Archivio

Archivio per luglio 2011

IN VISIONE
   

5 Days of war
(U.S.A. – 2011)

di Renny Harlin
con Andy García, Val Kilmer, Richard Coyle, Emmanuelle Chriqui, Rupert Friend, Johnathon Schaech, Dean Cain, Rade Šerbedžija, Antje Traue, Heather Graham

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto buona l’idea, buono che faccia luce su una parte di storia recente non così conosciuta, un po’ meno la realizzazione, ma risulta più che guardabile.
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Somers Town
(U.K. – 2008)

di Shane Meadows
con Piotr Jagiello, Thomas Turgoose, Ireneusz Czop, Elisa Lasowski, Perry Benson

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto bello, più poeticamente sentimentale del precedente “This is England”, ma non tanto meno crudo.
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Motel Woodstock
(U.S.A. – 2009)

di Ang Lee
con Liev Schreiber, Jeffrey Dean Morgan, Emile Hirsch, Dan Fogler, Paul Dano, Eugene Levy, Kelli Garner, Imelda Staunton, Demetri Martin, Jonathan Groff, Henry Goodman

Postilla squisitamente PERSONALE
Leggerezza e semplicità in questa commedia di Ang Lee, niente di più, ma alla fine va bene così.
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Assassination Of A High School President
(U.S.A. – 2008)

di Brett Simon
con Bruce Willis, Mischa Barton, Kathryn Morris, Melonie Diaz, Josh Pais, Reece Thompson, Quinn Shephard, Aaron Himelstein, Vincent Piazza, Luke Grimes, Patrick Taylor

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Hush
(U.K. – 2009)

di Mark Tonderai
con William Ash, Christine Bottomley, Andreas Wisniewski, Claire Keelan, Stuart McQuarrie

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Tag:

Chiedi e ti sarà tolto
di Sam Lipsyte
- minimumfax -
(traduzione di Anna Mioni)


Non è che concludessi granché lì all’ufficio sviluppo. Non sviluppavo un tubo. Qualche anno prima avevo fatto un buon lavoro per una ONLUS, ma il progetto di teatro inglese seicentesco nel Sotuh Bronx non era mai decollato sul serio. L’università era riuscita a portarmi via a un prezzo stracciato. Ero diventato una di quelle sviste viventi che a volte si trovano negli uffici, una presenza non spiacevole ma in gran parte improduttiva, che si adeguava alle correnti di energia altrui, il promemoria ambulante dell’errore di valutazione commesso da chissà chi.
*
Harold aveva decine di storie che ripeteva in continuazione, come fanno gli uomini che hanno girato il mondo, o quelli che non sono mai stati da nessuna parte.
*
“Di sicuro non è stato perché sono un bonazzo da telenovelas”, le ho detto. “Credevo ti piacesse come funzionava il mio cervello. I suoi circuiti strani. Il mio senso dell’umorismo”.
“Shhh”, ha detto Maura. “Chiudi quella boccaccia, cazzo”.
Ci siamo bloccati di nuovo, in attesa di eventuali gemiti, dell’inizio di un pianto. Ultimamente non era così gravoso, ma certe volte tornavamo ancora ai mesi in cui Bernie era neonato, e noi due in punta di piedi, pietrificati per paura di svegliare il piccolo, e perdere quei diciassette minuti di lettura delle e-mail arretrate che credevamo di esserci guadagnati con il nostro sacrificio. Eravamo come la famiglia di Anna Frank nella soffitta in Olanda, ma con la posta elettronica.
*
“Buono a sapersi”, ho detto. “Ma come fai a credere in me? Non credi in Dio, ma credi in me?”
“Da Dio mi aspettavo una serie di cose. Su, andiamo a dormire”.
*
Mi piaceva parlare con quell’uomo che riusciva a sembrare un genitore attento e amorevole con una sigaretta accesa in bocca. Era un padre vintage, che richiamava un’altra epoca, un’altra atmosfera, un tipo dall’affetto rude, o un po’ trattenuto, ma per questo ancora più tangibile, l’amore generoso ma fatalista tipico dei tempi in cui la gente non usava ancora parole come genitorialità, quando si poteva stare seduti sulla scalette all’ingresso e guardare i propri figli che giocavano nel cortile spoglio di una casa in affitto ed essere convinti che vita poteva andare bene. Erano cavolate, naturalmente, nostalgie di un passato inesistente, però toccavano le corde più dozzinali del mio cuore.
*
Il livore era un buon segno.
E’ quando smettono di cercare di distruggerti che devi cominciare a preoccuparti sul serio, ha detto mia madre una volta.
*
La nostra intimità era basata soprattutto sui doveri casalinghi. Ci dilungavamo sullo schifo che entrambi provavamo per lo sturacessi che stava sotto il lavabo, dall’odore quasi salmastro e pieno di macchioline di cacca, e anche sul desiderio comune di ridurre il consumo di salviette di carta, ma non toccavamo mai argomenti come le speranze, o i sogni. Le speranze erano stupide. I sogni andavano messi in quarantena.
*
L’interweb, il webnet, salcazzonet, ormai quella battuta cominciava ad annoiare. Se mandavano le cose in vacca e ci scherzavano pure su, che senso aveva? Ero stufo delle evasioni semantiche, comprese le mie. Ero stufo di molte cose. Avevo cominciato a tenere un elenco, poi mi ero stufato anche dell’elenco.
[…]
“Adesso non fare quello che odia tutti”, ha detto Purdy.
“Non sono un odiatore qualunque”, gli ho detto. “Sono un professionista dell’odio”.
*
Ho proseguito cliccando su Badanti zoccole. In realtà il link faceva parte di una galassia più vasta di siti di nicchia, e ho cercato altre ambientazioni finché ho trovato quella che soddisfaceva la mia specifica perversione. Su Imprenditrici insaziabili comparivano uomini che facevano godere le proprie datrici di lavoro in cambio di aumenti fino al venti per cento. Ho cominciato a toccarmi e, ricordandomi che presto sarei dovuto andare a prendere Bernie, mi è venuta in mente quella volta che lo avevo fatto con Bernie nella stanza. Aveva pochi mesi e, anche se io e Maura ritenevamo accettabile fare del sesso in sua presenza, anzi, più che accettabile, bello e naturale, non avevamo mai affrontato il tema della masturbazione. Spararsi una sega vicino al piccolo urlatore era diverso in qualche modo da fare l’amore dolcemente e piano? Avrei sempre voluto far partire una discussione anonima sul tema nelle bacheche dei siti di aiuto per genitori. Ma non ho mai trovato il tempo. Adesso non era più un problema. Bernie era troppo grande. Io ero troppo vecchio. Ci ho messo un bel po’ per ricacciare indietro il ricordo e tornare alle gioie ermetiche di Imprenditrici insaziabili, con ostinazione, e ho scaricato in un vecchio calzino tubolare quello che molto probabilmente, alla mia tarda età, sarebbe diventato un ragazzino imbronciato e artistico.
*
Mi sentivo ancora colpevole, ma non intendevo lasciarmi divorare da quel sentimento. Avevo imparato già da tempo a raffinare la colpa grezza in un dolce rancore semolato.
*
“Sei un bravo ragazzo”, ha risposto. “Non è colpa tua”.
Credevo intendesse che non era colpa mia se lui non mi amava abbastanza. Ma probabilmente intendeva qualcos’altro. L’espressione “bravo ragazzo” mi faceva rabbrividire adesso, specialmente quando guardavo Bernie. Io stesso gli avevo detto quelle parole qualche volta, sapevo che erano la frusta che i padri spaventati brandivano per respingere l’amore dei propri figli.
*
E’ una strana sensazione piangere in grembo a tua madre per la prima volta dopo trent’anni. Non è lo stesso grembo. E’ più piccolo, più fragile. Più ossuto e più minuscolo. Avevo paura di farle male al grembo con la testa. Avevo paura che il suo grembo non sarebbe stato di grande aiuto per la mia testa.
*
Nessuno avrebbe mai raccontato la storia di Nathalie. Le storie erano come le persone. Fingevamo che fossero tutte importanti, ma quasi nessuna lo era.
*
“Ci toccherà mangiare gelato e ci toccherà mangiare merda. Il trucco è usare due cucchiaini diversi”.

Postilla squisitamente PERSONALE
Il protagonista di questo nuovo romanzo di Lipsyte è Milo Burke, velleità giovanili da artista fallite, ora quarantenne procacciatore di fondi per un’università (lavoro avuto quasi per caso e di certo non consono alle sue abilità) e padre di una famiglia in stallo. Improvvisamente si ritrova senza lavoro e la situazione famigliare passa alla fase della crisi. A questo punto entra in gioco Purdy, suo ex amico ricchissimo dei tempi del college, che gli offrirà un impiego che avrà a che fare con figli illegittimi e relazioni sempre più confuse e paradossali.
Sam Lipsyte si conferma (consigliatissimi anche la raccolta di racconti “Venus Drive” e il suo primo romanzo “Il bazooka della verità”) un narratore di categoria, abile nel trasfigurare la frustrazione dei suoi protagonisti in sensibilità maldestra ed esilarante, e a mescolarla con la giusta dose di critica sociale: al consumismo, all’America, ai nostri tempi.
Un libro dove si sorride, grazie soprattutto a dialoghi molto ritmati e ben scritti, ma anche nel quale spesso si aggrottano le sopracciglia e si riflette, e tutto ciò non è impresa da poco.

Il crollo
di Francis Scott Fitzgerald
- Adelphi -

(traduzione di Franco Salvatorelli)

Mi resi conto che in quei due anni, per salvaguardare qualcosa – una quiete interiore forse, forse no -, mi ero svezzato da tutte le cose da me amate fino a quel momento – che ogni gesto della vita, dallo spazzolino da denti la mattina all’amico a cena, richiedeva uno sforzo. Mi accorsi che da molto tempo non mi piacevano più né le persone né le cose, ma mi limitavo a proseguire nella solita stenta messinscena. Mi accorsi che anche l’amore per quelli a me più vicini si era ridotto solo a un tentativo di amare, che i miei rapporti occasionali – con il direttore di un giornale, il tabaccaio, il figlio di un amico – erano solo importanti al ricordo di quanto, in circostanze analoghe, andasse fatto.
*
… io avevo solo bisogno di pace assoluta per arrivare a capire come mai avessi maturato un atteggiamento triste nei confronti della tristezza, un atteggiamento malinconico nei confronti della malinconia e un atteggiamento tragico nei confronti della tragedia: come mai avessi finito per identificarmi con l’oggetto del mio orrore o della mia compassione.

 

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Hotel a zero stelle
di Tommaso Pincio
- Laterza -


Gli alberghi non sono che la versione letteraria di una mia ossessione perduta: il bar annegato nella notte che avrei dipinto se fossi stato pittore. E l’immagine del bar era a sua volta il prodotto di qualcosa che risaliva all’infanzia: le stanze d’albergo erano per me così importanti perché evocavano le camere e i salotti allestiti nelle vetrine dei negozi d’arredamento. Li accomunava l’atmosfera di precaria immobilità, un misto di accoglienza e estraneità, il sentirsi al contempo in casa e fuori posto, accuditi e abbandonati a sé stessi, insieme e soli.
*
Nella prima scena del quarto atto della Tempesta, William Shakespeare mette in bocca a Prospero una frase famosa: “Siamo fatti della stessa pasta dei nostri sogni, e la nostra piccola vita è cinta di sonno”. Parole suggestive, e anche vere. Ma non è tanto la natura dei sogni che dovrebbe interessarci, quanto ciò che si trova al di qua di quel mondo nebbioso. Trascorriamo quasi un terzo della vita dormendo, eppure quasi mai restiamo davvero sorpresi del modo brutale in cui, non appena svegli, il mondo là fuori si affretta ad ammassarsi nella nostra coscienza, occupando più spazio possibile e assoggettando i sensi. Non di rado la realtà ci appare disagevole e insopportabile, per non dire ingiusta, ma lasciamo comunque che abbia ragione su tutto. Immaginiamo e desideriamo mondi fantastici e alternativi, eppure non esitiamo ad adeguarci a quello che ci è toccato in sorte.
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Ma perché mi succede di fare cose che so sbagliate e che in teoria non vorrei fare? E’ proprio la mancanza di una risposta adeguata a questa domanda a farci sentire soli dentro. La risposta ci darebbe la forza o un motivo per tirarci fuori dalla melma del nostro tempo stupido, ma ci sfugge o forse non la cerchiamo col dovuto impegno, e, quale ne sia la causa, l’effetto è segnato: ci sentiamo sconfitti, perdenti, falliti, e a questa colpa che non abbiamo l’ardire di perdonarci si accompagna una convinzione già incontrata: la convinzione di essere impostori.
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Lui ribatteva che voleva scrivere. “Ma se non scrivi mai!”, opinava lei. “Proprio per questo devo restare in casa, nel caso mi venga voglia”.
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Tutti noi sappiamo bene quanto possa essere stupido il te,po che ci è toccato in sorte, ma è una conoscenza che diamo per scontata. Solo quando veniamo toccati nel vivo diventiamo consapevoli che il nostro tempo è davvero stupido. Il passaggio dal semplice sapere che il nostro tempo è stupido all’essere consapevoli che è davvero stupido è fonte di un dolore strano, non sempre facile da avvertire, ma comunque lancinante. Quasi tutto quel che David Foster Wallace ha scritto parla di questo particolare tipo di dolore. Per lui, però, il mero parlarne non bastava. Sollevò pubblicamente la questione nel 1991, nel corso di un’intervista: “La maggior parte di noi conviene che questi sono tempi oscuri e stupidi, ma abbiamo bisogno di una narrativa che si limiti a drammatizzare quanto tutto sia oscuro e stupido?”
La risposta a questa domanda retorica è ovviamente no. Il punto è trovare un’alternativa, ammesso che esista.
Jonathan Frenzen, che di Wallace è stato un caro amico per molti anni, racconta: “Avevamo la sensazione che la narrativa dovesse essere utile a qualcosa. La conclusione cui giungemmo, in sostanza, è che il suo compito è quello di combattere la solitudine”. Wallace si è espresso più volte in termini analoghi: diceva che la buona scrittura dovrebbe aiutare i lettori “a diventare meno soli dentro”. Non diceva “sentire” ma “diventare”, quasi a sottolineare che il risultato deve essere concreto, reale.
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Perché non bisogna mai confondere una sconfitta in battaglia con la fine di una guerra, e in gioventù ci sono soltanto battaglie.
Anche la guerra più lunga giunge però a una sua risoluzione, e quando il momento arriva, il calare del sipario si accompagna spesso allo squarcio di un velo, soprattutto se si è combattuta una lunga guerra di posizione, uno di quei conflitti in cui si viene prima logorati e poi, soltanto poi, sconfitti. Uscendo di scena, a capo chino e luci spente e senza applauso del pubblico, il fantasma di noi stessi riconosce le cose per quello che sono. Non scorge più alcun fascino nelle sconfitte perché ci vede soltanto la preparazione meticolosa e inappellabile del fallimento, finendo così per assumere “un atteggiamento triste nei confronti della tristezza, un atteggiamento malinconico nei confronti della malinconia e un atteggiamento tragico nei confronti della tragedia”.
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Dici “Era destino” ed è come abbia detto tutto quando invece non hai detto niente. Io credo in due cose. Credo nell’uomo, nel suo libero arbitrio, e credo nell’impossibilità di cavare sangue dalle rape. E dall’incontro tra queste due cose che il più delle volte scaturisce ciò che chiamiamo destino. Modellarci alla maniera che vogliamo non ci è precluso in assoluto, ma ciò non ci esime dal fare i conti con il blocco di creta che abbiamo in dotazione, ovvero quel che siamo.

Postilla squisitamente PERSONALE
Si parte con quello che sembra essere un pretesto, la passione dell’autore per gli alberghi, luoghi transitori e sospesi, e si finisce per rimanere immischiati in una serie di ricordi, personaggi e scrittori amati, andando a formare una sorta di volume auto-bio-saggistico.
Quattro piani, tre stanze per ognuno, e una lista molto variegata di “ospiti”: Jack Kerouac, Graham Greene, Francis Scott Fitzgerald, Andy Warhol, Philip K. Dick, Franz Kafka,  David Foster Wallace, Christopher Wool, William S. Burroughs, Pier Paolo Pasolini, Caravaggio, etc.
Non ci si faccia trarre in inganno perché il sinonimo di Hotel in questo caso è il viaggio, movimento dentro e fuori. Il viaggio di una vita fatta di ricerca e sete costante, di scelte, anche se sbagliate. Una vita che non può essere altro che indissolubilmente legata alla morte, ed è proprio per questo che il viaggiare assume un’importanza duplice, sia esso in una stanza dai muri neri, piena di lampade vintage e libri, intenti a combattere il “buco nero coi denti”, oppure nei bistrot dei bassifondi parigini alla ricerca di quello che non siamo, provando costantemente a sconfiggere i nostri demoni.
Tommaso Pincio è molto bravo a non diventare stucchevole sia quando spinge sul versante autobiografico che, viceversa, su quello più saggistico, narrando con agilità e mantenendo sempre vivo l’interesse del lettore.
Un libro imperdibile per chi, come me, si nutre di letteratura a ciclo continuo, ma anche per quelli che sono sempre pronti a porsi una domanda e non fermarsi mai, anche magari stando fermi al centro di una stanza buia.

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QUATTRO CHIACCHIERE con Tommaso Pincio*    

David Foster Wallace sostiene di scrivere narrativa per aiutare i lettori a diventare meno soli, quali sono invece le tue motivazioni prima di iniziare un nuovo libro e le tue sensazioni appena l’hai finito?

La motivazione è qualcosa d’indistinto che sembra agitarsi all’orizzonte, simile alle luci che il tenente Drogo crede di vedere dalla sperduta fortezza del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Mi metto a scrivere nell’intento di scoprire cosa è questo qualcosa, se un’illusione ottica o i preparativi di un assalto nemico o meglio ancora un mostro. Quando pongo la parola “fine” (lo dico in senso lato, ovviamente, giacché non pongo nessuna parola alla fine), mi sento come il tenente Drogo: come se la vera battaglia debba ancora arrivare ovvero come se la storia che volevo raccontare mi appaia nella sua vera forma solo ora e come se quanto ho scritto non è invece che la sua ombra, un suo riflesso spiato in lontananza.

Nella tua stanza ideale d’albergo, quale o quali stampe di quadri vorresti trovare appesi alle pareti (se ne vorresti)?

Preferirei una vecchia carta da parati, sbiadita e strappata in più punti, di colore marrone chiaro e con un pattern floreale. Mi piacerebbe poi un paio di applique da mercato delle pulci. Quanto a immagini, un quadro al massimo. Ma piccolo. Il soggetto dovrebbe essere indefinibile, “acquitrinoso, fradicio e marcio” come il dipinto appeso nella Locanda del Baleniere, quella del terzo capitolo di Moby Dick.

Una volta finito “Hotel a zero stelle”, mi sono ritrovato a scorrere mentalmente la lista degli ospiti che passano per le stanze di questo albergo immaginario e mi sono figurato due altri luoghi: lo scantinato e la soffitta. Entrambi molto polverosi e poco luminosi, seppur agli antipodi, chi ci avresti visto bene al loro interno? Io ho pensato a Vollman per il primo e Vonnegut per la seconda.

Non saprei. Scantinati e soffitte sono spazi più domestici che alberghieri. Appertengono a un’idea di luogo diversa da quella che avevo in mente scrivendo “Hotel a zero stelle”. Nel mio scenario, Vollmann è un tipo da quarto piano, uno che si ribella alla morte. Vonnegut, invece, faccio fatica a immaginarlo in un albergo.

Se potessi incontrare per un giorno uno degli ospiti del tuo hotel, chi sceglieresti? E cosa faresti con lui?

La risposta è nessuno. Non mi interessano gli scrittori in quanto persone in carne e ossa. Mi interessano le loro storie, tanto quelle che raccontano quanto quelle che hanno vissuto. Tutto ciò che sconfina da questo territorio per irrompere nel mondo fisico è sconveniente e spesso fonte di delusione o disillusione. Una volta mi è capitato l’onore di cenare in compagnia di Don DeLillo. Una cena privata, non uno di quei raduni mondani pieni di signore agghindate. Gli dissi: “Mr DeLillo, apprezzo molto la sua opera di scrittore ma temo di non aver nulla da dirle o domandarle”. “Perfetto” disse lui, “è giusto quello che speravo”. Siamo stati in silenzio tutta le sera.

Le prime tre sostanziali differenze che ti vengono in mente tra scrivere un libro e dipingere un quadro? Tra pittura e scrittura?

La prima differenza è che per scrivere bisogna stare seduti, solitamente a una scrivania, mentre la pittura la si pratica in piedi, in movimento, in un continuo ritrarsi e accostarsi da e al cavalletto. La seconda è che scrivendo devi sempre pensare a ciò stai scrivendo, mentre quando dipingi puoi non pensare a nulla. La terza è che la pittura è defunta, un esercizio morto, un fantasma, mentre la scrittura sopravvive ancora, incredibilmente, e forse è pure viva.

Da lettore vorace a lettore voracissimo, qual’è secondo te il miglior esordio letterario degli ultimi… diciamo dieci anni?

Perdona, ma preferisco non rispondere a questa domanda. Il marketing editoriale ha trasformato l’esordio in una sorta di genere, in un chiacchiericcio al quale non voglio aggregarmi. C’erano il mainstream, il noir, la fantascienza… Ora c’è pure l’esordio.

* Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro (non deriva come sarebbe facile pensare dall’italianizzazione del nome di un famoso scrittore americano, bensì è uno dei protagonisti del suo romanzo d’esordio “M.”, nonché ha un’altra valenza che viene spiegata all’interno di “Hotel a zero stelle”), romano, classe ’63, dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti ed essersi dedicato alla pittura per parecchi anni, cambia strada e intraprende quella della scrittura. Ad oggi ha pubblicato sette libri: cinque romanzi (“M.”, “Lo spazio sfinito”, “Un amore dell’altro mondo”, “La ragazza che non era lei”, “Cinacittà”), il saggio “Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi” e, il più recente e qui sopra citato, “Hotel a zero stelle”.
Collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone e alle pagine culturali de la Repubblica e il manifesto.

 

IN VISIONE
 

Rango
(U.S.A. – 2011)

di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Timothy Olyphant, Abigail Breslin, Alfred Molina, Isla Fisher, Ned Beatty, Bill Nighy, Harry Dean Stanton, Ian Abercrombie, Hemky Madera

Postilla squisitamente PERSONALE
Non male, anche se niente di eclatante rispetto ad altre ultime uscite nel campo dell’animazione.
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Un Cuento Chino
(Spagna, Argentina – 2011)

di Sebastián Borensztein
con Ricardo Darín , Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana, Enric Rodríguez, Iván Romanelli, Vivian Jaber

Postilla squisitamente PERSONALE
Bel film agrodolce, una sorta di racconto esistenziale disincantato, ma non fino in fondo, anzi. A tratti mi ha ricordato qualcosa della cifra stilistico-narrativa di Jean-Pierre Junet.

Punto D’Impatto
(U.S.A. – 2011)

di Matthew Chapman
con Terrence Howard, Patrick Wilson, Liv Tyler, Charlie Hunnam, Christopher Gorham, Jaqueline Fleming, Monica Acosta, Mike Pniewski, Jillian Batherson

Postilla squisitamente PERSONALE
Forse non tutto gira alla perfezione, però è una buona storia e l’atmosfera viene comunicata molto bene.
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A seguire un tris di meritevoli documentari.   

 

La febbre
di Francesca Genti
- Castelvecchi -


Rimaniamo per molto tempo qui, sotto l’ameno pergolato. Commentiamo la luce che cambia e si fa sempre più caramellata, per poi sparire e fare posto all’ultravioletto della sera. Facciamo programmi per la serata, discorsi leggeri che ci eravamo dimenticati da tempo. Usiamo parole belle e insensate, metafore per commentare persone e situazioni. I verbi vengono stranamente coniugati al futuro. Si alza una piacevole brezza elettrica che ci scompiglia capelli e pensieri.
L’alcool comincia a entrare in circolo e a fare il suo dovere, ci addolcisce e ci rinfranca. E’ bastato un cocktail per dimenticare tutto l’inferno da cui siamo venuti e tutte le incongruenze che la situazione attuale mostra.
Erosa stravince un’altra volta su Thanatos.
Principio di piacere batte principio di realtà.
*
Come tutti i grandi vecchi non sopporta la giovinezza, vuole mangiarla.
*
In città regna il silenzio, ma di una qualità diversa da quella a cui eravamo abituati. Il silenzio di prima era carico di tensione, aveva lui stesso un suono che non ci abbandonava mai, un suono teso e insopportabile. Ora regna la pace.
*
Corro per un bel pezzo, fino a quando mi ritrovo nuovamente immerso nel silenzio. Mi siedo sui gradini che non portano più a niente. Respiro profondamente, sorrido. Sono contento di avere salvato la ragazza. Ma soprattutto di averla incontrata: questo significa speranza.
Al solo pensiero che la parola speranza mi sia materializzata nel cranio scoppio a ridere.
La ragazza è semplicemente un nuovo gioco: cercala, incontrarla nuovamente, magari parlarle, un altro gioco per passare il tempo, prima che il tempo finisca.

Postilla squisitamente PERSONALE
Sono a conoscenza del fatto che Francesca Genti sia soprattutto un’apprezzata poetessa, anche se non ho mai letto una sua poesia, cosa alla quale però rimedierò il più presto possibile ancora di più ora, alla luce della lettura di questo suo esordio in prosa che, lo dico subito, non mi è proprio piaciuto.
Forse non sono stato in grado di recepire le allegorie nascoste tra le parole, ma anche se così fosse, non è l’unica cosa a non girare nel testo a mio avviso.
L’impianto narrativo mi è sembrato deboluccio, fatto dovuto anche ad una scelta e una caratterizzazione dei protagonisti in parte carente o troppo fumosa, ma soprattutto a una visionarietà di poco impatto per una storia che si dovrebbe collocare tra l’apocalittico e il fantastico; ed è un peccato, perché qua e là si intravedono degli spunti molto interessanti.

 

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Primo amore e altri affanni
di Harold Brodkey
- Fandango Libri -

(traduzione di Grazia Rattazzi Gambelli)

Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi – un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu – che è la mia infanzia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università.
*
Non c’era nessuno lì, che potesse guardarmi dentro e pensare a quello che avrei dovuto essere e a come avrei dovuto comportarmi; ero sempre stato terrorizzato di quello che la gente poteva pensare di me, come se l’immagine che gli altri si facevano fosse una goffa e grossolana creatura che avrei dovuto affrontare se avessi preso uno strada sbagliata.
*
Arrivato alla nostra porta, aprivo lo schermo di rete e chiamavo forte per vedere se mia madre era in casa. Se non c’era, voleva dire, di solito, che era andata a trovare mio padre, il quale agonizzava da quattro anni all’ospedale e ne avrebbe impiegati altri due per morire del tutto. Per quel che ne so, questo fu l’unico gesto di carattere che mostrò in tutta la sua vita e suppongo non fu cosa da poco, ma io speravo, qualche volta persino pregavo, che morisse – non soltanto, perché così non avrei più dovuto tornare all’ospedale, dove le camere dalle pareti bianche erano piene di odori e di vecchi ammalati (e di una tangibile paura che mi dava la sensazione di un’ulteriore caduta senza fine, come quando si affonda nell’inconscio sotto l’effetto dell’anestetico), ma perché mia madre avrebbe potuto riposarsi e farci ricchi e felici un’altra volta.
[…]
Se mia madre era in casa mi preparavo a qualcosa di sgradevole, perché a lei non piaceva che mi sedessi e mi mettessi a leggere; detestava vedermi leggere. Voleva mandarmi fuori, all’aria aperta, dove sarei potuto diventare un’atleta ed essere un ragazzo come gli altri, conosciuto e apprezzato da tutti. La riempiva di rabbia vedere che non le davo ascolto e aprivo un libro; una volta mi si precipitò addosso, il viso acceso di collera, afferrò il libro (doveva essere Orgoglio e pregiudizio, e lo scaraventò dalla finestra del terzo piano. Allora, me ne restai seduto e tentai un sorrisetto sprezzante, pensando che fosse un po’ pazza, con quella sua rabbia esagerata, e così sciocca da non capire che potevo anche non essere come lei mi voleva. Ma adesso penso – forse con malinconia – che fosse soltanto disperata, spinta agli estremi dalla sua ansia di salvarmi. Sentiva, sapeva, in realtà, che sarebbe venuto il momento in cui, come un acrobata, avrei dovuto montare sulle sue spalle e sulle spalle di tutte le cose che aveva fatto per me e gettarmi in una vita che non poteva immaginare (la vita che sto conducendo adesso) e se voleva mandarmi fuori avvolto in luoghi comuni, in un corpo da atleta, con il dovuto rispetto per il denaro, era perché pensava che questa fosse la più calda protezione.
*
Gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentate indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata.
*
Così sdraiati, bisticciarono in una strana maniera, accusando se stessi e abbassando l’oggetto del proprio amore, l’uno agli occhi dell’altra.
*
Mentre se ne stava lì, si rese conto che non c’era nulla che voleva dire. Voleva soltanto che questo giorno continuasse sempre e sempre, senza finire mai, con tutte le sue gioie intatte, e nessuno cambiasse niente e niente di nuovo accadesse, proprio queste stesse cose in un ripetersi e ripetersi senza fine. Perché, come potevi sapere se la felicità sarebbe tornata? E se fosse tornata, sarebbe stata bella come questa? Laura sospirò e si asciugò gli occhi furtivamente. Il guaio della felicità è che ti fa paura.
*
Pensavamo che se avessimo viaggiato per un tempo sufficiente, spingendoci abbastanza lontano, saremmo arrivati in un luogo dove ognuno apprezzava le cose che tu apprezzavi, e parlava la tua lingua, dove ognuno conosceva il tuo valore senza che tu dovessi perdere la dignità o la calma per dimostrarlo. In questo luogo che noi cercavamo, non ci sarebbe mai stato bisogno di vantarsi, né di far conversazione per pietà di una brutta ragazza, né di sentirsi mortificati per i proprio genitori.

Postilla squisitamente PERSONALE
Il primo estratto qui sopra riportato e l’incipit del racconto, “Stato di grazia”, che apre questa raccolta, titolo che già la dice lunga su quanto si leggerà nelle pagine successive.
Un libro suddivisibile in due parti “Primo amore e altri affanni” (altro titolo azzeccato): la prima consiste in quattro racconti di formazione, tra fanciullezza e adolescenza, mentre la seconda, cinque storie, ha per protagonista Laura, giovane donna che si ritrova a passare dal ruolo di futura moglie a quello di madre, non senza difficoltà.
La cifra stilistica comune a tutti i racconti qui presenti è una sorta di elegante nostalgia che permea le vicende, senza però appesantirne la narrazione, perché Brodkey sa benissimo come usare e combinare la parole, il ritmo, le immagini e le emozioni, ma soprattutto è in grado di trasmetterle.

 

8 luglio 2011 1 commento

IN VISIONE
   

Into Paradiso
(Italia – 2010)

di Paola Randi
con Gianfelice Imparato, Saman Anthony, Peppe Servillo, Eloma Ran Janz, Gianni Ferreri

Postilla squisitamente PERSONALE
A volte basta poco per produrre un film semplicemente piacevole come questo.
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Red White and Blue
(U.S.A. – 2010)

di Simon Rumley
con Noah Taylor, Amanda Fuller, Marc Senter, Nick Ashy Holden, Patrick Crovo, Jon Michael Davis, Mark Hanson, Robert Sliger, Emily Cropper

Postilla squisitamente PERSONALE
La malata follia della suburbia a stelle e strisce, astenersi stomaci deboli e amanti dei ritmi serrati.
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Unknown
(U.S.A., Gran Bretagna, Francia, Germania – 2011)

di Jaume Collet-Serra
con Liam Neeson, January Jones, Diane Kruger, Frank Langella, Aidan Quinn, Bruno Ganz, Sebastian Koch, Sanny Van Heteren, Matthias Weidenhöfer, Stipe Erceg

Postilla squisitamente PERSONALE
Tutto quello che ci si potrebbe, facilmente, aspettare da un film del genere.
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When You’re Strange
(U.S.A. – 2009)

di Tom DiCillo
con John Densmore, Robby Krieger, Ray Manzarek, Jim Morrison, Johnny Depp

Postilla squisitamente PERSONALE
Non conosco benissimo la storia di Jim Morrison e dei Doors, però a me è sembrato ben fatto e interessante.
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L’ultimo inverno
di Paul Harding
- Neri Pozza -

(traduzione di Luca Briasco)

Crosby, come farai a diventare uno dei miei discepoli? Era quella la parte dei loro incontri che Howard temeva di più – quando Cullen citava Bruce Barton. Chi è stato il più grande uomo d’affari della storia, Crosby? Il più grande venditore? Il più grande promotore? Chi, eh? Howard guardava il nodo della cravatta da quattro soldi di Cullen e sorrideva, cercando di nascondere l’imbarazzo, ma evitando al tempo stesso di rispondere. E dai, Crosby. Non l’hai letto, il libro? Te l’ho dato praticamente a costo di stampa! Howard sospirava e diceva: E’ stato Gesù. Esatto, ribatteva l’agente, saltando quasi su dalla sedia e battendo un pugno sul tavolo, il dito puntato verso il cielo, oltre le nuove racchette da neve appese alle pareti. Gesù!
Gesù è stato il fondatore dell’imprenditoria moderna, citava alla lettera. Era l’ospite più popolare alle cene di Gerusalemme. Ha scelto dodici uomini dai ranghi più bassi del mondo del lavoro e li ha forgiati fino a trasformarli in un’organizzazione che ha conquistato la terra intera! Come potrai diventare uno dei miei dodici, Crosby, se non sei capace di vendere, e se non ti anima il sacro fuoco?
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I suoi modi bruschi e la sua totale assenza di umorismo mascherano un’amarezza ben più profonda di quanto i figli e il marito possano immaginare. Non si è mai ripresa dallo shock di diventare moglie, e poi madre. Ogni mattina, quando va a svegliare i suoi bambini e li trova sereni, addormentati nei loro letti, è costernata all’idea di provare soprattutto risentimento, e sentirsi perduta. Quei sentimenti la terrorizzano a tal punto che li ha sepolti sotto uno strato di severità domestica. Nei dodici anni trascorsi da quando si è sposata ed è diventata madre per la prima volta, è quasi riuscita a convincersi che l’ordine marziale con cui gestisce casa e famiglia è il suo modo di manifestare quell’amore che è così spaventata di non provare.
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Il tetto cedette di schianto, facendo piovere una valanga di legno e chiodi, carta catramata, tegole e materiale isolante. Ora davanti ai suoi occhi c’era il cielo, coperto di nuvole piatte che navigavano nel blu come una flottiglia di incudini. George sentì le lacrime che montavano, accompagnate dalla sensazione di freddo che si prova quando, benché malati, si esce all’aria aperta. Le nuvole si fermarono, restarono immobili per un istante, poi gli piombarono sulla testa.
Il blu del cielo le seguì a ruota, riversandosi dall’alto in quella cavità di cemento ingombra di cianfrusaglie. Quindi fu il turno delle stelle, che gli si sparsero attorno tintinnando, come tanti addobbi staccatisi dalla volta celeste. Infine, lo spazio nero scese come un drappo su George, ricoprendo quella confusa scena di distruzione.

Postilla squisitamente PERSONALE
Questo romanzo ha fatto parlare di sé perché, pur essendo stato stampato in principio da una minuscola casa editrice, è arrivato a vincere il premio Pulitzer nel 2010. La notizia però è un’altra, perché a leggerlo si rimane basiti e ci si domanda come abbia fatto!
Una storia che più canonica non si può: tre generazioni di padri/figli/genitori a confronto. Una scrittura piatta e monocorde. La noia che molto spesso fa capolino tra le pagine, soprattutto quando a farla da padrone sono gli orologi o le descrizioni delle ambientazioni naturali.
Decisamente meglio risparmiare tempo e denaro per altre cose.