Archivio

Archivio per giugno 2011

Taccuino di Talamanca
di E.M. Cioran
- Adelphi -

(traduzione di Cristina Fantechi)

Ascoltare il vento dispensa dalla poesia, è poesia.
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Nei paesaggi che amiamo le nostre infermità assumono un colore diverso. Qui l’insonnia non è un male, ma soltanto una certa impossibilità.
*
Ogni inizio di idea coincide con una sofferenza, preferibilmente segreta.
*
Rifuggire alle mie responsabilità: ci ho messo del genio.
*
Anche se cambio luogo – anche se cambiassi mondo -, mi ritrovo sempre con me, con il solito me stesso.
*
Le persone alle quali pensiamo improvvisamente, senza motivo apparente, sono quelle che ci hanno lusingato o ferito in un qualche periodo della nostra coscienza. Sono le sole di cui ci ricordiamo ad anni di distanza, anche quando sono completamente scomparse dal nostro orizzonte.
*
Era davvero di ottima compagnia: non aveva convinzioni.
*
Se si vuole capire tutto, bisogna capire anche il boia. E addirittura perdonarlo. L’indignazione – di sicuro – è uno stato non-filosofico.
*
E’ in mezzo a paesaggi troppo belli che avvertiamo tutto il nostro marciume e siamo insoddisfatti del cadavere che ci trasciniamo dietro.
*
Che questa infima durata assegnataci si svolga e si esaurisca, e che poi non se ne parli più.

Postilla squisitamente PERSONALE
Ciò che mi attrae è l’aspetto non europeo della Spagna, una forma di melanconia permanente… melanconia che è una sorta di noia raffinata, il sentimento di un esilio irrevocabile.E.M Cioran, dalla prefazione di Verena von der Heyden-Rynsch

 
Company – Holy city

 
 
 

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L’orso che venne dalla montagna
di William Kotzwinkle
- Zero91 -

(traduzione di Costantino Margiotta)

“Abbiamo già gestito alcuni dei libri più importanti della stagione” continuò Zou Zou “e so che saremo capaci di fare lo stesso con il tuo.” L’entusiasmo della donna era reale, nonostante non avesse letto il libro. Nel mondo dello showbiz i libri erano sempre un punto interrogativo, perché erano solo libri, ma ci si poteva fidare del passaparola. Zou Zou ne capiva bene il potere, era un’intenditrice di passaparola e andava di passaparola in passaparola come un’ape in cerca di fiori. Il passaparola intorno al libro di Hal Jam era enorme.
*
“C’è Hal Jam” disse Bettina a Eunice, eccitata. “Avevo paura che non venisse.”
“Quell’uomo è un santo” rispose la scrittrice angelica.
“Possiamo spingerci fino a questo punto?” chiese Bettina.
“Lui è al di sopra di tutto, Bettina. Mi hai detto tu stessa che non gli importa nulla della promozione del suo libro.”
Bettina doveva ammettere che era vero
*
“Ascoltami, Arthur. Ti ho portato una copia del mio Qualificativi qualificati in Frost. E’ solo una bozza ma contiene già i punti salienti. Può fornire parecchi spunti per ulteriori ricerche.”
Bramhall annusò l’odore di autocompiacimento accademico che emanava Settlemire, l’odore di mosche morte appoggiate sul davanzale della finestra di una soffitta.
*
L’orso non aveva idea di cosa stesse parlando, così continuò a guardare dal finestrino. Aveva la percezione che la comprensione umana fosse come una rete a cui venivano aggiunte continuamente maglie. Poteva immaginare un essere umano tessere come agilità la rete. Ma quando pensava di afferrare quella rete tra gli artigli, si vedeva aggrovigliato ad essa e alla fine cadere in ginocchio, pateticamente sconfitto dentro la rete luccicante mentre delle losche figure si avvicinavano con delle spranghe.

Postilla squisitamente PERSONALE
L’orso che viene dalla montagna, arriva in città portando con sé un manoscritto, rubato a un docente universitario che stava facendo un anno sabbatico tra le foreste del Maine. Inizia così la storia di questo romanzo che vedrà i due protagonisti, l’orso e il docente, scambiarsi i ruoli e piano piano sprofondare uno nel mondo dell’altro. Il docente riscoprendo una vita semplice, al limite della sopravvivenza, l’orso inserendosi negli ingranaggi del mondo editoriale moderno, dove conta di più il prodotto e il profitto che qualsiasi altra cosa.
Ed è proprio la critica sarcastica a quel mondo il tratto principale di questo libro, anche se spesso si sente la mancanza dell’affondo graffiante, prediligendo un’andatura più fiabesca (non a caso Kotzwinkle è un autore prevalentemente di letteratura per bambini).
In definitiva un libro scritto e pensato anche bene, ma che non si sbilancia mai.

IN VISIONE
   

The Adjustment Bureau
(U.S.A. – 2010)

di George Nolfi
con Matt Damon, Emily Blunt, Daniel Dae Kim, John Slattery, Terence Stamp, Anthony Mackie, Michael Kelly, Anthony Ruivivar, David Alan Basche, Shohreh Aghdashloo, Michael Kelly

Postilla squisitamente PERSONALE
Non ho letto il racconto di Dick dal quale è tratto, ma il film è proprio ben fatto, il giusto bilanciamento  tra romanticismo e fantascienza.

Gianni e le donne
(Italia – 2011)

di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata, Elisabetta Piccolomini, Valeria Cavalli, Aylin Prandi, Kristina Cepraga, Michelangelo Ciminale, Teresa Di Gregorio, Lilia Silvi, Gabriella Sborgi, Laura Squizzato, Silvia Squizzato

Postilla squisitamente PERSONALE
Piacerà di sicuro a chi è piaciuto il precedente “Pranzo di ferragosto”, a me sì.
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Hanna
(U.S.A., Regno Unito, Germania – 2011)

di Joe Wright
con Cate Blanchett, Saoirse Ronan, Eric Bana, Olivia Williams, Michelle Dockery, Dee Bradley Baker, Tom Hollander, Jessica Barden, John MacMillan, Cyron Bjørn Melville, Nathan Nolan, Paris Arrowsmith

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto belle le ambientazioni e alcune sequenze, ma mi è sembrato un po’ confuso e senza troppo mordente.

Jack Ass 3.5
(U.S.A. – 2011)

di Jeff Tremaine
con Johnny Knoxville, Bam Margera, Steve-O, Ryan Dunn, Chris Pontius, Preston Lacy, Danger Ehren, Dave England, Wee Man

Postilla squisitamente PERSONALE
R.I.P. Ryan Dunn.
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Valhalla Rising
(Danimarca, Regno Unito – 2009)

di Nicolas Winding Refn
con Mads Mikkelsen, Gary Lewis, Jamie Sives, Alexander Morton, Ewan Stewart, Callum Mitchell, Gary McCormack, Douglas Russell

Postilla squisitamente PERSONALE
Bellissima fotografia, ma il resto è noia.
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Elisabeth
di Paolo Sortino
- Einaudi -


Sopra di lei il cielo era di una serenità patetica.
Teneva lo sguardo fisso sulle punte dei piedi che svelti si alternavano nei passi, come pistoni della macchina perfetta in cui si sarebbe trasformata volentieri per accelerare la fuga. Ovunque volgeva lo sguardo trovava chiare tutte le direzioni possibili, ma non ce n’era una che suggerisse una destinazione. I segnali stradali erano molti per chi era libero di andare dove voleva, ma non per lei, che quella libertà l’aveva appena conosciuta. Continuava a sistemarsi la sacca sulle spalle, la giacca legata intorno alla vita.
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Quanto macabra appariva la verità ora che era esposta! Comprese che i sentimenti non escono mai da noi veramente; se lo fanno è perché sono chiamati da somiglianze. I suoi se ne stavano affacciati sull’orlo dell’anima come vermi privati del masso.
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Josef notò che Elisabeth non era feroce come un tempo, non più, e lui poteva prenderla con semplicità. Averle concesso di tenere Kerstin aveva portato i suoi vantaggi. La maternità la fece sorridere spesso, e lui comprese che un sorriso insegna al resto della persona i movimenti della felicità.
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Erano passati tre anni dalla nascita del primo figlio, e otto da quando aveva rinchiuso Elisabeth. L’esistenza stessa di quei due bambini gli era sembrata utile a plagiare definitivamente la mente della figlia, distogliendola da altre tentazioni. Si disse che un numero maggiore di figli avrebbe consolidato in lei la rassegnazione. Elisabeth l’aveva capito, e anche se sottostava alle violenze in nome della normalità, l’idea di dargli altri sudditi la rendeva spesso assai poco arrendevole e tutt’altro che rassegnata. Erano due cani da combattimento dentro un ring clandestino: la lotta iniziale, bestiale e feroce, si era fatta estenuante e già da tempo aveva imposto lunghi periodi di tregua. Da un lato stava lei, con la volontà di confondergli la mente, dall’altro lui, con la convinzione di poterla trascinare dalla sua parte. Chiusi nell’abbraccio continuo del cemento, stavano cercando una posizione che permettesse a tutti di respirare. Lì, stretta tra le strategie di un genitore sull’altro, tra le risate sceme di Stefan e i colpi di tosse di Kerstin, nacque Lisa.
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La guardò in viso e trovò altre tracce di quella stessa trascuratezza, i segni di chi raccoglie e trascina un po’ della durezza del mondo e la disintegra coi movimenti.
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Le stanze della centrale di polizia, così ordinarie e rassicuranti, divennero per gli stessi funzionari il luogo meno conosciuto e meno sicuro al mondo. Non avevano da fronteggiare un semplice criminale, ma qualcosa di totalmente nuovo. Si sentivano disarmati. Pareva che lì dentro fosse entrata la minaccia più spaventosa alla sopravvivenza di ognuno di loro. Le armi a disposizione divennero all’improvviso giocattoli inutili. I peggiori delinquenti coi quali erano soliti fare i conti erano ancora uomini. Questo invece era un demone uscito dalla terra.
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L’aveva dipinta bene, perché la finzione sembrasse vera. Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi. Nella finzione spesso è necessario desiderare ciò che non si è, per essere completi. Chi finge contiene una quantità contagiosa di vita e di voglia di esistere.

Postilla squisitamente PERSONALE
Il punto di partenza di questo esordio letterario, è una vicenda di cronaca che ha sconvolto il mondo intero, quella di Elisabeth Fritzl e della sua prigionia impostale da Josef, il padre, per ventiquattro anni.
Questo è solo il primissimo punto, perché poi Sortino costruisce tutto il resto, dando vita a come lui stesso la definisce “una possibilità di vita alla sua Elisabeth” (si tenga ben a mente che tutti gli atti processuali sono secretati).
Un caleidoscopio continuo, come quello che Josef di ritorno da una vacanza nel “mondo di sopra” regala ad uno dei suoi figli frutto dell’incesto, che continua a ruotare le diverse facce della medaglia che ci ritroviamo tra le mani: amore e odio, brutalità e dolcezza, vita e morte, avversario e complice.
E’ facile accusare e fare due più due con il dito moralista puntato, ma se cerchiamo di capire cosa può aver spinto un padre come Josef a fare tutto quello che ha fatto e ci proviamo attraverso la storia umana che racconta Sortino, allora alcune certezze quanto meno traballeranno. Ne ha scritto benissimo Aldo Nove nella sua recensione: “Narrare per Sortino diventa la necessità di ritrovare il filo nel labirinto mentre il Minotauro, che ha l’occhio serafico del buon vicino di casa, ce lo nasconde e respira pesante in un angolo”.
La scrittura di Sortino è sapiente e molto calibrata, come l’ha già definita qualcuno, quasi chirurgica. Frasi molto brevi, ma di grande sostanza e impatto, spesso in grado di delineare alla perfezione una sensazione o un’immagine.
A fine lettura il cemento intorno a voi non sarà più lo stesso, e nemmeno le soglie delle porte che incontrate ogni giorno lo saranno.

P.S. qui c’è una lunga discussione su questo libro che parte da un pezzo critico di Christian Raimo, prima di avventurarsi consiglio di controllare le scorte di Aulin in casa (update 19.36: a scanso di equivoci, ma credo lo si capisca benissimo sopra, io non sono d’accordo con Raimo, ho riportato il link perché tra tante cose che si possono tralasciare in quella discussione, ci sono anche degli spunti interessanti, tra tutti Giordano Tedoldi quando molto semplicemente scrive: “State con la testa NEL romanzo, perdio, ogni cosa è quel che è, non un’altra”).

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QUATTRO CHIACCHIERE con Paolo Sortino*    

Dagli addetti ai lavori il romanzo è stato accolto quasi all’unanimità in maniera ottima. Il parere dei lettori, seppur anche in questo caso molto spesso positivo, mi è sembrato però un po’ meno netto. Una critica che ti saresti aspettato e non ti hanno ancora fatto?

Critiche che mi sarei aspettato e non sono arrivate non ce ne sono. Devo dire che il fatto di aver stimolato e coinvolto molti scrittori a misurarsi su ‘Elisabeth’, piuttosto che i “critici puri”, somiglia al mio destino, alla persona che sono, e al modo con cui guardo alla letteratura. Ciò nonostante l’interesse e la presa di posizione favorevole nei confronti del libro da parte di questi autori è stata tale che mi ha letteralmente spiazzato! La cosa mi onora e mi imbarazza un po’. Per quanto riguarda il pubblico non mi posso lamentare, considerando che il libro è uscito in libreria da appena due mesi si deve considerare un successo.

Ieri sera ho visto un film “Il portiere di notte” che mi sembra abbia alcuni aspetti molto importanti in comune con la storia che hai voluto raccontare tu. Primo tra tutti il rapporto ondivago che si instaura tra carnefice e vittima quando questo è mosso soprattutto da un sentimento nobile come l’amore. E’ stato questo, o anche questo, ad attirarti dentro alla storia di Elisabeth e Josef?

L’amore non è un sentimento nobile. Se fosse nobile cercherei di tagliargli la testa. L’amore è qualcosa che c’è e che ci attira, e ci fa paura, e ci esalta, ma anche ci scoraggia, perché da solo non basta, pur essendo qualcosa di assoluto… è un dio presente, che chiede e dà molto. Quando entra nella stanza la incendia. Sì, è stato l’amore ad attirarmi in questa storia, e il suo contrario. I mezzo mi è parso di intravedere la possibilità di una felice convivenza degli opposti.

Aggiungendo un’appendice al libro: mi scrivi un paio di righe che riguardino i tuoi Josef ed Elisabeth ora, in questo preciso momento?

Non posso scrivere nulla su Elisabeth e Josef che io non abbia già scritto. Ho raccontato moltissimo di quello che ho sentito strada facendo. Qualcos’altro ho censurato, tagliato, zittito, perché meritava di cadere. Ormai sono uscito a riveder le stelle, non posso aggiungere altro.

Qual’è secondo te il crimine psicologico più grande che un essere umano può compiere contro un altro essere umano?

Convincerlo a credere che sia possibile ridurre la vita in se stessa, come scrivo nel libro. Per scivolare in una tragedia simile, è sufficiente avere un’immagine dell’individuo dissociato dal mondo. La verità è che egli nasce nel mondo, e non c’è suo sentimento, sua opinione, suo pensiero, sua capacità, sua qualità, ecc, che non siano nati nel mondo. Ora l’individuo dovrà trovare la sua realizzazione, la sua felicità, e non solo deve trovarla nel mondo, affinché sia reale, ma ha persino il compito di trascendere il mondo in qualcosa di più elevato, possibilmente senza confonderlo con gli ideali, che lasciano il tempo che trovano. Ebbene, oggi il crimine peggiore non è tanto impedire al prossimo di poter trascendere la sua vita sulla terra (sebbene di fatto le limitazioni di Credo, ad esempio, sono diffusissime ovunque sul pianeta), ma si cerca di depistare la sua attenzione dal mondo, di distrarlo, facendogli credere che non tutto ciò che accade sono affari suoi, non tutto ciò che accade può essere risolto, che non tutto ciò che accade è giudicabile, che i fatti di cronaca non sono trattabili, e che riflettere su tutto ciò che accade non è possibile, e indica in lui scarsa umiltà. Insomma, il crimine psicologico per eccellenza consiste nell’innestare nella psicologia del prossimo il sospetto di essere insufficiente, incapace di comprendere da solo, la sua vita, e cavarsela.

Dopo un lavoro così particolare e netto, meglio risalire subito in sella o fare piazza pulita? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi dare un’anticipazione?

Sto raccogliendo appunti per il prossimo libro. Stavolta ci troviamo in condizioni diametralmente opposte a quelle in cui è stata costretta Elisabeth, siamo dentro alcune forme di libertà spinta, eppure qualcosa conduce ad affermare lo stesso principio di umanità: abbiamo già tutto accanto a noi. Abbiamo tutto il bene e tutto il male, e abbiamo una profonda attitudine a essere felici.

Mi descrivi la scena intorno a te mentre stavi rispondendo a queste domande?

Intorno a me ci sono pile di libri che attendono di essere condotti in dono alla piccola biblioteca di Rocca di Papa, paesino della provincia romana in cui andrò ad abitare. Nella stanza c’è poca polvere, da quando Martina è venuta ad abitare con me. Su uno scaffale c’è l’acquario a sfera contenente il non-pesce. Un non-animale che Martina ha introdotto in casa, a cui cambia l’acqua regolarmente e nutre con amore. C’è il mio tavolo da lavoro, perché una scrivania non basta. Ci sono due sedie Ikea, ancora imballate, che per noi costano molto, e che abbiamo fatto comprare a Napoli al nostro amico Marco Marsullo (scrittore anche lui di cui si sentirà parlare molto il prossimo anno), perché all’Ikea di Roma erano terminate.

* Paolo Sortino, classe ’82, vive a Rocca di Papa, Elisabeth è il suo esordio letterario. 

 

Poesie
di Georg Trakl
- Garzanti -

(traduzione di Vera degli Alberi e Eduard Innerkofler)
  
TRISTEZZA UMANA

L'orologio che prima del sole le cinque batte - 
uomini solitari che un oscuro orrore afferra
Nel giardino serale sussurrano spogli alberi;
il volto del morto si muove alla finestra.

Forse quest'ora si è fermata.
Dinnanzi a occhi foschi notturne immagini illudono
nel ritmo di navi, che sul fiume dondolano;
sul molo un corteo di suore passa al vento.

Sembra sentire i pipistrelli stridere,
nel giardino commettere una bara.
Ossa rilucono tra cadenti mura
e nerastro oscilla là dinnanzi un pazzo.

Un raggio azzurro raggela in nuvole autunnali.
Gli amanti si allacciano nel sonno,
appoggiati ad angelici stellati vanni.
Del nobile le pallide tempie alloro adorna.

*

I RATTI

Nel cortile splende bianca la luna autunnale.
Dall'orlo del tetto cadono fantastiche ombre.
Silenzio dimore in vuote finestre; 
ed ecco affiorano sommessi i ratti

e guizzan fischiando di qua e di là
e un orrido fiato emana
dietro a loro dalla latrina,
in cui vibra spettrale un raggio di luna.

E litigano per avidità come folli
e riempiono casa e fienili,
quelli colmi di frutta frumento.
Gelidi venti gemono nell'oscurità.

*

CREPUSCOLO INVERNALE

Neri cieli di metallo.
Traverso a rossi turbini volano
di sera corvi famelici
sopra i parchi tristi e scialbi.

Tra le nuvole raggela un raggio;
e dinnanzi a bestemmie sataniche girano
quelli a cerchio e vanno
bassi in numero di sette.

In putridume dolciastro e insipido
silenziosi i loro becchi trinciano.
Case minacciano da mute vicinanze;
chiarore nella sala teatro.

Chiese, ponti e ospedale
orrendi nella luce incerta stanno.
Lini macchiati di sangue
si gonfiano le vele sul canale.

 

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16 giugno 2011 4 commenti

IN VISIONE
   

L’altra verità
(Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Spagna – 2010)

di Ken Loach
con Mark Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune, Talib Rasool, Craig Lundberg, Trevor Williams, Russell Anderson, Jamie Michie, Bradley Thompson, Daniel Foy, Najwa Nimri, Maggie Southers 

Postilla squisitamente PERSONALE
La qualità principale di questo film è portare sullo schermo una storia, forse non nota a molti, senza troppi facili compromessi narrativi.

Source Code
(U.S.A., Francia – 2011)

di Duncan Jones
con Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga, Jeffrey Wright, Russell Peters, James A. Woods, Michael Arden, Cas Anvar, Joe Cobden

Postilla squisitamente PERSONALE
Non male, anche se l’attenzione dello spettatore a volte sfugge. Meglio il suo esordio: Moon.
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Paul
(Spagna, Francia, Regno Unito, U.S.A. – 2011)

di Greg Mottola
con Seth Rogen, Jane Lynch, Kristen Wiig, Simon Pegg, Jason Bateman, Sigourney Weaver, Bill Hader, Blythe Danner, Nick Frost, Jeffrey Tambor

Postilla squisitamente PERSONALE
Intrattenimento allo stato puro, qualche gag da ricordare e citazioni di tanti film sul genere fantascientifico.
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Il truffacuori
(Francia, Monaco – 2010)

di Pascal Chaumeil
con Romain Duris, Vanessa Paradis, Julie Ferrier, François Damiens, Héléna Noguerra, Andrew Lincoln, Jacques Frantz, Amandine Dewasmes, Jean-Yves Lafesse, Jean-Marie Paris, Tarek Boudali

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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13 giugno 2011 1 commento

Il tunnel
di Ernesto Sábato
- Feltrinelli -

(traduzione di Paola Tomasinelli)

Pensate quel che volete: non me ne frega niente; da tempo me ne frego dell’opinione e della giustizia degli uomini. Immaginate, dunque, che pubblico questa storia per vanità. In fondo sono fatto di carne, ossa, capelli e unghie come qualsiasi altro uomo e mi sembrerebbe alquanto ingiusto che si esigessero da me, proprio da me, qualità speciali; uno a volte si crede un superuomo, finché non avverte anche lui di essere meschino, sporco e perfido. Riguardò la vanità non dico nulla: credo che nessuno sia sprovvisto di questo notevole motore del Progresso Umano. Mi fanno ridere i signori che tirano in ballo la modestia di Einstein, o roba del genere; risposta: è facile essere modesti quando si è celebri; o meglio, apparire modesti. Anche quando si pensa che non esista in assoluto, la si scopre all’improvviso nella sua forma più sottile: la vanità della modestia.
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Tornai a casa con una sensazione di totale solitudine.
Generalmente, quella sensazione di sentirmi solo al mondo si mescola a un orgoglioso sentimento di superiorità: disprezzo gli uomini, li trovo sporchi, brutti, incapaci, avidi, volgari, meschini; la mia solitudine non mi spaventa, è quasi olimpica.
Ma in quel momento, come in circostanze simili, mi trovavo solo come conseguenza dei miei peggiori difetti, delle mie azioni indegne. In questi casi sento che il mondo è spregevole, ma comprendo che anch’io ne faccio parte; in quegli istanti m’invade una furia di annichilimento, mi lascio accarezzare dalla tentazione del suicidio, mi ubriaco, vado a puttane. E sento una certa soddisfazione nel comprovare la mia propria bassezza e nel verificare che non sono meglio degli orribili mostri che mi circondano.
*
Fu un’attesa interminabile. Non so quanto tempo passò per gli orologi, quel tempo anonimo e universale degli orologi, estraneo ai nostri sentimenti, ai nostri destini, alla nascita o alla fine di un amore, all’attesa di una morte. Ma fu una quantità immensa e complicata del mio tempo, pieno di cose e di ritorni, un fiume oscuro a volte tumultuoso, e a volte stranamente calmo e quasi mare immobile e perpetuo dove Marìa e io stavamo uno di fronte all’altra a contemplarci estatici, e altre volte era di nuovo fiume e ci trascinava come in un sogno ai tempi dell’infanzia e la vedevo correre sfrenata sul suo cavallo, con i capelli al vento e gli occhi allucinati, e mi vedevo nel mio paese del Sud, malato, nella mia stanza, con il viso appiccicato al vetro della finestra, a guardare la neve con gli stessi occhi allucinati. Ed era come se entrambi fossimo vissuti in corridoi o in tunnel paralleli, senza sapere di stare uno accanto all’altra, come anime somiglianti in tempi somiglianti, per ritrovarci alla fine di quei corridoi, davanti a una scena dipinta da me, come una chiave destinata a lei sola, come l’annuncio segreto che io ero lì e che i corridoi si erano finalmente uniti e che l’ora dell’incontro era finalmente arrivata.
*
Ma l’altra luce non si accese.
Dio mio, non ho la forza per dire quale sensazione di solitudine infinita svuotò la mia anima! Sentii come se l’ultima nave che poteva portarmi via dalla mia isola deserta passasse lontano senza avvertire i miei segnali di soccorso. Il mio corpo si sgretolò lentamente, come se fosse giunta l’ora della vecchiaia.

Postilla squisitamente PERSONALE
Quella che viene descritta in questo romanzo breve di Sabato, suo esordio letterario, è la storia di un’ossessione.
Senza troppi convenevoli, fin dall’incipit si viene direttamente catapultati nella mente del protagonista e nelle sue elucubrazioni: “Sarà sufficiente dire che sono Juan Pablo Castel, il pittore che ha ucciso Marìa Iribarne…”
Più andavo avanti nella lettura, da una parte compiacendomi dell’abilità di Sabato di dare spessore, senza usare troppi ingredienti, a questo sentimento opprimente, e dall’altra trovando a volte questa particolarità un po’ limitante, più mi domandavo però se non mancasse una porta d’entrata nella storia. Ovvero una spiegazione del motivo per cui il protagonista, il pittore Castel, si innamora in maniera così totalmente folle e perniciosa di Marìa. Temevo di non trovarla quella porta, fino a quando è arrivato il capitolo 36, e lì tutto è diventato lapalissiano.

IN VISIONE
(speciale horror)

The Ward
(U.S.A. – 2010)

di John Carpenter
con Amber Heard, Lyndsy Fonseca, Danielle Panabaker, Jared Harris, Mamie Gummer, Mika Boorem, Sydney Sweeney, Laura-Leigh, Sean Cook, Milos Milicevic, Jillian Kramer

Postilla squisitamente PERSONALE
Per gli amanti del genere è sicuramente un buon film, a me non ha fatto un grande effetto, però è più che guardabile.
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Los Ojos De Julia
(Spagna – 2010)

di Guillem Morales
con Belen Rueda, Lluís Homar, Pablo Derqui, Francesc Orella, Joan Dalmau, Boris Ruiz, Clara Segura, Julia Gutiérrez Caba, Hèctor Claramunt, Daniel Grao, Carlos Fabregas, Òscar Foronda

Postilla squisitamente PERSONALE
Veramente ben fatto, anche se a me personalmente i fattori inspiegabili non piacciono molto e qui un paio ci sono.

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Scream 4
(U.S.A. – 2011)

di Wes Craven
con David Arquette, Neve Campbell, Courteney Cox, Adam Brody, Emma Roberts, Hayden Panettiere, Kristen Bell, Rory Culkin, Nico Tortorella, Alison Brie, Marielle Jaffe, Marley Shelton, Mary McDonnell

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.

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Insidious
(U.S.A. – 2010)

di James Wan
con Patrick Wilson, Rose Byrne, Ty Simpkins, Andrew Astor, Lin Shaye, Leigh Whannell, Angus Sampson, Barbara Hershey, Corbett Tuck, Heather Tocquigny, Ruben Pla

Postilla squisitamente PERSONALE
Regge venti minuti circa e poi diventa la seconda boiata della settimana.
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8 giugno 2011 2 commenti

Privati abissi
di Gianfranco Calligarich
- Fazi -


E’ qualcosa che sanno tutti. Esistono momenti dell’esistenza capaci di resistere agli inscansabili cigoli del tempo al punto di ripresentarsi alla mente con tale ostinazione da fare pensare che potrebbero seguirci, come ironici avanzi di luce, perfino nel Grande Buio.
*
Nonostante l’azzurro del mattino sul terrazzo era stato solo nei vicoli che, come un oscuro malessere che partendo dall’esterno gli arrivava addosso con silenziosa tenacia, aveva cominciato a percepire la pericolosità della giornata. Come levigate dal vento della notte facciate di chiese e palazzi splendevano nel sole accarezzate da un’aria che arrivava leggera dal fiume. Spingendo la gente a camminare nei vicoli con una sorte di inquietudine.
Non diversa la situazione in piazza. Dove un cielo pesantemente azzurro e carico di certezze gravava sugli ombrelloni dei caffè come a volerli schiacciare mentre, in basso, rivoluzionari a torso nudo si abbronzavano sui bordi delle fontane lanciando provocatori richiami a giovani madri in gonne corte che spingevano carrozzine sul selciato. Sollevando nugoli di colombi. Tutto era luce nella piazza. E aria leggera che arrivava dal fiume. Come a chiamare tutti a qualcosa. A offrire a chiunque qualsiasi opportunità.
*
Ultima a uscire dalle portiere – in piedi davanti alla mongolfiera con i palloncini fluttuanti alle spalle come se indecisi se scegliere tra lei e il cielo boreale dei lampioni – lasciava vagare il sorriso a sfottere sulla folle intorno dentro l’armatura di una smagliante abbronzatura così compatta da far pensare a qualcuno appena sceso da un naviglio. Dopo aver avuto a lungo a che fare con il sole e con il mare, prima di scendere a sfidare la terraferma. I capelli spietatamente tirati sulla nuca. Come a volerla affrontare a volto scoperto, la terraferma. Sfrontatamente. Poi – abbandonati i palloncini alla punizione delle loro incertezze – aveva cominciato a solcare la folla dei tavoli. Lei stessa in qualche modo, forse a causa del vestito bianco, simile a un naviglio al suo rientro in porto. A vela ancora alzata. Cercando il suo ormeggio.
*
Da qualsiasi cosa fosse inseguito non era stato comunque richiudendosi la porta dell’appartamento alle spalle, che era riuscito a liberarsene. Messa la sacca dietro il divano su cui avrebbe dormito – in quel ruolo fondamentale che i divani sembravano giocare nella sua esistenza – e ricevute le necessarie lenzuola aveva cominciato ad allestirlo per la notte. In silenzio. Aprendole s tendendole sul divano come assorto in uno stoico compito. Qualcuno che alla fine, trovato il sudario che era andato cercando, lo stesse preparando per avvolgercisi.
*
… da rendere impossibile scrutarla senza capire subito che il massimo che avreste potuto ottenere da lei sarebbe stato lo spillo con cui trafiggervi prima di collocarvi dentro una già stipata bacheca di collezioni. * Mentre la sera arrivava come tutte le altre sere. Fresca e pronta a tutti i suoi peccati.
*
La massa della cupola stagliata contro il cielo della notte come uno spettrale schermo su cui proiettare immagini della ripetitività ossessiva di una pellicola a circuito chiuso. Sottostando lucidamente al torvo vizio di tutti gli amanti sconfitti. Cercare nell’ossessività dei ripensamenti il solo mezzo di riappropriarsi dei loro amori. Cosa che aveva fatto vedendo e rivedendo le sue immagini con fredda determinazione. Mentre il tempo continuava a procedere per proprio conto. Finché, come logorate dalla ripetizione dei loro stessi passaggi, le immagini avevano cominciato a sfuocarsi. Contro la cupola che andava schiarendo nello svelto ritirarsi della notte estiva. Solo allora aveva avuto coscienza del tempo trascorso nel suo morboso drive-in. Mentre i primi uccelli cominciavano a lasciare i cornicioni. Per lanciarsi nell’aria chiara e fresca dell’alba.
*
Per cui, nonostante il momento evidentemente conclusivo del nostro rapporto, ancora una volta solo le parole essenziali, tra noi. E, soprattutto, nessuna più o meno retroattiva dichiarazione di amicizia. Tutti e due perfettamente a conoscenza della vecchia regola che qualsiasi dichiarazione di amicizia tra gli umani ne sancisce inevitabilmente la fine. Dato che l’amicizia una sola cosa esige. Essere praticata e basta.
*
E mai più un gesto. O una parola. Per quanto è lungo il sempre.

Postilla squisitamente PERSONALE
Un romanzo che parla principalmente di “ciechi muscoli cardiaci”, per usare un termine caro alla voce narrante.
Una voce che si ritrova in una Trastevere fine anni ’60 per fuggire dai tavoli da gioco delle città nebbiose del Nord, nelle quali per un po’ non potrà rimettere piede, e così facendo s’imbatte nei due veri protagonisti di questa storia d’amore, un amore che ci prova, ma non riesce ad essere.
I paralleli tra il vizio del narratore e quello dei due protagonisti sono ben calibrati e mai troppo invasivi; così come non ci sono strappi troppo decisi negli avvenimenti, nonostante un legame che invece si spezza più volte, per essere affannosamente ricercato subito dopo, come in un lungo addio bagnato di cieca speranza.
C’è una poeticità costante che pervade tutte le pagine, soprattutto grazie alle luci e ombre di una Roma ancora scevra da carovane di turisti e menù a prezzo standard, che diventa così la vera e propria quarta protagonista, assieme ad altre località secondarie toccate dalla storia: Genova, Barcellona, Capri e Lugano.
La cifra stilistica di Calligarich, molto particolare, sorprende perché più che di un altro tempo, è fuori dal tempo. I personaggi quasi sembrano non avere un nome, ma lo stesso sono dotati di un’identità chiara e forte.
Per stessa ammissione dell’autore, che dice di avere un debito verso questi due libri, un romanzo che piacerà sicuramente a chi ha amato Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald e Il sole sorge ancora di Ernest Hemingway.

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QUATTRO CHIACCHIERE con Gianfranco Calligarich*
(per questa intervista si ringraziano, oltre chiaramente l’autore, Daniela Foscarini e Gian Paolo Serino per l’aiuto “logistico”)   

Quasi quarant’anni per scrivere il suo secondo libro. Nonostante e ovviamente non sia rimasto con le mani in mano, anzi, ma come si sopravvive al logorio continuo di un’idea che è lì, ma non si riesce ad afferrare mai fino in fondo?

Si sopravvive male, come in tutte le ossessioni. Eppure non so neanche immaginare la mia vita senza quella ossessione. Non la vorrei, Era come essere innamorato senza scampo di una amante bellissima ma reticente, sfuggente, inafferrabile. Che vita banale sarebbe stata senza quella passione? Certo riuscivo a dimenticarla per lunghi periodi, le sceneggiature, il teatro, i racconti di Posta Prioritaria. Ma lei era li ad aspettarmi, con quel suo sorriso sfottente. Sapendo che prima o poi sarei tornato a battermi con lei. Adesso sono riuscito a incastrarla tra due copertine di cartone. Ma non ad afferrarla. Non è mia lo stesso. Non posso neanche aprirlo il libro. Subito mi viene voglia di afferrare una penna e rimettermi a lavorarci. Del resto è stato il mio privato abisso di narratore. E da quando gli abissi hanno un fondo?
Comunque non è stata la storia ma la ricerca della voce con cui raccontarla, la faccenda.

Il suo è un nome che è sempre rimasto fuori dai soliti circoli letterari, è stato facile trovare un editore disposto, dopo tanto tempo, a credere in lei?

Ovviamente no. Finito di scriverlo, o meglio quando un amico me lo ha strappato dalle mani, il libro agli editori risultava vecchio fuori moda, per meglio dire fuori mercato, poco vendibile rispetto a quanto si pubblica oggi e lo rifiutavano. Sotto sotto non potevo dargli torto. In tutti gli anni che ci avevo messo a scriverlo era chiaro che il libro poteva risultare invecchiato. E’ stato il momento peggiore. Sentivo che in effetti il loro punto di vista poteva anche essere inconfutabile. Poi il caso ha voluto che Aragno, o chi per lui, ripubblicasse un libro ancora più vecchio, il mio primo romanzo a trentasette anni dalla sua uscita, e mi ritrovassi circondato dalla stima e dall’affetto di tutti i critici, anche i più esigenti, felici una volta tanto di scrivere di un romanzo del tempo in cui i libri si scrivevano non per avere successo e venderli alla TV ma cercare di trovare un senso alla vita. Allora quegli stessi editori che avevano rifiutato Privati Abissi sono venuti a chiedermelo.

Pensa che di questi tempi, in una società così consumatrice di tempo, sia ancora possibile parlare di amori tanto tenaci e combattivi come quello di “Privati abissi”?

Non lo so. I grandi amori non dipendono dalla società ma dalle persone che hanno un cuore abbastanza avventuroso e forte da affrontarli. E nonostante tutto credo che al cuore si possa ancora dare credito. Lui batte per conto suo. Niente può farlo smettere di pulsare e di condizionare la nostra vita. Tranne quella là, l’estremo battito risolutivo insomma.

Visto che è stato per lungo tempo sceneggiatore, volevo chiederle se segue il cinema moderno e in caso affermativo se c’è qualche film degli ultimi anni che le è piaciuto particolarmente?

Credo che Clint Eastwood sia uno dei tre geni assoluti del cinema insieme a Chaplin e Welles. E il fatto che in vecchiaia lavori con tanta forza e passione per la vita è straordinario. Riguardo gli italiani trovo Mine Vaganti di Ozpetek un film poetico e delizioso. E poi c’è Pupi Avati, che è il migliore vero, costante, delicato, sincero e poetico narratore della vita che ci sia nel nostro cinema.

E per chiudere, da triestino esule quale sono io e viste le sue origini famigliari, un ricordo, se c’è, che la lega a quella città?

No, c’è qualcosa di diverso. Trieste è una città isolata, di frontiera, bellissima, solitaria e negletta dalla storia. E, proprio per il suo essere incastrata dalle montagna davanti al mare, è non solo una città ma uno stato d’animo dove la malinconia slava, anche con le sue allegrie, e la nostalgia per come sarebbe potuta essere la vita e non è stata, sono le sue caratteristiche principali. Per cui nonostante io sia nato in Africa e mio padre e i suoi fratelli in Grecia, nel nostro essere girovaghi e cosmopoliti se ci chiedono dove sentiamo le nostre radici la risposta è una sola anche se non ci siamo nati e non ci abbiamo mai vissuto. Trieste.

* Gianfranco Calligarich nasce ad Asmara da famiglia cosmopolita di origine triestina. Prima giornalista e poi sceneggiatore di film e di molti tra i più famosi sceneggiati della Rai, negli anni Novanta fonda al Fontanone del Gianicolo di Roma Il Teatro XX Secolo, vincendo con il testo Grandi Balene il Premio dell’Istituto del Dramma Italiano. Con L’ultima estate in città, suo primo romanzo presentato da Cesare Garboli e Natalia Ginzburg, ha vinto il Premio Inedito. Ha pubblicato poi con Garzanti il volume di racconti Posta Prioritaria. A quasi quarant’anni di distanza dal suo primo romanzo, pubblica ora Privati abissi.

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IN VISIONE
   

The Lincoln Lawyer
(U.S.A. – 2011)

di Brad Furman
con Matthew McConaughey, Marisa Tomei, Ryan Phillippe, William H. Macy, Josh Lucas, John Leguizamo, Michael Peña, Bob Gunton, Frances Fisher, Bryan Cranston, Trace Adkins

Postilla squisitamente PERSONALE
Nel suo genere mi è sembrato proprio ben fatto. Se non è il vostro di genere però, magari potete passare ad altro.

The Tunnel
(U.S.A. – 2011)

di Carlo Ledesma
con Bel Deliá, Andy Rodoreda, Steve Davis, Luke Arnold, Ben Maclaine, James Caitlin, Peter McAllum, Goran Kleut

Postilla squisitamente PERSONALE
Primo film a non passare dal cinema, ma che arriva direttamente sul web in free download. Deebitore di esperimenti precdeenti come Blair Witch Project o Rec, il suo sporco lavoro di tensione costante lo fa bene.
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Fifty Dead Men Walking
(U.K., Canada – 2008)

di Kari Skogland
con Jim Sturgess, Rose McGowan, Ben Kingsley, Kevin Zegers, Nathalie Press. William Houston, Natalie Press, Tom Collins, Michael McElhatton, Laura Hughes, Gerard Jordan, David Pearse, Joe Doyle, Conor MacNeill, Ewan Harts, Oscar Harts

Postilla squisitamente PERSONALE
Tratto dal libro di Martin McGartland, informatore infiltrato nell’IRA, è un buon film. Molto bella la fotografia.

Av Mevsimi
(Turchia – 2010)

di Yavuz Turgul
con Cem Yilmaz, Sener Sen, Cetin Tekindor, Okan Yalabık, Melissa Sözen, No Hepileri, Riza Kocaoglu, Gizem Akman, Mahir Ipek

Postilla squisitamente PERSONALE
Un onesto thriller/poliziesco che tuttavia non aggiunge niente al genere.
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Fast 5
(U.S.A. – 2011)

di Justin Lin
con Vin Diesel, Paul Walker, Dwayne Johnson, Jordana Brewster, Elsa Pataky, Tyrese Gibson, Gal Gadot, Ludacris, Sung Kang, Matt Schulze

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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