The Lazarus Project – Aleksandar Hemon
Archivio
IN VISIONE
HappyThankYouMorePlease
(U.S.A. – 2010)
di Josh Radnor
con Josh Radnor, Malin Åkerman, Kate Mara, Zoe Kazan, Michael Algieri, Tony Hale, Pablo Schreiber
Postilla squisitamente PERSONALE
Senza troppi giochi, quasi in punta di piedi, un bel quadro di esistenze varie.
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Inside Job
(U.S.A. – 2010)
di Charles Ferguson
Postilla squisitamente PERSONALE
Bello e ben fatto, ma sicuramente non molto avvincente.
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Ne Le Dis A Personne
(Francia – 2006)
di Guillaume Canet
con François Cluzet, Marie-Josée Croze, André Dussollier, Kristin Scott Thomas, François Berléand, Nathalie Baye, Jean Rochefort, Marina Hands
Postilla squisitamente PERSONALE
Parte anche abbastanza bene, ma poi si spegne sempre più.
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The Way Back
(U.S.A. – 2010)
di Peter Weir
con Dragos Bucur, Colin Farrell, Ed Harris, Alexandru Potocean, Saoirse Ronan, Gustaf Skarsgård, Mark Strong, Jim Sturgess, Zahary Baharov
Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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A seguire un tris di film in bilico tra il “boiata della settimana” e “qualcosa da salvare c’è anche“.


Muori Milano muori!
di Gianni Miraglia
– Elliot Edizioni -
Tutti abbiamo paura di fallire. Non è Milano, è la vita come ti viene proposta, un modello in cui tu esisti solo se corri e non ti volti indietro. Si è rotto il meccanismo.
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Ho accettato comunque l’incidente, mi sono comportato come un comandante che affonda con la nave, senza sperare che qualcuno mi tendesse la mano. La solidarietà è un’aspettativa a breve scadenza.
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La reazione è un diritto e invece io mi sono fatto travolgere, perché sono una persona equilibrata, ragionevole e imbelle.
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Pietro Koch non m’ha chiesto della mia ex-moglie, la disprezza da quando gli ho raccontato cos’era successo tra di noi. Che nella vacanza tra le palme una notte s’è scopata l’animatore e addetto agli ombrelloni, quello che veniva a salutarci in spiaggia. Lui è così lontana dalla mia patologia,m quella parte deprecabile della mia personalità che è emersa dopo quei fatti, nel silenzio di casa, delle foto rimaste e dell’amarezza che ti prende quando ti accorgi che sei fuori tempo per tutto, una persona sconfitta in partenza e di cui ci si può dimenticare facilmente. Subito dopo la vacanza mi ero aggrappato a lei, cercando di tenerla incastrata a quella notte. Dormivamo nello stesso letto e quando piangeva restavo immobile, senza superare la mia parte del materasso, non le ho mai detto niente. Anche il risentimento se lo manifesti è un’emozione.
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La ragazza imbottita implora notizie, piagnucola sotto il sole e cerca colpevoli. Il compagno subisce e forse è il loro modo di stare assieme, ci si adatta al peggio dell’altro, cercando di tirare fuori il buono, l’angelo che è in noi.
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Ai cattivi ci si abitua e se spariscono devi fidarti dei nuovi buoni.
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Prima venivi rispettato per come usavi la spada. Poi sono arrivati gli illuministi e ora devi avere il curriculum pieno di stronzate.
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A 14 anni vogliono fare gli amministratori delegati e non più gli astronauti. Che mondo poliedrico.
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Il prossimo Berlusconi avrà i capelli incolti, sarà alto e piacente come un ragazzo di sinistra che però ha studiato, tipo gli editor di Mondadori. Amerà gli animali e il verde e ti dirà che il tuo avvenire spirituale è più importante. Preparatevi a detestare il buono che avanza.
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Adesso sfilano i suoi manifestanti preferiti: gli uomini coi vestiti di tutti i giorni che sono stati abbandonati agli artigli della vecchiaia. Sullo striscione c’è spiegato che sono brave persone, con pochi anni alla pensione e allora ancora più dignitosi e onesti, eroiche vittime di quei trenta quaranta anni di sacrifici che hanno snidato e appiattito sogni e aspirazioni. Non te ne accorgi, il tempo passa per tutti, il rispetto è dovuto per quelle esperienze così quadrate, unite e inconfutabilmente dalla parte di chi è nel giusto. Ci saranno ancora le vittime dei potenti, mio padre mi ha sempre chiesto se mi davano i contributi. Quelli che sfilano ora sono la gente, anche Pietro Koch è la gente perché deve mantenere la madre anziana e malata, accudirla e pagare una badante per quando lui non è in casa.
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Racconta ancora della moglie, che era una presa dalle sue convinzioni e troppo ansiosa. Dice che le persone hanno la propria sensibilità e quindi possono risultare insensibili, ma comunque non era una donna cattiva.
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In questo posto chi non può partire viene inghiottito dalla fine vagante, i disperati si nutrono dei loro simili. Riconosco ogni frangente della mia inferiorità, uomo che doveva resistere e reagire e che invece si fa sfuggire la vita.
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Ma era ancora triste e quando le persone sono tristi, anche se è un attimo te lo ricordi per sempre.
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Proseguo verso destra, la città mi scivola accanto, oltre le minacce. Non sono protetto, ho sempre collezionato pareggi, sopravvivo da solo.
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Il ragazzo saltella, colpisce il vuoto e si ricompone, la paura che forse è solo necessaria, la porta di accesso alla freddezza degli assassini. Si è accorto di me, ci guardiamo e distanza, gli faccio cenno, per me equivale a una parola di solidarietà e rispetto. La voce del megafono tra poco farà il suo nome. Tengo per lui, nell’incontro e nella vita, per chi ha il coraggio di isolarsi e aspettare che le sensazioni diano una spiegazione.
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… forse si farà travolgere dal senso perverso e vitale dell’esistenza, che è dolore immenso e improvvise svolte di nuova speranza.
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Ora che non ho più niente, le sensazioni sono nette.
Postilla squisitamente PERSONALE
Milano, trenta giorni all’inizio dell’Expo.
Una Milano in crisi, economica e sociale, che emargina e maschera se stessa per rimanere attrattiva e attraente. Una Milano fatta di opposti: rifiutati che dormono nei parchi o si accampano nelle periferie contro comparse a pagamento dall’inglese fluente, belle a vedersi. Una Milano del futuro… ma nemmeno poi tanto a guardarsi in giro oggi, che viene attraversata da un quadro rimasto disoccupato, abbandonato dalla moglie e cacciato dalla propria casa. Un protagonista che strada facendo si libererà anche di altri feticci moderni quali bancomat e iPad ad esempio, per tornare letteralmente alle radici.
Un ambientazione sì definita, ma non troppo ingombrante, permettendo così al lettore di metterci del suo.
Uno stile narrativo fatto di frasi brevi e ficcanti, ricco di spunti dati anche qui con la libertà per un approfondimento personale.
Avrei dovuto riportare anche il Prologo, vero e proprio manifesto di tutto il romanzo.
Poiché ero carne
di Edward Dahlberg
– Adelphi -
Ma spesso amiamo molto di più i nostri nemici di quanto amiamo i nostri amici; i nemici siamo costretti a osservarli senza sosta, e così scaturisce tra due persone ostili una intimità il cui veleno non desidera certo mitigarsi. Quando Gesù Cristo esclama: “Colpiscimi sull’altra guancia”, non è che rifiuti la gioia del dolore. Come tutte le figure solitarie, preferirebbe venir lacerato e toccato, anziché evitato.
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Nessuno udì mai le sue lacrime; il cuore è una fonte di acqua piangente che non fa rumore nel mondo.
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Lizzie non sapeva cosa fare, né con se stessa, né con lui. Era arrivata la punto zero, nel congelamento del suo cuore, e ormai la pioggia, la neve e la grandine le potevano cadere sopra… non importava più, perché era morta, e le tombe non si curano del tempo che fa.
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Le sue labbra erano le labbra rinsecchite e volgari di una donna che è stata più usata che amata; sorrideva soltanto a scopo di lucro, aprendo la sua bocca larga e amara per attirare nella sua poltrona qualche povero verme da sbarbare.
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Se una donna accusa un uomo, lei si trova nel suo elemento; invece quando l’uomo si mette in litigio con una femmina, è come se pisciasse contro vento.
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Mi sono sempre addossato la colpa di tutto, tranne quando oziavo e perciò avevo il tempo di trovare in colpa gli altri.
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Ci chiudiamo in una stanza per nascondere il dolore e la vergogna come se fosse possibile rintanarli tra quattro pareti, e il sonno che dormiamo là dentro per coprire le nostre vite esplode in sogni che dipingono i nostri peccati.
Postilla squisitamente PERSONALE
Una lettura noiosamente citazionista, pedante, verbosa e anche un po’ ripetitiva.
A cosa servono gli amori infelici
di Gilberto Severini
- Playground -
Quando fanno una breve pausa per uscire a fumare una sigaretta dicono: andiamo a farci un aerosol. Parlano spesso allegramente fra loro. All’inizio si è stupiti dalle risate frequenti, dall’ostentazione continua di buonumore. Sembra una mancanza di rispetto per i malati. Poi si apprezza la loro capacità di riuscire a risolvere i momenti di imbarazzo peggiori proprio con quella allegria. Il buonumore non sottrae, ma aggiunge qualcosa alla loro professionalità. Sarebbe insopportabile se si occupassero delle evacuazioni di quelli che non possono scendere dal letto in imperturbabile silenzio o usando con voce impersonale qualche termine anatomico come sfintere.
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All’igiene pensano gli infermieri quando, sospingendo un carrello dove ci sono alcol e ovatta, dicono: “Arriva il fresco.” Chi non può scendere dal letto viene pulito così ogni sera e l’odore di alcol si diffonde in corsia come il refrigerio di un temporale estivo dopo una giornata afosa.
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Sono appunti che servono a me, ora, per tenermi occupato. Per ricordare. In questi giorni ho molto tempo per i ricordi e mi rendo conto di come ripensare al passato sia un’impresa insidiosa. La retorica dei ricordi da sfogliare come un album di fotografie per la vecchiaia è una gran balla. Si ricorda poco e male; si colmano i buchi neri degli anni mescolando rari frammenti autentici a molte invenzioni pescate nel repertorio di banalità acquisite in cui c’è di tutto: libri, film, e chissà quanta televisione, dagli sceneggiati al Maurizio Costanzo Show mai visti. Ci raccontiamo la vita e la raccontiamo agli altri cercando di renderla plausibile, interessante. Le facciamo il lifting, come per le rughe.
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… anche se dite la verità, finirete per essere scoperti.
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I ragazzi che urlavano contro i poliziotti indossavano jeans e maglie colorate, sudate e allegre, e si muovevano con una grazia selvaggia, sospinti da quel coraggio che la giovinezza non è neppure consapevole di avere, dall’imprudenza di chi non è ancora abituato a risparmiare, a risparmiarsi. Non si perde in freddi ragionamenti sulle conseguenze, i dopo, i domani.
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Il movente era fare teatro. La scena. Il brivido dei riflettori. Il monologo. Un bisogno antico, sostitutivo di sopraffazioni più trucide, elaborato nei secoli sino a trasformarsi in affermazioni di sé simboliche, gentili, beneducate. Come quando si impone al primo che chiede come stai un dettagliato resoconto dei nostri malesseri e malumori. Siamo sempre lì, pronti con il nostro repertorio. Appena qualcuno ci dedica un minimo di interesse lo facciamo accomodare in platea. Su il sipario, e la recita comincia. Ho scoperto quanto può diventare pericoloso il bisogno di pubblico. Per esempio, se i soli ammiratori a disposizione sono di infimo livello, tanto scadenti da costringere ad esibizioni volgari per compiacerli. Giorno dopo giorno, i nostri cedimenti al cattivo gusto ci trasformano sino a renderci simile a chi applaude. La dignità, in gran parte, sta nella qualità del pubblico a cui ci rivolgiamo. L’ideale sarebbe esibirsi soltanto davanti ad intenditori esigenti, pronti a negarci il consenso se scivoliamo sull’ovvio o tentiamo il barare, un pubblico sobrio nell’assentire, gelido nel disapprovare: né fischi né applausi, ma uno sguardo autorevole per stimolarci a dare il meglio, o almeno per evitarci le più disastrose cadute di stile.
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La radio, il telefono, l’automobile, il televisore: sono stati questi i traguardi della nostra generazione. Ci siamo aggiornati così, spesso a rate.
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Sono sempre due le ragioni per cui un uomo fa qualcosa, una buona ragione e una ragione vera.
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Sconfitta la continua percezione della mancanza, la nostalgia del presente: si sta dove si vorrebbe e con chi si vorrebbe, sta accadendo proprio la cosa desiderata, eppure ci si sente come quando si seguono le evoluzioni degli acrobati. Se non afferrano il trapezio in tempo? Se la rete non li sostiene? Feste della vita vissute come sul bordo di un precipizio.
Invece in quegli istanti prodigiosi si dimentica l’ansia, si smette di confrontare quello che ci sta capitando con la versione ideale dello stesso evento. Non ti offendere, ma in quei momenti non si avverte più il bisogno di te. La perfezione non è di questo mondo? Sbagliato: due o tre volte può capitare di incontrarla anche se dopo non si sa come tornare a collegarsi con quella energia capace di mettere in fugale paure note e ignote, e farci volare liberi tra un trapezio e l’altro sotto il tendone del circo.
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Non dovrei occuparmene adesso che, anche se lassù andrà tutto bene, mi avvio verso una stagione in cui le feste della carne saranno compromesse per sempre. Nessuno crede davvero alla propria morte, qui in clinica ho appreso dagli altri malati che si crede poco anche nella vecchiaia. Al massimo si pensa: ci si stancherà di più però si faranno le stesse cose, forse più lentamente. Non è vero. Bisogna consolarsi con progetti probabili cui dedicarsi, non con balorde illusioni. Ci sono cose che non si faranno più e ce ne sono altre da fare per la prima volta; per esempio guardare la vita e smettere di agitarsi per costringere la vita a guardare noi.
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… si resta sospesi tra il sorriso e la malinconia, come sempre quando un’emozione ci rende vulnerabili.
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Col tempo ci si illude di cambiare, ma malgrado gli sforzi, invecchiando si somiglia sempre di più a se stessi.
Postilla squisitamente PERSONALE
La storia di un’operazione, un’immobilità temporanea e un paziente che scrive tre lettere, ricordando così il passato e gli amori sfiorati che ne hanno fatto parte. Un romanzo che sa di altri tempi in tutto e per tutto, a partire dalla figura molto marginale sì, ma ricorrente, del Corrado della radio.
Però, anche se non so trovare un perché preciso, la lettura non mi ha coinvolto molto. Il romanzo è scivolato via con troppa facilità, lasciando pure un lieve senso di incompiuto una volta chiuso il libro.
DA SEGNALARE CON PIACERE
Senza perdere tempo in inutili chiacchiere.
Lui si è preso la briga di tradurre un romanzo breve "The inventend forest" di J.D. Salinger pubblicato su Cosmopolitan nel dicembre del 1947 e mai apparso in italiano.
Trovate tutte le informazioni per scaricarlo qui e anche se potete leggervelo gratis, novantanove centesimi non sono niente, ripagate la passione di quest'uomo!
C'è pure il booktrailer…
incorporato da Embedded Video
vimeo Direktw=400&h=300
IN VISIONE
Biutiful
(Spagna, Messico – 2010)
di Alejandro Gonzalez Inarritu
con Javier Bardem, Blanca Portillo, Félix Cubero, Rubén Ochandiano, Martina García, Karra Elejalde, Manolo Solo, Eduard Fernández, Piero Verzello, Ana Wagener
Postilla squisitamente PERSONALE
Inarritu non spezzetta più, ma fa un racconto unico, anche se contornato da più vicende collaterali. Risulta molto denso, pieno di spunti, forse pure troppo/i.
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In Un Mondo Migliore
(Danimarca – 2010)
di Susanne Bier
con Mikael Persbrandt, Wil Johnson, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Camilla Gottlieb, Eddie Kihani, Emily Mglaya, Satu Helena Mikkelinen
Postilla squisitamente PERSONALE
Violenza chiama inevitabilmente violenza? Questo il tema centrale di un film girato molto bene, rischiando però a tratti di dare la sensazione di un punto di vista fin troppo asettico.
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Azul Oscuro Casi Negro
(Spagna – 2006)
di Daniel Sánchez Arévalo
con Quim Gutiérrez, Marta Etura, Raúl Arévalo, Antonio de la Torre, Héctor Colomé
Postilla squisitamente PERSONALE
Pur toccando tante tematiche, dal carcere alla famiglia fino alla sessualità solo per citarne alcune, è molto equilibrato e decisamente ben fatto. Consigliato!
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Tucker and Dale vs Evil
(Canada – 2010)
di Eli Craig
con Jesse Moss, Chelan Simmons, Katrina Bowden, Alan Tudyk, Tyler Labine, Brandon Jay McLaren, Christie Laing, Sasha Craig, Philip Granger, Alex Arsenault, Tye Evans, Joseph Allan Sutherland, Travis Nelson, Adam Beauchesne, Bill Baksa
Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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The Yes Men Fix The World
(U.S.A. – 2009)
di Andy Bichlbaum, Mike Bonanno, Kurt Engfehr
con Reggie Watts, Andy Bichlbaum, Mike Bonanno
Postilla squisitamente PERSONALE
La moderna resistenza oggi si fa anche così. Siccome sono loro stessi a richiedere a inizio film di condividerlo il più possibile, visto che la Camera di Commercio Americana li sta boicottando… prima parte + seconda parte + sub ita.
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The Age Of Stupid
(U.K. – 2008)
di Franny Armstrong
con Pete Postelethwaite
Postilla squisitamente PERSONALE
Sempre meglio rinfrescarsi la memoria su cosa stiamo combinando a noi stessi e alla terra che ci ospita.
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La vita accanto
di Mariapia Veladiano
– Einaudi -
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la proprio storia. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.
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L’adolescenza sorprese a tradimento la mia vita e la schiantò con la furia indifferente e sciatta di un uragano senza che nessuno se ne accorgesse. Avevo già perso Lucilla allora, o almeno lo credevo, a anche la maestra Albertina, che aveva lasciato il posto a una schiera di professori cinerini dalla voce secca come un frustino, che chiamavano gli studenti per cognome confondendoli come i pedoni degli scacchi e come i pedoni li spostavano di qua e di là per la classe ogni volta che nasceva un brusio ritenuto sedizioso.
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Non ho mai osato toccare il mezza coda su cui lei e mio padre suonano quasi tutte le sere, seduti vicini, le spalle che si sfiorano, le mani uguali, eleganti, sicure, a inseguirsi senza toccarsi, avvicinarsi, allontanarsi, intrecciarsi, lasciarsi, riposare sull’ultima nota, finire con dispiacere, ripartire senza preavviso dell’uno, ancora inseguire dell’altro, sfinirsi di piacere, perdersi nella notte come se fossero per sempre.
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– E’ bello essere malati, – le dico la sera.
– All’inizio. Poi la gente si stufa. La compassione è come il pesce: il terzo giorno marcisce.
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Il male presente era l’indifferenza che circondava la mia vita. Tranne Maddalena, che sentiva quanto fosse ingiusto quell’isolamento, ma non trovavo gli strumenti e le strade per romperlo, né mio padre né zia Erminia sembravano vederlo. Così capitava che lo stato di resistenza ai sentimenti, in cui si costringe chi è abituato a soffrire, lasciasse passare a tradimento un rimpianto aspro per il suono scanzonato del passo di Lucilla accanto al mio, sul selciato di pietra in corso Palladio. E il desiderio mi affannava il respiro.
Allora il mio interrogare diventava ancora più maldestro, un chiedere sapendo che era inutile farlo:
– Perché Lucilla non mi chiama? Lei sa dove trovarmi -. Blocco Maddalena sulle scale con la biancheria tra le braccia.
– Allora uscite da quella città e scuotete la polvere dai sandali, sta scritto, – risponde Maddalena dopo un lungo silenzio. – Qualche volta bisogna andarsene così.
– Ma io non sono polvere, – Protesto senza rendermene conto.
– Tutti lo siamo alla fine, – chiude Maddalena voltandosi come fa quando le lacrime sono troppo anche per lei.
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Ascoltavo attentamente quello che diceva, la sua voce bassa mi scivolava lungo il corpo come un abbraccio e la sua erre rotolante aveva l’effetto di una carezza che mi arrivava dentro, fino a qualche punto sensibile della testa, e la stordiva in una specie di abbandono senza pensiero e senza peso. C’era qualcosa di segreto nelle sue parole e mi sembrava che cercasse quelle che accentuavano la vibrazione profonda della sua voce. Io sentivo dentro di me questa voce che mi accompagnava tutta la notte e il giorno successivo, fino a sera, al nuovo appuntamento.
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Sono grande e non può più prendermi in braccio come un tempo e allora mi abbraccia in modo diverso da come si fa con una bambina, mi pare che anche lei un po’ si aggrappi.
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Non ho tesi su Dio, non so se esiste oppure no. Né se sia buono o invece onnipotente. Di sicuro se c’è in alcuni momenti è disperatamente distratto. *
Perché l’amore è così, senza memoria e senza futuro, non sa che i giorni possono svegliare le storie passate.
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– E nella mente della mia signora cosa c’era?
– Tutto. Sapeva tutto e la sua testa era piena di paura. Non si può sapere tutto e vivere.
Postilla squisitamente PERSONALE
Di questo libro mi sono piaciuti: una sorta di eleganza narrativa nello stile di scrittura e il contornare la storia con la descrizione di una Vicenza molto presente ma anche sfuggevole, a tratti con visione quasi poetica.
Invece non mi hanno entusiasmato: personaggi un po’ troppo abbozzati e un incipit deboluccio nel proseguo della storia, soprattutto perché viene messa tante carne al fuoco per sole 160 pagine circa.
A conti fatti un esordio che sembra avere delle promesse intrinseche, in attesa del prossimo capitolo per capire se veramente c’erano e se verranno mantenute.
L’ultimo quaderno
di José Saramago
– Feltrinelli -
IL DOMANI E IL MILLENNIO
Giorni fa ho letto un articolo di Nicolas Ridoux, autore di Meno è più. Introduzione per una filosofia della decrescita, e mi sono ricordato che un bel po’ d’anni orsono, alla vigilia dell’entrata nel millennio in cui ormai ci troviamo, ho partecipato a un incontro a Oviedo in cui si chiedeva ad alcuni scrittori di delineare gli obiettivi per il millennio. A me pareva che parlare del millennio fosse troppo ambizioso, perciò mi proposi di parlare solo del giorno seguente. Ricordo che feci delle proposte concrete e che una era proprio quella enunciata da Ridoux nel suo Meno è più. Ho cercato nel disco rigido del computer e mi sono deciso a recuperare parte di ciò che avevo scritto allora e che oggi mi pare ancora più attuale. Quanto alle visioni del futuro, credo sarebbe preferibile che cominciassimo col preoccuparci del giorno di domani, quando si suppone che saremo ancora quasi tutti vivi. Per la verità, se nel remoto 999, in qualche parte d’Europa, quei pochi saggi e quei tanti teologi che allora c’erano si fossero lanciati a pronosticare come sarebbe stato il mondo di lì a mille anni, scommetto che avrebbero sbagliato in toto. Tuttavia, in qualcosa penso che ci avrebbero più o meno azzeccato: che non ci sarebbe stata nessuna differenza fondamentale tra il confuso essere umano di oggi, che non sa e non vuole domandare dove lo portino, e la gente terrorizzata che, in quei giorni, era convinta di essere prossima alla fine del mondo. A paragone, sarà già prevedibile un numero ben maggiore di differenze d’ogni tipo tra le persone che siamo oggi e quelle che ci succederanno, non fra mille, non fra cento anni. In altre parole: forse abbiamo molto di più in comune con quelli che sono vissuti un millennio fa che non con quegli altri che da qui a un secolo abiteranno il pianeta… E’ adesso che il mondo sta finendo, è al tramonto ciò che mille anni fa stava appena albeggiando.
Orbene, mentre il mondo si avvia lentamente alla fine, mentre il sole si avvia lentamente a tramontare, perché non dedicarci a pensare un po’ al giorno di domani, a quel famoso domani in cui saremo quasi tutti felicemente vivi? Invece di un certo numero di proposte temerariamente gratuite su e a uso del terzo millennio, che lui stesso, molto probabilmente, s’incaricherà subito di mandare in fumo, perché non ci decidiamo a realizzare delle idee semplici e dei progetti che siano alla portata di qualsiasi comprensione? Questi, ad esempio, se di meglio non si trova: a)sviluppare partendo dalla retroguardia, e cioè far avvicinare alle prime file del benessere le masse crescenti di popolazione lasciate indietro dai modelli di sviluppo in uso; b)promuovere un significato nuovo dei doveri umani, rendendolo correlato all’esercizio pieno dei propri diritti; c)vivere come sopravvissuti, perché i beni, le ricchezze e i prodotti del pianeta non sono inesauribili; d)risolvere la contraddizione tra l’affermazione che siamo sempre più vicini gli uni agli altri e l’evidenza che ci troviamo sempre più isolati; e)ridurre la differenza, che aumenta giorno dopo giorno, tra coloro che sanno molto e coloro che sanno poco.
Credo sia dalle risposte che daremo a questioni come queste che dipenderanno il nostro domani e il nostro dopodomani. Che dipenderà il prossimo secolo. E tutto il millennio. A proposito, torniamo alla Filosofia.
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APPARENZE
Suppongo che all’inizio dei tempi, prima di aver inventato il linguaggio, che è, come sappiamo, il supremo creatore d’incertezze, non ci tormentava nessun dubbio su chi fossimo e sulla nostra relazione personale e collettiva con il luogo in cui ci trovavamo. Il mondo, ovviamente, poteva solo essere quello che i nostri occhi vedevano in ogni momento, e anche, come informazione complementare non meno importante, tutto quello che i restanti sensi – l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto – di esso riuscivano a percepire. In origine il mondo era pura apparenza e pura superficie. La materia era semplicemente ruvida o liscia, amara o dolce, condita o insipida, sonora o silenziosa, con odore e senza odore. Tutte le cose erano quello che sembravano essere per il solo motivo che non c’era alcuna ragione perché sembrassero e fossero un’altra cosa. In quelle lontanissime epoche non si sfiorava nemmeno l’idea che la materia fosse “porosa”. Oggi, però, nonostante la consapevolezza che dall’ultimo dei virus all’universo intero, non siamo altre che organizzazione di atomi e che dentro di loro, oltre alla loro stessa massa, avanza ancora spazio per il vuoto (il compatto assoluto non esiste, tutto è penetrabile), continuiamo, così come avevano fatto i nostri antenati delle caverne, a imparare, identificare e conoscere il mondo attraverso l’apparenza con cui si presenta a noi. Immagino che lo spirito filosofico e lo spirito scientifico, in origine coincidenti, si siano manifestati il giorno in cui qualcuno ebbe l’intuizione che questa apparenza, mentre è immagine esteriore intercettabile dalla coscienza e da lei utilizzata, poteva essere anche una illusione dei sensi. Sebbene di solito sia riferita più al mondo reale che al mondo fisico, è famosa l’espressione popolare in cui quell’intuizione si è poi plasmata: “L’apparenza illude”. O inganna, il risultato è lo stesso.
Postilla squisitamente PERSONALE
Alcuni spunti sì interessanti, altri magari non troppo. Forse più i secondi che i primi per me, ma se amate Saramago di certo questo libro lo vorrete leggere, per entrare ancora più a fondo nella vita, nel mondo, nella filosofia, di un grandissimo autore.
IN VISIONE
Boris Il Film
(Italia – 2011)
di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
con Luca Amorosino, Valerio Aprea, Ninni Bruschetta, Paolo Calabresi, Antonio Catania, Carolina Crescentini, Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggeri, Alberto Di Stasio, Roberta Fiorentini, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Andrea Sartoretti, Pietro Sermonti, Alessandro Tiberi, Giorgio Tirabassi
Postilla squisitamente PERSONALE
Da appassionato della serie non è che mi aspettassi un capolavoro, né molto di diverso, però non so… non mi ha convinto fino in fondo. L’ultima mezz’ora ad esempio, mi sembra un po’ carente dal punto di vista della sceneggiatura.
Tournée
(Francia – 2010)
di Mathieu Amalric
con Miranda Clocasure, Suzanne Ramsey, Linda Marracini, Angela De Lorenzo, Alexander Craven, Mathieu Amalric, Julie Ferrier, Anne Benoît, Damien Odoul, Julie Atlas Muz, Damien Odoul, Aurélia Petit, Suzanne Ramsey
Postilla squisitamente PERSONALE
L’aria decadente e melancolica ripaga una storia che forse avrebbe potuto avere una direzione un po’ più decisa.
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L’Illusionniste
(Francia, U.K. – 2010)
di Sylvain Chomet
Postilla squisitamente PERSONALE
Con colpevole ritardo… bellissimo!
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When We Leave
(Germania – 2009)
di Feo Aladag
con Sibel Kekilli, Nizam Schiller, Settar Tanrioegen, Derya Alabora, Tamer Yigit, Florian Lukas, Serhad Can, Almila Bagriacik, Nursel Köse, Alwara Hoefels, Ufuk Bayraktar
Postilla squisitamente PERSONALE
Dove arriva il credo religioso, ma forse ancora di più le usanze razziali. Molto bello e molto diretto.
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Tron: Legacy
(U.S.A. – 2010)
di Joseph Kosinski
con Michael Sheen, Olivia Wilde, Jeff Bridges, James Frain, Garrett Hedlund, Bruce Boxleitner, Serinda Swan, Amy Esterle, Beau Garrett, Brandon Jay McLaren
Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Momenti di trascurabile felicità
di Francesco Piccolo
- Einaudi -
Al bando dei salumi del supermercato, prendo il numeretto e mi rendo conto che ci sono ancora tante persone davanti a me. Vorrei andare via, ma ho promesso di comprare tutto ciò che c’è bisogno di comprare. Poi il salumaio preme il pulsante, e la voce registrata dice: serviamo il numero 34. C’è un momento di attesa, ma non risponde nessuno. Preme di nuovo: serviamo il numero 35; serviamo il numero 36… e per tre o quattro numeri consecutivi non risponde nessuno, e salto molto in avanti.
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Adoro anche quando le dico: “non urlare ti prego, abbassa lo voce…”
E lei risponde: “ma non sto urlando!!”, e lo dice urlando.
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Quando mia moglie si mette una mia maglietta.
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Il momento in cui finisce il rumore della centrifuga della lavatrice.
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Camminare in punta di piedi sul pavimento appena lavato, con una contrazione dei muscoli che mira a illudersi di aver ottenuto una leggerezza tale, che il pavimento non verrà sporcato.
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Ogni tanto mi sono appartato, e ho cominciato a spedire sms in quella formula inventata apposta alla nascita di questa forma di comunicazione, e cioè un frullato di ambiguità, sfacciataggine e pudore abilmente miscelati in modo tale che riesci a mandare sempre dei messaggi fortemente allusivi che potrebbero essere letti anche in modo per niente allusivo, e a seconda della risposta si arriva in fondo a una strada o all’altra, in fondo a “voglio scoparti adesso girandoti puttana” oppure “ci vediamo presto, saluta tutta la famiglia”; tutt’e due partendo dallo stesso messaggio ambiguo-sfacciato-pudico.
L’altra caratteristica miracolosa degli sms è che puoi ignorarli completamente quando poi hai una conversazione telefonica con la persona con cui hai scambiato gli sms un minuto prima o il giorno prima, e riesci a fare telefonate lunghe senza che mai si accenni e si sfiori l’ambiguità e l’intimità, come se le due persone che si sono mandate sms molto azzardati un minuto prima fossero dei fratelli gemelli che in realtà non c’entrano nulla con noi che stiamo parlando di cosa fai quest’estate e di come va il lavoro – almeno fino a quando riagganciamo e dopo venti secondi di nuovo spedisci o ti arriva un sms di tono completamente diverso rispetto alla telefonata appena conclusa, come se le telefonate fossero le parole e gli sms i pensieri che ci sono dietro, però i pensieri di un’anima profondamente cattolica che li pensa ma non li pensa fino in fondo, li diluisce in un’ambiguità giustificatoria, che rende pudichi e più rende pudichi e più fa montare la sfacciataggine e da lì in poi gli ingredienti del frullato sono pronti sul tavolo.
A volte ho tenuto in piedi, soltanto con la tecnica degli sms, almeno quattro-cinque possibilità in contemporanea, per vedere come andavano a finire.
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Il modo in cui i benzinai danno il resto, tutti nello stesso modo, come se avessero fatto una scuola. Tirano fuori un portafoglio enorme, pieno di banconote tirate e compatte, divise in ordine decrescente: le 100 euro, le 50, le 20, le 10, e 5 euro. Prendono una banconota alla volta, la fanno frusciare colpendola con le dita, e dicono: e sono venti; e sono trenta; e sono cinquanta.
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Togliere il cetriolo dal cheeseburger.
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I giorni dell’anno in cui non escono i giornali, non bisogna scendere a comprarli. Giri per casa e una certo punto chiedi: ma il giornale dov’è? E ti dicono: oggi non esce. Ah già.
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La domenica mattina, piuttosto presto, quando la città è vuota e silenziosa e bellissima, me ne esco e vado in giro. E succede sempre che ne incontro due, o tre, una volta addirittura cinque. Qualche volta una sola. Mai: nessuna. Sono certe donne dal viso pallido e il trucco sfregiato, infilate dentro vestitini eleganti e tacchi alti, con i visi mattinieri della notte quasi insonne e gli abiti stonati del sabato sera. Addirittura, qualcosa che luccica sul volto, sul vestito o sul cappotto. Qualche volta devo girare per molti quartieri, ma alla fine lo sento quel rumore di tacchi, oppure quel portone che si apre, e una di loro compare strizzando gli occhi contro il fastidio del mattino.
Ha passato la notte a casa di qualcuno e adesso cerca un bar, che non sa dove sia, per prendere un cappuccino prima di tornare a casa.
E’ fuori luogo; appartiene al giorno prima e non c’entra nulla con la domenica mattina; eppure è bellissima, è pallida e confusa, stordita dalla stanchezza. Esausta. Ma di una felicità sottile che si nasconde sotto l’aria confusa come sotto un tappeto. Subito la seguo al bar, prendo anch’io un cappuccino, un po’ distante ma potendola guardare, senza parlare, senza alcuna intenzione di rivolgerle la parola, solo seguendo ogni movimento, quel modo di girare il cucchiaino lentamente, fissando di continuo un punto vuoto, sbadigliando, a volte dimenticandosi di pagare. Fino a quando non si dirige verso l’uscita, il rumore dei tacchi nel silenzio. Apre la porta del bar e va. E solo adesso è davvero il momento in cui ieri sera è finito.
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Quando le persone che ti stanno facendo vedere le foto si rendono conto all’improvviso e dicono: “e poi le altre sono tutte uguali”, e la smettono.
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Le coppie che stanno insieme da tanto tempo e che giocano a carte in silenzio, la sera.
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Tutte le volte in cui posso legittimamente dire: “io l’avevo detto!”
(oppure quando qualcuno dice: “è vero, l’aveva detto, me lo ricordo”).
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Quando chiacchiero con un amico passeggiando, continuiamo a camminare soltanto le conversazione è del tutto frivola, trascurabile, ma se ci accendiamo, in quel momento smettiamo di camminare, allunghiamo la mano verso il braccio dell’altro e ci fermiamo, e per tutto il tempo che la discussione è seria, stiamo lì piantati, e le mani gesticolano, si muovono, non stanno affatto in tasca o dietro la schiena. Soltanto dopo la risoluzione, uno dei due riprende il cammino, seguito dall’altro, e rinfila le mani in tasca.
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L’acqua quando hai sete, il letto quando hai sonno.
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La prima e l’ultima pagina di un libro.
Postilla squisitamente PERSONALE
Per la maggior parte del tempo mi ha divertito parecchio questo libriccino, letto in una giornata di pioggia e cielo grigio pantone. E uso questo termine, libriccino, non a caso, perché tra annotazioni leggere e pensieri più articolati, alla fine di questo si tratta, un piccolo libro che non vuole entrare troppo in profondità, ma che invece si bilancia tra il proprio mondo interno e quello là fuori, con agilità e semplice o acuta osservazione.











