
Elisabeth
di Paolo Sortino
- Einaudi -
Sopra di lei il cielo era di una serenità patetica.
Teneva lo sguardo fisso sulle punte dei piedi che svelti si alternavano nei passi, come pistoni della macchina perfetta in cui si sarebbe trasformata volentieri per accelerare la fuga. Ovunque volgeva lo sguardo trovava chiare tutte le direzioni possibili, ma non ce n’era una che suggerisse una destinazione. I segnali stradali erano molti per chi era libero di andare dove voleva, ma non per lei, che quella libertà l’aveva appena conosciuta. Continuava a sistemarsi la sacca sulle spalle, la giacca legata intorno alla vita.
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Quanto macabra appariva la verità ora che era esposta! Comprese che i sentimenti non escono mai da noi veramente; se lo fanno è perché sono chiamati da somiglianze. I suoi se ne stavano affacciati sull’orlo dell’anima come vermi privati del masso.
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Josef notò che Elisabeth non era feroce come un tempo, non più, e lui poteva prenderla con semplicità. Averle concesso di tenere Kerstin aveva portato i suoi vantaggi. La maternità la fece sorridere spesso, e lui comprese che un sorriso insegna al resto della persona i movimenti della felicità.
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Erano passati tre anni dalla nascita del primo figlio, e otto da quando aveva rinchiuso Elisabeth. L’esistenza stessa di quei due bambini gli era sembrata utile a plagiare definitivamente la mente della figlia, distogliendola da altre tentazioni. Si disse che un numero maggiore di figli avrebbe consolidato in lei la rassegnazione. Elisabeth l’aveva capito, e anche se sottostava alle violenze in nome della normalità, l’idea di dargli altri sudditi la rendeva spesso assai poco arrendevole e tutt’altro che rassegnata. Erano due cani da combattimento dentro un ring clandestino: la lotta iniziale, bestiale e feroce, si era fatta estenuante e già da tempo aveva imposto lunghi periodi di tregua. Da un lato stava lei, con la volontà di confondergli la mente, dall’altro lui, con la convinzione di poterla trascinare dalla sua parte. Chiusi nell’abbraccio continuo del cemento, stavano cercando una posizione che permettesse a tutti di respirare. Lì, stretta tra le strategie di un genitore sull’altro, tra le risate sceme di Stefan e i colpi di tosse di Kerstin, nacque Lisa.
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La guardò in viso e trovò altre tracce di quella stessa trascuratezza, i segni di chi raccoglie e trascina un po’ della durezza del mondo e la disintegra coi movimenti.
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Le stanze della centrale di polizia, così ordinarie e rassicuranti, divennero per gli stessi funzionari il luogo meno conosciuto e meno sicuro al mondo. Non avevano da fronteggiare un semplice criminale, ma qualcosa di totalmente nuovo. Si sentivano disarmati. Pareva che lì dentro fosse entrata la minaccia più spaventosa alla sopravvivenza di ognuno di loro. Le armi a disposizione divennero all’improvviso giocattoli inutili. I peggiori delinquenti coi quali erano soliti fare i conti erano ancora uomini. Questo invece era un demone uscito dalla terra.
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L’aveva dipinta bene, perché la finzione sembrasse vera. Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi. Nella finzione spesso è necessario desiderare ciò che non si è, per essere completi. Chi finge contiene una quantità contagiosa di vita e di voglia di esistere.
Postilla squisitamente PERSONALE
Il punto di partenza di questo esordio letterario, è una vicenda di cronaca che ha sconvolto il mondo intero, quella di Elisabeth Fritzl e della sua prigionia impostale da Josef, il padre, per ventiquattro anni.
Questo è solo il primissimo punto, perché poi Sortino costruisce tutto il resto, dando vita a come lui stesso la definisce “una possibilità di vita alla sua Elisabeth” (si tenga ben a mente che tutti gli atti processuali sono secretati).
Un caleidoscopio continuo, come quello che Josef di ritorno da una vacanza nel “mondo di sopra” regala ad uno dei suoi figli frutto dell’incesto, che continua a ruotare le diverse facce della medaglia che ci ritroviamo tra le mani: amore e odio, brutalità e dolcezza, vita e morte, avversario e complice.
E’ facile accusare e fare due più due con il dito moralista puntato, ma se cerchiamo di capire cosa può aver spinto un padre come Josef a fare tutto quello che ha fatto e ci proviamo attraverso la storia umana che racconta Sortino, allora alcune certezze quanto meno traballeranno. Ne ha scritto benissimo Aldo Nove nella sua recensione: “Narrare per Sortino diventa la necessità di ritrovare il filo nel labirinto mentre il Minotauro, che ha l’occhio serafico del buon vicino di casa, ce lo nasconde e respira pesante in un angolo”.
La scrittura di Sortino è sapiente e molto calibrata, come l’ha già definita qualcuno, quasi chirurgica. Frasi molto brevi, ma di grande sostanza e impatto, spesso in grado di delineare alla perfezione una sensazione o un’immagine.
A fine lettura il cemento intorno a voi non sarà più lo stesso, e nemmeno le soglie delle porte che incontrate ogni giorno lo saranno.
P.S. qui c’è una lunga discussione su questo libro che parte da un pezzo critico di Christian Raimo, prima di avventurarsi consiglio di controllare le scorte di Aulin in casa (update 19.36: a scanso di equivoci, ma credo lo si capisca benissimo sopra, io non sono d’accordo con Raimo, ho riportato il link perché tra tante cose che si possono tralasciare in quella discussione, ci sono anche degli spunti interessanti, tra tutti Giordano Tedoldi quando molto semplicemente scrive: “State con la testa NEL romanzo, perdio, ogni cosa è quel che è, non un’altra”).
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QUATTRO CHIACCHIERE con Paolo Sortino*
Dagli addetti ai lavori il romanzo è stato accolto quasi all’unanimità in maniera ottima. Il parere dei lettori, seppur anche in questo caso molto spesso positivo, mi è sembrato però un po’ meno netto. Una critica che ti saresti aspettato e non ti hanno ancora fatto?
Critiche che mi sarei aspettato e non sono arrivate non ce ne sono. Devo dire che il fatto di aver stimolato e coinvolto molti scrittori a misurarsi su ‘Elisabeth’, piuttosto che i “critici puri”, somiglia al mio destino, alla persona che sono, e al modo con cui guardo alla letteratura. Ciò nonostante l’interesse e la presa di posizione favorevole nei confronti del libro da parte di questi autori è stata tale che mi ha letteralmente spiazzato! La cosa mi onora e mi imbarazza un po’. Per quanto riguarda il pubblico non mi posso lamentare, considerando che il libro è uscito in libreria da appena due mesi si deve considerare un successo.
Ieri sera ho visto un film “Il portiere di notte” che mi sembra abbia alcuni aspetti molto importanti in comune con la storia che hai voluto raccontare tu. Primo tra tutti il rapporto ondivago che si instaura tra carnefice e vittima quando questo è mosso soprattutto da un sentimento nobile come l’amore. E’ stato questo, o anche questo, ad attirarti dentro alla storia di Elisabeth e Josef?
L’amore non è un sentimento nobile. Se fosse nobile cercherei di tagliargli la testa. L’amore è qualcosa che c’è e che ci attira, e ci fa paura, e ci esalta, ma anche ci scoraggia, perché da solo non basta, pur essendo qualcosa di assoluto… è un dio presente, che chiede e dà molto. Quando entra nella stanza la incendia. Sì, è stato l’amore ad attirarmi in questa storia, e il suo contrario. I mezzo mi è parso di intravedere la possibilità di una felice convivenza degli opposti.
Aggiungendo un’appendice al libro: mi scrivi un paio di righe che riguardino i tuoi Josef ed Elisabeth ora, in questo preciso momento?
Non posso scrivere nulla su Elisabeth e Josef che io non abbia già scritto. Ho raccontato moltissimo di quello che ho sentito strada facendo. Qualcos’altro ho censurato, tagliato, zittito, perché meritava di cadere. Ormai sono uscito a riveder le stelle, non posso aggiungere altro.
Qual’è secondo te il crimine psicologico più grande che un essere umano può compiere contro un altro essere umano?
Convincerlo a credere che sia possibile ridurre la vita in se stessa, come scrivo nel libro. Per scivolare in una tragedia simile, è sufficiente avere un’immagine dell’individuo dissociato dal mondo. La verità è che egli nasce nel mondo, e non c’è suo sentimento, sua opinione, suo pensiero, sua capacità, sua qualità, ecc, che non siano nati nel mondo. Ora l’individuo dovrà trovare la sua realizzazione, la sua felicità, e non solo deve trovarla nel mondo, affinché sia reale, ma ha persino il compito di trascendere il mondo in qualcosa di più elevato, possibilmente senza confonderlo con gli ideali, che lasciano il tempo che trovano. Ebbene, oggi il crimine peggiore non è tanto impedire al prossimo di poter trascendere la sua vita sulla terra (sebbene di fatto le limitazioni di Credo, ad esempio, sono diffusissime ovunque sul pianeta), ma si cerca di depistare la sua attenzione dal mondo, di distrarlo, facendogli credere che non tutto ciò che accade sono affari suoi, non tutto ciò che accade può essere risolto, che non tutto ciò che accade è giudicabile, che i fatti di cronaca non sono trattabili, e che riflettere su tutto ciò che accade non è possibile, e indica in lui scarsa umiltà. Insomma, il crimine psicologico per eccellenza consiste nell’innestare nella psicologia del prossimo il sospetto di essere insufficiente, incapace di comprendere da solo, la sua vita, e cavarsela.
Dopo un lavoro così particolare e netto, meglio risalire subito in sella o fare piazza pulita? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi dare un’anticipazione?
Sto raccogliendo appunti per il prossimo libro. Stavolta ci troviamo in condizioni diametralmente opposte a quelle in cui è stata costretta Elisabeth, siamo dentro alcune forme di libertà spinta, eppure qualcosa conduce ad affermare lo stesso principio di umanità: abbiamo già tutto accanto a noi. Abbiamo tutto il bene e tutto il male, e abbiamo una profonda attitudine a essere felici.
Mi descrivi la scena intorno a te mentre stavi rispondendo a queste domande?
Intorno a me ci sono pile di libri che attendono di essere condotti in dono alla piccola biblioteca di Rocca di Papa, paesino della provincia romana in cui andrò ad abitare. Nella stanza c’è poca polvere, da quando Martina è venuta ad abitare con me. Su uno scaffale c’è l’acquario a sfera contenente il non-pesce. Un non-animale che Martina ha introdotto in casa, a cui cambia l’acqua regolarmente e nutre con amore. C’è il mio tavolo da lavoro, perché una scrivania non basta. Ci sono due sedie Ikea, ancora imballate, che per noi costano molto, e che abbiamo fatto comprare a Napoli al nostro amico Marco Marsullo (scrittore anche lui di cui si sentirà parlare molto il prossimo anno), perché all’Ikea di Roma erano terminate.
* Paolo Sortino, classe ’82, vive a Rocca di Papa, Elisabeth è il suo esordio letterario.