
Il mio impero è nell’aria
di Gianluigi Ricuperati
– minimumfax -
Per avere un ruolo nel mondo basta avere una storia propria, un passato, qualcosa che sta dietro di te e ti guarda.
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Ero l’unico della famiglia cui fosse cresciuto un ego intricato e invadente. L’unico che, pur avendo smesso di pregare, continuava a guardarli pregare intono al letto, la sera, contemplando il pensiero del distacco e della differenza: E forse il distacco e la differenza erano un errore, ma certamente l’ambizione e il piacere erano lo scarto tra me e loro.
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La vetrofania dell’American Express. La vetrofania della Diner’s. La vetrofania, un po’ meno attrattiva, della CartaSì. Ecco il momento per cui ero andato là. Il pagamento. C’era un accordo. Avrei saldato in un aio di rate. Ricordo che avevano un modulo giallo. Me lo fecero compilare. Me lo fecero firmare. Erano 958.000 lire, 950.000 del loden più 8000 di un portadocumenti scozzese. Non c’era sconto perché c’era credito. Meraviglia. La sensazione fu come un cono che si apriva in gola, sciogliendosi, un contenitore di possibilità rifratto ed espanso nell’istante dell’acquisto a credito. Il tempo si moltiplicava. Uno stato di benessere si diffondeva a onde variabili ma progressive lungo la costellazioni di nervi: rombi di endorfina si facevano misurare senza farsi misurare per davvero: algebra animale: benessere privo di conseguenze, lontano da tutto ciò che non fosse il qui e ora, privo di oggetto e di predicato: senza verbi da declinare, senza mani da stringere, senza responsabilità. E tutto rapidissimo.
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Si dice sempre sarà una cisti – ma per molti è una delle ultime frasi di generica rassicurazione che sentono, o la prima di una lunga serie.
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Mi dava la colpa talmente tanto, talmente spesso, che alla fine divenne l’unica persona al mondo verso la quale non sentii mai nessuna colpa.
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Non è questo l’amore? Fluire muti nella possibilità di esserci qui e ora, lì e allora, dieci passi dal tinello al terrazzo, il sole sui caschi e il vento nelle tasche mentre si va in motocicletta, il momento prima di ordinare a cena insieme, i reciproci silenzi del corpo dormendo e guardando l’altro dormire, l’assenza di desolazione, il tutto di ciascun singolo istante, la presenza dietro le spalle di un’ombra conosciuta?
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La maggior parte della volte che si dice davvero si sta già fuggendo nella direzione opposta.
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“Com’è bello il vino… rosso rosso rosso… bianco è il mattino… sono dentro un fosso”. Stavo ascoltando una canzone trasmessa alla tv, un documentario du Piero Ciampi. Avrebbe potuto tranquillamente essere intitolato I cantautori e la depressione, anche se io ci vedevo una buona parte di umorismo, il culmine di una tradizione lirica e caratteriale italiana, in cui al fondo di tutta la disperazione c’era un’onda ferma d’ironia rivolta verso se stessi, come se, non dico l’ultimo, ma il penultimo sospiro di dolore italiano contenesse il contrario della serietà, anche solo per un attimo, la consapevolezza che non era il caso di cantare gonfiando il petto ventiquattr’ore su ventiquattro e bastava un minuto di riso a riscattare una vita di lamenti.
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Ormai mi sembra tutto distante, ma dalla nuvola in cui galleggiavo in quegli anni arrivavano lampi e messaggi assai eloquenti. I lampi erano le figure femminili che frequentavo, i messaggi continuano a rimbalzare tuttora nella mia testa, come prova che qualcosa di buono doveva esserci, in ciò che dicevo o facevo. So che c’è stato qualcosa di buono, so di aver prodotto qualcosa di buono, so persino di aver detto qualcosa di buono: è che so anche un’altra cosa: le intenzioni erano maligne. Ecco perché faccio fatica a descrivere le parti buone del personaggio che coincideva con “me” in quel periodo. Io non vedevo latro, nelle ragazze, che scatole verso le quali trasmettere la massa di codici tristi che la mia condizione, la mia fortuna e la mia sventura avevano fatto crescere dentro il corpo chiamato Vic – un vaso di falsità fumiganti. Mi guardavano, ci avvicinavamo, iniziavamo dialoghi virtuosi e pieni di malizia, perché sembravo attraente – ma ero certo che prima o poi la mia natura imperfetta si sarebbe manifestata, e a dirla tutta non aspettavo altro: il momento della verità.
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… stipula assicurazioni su una vita che tende verso il basso, quasi si estingue. Si frattura: si disperde, ma poi non muore.
Postilla squisitamente PERSONALE
“Il Trattamento” è dare/avere denaro, è un tornaconto delle relazioni affettive, è la linea, spesso sotto la quale stare, di demarcazione del proprio mondo. Per Vic Gamalero, l’assoluto protagonista di questo romanzo, “il Trattamento” è quasi una religione; e come tutti le religioni, il tratto principale che la contraddistingue è il conflitto interiore di chi la professa.
Perché non è facile continuare a contrarre debiti, spesso con membri della propria famiglia, che se verranno ripagati molto probabilmente sarà solo grazie ad un altro prestito, andando così ad alimentare il processo di autocombustione. Ma non lo è nemmeno ricercare spasmodicamente ogni volta lavori più o meno realizzabili, reinventarsi costantemente tenendo un occhio sempre al portafogli, passando ad esempio da documentarista che si trasforma in impresario teatrale ad architetto senza laurea che si ritrova a sognare una diaria a vita. Per essere così tanto bugiardi fuori e sinceri dentro, ci vuole una forza costante che poche persone sono in grado di avere, reggere; e una religione, se vista nel più positivo dei modi, è anche un percorso di crescita in questo senso. Il fine ultimo è sempre quello di avere della “fede” disponibile e già solo la scena iniziale dovrebbe far capire quanto questo sentimento sia radicato in Vic, diciannovenne che si barrica per un mese nel bagno di casa, uscendone solo grazie a un patto pecuniario con la madre.
Bell’esordio quello di Ricuperati. Un libro che, nonostante in alcuni e pochi punti non risulti propriamente scorrevolissimo, d’altronde con un protagonista simile sarebbe stato difficile fare altrimenti, ripaga fino in fondo il lettore del tempo che passerà assieme a quell’antieroe, al quale dopo tutto non si riesce a voler male, che è Vic Gamalero.
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QUATTRO CHIACCHIERE con Gianluigi Ricuperati*
SPC: Ho letto un po’ di tue interviste e ovviamente spesso si parla di soldi, del concetto di possederli, di spenderli, del ruolo che assumono nelle nostre vite. Se dovessi fare una sorta di bigino su come affrontare questo rapporto inevitabile in modo futuribile, quali sarebbero i primi tre punti?
Io vorrei smettere di parlare di soldi. Vorrei parlare del mese in cui è uscito ‘Hai paura del buio?’ degli Afterhours, giorni che mi hanno cambiato la vita, letteralmente, nell’ottobre del 1997. Vivevo in una casa di proprietà di mia sorella. Era un periodo trasformativo. I soldi trasformano le idee in azioni, e segnano il territorio che divide chi può influire sul mondo esterno e chi ne è un semplice ingranaggio. Ma non vorrei più parlare di soldi, perché il vero motore del romanzo è dare una forma, una struttura, un tessuto di ritmo linguistico, al dolore indecente e ai modi decenti e indecenti di venirne fuori, di imparare ad essere umani, di barcamenarsi tra l’orribile ambizione e la meraviglia di essere ambiziosi, tra il pozzo in cui scivoliamo nell’ossessione del sé e la possibilità di far felice qualcuno. Di fare felici tutte le creature che incontri, che ti telefonano, cui tu telefoni, che chattano con te o che ti scrivono o cui tu scrivi, quelli che incroci al tabaccaio e che invariabilmente comprano biglietti della lotteria. Ecco. Migliorare la letteratura, dare il proprio contributo, è fondamentale, ma forse la letteratura potrebbe dare un senso al tempo assurdo e vertiginoso-piatto di chi spende ore nelle tabaccherie a comprare gratta e vinci. Il nuovo panorama antropologico italiano. Un branco di scommettitori indeboliti e tristissimi.
SPC: Ti ricordi il momento esatto in cui ti sei detto: “Questo è Vic Gamalero, lui sarà il protagonista del mio primo romanzo”?
Sì. Era il febbraio del 2010, ero a Fiumicino, dopo uno dei momenti più difficili della mia relazione con la casa editrice (la firma del contratto risale addirittura al 2006 – NdR), quando il romanzo si stava perdendo e io pure, e l’angelo sterminatore delle velleità si stava avvicinando falciando qualsiasi cazzata. E’ stato rivelatorio. Sono momento cruciali. Cruciale deriva da ‘croce’ – perciò quando stai per sentirti inchiodato, e il chiodo prende un’altra strada, e qualcosa di neurologicamente ispirato si è tradotto in questo nome, Vic, nel suo cognome, Gamalero, e nella certezza di fare spazio fra i detriti del romanzo-in-costruzione, per trovargli spazio, e farlo crescere, perché era l’organismo linguistico e caratteriale adatto a far esplodere ed esprimere qualcosa di vero, tra le tante mancate verità che giravano nel mio cervello allora, come anche ora. Sono momenti-goccia, che si affacciano quando stai davvero per squagliarti, e rintoccano la voglia di salvare la propria direzione, il proprio lavoro, il proprio romanzo, la propria famiglia. Vic Gamalero c’era già, ovviamente, ma è stato battezzato nel mezzo di un colpo di reni.
SPC: In un’eventuale trasposizione cinematografica di “Il mio impero è nell’aria”, chi vedresti bene nei ruoli del padre, della madre e di Vic?
Padre: Herlitzka, quello che ha interpretato Moro. Madre: la Deneuve, ringiovanita di dieci anni. Figlio: Garrel, il figlio del regista.
SPC: Ci sono molte citazioni musicali nel libro, tra l’altro che incontrano i miei gusti, e quindi ti chiedo se quando scrivi ascolti musica o preferisci il silenzio?
Ascolto per ore la medesima traccia. Per esempio, ora: Shipbuilding, versione di Costello.
SPC: E poi di consigliare tre dischi che ti piacciono particolarmente in questo periodo.
1. Zombies, Odissey & Oracle. 2. Paul Simon, So beautiful or so what. 3. Vivaldi, Ottone in Villa.
* Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 con Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza). Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore, è corrispondente speciale per la rivista Abitare e consulente del Castello di Rivoli. Il mio impero è nell’aria è il suo primo romanzo.