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Archivio per maggio 2011

31 maggio 2011 1 commento

Tutto devastato, tutto bruciato
di Wells Tower
- Mondadori -

(traduzione di Costanza Prinetti)

Sognai Claudia Messner, una mia compagna delle medie, scatenata. Una volta mi aveva chiesto di baciarla in un cimitero, e io avevo accettato. Così eravamo andati in un cimitero. Aveva scelto una bella lapide su cui sedersi, e l’avevo baciata là sopra. La sua bocca sapeva della caramella alla more che stava succhiando. Dopo un po’ era arrivato un ragazzo in macchina. Aveva detto: “Ehi, non potete sbaciucchiarvi qui”.
“Che problema c’è?” avevo replicato in tono da duro.
“Cazzo, per me nessuno” aveva detto. “Ma quella è la lapide di mio zio, e mia zia vi ha visti e sta dando di matto. Mi ha mandato a dire di togliervi da lì.”
*
Ora faceva più caldo, e il sole li guardava torvo dal cielo grigio, simile a una torcia dietro a un lenzuolo.
*
Jacey era ancora immersa nella foto. “Cazzo Maya. Là fuori c’è gente che darebbe un occhio per stare con uno così.”
“Bello ma scemo, povero Doug” disse Maya con un sospiro. “L’altro giorno gli stavo raccontando che mi piacerebbe andare con il Peace Corps nel Suriname, e mi ha chiesto se in Africa ci sono ancora le tigri.”
Secondo Jacey, neanche Maya era esente da una certa dose di idiozia. Non si screditava uno stallone da corsa per scarsa padronanza del francese. Ma tenne la bocca chiusa perché neanche lei sapeva dove fosse il Suriname.
*
Quando tornai a letto, si tirò le coperte sulla faccia,sperando di convincermi di essere arrabbiata invece che disperata.
*
Mi sforzai di cercare di nuovo un amore, e per un po’ pensai di averlo trovato in una ragazza del mio ufficio. Nel mio letto si scioglieva, ma soffriva anche di attacchi di depressione a cui teneva davvero molto. Spesso mi telefonava solo per passare due ore a sospirare attaccata alla cornetta, aspettandosi un applauso da parte mia per la profondità dei suoi sentimenti. La mollai, poi ne sentii la mancanza, rimpiangendo di non aver avuto almeno l’accortezza di scattarle una fotografia nuda.
*
Io, d’altro canto, ho sempre saputo che la vita va presa così com’è, senza contratto di garanzia, e che se vuoi ottenere qualcosa farai meglio ad affrontarla con il fuoco nelle vene. Mi sono sposato giovane, e mi sono sposato spesso. Ho comprato il mio primo immobile a diciotto anni. Oggi, a quarantadue, ho affrontato due divorzi amichevoli. Ho vissuto e guadagnato in nove diverse città americane. Di notte, quando il sonno non arriva e il respiro si fa corto al pensiero che le mie ambizioni mi abbiano derubato di alcune tradizionali ricompense della vita (affetti duraturi, prole, stabilità), parto per un giro astrale delle centinaia di proprietà che negli anni sono passate per le mie mani. Poi contemplo la piccola ma riconoscente moltitudine che in quelle proprietà ci vive, o che gode degli utili bancari provenienti da patrimoni il cui valore nascosto sono stato il primo a individuare, e il terrore si attenua. L’ansia smette di strizzarmi i polmoni come zampogne, e scivolo felice nel sonno.
*
“Perché non mi dici cosa ci fa Randall a casa mia?” disse. “Perché non parliamo di questo?”
“E se non parlassimo di niente?” ribatté lei. “Sono una persona più felice quando mi dimentico chi sei.”
*
Riuscivo a sentire l’assoluzione spandersi sulla fetida fossa dei miei problemi, liscia e senza strappi, come una tela impermeabile motorizzata tirata sopra una piscina.

Postilla squisitamente PERSONALE
In questa ottima raccolta di racconti, i protagonisti sono quasi tutti persone che hanno un rimpianto, e per questo dediti alla ricerca costante di un qualcosa che anche loro stessi faticano a capire cosa sia.
Esseri umani che provano, sbagliano, titubano e poi riprovano.
Lo stile di Wells Tower è molto asciutto, senza troppi fronzoli o impennate particolari, ma sa vedere e cercare quei particolari che permettono al lettore di visualizzare una storia.
Tra tutti i racconti, i migliori mi sono sembrati quelli in apertura: Lumacone, Ritiro, Artefici di importanti energie e Giù per la valle. Mentre, devo dirlo per forza, l’ultimo episodio, quello che dà il titolo al libro, è proprio brutto (per fortuna l’unico), anche perché decisamente fuori contesto.
Piacerà sicuramente a chi ha apprezzato “Questa America” di Holly Goddard Jones (e viceversa).

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Il mio impero è nell’aria
di Gianluigi Ricuperati
– minimumfax -

 
Per avere un ruolo nel mondo basta avere una storia propria, un passato, qualcosa che sta dietro di te e ti guarda.
*
Ero l’unico della famiglia cui fosse cresciuto un ego intricato e invadente. L’unico che, pur avendo smesso di pregare, continuava a guardarli pregare intono al letto, la sera, contemplando il pensiero del distacco e della differenza: E forse il distacco e la differenza erano un errore, ma certamente l’ambizione e il piacere erano lo scarto tra me e loro.
*
La vetrofania dell’American Express. La vetrofania della Diner’s. La vetrofania, un po’ meno attrattiva, della CartaSì. Ecco il momento per cui ero andato là. Il pagamento. C’era un accordo. Avrei saldato in un aio di rate. Ricordo che avevano un modulo giallo. Me lo fecero compilare. Me lo fecero firmare. Erano 958.000 lire, 950.000 del loden più 8000 di un portadocumenti scozzese. Non c’era sconto perché c’era credito. Meraviglia. La sensazione fu come un cono che si apriva in gola, sciogliendosi, un contenitore di possibilità rifratto ed espanso nell’istante dell’acquisto a credito. Il tempo si moltiplicava. Uno stato di benessere si diffondeva a onde variabili ma progressive lungo la costellazioni di nervi: rombi di endorfina si facevano misurare senza farsi misurare per davvero: algebra animale: benessere privo di conseguenze, lontano da tutto ciò che non fosse il qui e ora, privo di oggetto e di predicato: senza verbi da declinare, senza mani da stringere, senza responsabilità. E tutto rapidissimo.
*
Si dice sempre sarà una cisti – ma per molti è una delle ultime frasi di generica rassicurazione che sentono, o la prima di una lunga serie.
*
Mi dava la colpa talmente tanto, talmente spesso, che alla fine divenne l’unica persona al mondo verso la quale non sentii mai nessuna colpa.
*
Non è questo l’amore? Fluire muti nella possibilità di esserci qui e ora, lì e allora, dieci passi dal tinello al terrazzo, il sole sui caschi e il vento nelle tasche mentre si va in motocicletta, il momento prima di ordinare a cena insieme, i reciproci silenzi del corpo dormendo e guardando l’altro dormire, l’assenza di desolazione, il tutto di ciascun singolo istante, la presenza dietro le spalle di un’ombra conosciuta?
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La maggior parte della volte che si dice davvero si sta già fuggendo nella direzione opposta.
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“Com’è bello il vino… rosso rosso rosso… bianco è il mattino… sono dentro un fosso”. Stavo ascoltando una canzone trasmessa alla tv, un documentario du Piero Ciampi. Avrebbe potuto tranquillamente essere intitolato I cantautori e la depressione, anche se io ci vedevo una buona parte di umorismo, il culmine di una tradizione lirica e caratteriale italiana, in cui al fondo di tutta la disperazione c’era un’onda ferma d’ironia rivolta verso se stessi, come se, non dico l’ultimo, ma il penultimo sospiro di dolore italiano contenesse il contrario della serietà, anche solo per un attimo, la consapevolezza che non era il caso di cantare gonfiando il petto ventiquattr’ore su ventiquattro e bastava un minuto di riso a riscattare una vita di lamenti.
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Ormai mi sembra tutto distante, ma dalla nuvola in cui galleggiavo in quegli anni arrivavano lampi e messaggi assai eloquenti. I lampi erano le figure femminili che frequentavo, i messaggi continuano a rimbalzare tuttora nella mia testa, come prova che qualcosa di buono doveva esserci, in ciò che dicevo o facevo. So che c’è stato qualcosa di buono, so di aver prodotto qualcosa di buono, so persino di aver detto qualcosa di buono: è che so anche un’altra cosa: le intenzioni erano maligne. Ecco perché faccio fatica a descrivere le parti buone del personaggio che coincideva con “me” in quel periodo. Io non vedevo latro, nelle ragazze, che scatole verso le quali trasmettere la massa di codici tristi che la mia condizione, la mia fortuna e la mia sventura avevano fatto crescere dentro il corpo chiamato Vic – un vaso di falsità fumiganti. Mi guardavano, ci avvicinavamo, iniziavamo dialoghi virtuosi e pieni di malizia, perché sembravo attraente – ma ero certo che prima o poi la mia natura imperfetta si sarebbe manifestata, e a dirla tutta non aspettavo altro: il momento della verità.
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… stipula assicurazioni su una vita che tende verso il basso, quasi si estingue. Si frattura: si disperde, ma poi non muore.

Postilla squisitamente PERSONALE
“Il Trattamento” è dare/avere denaro, è un tornaconto delle relazioni affettive, è la linea, spesso sotto la quale stare, di demarcazione del proprio mondo. Per Vic Gamalero, l’assoluto protagonista di questo romanzo, “il Trattamento” è quasi una religione; e come tutti le religioni, il tratto principale che la contraddistingue è il conflitto interiore di chi la professa.
Perché non è facile continuare a contrarre debiti, spesso con membri della propria famiglia, che se verranno ripagati molto probabilmente sarà solo grazie ad un altro prestito, andando così ad alimentare il processo di autocombustione. Ma non lo è nemmeno ricercare spasmodicamente ogni volta lavori più o meno realizzabili, reinventarsi costantemente tenendo un occhio sempre al portafogli, passando ad esempio da documentarista che si trasforma in impresario teatrale ad architetto senza laurea che si ritrova a sognare una diaria a vita. Per essere così tanto bugiardi fuori e sinceri dentro, ci vuole una forza costante che poche persone sono in grado di avere, reggere; e una religione, se vista nel più positivo dei modi, è anche un percorso di crescita in questo senso. Il fine ultimo è sempre quello di avere della “fede” disponibile e già solo la scena iniziale dovrebbe far capire quanto questo sentimento sia radicato in Vic, diciannovenne che si barrica per un mese nel bagno di casa, uscendone solo grazie a un patto pecuniario con la madre.
Bell’esordio quello di Ricuperati. Un libro che, nonostante in alcuni e pochi punti non risulti propriamente scorrevolissimo, d’altronde con un protagonista simile sarebbe stato difficile fare altrimenti, ripaga fino in fondo il lettore del tempo che passerà assieme a quell’antieroe, al quale dopo tutto non si riesce a voler male, che è Vic Gamalero.

 

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QUATTRO CHIACCHIERE con Gianluigi Ricuperati*
 

SPC: Ho letto un po’ di tue interviste e ovviamente spesso si parla di soldi, del concetto di possederli, di spenderli, del ruolo che assumono nelle nostre vite. Se dovessi fare una sorta di bigino su come affrontare questo rapporto inevitabile in modo futuribile, quali sarebbero i primi tre punti?

Io vorrei smettere di parlare di soldi. Vorrei parlare del mese in cui è uscito ‘Hai paura del buio?’ degli Afterhours, giorni che mi hanno cambiato la vita, letteralmente, nell’ottobre del 1997. Vivevo in una casa di proprietà di mia sorella. Era un periodo trasformativo. I soldi trasformano le idee in azioni, e segnano il territorio che divide chi può influire sul mondo esterno e chi ne è un semplice ingranaggio. Ma non vorrei più parlare di soldi, perché il vero motore del romanzo è dare una forma, una struttura, un tessuto di ritmo linguistico, al dolore indecente e ai modi decenti e indecenti di venirne fuori, di imparare ad essere umani, di barcamenarsi tra l’orribile ambizione e la meraviglia di essere ambiziosi, tra il pozzo in cui scivoliamo nell’ossessione del sé e la possibilità di far felice qualcuno. Di fare felici tutte le creature che incontri, che ti telefonano, cui tu telefoni, che chattano con te o che ti scrivono o cui tu scrivi, quelli che incroci al tabaccaio e che invariabilmente comprano biglietti della lotteria. Ecco. Migliorare la letteratura, dare il proprio contributo, è fondamentale, ma forse la letteratura potrebbe dare un senso al tempo assurdo e vertiginoso-piatto di chi spende ore nelle tabaccherie a comprare gratta e vinci. Il nuovo panorama antropologico italiano. Un branco di scommettitori indeboliti e tristissimi.

SPC: Ti ricordi il momento esatto in cui ti sei detto: “Questo è Vic Gamalero, lui sarà il protagonista del mio primo romanzo”?

Sì. Era il febbraio del 2010, ero a Fiumicino, dopo uno dei momenti più difficili della mia relazione con la casa editrice (la firma del contratto risale addirittura al 2006 – NdR), quando il romanzo si stava perdendo e io pure, e l’angelo sterminatore delle velleità si stava avvicinando falciando qualsiasi cazzata. E’ stato rivelatorio. Sono momento cruciali. Cruciale deriva da ‘croce’ – perciò quando stai per sentirti inchiodato, e il chiodo prende un’altra strada, e qualcosa di neurologicamente ispirato si è tradotto in questo nome, Vic, nel suo cognome, Gamalero, e nella certezza di fare spazio fra i detriti del romanzo-in-costruzione, per trovargli spazio, e farlo crescere, perché era l’organismo linguistico e caratteriale adatto a far esplodere ed esprimere qualcosa di vero, tra le tante mancate verità che giravano nel mio cervello allora, come anche ora. Sono momenti-goccia, che si affacciano quando stai davvero per squagliarti, e rintoccano la voglia di salvare la propria direzione, il proprio lavoro, il proprio romanzo, la propria famiglia. Vic Gamalero c’era già, ovviamente, ma è stato battezzato nel mezzo di un colpo di reni.

SPC: In un’eventuale trasposizione cinematografica di “Il mio impero è nell’aria”, chi vedresti bene nei ruoli del padre, della madre e di Vic?

Padre: Herlitzka, quello che ha interpretato Moro. Madre: la Deneuve, ringiovanita di dieci anni. Figlio: Garrel, il figlio del regista.

SPC: Ci sono molte citazioni musicali nel libro, tra l’altro che incontrano i miei gusti, e quindi ti chiedo se quando scrivi ascolti musica o preferisci il silenzio? 

Ascolto per ore la medesima traccia. Per esempio, ora: Shipbuilding, versione di Costello.

SPC: E poi di consigliare tre dischi che ti piacciono particolarmente in questo periodo.

1. Zombies, Odissey & Oracle. 2. Paul Simon, So beautiful or so what. 3. Vivaldi, Ottone in Villa.


Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 con Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza). Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore, è corrispondente speciale per la rivista Abitare e consulente del Castello di Rivoli. Il mio impero è nell’aria è il suo primo romanzo.

 

IN VISIONE
   

La Versione di Barney
(U.S.A. – 2010)

di Richard J. Lewis
con Dustin Hoffman, Paul Giamatti, Rosamund Pike, Minnie Driver, Rachelle Lefevre, Bruce Greenwood, Scott Speedman

Postilla squisitamente PERSONALE
Il pregiudizio era già in tasca e viene confermato: niente a che vedere con il libro. Tolto di mezzo anche questo però, il film non mi ha entusiasmato comunque, nonostante le ottime prove degli attori coinvolti.

Limitless
(U.S.A. – 2011)

di Neil Burger
con Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Andrew Howard, Anna Friel, Johnny Whitworth, Tomas Arana, Robert John Burke, Darren Goldstein, T.V. Carpio

Postilla squisitamente PERSONALE
Troppe cose che non collimano nella sceneggiatura per farne anche solo un film di quelli che: “danno quello ci si aspetterebbe da una roba simile”.
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A L’origine
(Francia – 2009)

di Xavier Giannoli
con Gérard Depardieu, François Cluzet, Emmanuelle Devos, Vincent Rottiers, Stéphanie Sokolinski. Brice Fournier, Roch Leibovici

Postilla squisitamente PERSONALE
La storia è molto bella, certe sequenze sono quasi poetiche, certo però che un po’ di ritmo in più non avrebbe guastato.
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Africa United
(U.K. – 2010)

di Deborah ‘Debs’ Gardner-Paterson
con Emmanuel Jal, Eriya Ndayambaje, Roger Nsengiyumva, Sanyu Joanita Kintu, Sherrie Silver, Yves Dusenge

Postilla squisitamente PERSONALE
Parte anche relativamente bene, ma poi un po’ troppi stereotipi e parecchia noia.
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24 maggio 2011 2 commenti

 
Fink – Perfect darkness

(removed by label request)
 
 

 

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La cura
di Andrés Beltrami
- Fandango -


Il guaio della noia, lo sa bene, è che non provoca nulla.
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Suo padre è come una pietra in bilico su un dirupo. Sono anni che si ritrova a curarlo. Ogni giorno la pietra sembra lentamente staccarsi dalla parete, senza mai cadere.
*
Non ci si poteva sbagliare. Le nuvole scure erano una melma nera e compatta, pronta a colare. Lei ha fatto in tempo a nascondere le piante nella serra, a mettere il telone al furgone.
L’elettricità quieta che era nell’aria prima del temporale le è rimasta attaccata alla pelle. Le accade sempre, prima che piova. Una sensazione nera le intontisce i pensieri e vorrebbe essere altrove, lontano dal suo corpo pallido, fuggire ovunque, distante.
*
La tazza di tè per il padre. Ha bisogno di liquidi, le aveva detto il dottore. Ora non ha voglia di vederlo. Non se la sente di incrociare quegli occhi acquosi da pesce.
*
Si volta, rimanendo seduta, verso un tavolo di modeste dimensioni e da un cassetto estrae delle carte. Sono gli ordini, i nuovi semi. Si mette a scrivere, tiene la contabilità. Avrebbe abbastanza soldi per permettersi una vacanza, o qualche vestito. Vorrebbe tanto una nuova collana, ma le collane non si comprano. Vorrebbe che qualcuno gliela regalasse.
*
Rilegge la lettera indeciso. Non dovrebbe spedirla. Non si può abbandonare una persona, non farsi sentire per mesi e richiamarla in causa con quel tono così leggero.
Scrivendo la lettera ci ha pensato, ha cercato le parole che fossero più neutre e, nel contempo, cariche di significato. Non riesce a esprimere ciò che gli sta accadendo. Vorrebbe saperlo fare come un vero scrittore. Saper scrivere lettere ariose come grandi stanze senza mobili e persone. Il destinatario di una lettera del genere non saprebbe dove sedersi, ma, incantato, perdonerebbe la maleducazione.
*
Un uomo può molto meno di un animale. O meglio, così è in questo e in altri casi. L’uomo deve dimenticare per poter perdonare e per dimenticare volge tutto se stesso verso la cosa o l’azione che ha deciso di far sparire dalla sua mente. Molto spesso questa operazione non fa altro che acuire ciò che si vorrebbe attenuare. Per il cane nero è diverso. Lui ha solo il futuro, il più imminente futuro. Per questo motivo è bastato qualche gesto dell’uomo, aprire il cancello, o meglio aprirlo in qualche modo, per chiarire ogni dubbio. Il cane sa osservare. Ecco cosa pensa lo straniero camminando lentamente. Osserva come le macchine fotografiche tutti i particolari in una volta sola, senza dover riconsiderarli mai più. Al contrario, si dice, io colgo le imperfezioni solo dopo aver proiettato l’immagine nella mia mente. Il discorso gli sfugge. No, non riuscirà mai a non temerlo del tutto.

Postilla squisitamente PERSONALE
Per le prime cinquanta pagine circa devo ammettere che l’atmosfera che crea questo primo romanzo di Beltrami mi piaceva: molta desolazione, sia interiore che esteriore, e un effetto seppia persistente. Però andando avanti nella lettura ha iniziato ad annoiarmi e infine a scivolarmi addosso nella speranza che accadesse qualcosa. Speranza vana, perché fino alla fine il registro non cambia poi molto. Se poi ci si aggiunge una scrittura breve, brevissima, dei personaggi principali molto sfumati e alcuni secondari caratterizzati quasi niente, rimane una flebile traccia in grado di catturare il lettore e farlo proprio nella propria storia, forse troppo poco.

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19 maggio 2011 3 commenti

IN VISIONE
   

Hobo With A Shotgun
(U.S.A. – 2011)

di Jason Eisener
con Rutger Hauer, Molly Dunsworth, Gregory Smith, Brian Downey, Robb Wells.

Postilla squisitamente PERSONALE
Bravissimo Rutger Hauer, però la mia opinione è simile, se non peggiore, a quella nei confronti del suo predecessore Machete: boiata della settimana.
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Silvio Forever
(Italia – 2011)

di Roberto Faenza, Filippo Macelloni

Postilla squisitamente PERSONALE
Autobiografia non autorizzata di Silvio Berlusconi, dagli accenti quasi diaristici e dai toni una volta tanto non esagitatamente contro. Fenomenologia di una mitomania conclamata.

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Red
(U.S.A., Canada – 2010)

di Robert Schwentke
con Bruce Willis, Morgan Freeman, Mary-Louise Parker, Helen Mirren, John Malkovich, Julian McMahon, Karl Urban, Richard Dreyfuss, Brian Cox, James Remar, Ernest Borgnine, Michelle Nolden

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode, fa quello che ti aspetteresti da un film del genere.

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La Casa Muda
(Uruguay – 2010)

di Gustavo Hernández
con Florencia Colucci, Gustavo Alonso, Abel Tripaldi, María Salazar

Postilla squisitamente PERSONALE
Spaventa un po’ nella prima parte, annoia molto nella seconda.
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Sabato sera, domenica mattina
di Alan Sillitoe
– minimumfax -

(traduzione di Floriana Bossi)

Una volta fuori sentirono più forte il rombo della fabbrica, un centinaio di metri al di là del muro: i generatori ronzavano tutta la notte e durante il giorno le manovelle e i pedali delle gigantesche fresatrici che lavoravano ininterrottamente nel reparto tornitura davano alla gente che abitava da quelle parti la sensazione di vivere accanto a un essere mostruoso che soffriva di stomaco. Disinfettanti, grasso e pulviscolo d’acciaio impregnavano l’aria del sobborgo di case a quattro stanze costruite intorno alla fabbrica e attaccate al suo ventri e ai suoi fianchi come vitelli alle mammelle di una madre imponente.
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Perché era sabato sera, il momento più felice e festoso della settimana, uno dei cinquantadue giorni di vacanza sulla lenta ruota panoramica dell’anno, un violento preambolo a una domenica di prostrazione. Il sabato sera esplodevano le passioni accumulate, e uno scoppi di vitalità ripuliva l’organismo dagli effetti di una settimana passata a sgobbare in fabbrica. La parola d’ordine era: “Sbronzati e sii felice”, allungavi con scaltrezza le braccia intorno alla vita delle donne, e sentivi la birra scendere benefica nelle tue budella ampie ed elastiche.
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Luglio, agosto e il cielo dell’estate si posarono sulla città, sopra le file di case dei sobborghi occidentali, sui cortili bruciati dal sole con le loro piaghe purulente di catrame, il cui odore antisettico si mescolava a quello dei bidoni pieni stracolmi; con la vernice secca, screpolata, dei loro ingressi; con i loro battenti e cassette per le lettere arrugginite e i fiori appassiti sui davanzali: un azzurro cielo estivo in cui si alzavano volute di fumo nero dalle ciminiere.
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Lei non era sull’autobus. Il motore andò su di giri facendo un tale baccano che i fragili ramoscelli degli alberi parvero spaventati dal silenzio che seguì…
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Aveva un piccolo spazio sbarazzino tra i due denti davanti, che accentuava ogni espressione del suo volto, facendola apparire più annoiata di quello che era, o più triste, o più felice: un particolare che aggiungeva qualcosa alla sua personalità e lo affascinava.
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Quando il sergente maggiore li passò in rivista per la prima volta, gli gridò che non riusciva a vedere la forma della sua testa perché aveva troppi capelli, e Arthur gli disse allegramente che se li sarebbe fatti tagliare, con l’intenzione di dimenticarsene finché i quindici giorni non fossero passati, come infatti accadde. “Adesso sei un soldato, non un teddy boy”, disse il sergente maggiore, ma Arthur sapeva che si sbagliava in entrambi i casi. Sentiva di non essere mai nulla di quello che dicevano gli altri. Il suo nome non bastava a dire chi era, sebbene fosse sulla busta paga. Che cosa sono io? Si chiedeva. Uno spilungone che ha bisogno di birra. Ecco che cosa sono. Ma se me lo viene a dire qualche intelligentone, allora sono un dinamitardo, un venditore di mitragliatrici, un commerciante di carri armati, un operaio tornitore che aspetta solo il momento di far saltare in aria tutto l’esercito. Io sono io e nessun altro; e qualsiasi cosa la gente creda o dica che io sia, è proprio quello che non sono perché nessuno capisce un cavolo di me.
*
Se nasci ribelle, resti ribelle. Non puoi farci nulla. Ed essere un ribelle è la cosa migliore se vuoi far capire a tutti quanti che non gli conviene metterti i piedi in testa. Le fabbriche e i sindacati e le assicurazioni ci tengono vivi e vegeti – dicono loro – ma sono delle maledette trappole, e se non stai attento ti risucchiano come sabbie mobili. Le fabbriche ti fanno morire di lavoro, i sindacati ti fanno morire a forza di chiacchiere, la previdenza sociale e l’ufficio della tasse ti fanno morire di rabbia per tutti i soldi che mungono dalla tua busta paga. E poi, se dopo tutto questo ti rimane ancora un soffio di vita, ti richiamano nell’esercito e ti fanno morire ammazzato. E se sei abbastanza intelligente da farti esonerare o da restare fuori in qualche modo, ci rimetti lo stesso la pelle sotto i bombardamenti. Per Dio, la vita è proprio dura se non ti dai una svegliata e non impedisci a questo governo bastardo di sbatterti a faccia in giù nel letame, ma non c’è molto che tu possa fare, a meno che non ti metti a fabbricare dinamite per far saltare in aria quei loro capoccioni occhialuti.
Durante i comizi urlano sempre: “Vota per me, e questo e quest’altro”, ma alla fine se voti per questo o quello è la stessa cosa, perché vuol dire comunque un governo che ti appiccica francobolli sul muso finché non ci vedi più a un metro di distanza, e in più te li fa anche comprare perché possano continuare a fabbricarli. Ti tengono per le budella, per la spina dorsale e per il cranio, e pensano che tu sia pronto a obbedire appena fanno un fischio.
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Be’, tutto sommato la vita è bella, se non ti butti giù, e se sai che questo immenso mondo non ha ancora sentito parlare di te, no, neanche lontanamente, ma ormai ci manca pochissimo.

Postilla squisitamente PERSONALE
Il protagonista di questo romanzo è un ragazzo poco più che ventenne, appartenente alla working class, che non nasconde il suo essere semplicemente così com’è. Lavora sodo, ma allo stesso tempo gli piace anche bere e farsela con donne sposate. Prende la vita con fare spavaldo e spesso saputello, senza però aver paura di affrontare le conseguenze delle proprie decisioni, anche se scellerate. Fino a quando qualcosa, o meglio sarebbe dire qualcuno, forse gli cambierà l’esistenza.
Sillitoe è molto bravo, odora di classico fin dalle prime battute, e mi è piaciuto seppur con qualche riserva.
Ad esempio: se da un certo punto di vista è riuscito a descrivere benissimo la “vita di fabbrica”, dall’altro mi sembra che nello sguardo “panoramico” sull’epoca manchi qualcosa. O ancora, il passaggio da “Sabato sera” a “Domenica mattina” è una vera è propria “impennata”, si rimane quasi a bocca a aperta per lo stupore, ma forse è fin troppo brusca.

In una città atta agli eroi e ai suicidi
di Giampiero Mughini
- Bompiani -

E a Trieste non si poteva scherzare con la lingua tedesca perché era la lingua delle cose serie, la lingua che i genitori triestini raccomandavano ai figli di imparare “da piccoli”, la lingua degli affari e del commercio, la lingua dei contratti e delle fatture, quella che connotava le merci da comprare e da vendere. E le merci da comprare e da vendere erano il cuore della vita economica e civile della Trieste del secondo Ottocento, uno dei più trafficati porti del Mediterraneo, una città frontiera tra Occidente e Oriente quale poche altre nell’Europa di allora. A forza di merci che arrivavano a bizzeffe nei suoi porti e che da lì si incamminano verso le città di tutta Europa, i decenni del secondo Ottocento sono per Trieste quelli di una gran galoppata economica. Li ha raccontati lo scrittore e giornalista triestino Silvio Benco in un suo libro del 1910: “Dal Tergesteo, dove gli uffici del Lloyd hanno trasportato la loro sede, si governa il grande apparecchio circolatorio che degli scali di Alessandria e di Smirne fa affluire la mercanzia alla città-portofranco dai magazzini alti e profondi a pianterreno di tutte le case. Per ogni via di Trieste è adunque diffuso l’effluvio della cannella e del pepe, dell’arancio, della canfora e del crisantemo. Il commercio splende all’apogeo; i banchieri della città tirano su con le corde, dalle finestre, i carichi di napoleoni; il popolo, anche se non meglio satollo che ai giorni nostri, ha l’illusione di concepire la vita come una lotteria dove a ciascuno possa toccare un fortunato evento; i giovani corrono la cavallina con le sifilidi del valletto, più spensierati perché un’ultima franchigia che l’Austria assolutista riconosce al suo emporio li dispensa dal servizio militare”.
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Svevo ha dei baffi folti e spioventi, l’aria rigata non sai se dall’ironia o dall’ambiguità con cui sta guardando e giudicando il circo umano che gli ronza attorno. Uno di quelli che c’era al tavolo del Caffè Municipio dove Svevo era solito sedersi accanto agli altri intellettuali triestini suoi commilitoni, quello sguardo se lo ricordava così: “Era uno sguardo avvolgente, che pareva considerare le persone e le cose da tutte le parti, e che pur essendo sorridente e appena lievemente ironico, esprimeva non forse un’acuta, presente sofferenza, quanto una profonda, irrimediabile amarezza”.
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Mi immagino lo Svevo inabituato a esporsi in pubblico a tal punto. E anche se era abituato a sentirsi invece “altrove” rispetto a chi aveva di fronte. Tutta la sua vita era stato altrove.
*
Era un uomo chiuso, segreto, con un fondo di decadenza. Profondamente triestino.
*
Questo era divenuto l’onere doloroso dell’uomo del Novecento. Riuscire a imparare il proprio presente e dunque l’essenziale della propria “carriera” umana, il nascere, invecchiare e morire nettando via le “parole” che vorrebbero abbellirla ad attenuarne quel che ha di inesorabile. Da chi altri impararlo se non dalla memoria di una donna, dalla ferita provocata dalla sua assenza e che non si rimargina? Adesso che tutto dell’avventura di un destino s’è concluso, consumato in un battibaleno, giusto il tempo di raccontare alcuni squarci di vita triestina che in pochi avevano letto. Adesso che in un pomeriggio di pioggia del settembre 1928 si staglia minaccioso, laggiù al limitare della strada bagnata, un albero contro cui sarà inevitabile schiantarsi.

Postilla squisitamente PERSONALE
Mai e poi mai avrei pensato di leggere un libro di Mughini, mi sta troppo antipatico il personaggio televisivo, e comunque non conosco minimamente la sua produzione, ma da triestino e feticista della letteratura quale sono, come avrei potuto non leggere questo libro.
Un libro dove si respira tantissima passione e anche un po’ di spocchia, nel quale si parla di una Trieste, fine Ottocento e inizi Novecento, e di chi l’ha animata, non solo nel campo delle arti ma anche in quello di resistenza politico-sociale.
Tra tutti i personaggi citati l’ombra sempre presente di quello Svevo che a scuola ti insegnano quasi a detestare, ma che per il quale, conoscendone meglio la storia personale, ci si ritrova a tifare.

IN VISIONE
   

Poetry
(Corea del Sud – 2010)

di Lee Chang-dong
con Da-wit Lee, Yong-taek Kim, Jeong-hee Yoon, Yun Junghee

Postilla squisitamente PERSONALE
Il film è molto bello, mi ha ricordato qualcosa di Confessions anche se non ci somiglia quasi niente, però dura veramente troppo. Bravissima l’attrice protagonista.
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Il Responsabile Delle Risorse Umane
(Israele, Germania, Francia – 2010)

di Eran Riklis
con Mark Ivanir, Reymond Amsalem, Gila Almagor, Guri Alfi, Julian Negulesco, Rosina Kambus

Postilla squisitamente PERSONALE
Forse l’inizio non è propriamente azzeccato, visto che farebbe presagire ben altra tipologia di film, però poi si riprende e non è niente male.
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Waking Sleeping Beauty
(U.S.A. – 2009)

di Don Hahn
con Tim Burton, John Lasseter, Don Bluth, John Musker, Roy Edward Disney, Jeffrey Katzenberg, Michael Eisner, Christopher Emerson, Glen Keane, Don Hahn, Randy Cartwright

Postilla squisitamente PERSONALE
Interessante notare come tutte le aziende sotto sotto si somiglino, rapporti tra collaboratori compresi, e come il successo sia difficile da mantenere.

Last night
(Francia, U.S.A. – 2010)

di Massy Tadjedin
con Sam Worthington, Keira Knightley, Eva Mendes,  Guillaume Canet, Griffin Dunne, Scott Adsit, Daniel Eric Gold, Stephanie Romanov, Steve Antonucci, Justine Cotsonas, Rae Ritke, Chriselle Almeida, Cheryl Ann Leaser

Postilla squisitamente PERSONALE
Abbastanza noioso e a tratti anche molto inverosimile.
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10 maggio 2011 1 commento
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“Fedeltà” di Grace Paley

Fedeltà
di Grace Paley
– minimumfax -

PROVERBI

La rabbia di una persona andrebbe rispettata
anche quando non è condivisa

la gioa di una persona andrebbe condivisa
anche se non è compresa

una persona dovrebbe essere compresa   anche se
ha aggrottato le sopracciglia
per la rabbia e poi di colpo è scoppiata a ridere

una persona dovrebbe essere innamorata quasi
sempre   questo è l’ultimo proverbio
e può essere imparato da ogni organo
capace di reazione corporea

*

CORAGGIO SULLA DECIMA STRADA

Questa mattina un   uomo
la testa appesa
al debole stelo ricurvo
del collo   un’esile moglie
al suo fianco   le mani
aggrappate a un girello     una piccola
busta della spesa   annodata
al polso   lei si sbilancia
scivola verso di lui   lui
volta la testa   dolore   guarda
in su   intorno     allarmato   la
sorregge   lei si raddrizza
fanno dieci o dodici passi
di colpo sono in stallo
lei comincia a sbandare     tremare
lui sta fermo   un bastione sbilenco
gli occhi sul marciapiede come
arrivare a casa     mezzo isolato
più in là   tanto a lungo è durata la vita?

*

prima di essere   nessuno
ero io   dopo
essere stata nessuno   ero
io   avrei
voluto rimanere
in me un po’ più a lungo
c’era qualcosa
che dovevo raccontare
ma   non è permesso

*

la libertà mi ha raggiunta   io
ho corso in testa per anni
lungo una strada interessante ma
stretta   ho obbedito ad almeno
la metà delle regole imposte da
amanti figli   una casa una
posizione politica   ora quasi
senza fiato   mi ritrovo immobile
la libertà mi tira per la giacca
e non molla   sono sola
. 

Postilla squisitamente PERSONALE
Grace Paley non è solo un’ottima e parsimoniosa scrittrice di racconti, anche in versi fa centro pieno.

“Scrivere la verità è rimuovere tutte le bugie.” – Grace Paley

“Ogni persona, vera o inventata che sia, ha diritto al finale aperto della vita.” – Grace Paley

“Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo, e questa, secondo me, è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.” – Grace Paley

“Tutti dicono che i miei racconti non hanno trama, e questa cosa mi manda fuori di testa. La trama non è niente; la trama è solamente tempo, una linea temporale. Tutte le nostre storie hanno una linea temporale. Una cosa succede, poi ne succede un’altra.” – Grace Paley

“Ogni tanto diceva di invidiare suo marito, capace di chiudersi nello studio a scrivere per giornate intere. Per lei c’era sempre troppo rumore, gli amici, i giornali, il telefono. Diceva di non riuscire a chiudere il mondo fuori dalla porta. Certe volte il rumore del mondo le dava angoscia, era tutto un frastuono d’armi, un assordante grido di dolore. Certe altre volte, l’umanità le sembrava meravigliosa. Come in quel viaggio in macchina sulla statale 89, quando i bambini si eccitavano per l’arcobaleno e lei pensava: ma quale arcobaleno, guardate che bella città” – dalla prefazione di Paolo Cognetti

“Era un’ardente femminista – che amava gli uomini – una pacifista combattiva e un’anarchica cooperativa” – dalla postfazione di A.M. Homes
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IN VISIONE
 

Offside
(Iran – 2005)

di Jafar Panahi
con Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, M. Kheyrabadi, Ida Sadeghi

Postilla squisitamente PERSONALE
Un film che va oltre al suo valore strettamente artistico o al personale piacere.
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Carancho
(Francia, Argentina, Chile – 2010)

di Pablo Trapero
con Ricardo Darín, Martina Gusman, Darío Valenzuela

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto bravi i due attori protagonisti e decisamente ben riuscite le atmosfere notturne.

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Balada Triste De Trompeta
(Spagna, Francia – 2010)

di Alex De La Iglesia
con Carolina Bang, Santiago Segura, Antonio de la Torre, Fernando Guillen-Cuervo

Postilla squisitamente PERSONALE
Visionario, folle, sui generis. Piaccia o no, credo sia difficile lasci indifferenti e mi sembra già un suo punto a favore.

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Kill Me Please
(Belgio – 2010)

di Olias Barco
con Saul Rubinek, Benoît Poelvoorde, Virginie Efira, Aurélien Recoing, Bouli Lanners, Virgile Bramly, Daniel Cohen, Zazie De Paris

Postilla squisitamente PERSONALE
Altra follia in campo, altro film molto estremo.
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Into Eternity
(Danimarca, Finlandia, Svezia, Italia – 2010)

di Michael Madsen

Postilla squisitamente PERSONALE
Chiudiamo il tris di menti non propriamente normali. Molto interessante questo documentario, per il progetto prima di tutto, ma anche per il taglio scelto dal regista, il sonoro in particolar modo. E poi, ho sempre avuto l’idea che i finalndesi siano mezzi pazzi, idea che esce rafforzata dalla visione delle interviste qui proposte.
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“Questo bacio vada al mondo intero” di Colum McCann

Questo bacio vada al mondo intero
di Colum McCann
– Rizzoli -

Venire in questa città era come entrare in un tunnel, ha detto, e scoprire con sorpresa che la luce alla sua estremità non era importante; a volte era proprio il tunnel a rendere tollerabile la luce.
*
Intorno ai curiosi, la città produceva i soliti rumori quotidiani. Clacson. Camion della nettezza urbana. Fischi dei traghetti. Rombo della metropolitana. L’autobus della M22 accostò al marciapiede, frenò, sospirò centrando una buca. L’incarto di un cioccolatino svolazzò fino a urtare la colonnina di un idrante. Porte di taxi sbattevano. Mulinelli di ciarpame si azzuffavano nei recessi bui dei vicoli. Scarpe da tenni si bloccavano nei luoghi a loro più congeniali. La pelle delle ventiquattrore strusciava contro le gambe dei calzoni. Punte di ombrelli tintinnavano sul selciato. Porte girevoli spingevano in strada stralci di conversazioni.
*
Ogni cosa diventa segno, acquistando un senso, uno scopo.
*
Sembrava rivolgersi a un punto dietro di me. Aveva gli occhi infossati e gonfi. “E’ questo che mi piace di Dio. Cominci a conoscerlo grazie alla Sua occasionale assenza.”
*
“Che tipo di malattia è? Cosa significa TTP?”
“Significa solo che devo cercare di stare meglio.”
“Come?” “Seguendo una cura. Sostituzione di plasma e roba simile. Lo farò.”
“E’ doloroso?”
“Il dolore è niente. Dolore è ciò che infliggi, non ciò che ricevi.”
*
Ci sono momenti ai quali torniamo costantemente. La famiglia è come l’acqua: conserva la memoria di ciò che un tempo ha colmato e tenta sempre di tornare al suo corso originario.
*
Ancora oggi riesco a sentire i miei genitori che bisbigliano e ridono prima di andare a dormire: forse è tutto quello che voglio ricordare, forse le nostre storie dovrebbero potersi fermare all’istante, e le cose cominciare e finire lì, nel momento delle risate, ma nulla comincia e nulla finisce in realtà; tutto prosegue, semplicemente.
*
In seguito, Gloria le aveva spiegato che amare il silenzio era necessario, ma prima di amare il silenzio occorreva passare attraverso il rumore.
*
… la donna si prende parecchio tempo prima di rispondere, come se stesse masticando quell’idea, chiedendosi se ingoiarla o no.
*
E’ questo che fanno i figli: scrivono di ricordi delle alle loro madri, raccontano a se stessi il passato, finché non arrivano a comprendere di essere loro, il passato.
*
A Yale, quando era giovane e caparbio, era certo che un giorno sarebbe diventato il centro del mondo, che la sua vita avrebbe influenzato quella degli altri. Ma quell’età è quello che pensano tutti. L’egocentrismo è uno degli attributi della giovinezza. Lasciare il segno. Ma un adulto prima o poi impara. Ti scavi una piccola nicchia e ti ci annidi. E cavalchi la vita meglio che puoi. Vai a casa dalla tua dolce sposa e cerchi di calmarle i nervi. Ti metti seduto e le fai i complimenti per la posateria. Ringrazi la tua buona stella per l’eredità di tua moglie. Fumi un sigaro di qualità e speri in qualche capriola fra le lenzuola di seta. Le compri un bel gioiello da De Natale e la baci in ascensore perché è ancora bella e in forma, nonostante gli anni. Lo è davvero. La saluti con un bacio e vai a lavorare ogni giorno, e presto ti rendi conto che il tuo dolore non è più acuto di quello degli altri. Porti il lutto per la morte di tuo figlio e ti svegli nel cuore della notte con tua moglie che ti piange accanto e allora vai in cucina, tu prepari un sandwich col formaggio e pensi: Almeno è un sandwich al formaggio a Park Avenue, poteva andare peggio, saresti potuto cadere più in basso. E come ricompensa, un sospiro di sollievo.
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Le menzogne ripetute possono diventare storia, ma non necessariamente verità.
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Tutti abbiamo sentito di questo genere di cose. La lettera d’amore che arriva mentre la tazza di tè cade a terra. La chitarra che attacca con la prima nota mentre l’ultimo respiro si spegne. Non le attribuisco a Dio né alla forza dei sentimenti. Forse al caso. O forse il caso è solo un altro modo per convincerci che siamo preziosi.
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Le stelle erano chiodi conficcati nel cielo: togline qualcuna e l’oscurità precipita.
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La sola cosa per cui vale la pena intristirsi era sapere che a volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo ne possa reggere.

Postilla squisitamente PERSONALE
Bellissimo.
Un grande romanzo collettivo che prende spunto dall’impresa epica di Philippe Petit, quando il 7 agosto 1974 attraversò le Torri Gemelle su un cavo d’acciaio.
Questo autentico filo conduttore unisce varie storie che volenti o no si incrociano tra loro, a volte sfiorandosi, altre scontrandosi proprio. Passando da due fratelli irlandesi emigrati a una generazione di prostitute.
Sullo sfondo una New York pulsante, viscerale, spesso in contraddizione con se stessa.
Stile preciso e pulito, un ritmo che fa scivolare le 451 pagine del romanzo e una buonissima capacità di dare al lettore tutte le coordinate giuste per entrare in ogni storia.
Consigliatissima, prima della lettura, la visione del film Man On Wire (prima parte + seconda parte).