempre pensare a ciò stai scrivendo, mentre quando dipingi puoi non pensare a nulla. La terza è che la pittura è defunta, un esercizio morto, un fantasma, mentre la scrittura sopravvive ancora, incredibilmente, e forse è pure viva.
Da lettore vorace a lettore voracissimo, qual’è secondo te il miglior esordio letterario degli ultimi… diciamo dieci anni?
Perdona, ma preferisco non rispondere a questa domanda. Il marketing editoriale ha trasformato l’esordio in una sorta di genere, in un chiacchiericcio al quale non voglio aggregarmi. C’erano il mainstream, il noir, la fantascienza… Ora c’è pure l’esordio.
* Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro (non deriva come sarebbe facile pensare dall’italianizzazione del nome di un famoso scrittore americano, bensì è uno dei protagonisti del suo romanzo d’esordio “M.”, nonché ha un’altra valenza che viene spiegata all’interno di “Hotel a zero stelle”), romano, classe ’63, dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti ed essersi dedicato alla pittura per parecchi anni, cambia strada e intraprende quella della scrittura. Ad oggi ha pubblicato sette libri: cinque romanzi (“M.”, “Lo spazio sfinito”, “Un amore dell’altro mondo”, “La ragazza che non era lei”, “Cinacittà”), il saggio “Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi” e, il più recente e qui sopra citato, “Hotel a zero stelle”.
Collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone e alle pagine culturali de la Repubblica e il manifesto.