Chiedo scusa
di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco
- Einaudi -
Il primo giorno di scuola non ha mai significato niente.
Le scale su cui mi sono emozionato, impaurito, eccitato sono state quelle di un ospedale, non quelle di una scuola. Nel corso del tempo i racconti di amici che dopo anni di analisi riuscivano a riportare alla luce il pianto del primo giorno di asilo davanti a una maestra dallo sguardo severo mi hanno sempre fatto ridere. Considerare quello uno dei primi traumi che avevano accompagnato il loro difficile rapporto con le donne, ancora di più.
E’ la presunzione del dolore che mi ha fatto a volte ridere del dolore degli altri. Molto spesso è stato così. Sapere di essere un malato, e di quelli veri, ogni tanto mi ha tolto il rispetto per la sofferenza altrui. Questo è stato il modo di preservarmi e di accettare la mia diversità. Dovevo renderla mia quanto più tentava di emarginarmi.
Per riuscirci ho fatto il doppio gioco con la mia sensibilità. Ed è stato il regalo peggiore.
*
Osservare senza essere visto. Questo ho fatto nella mia vita. Raccontare, scrivere frammenti delle vite degli altri. Non storie intere ma momenti, solo quelli più fetenti e disgraziati. Sono entrato per lavoro nelle esistenze altrui per raccontarne un momento senza scavare troppo nel passato o preoccuparmi a sufficienza del loro futuro. Sempre che il passato non fosse torbido o pruriginoso o il presente non fosse così tormentato da richiedere attenzione anche sul divenire delle vicende. Ho fatto il giornalista. Niente di più. Il giornalista di cronaca nera, come mi ha insegnato il capo.
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Ho sfogliato l’album e fissato i ricordi, steso sul mio letto aspettando lunedì e le analisi. L’adrenalina a mille, i dubbi intorno. E la pancia ancora a pezzi. Da due giorni ero rivolto al passato con le mani ficcate tra la polvere di vecchie fotografie mentre tremavo per il futuro.
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Ma il torpore non è arrivato. Gli occhi non si sono arresi. Ho provato a cambiare posizione sul divano. Nulla. MI sono trasferito nel letto ma è stato peggio. Ho sentito le lenzuola troppo calde. Il cuscino troppo freddo, quando ho dato fondo al termostato dell’aria condizionata. Ho riportato la temperatura a un livello umano ma non ho trovato pace. I pensieri correvano, si accavallavano rimbalzando dalle ipotesi migliori alle più nere. Tutti i futuri possibili si sono dati il cambio. Rapidi e fastidiosi come uno sciame d’api imprigionato dentro la scatola cranica.
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– Se proprio non vuoi incontrare nessuno, anziché regalarci questo quadretto del periodo pre Franco Basaglia, perché non esci in altri orari, magari la notte, oppure l’alba? L’importante, Valter, credo sia mettere il naso fuori casa, che ossigeni il cervello e i polmoni -. Chiara era seduta sul divano da più di mezz’ora. Accanto a lei Nina con colori e fogli in mano mi incitava ogni qualvolta sbucavo dall’angolo della cucina.
Mi sono fermato, un po’ ansimante. Avrei potuto dire a Chiara che mi fa male non solo incontrare le persone, ma ormai anche vedere i luoghi, perché ogni luogo, se per tutti gli altri è un ricordo, per me è solo un futuro che potrà essere negato. Invece ho detto: – Va bene, lo farò.
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… le sue labbra sbocciarono oltre la bocca.
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Ho sempre benedetto i colpi di fulmine. Quelli in cui ti infiammi per qualcosa che non conosci, il fuoco si abbassa una volta presa coscienza di chi hai davanti, poi si riaccende. Gli amori che crescono nel tempo invece… Quelli fanno male. Perché sono veri e se non hai il coraggio e la prontezza di sbatterci addosso li perdi per sempre. O meglio, durano per sempre.
Postilla squisitamente PERSONALE
La copertina del libro mi piaceva ed era in sconto a metà prezzo, quindi lo prendo in mano e leggo la quarta di copertina vedendo che Mastrofranco è lo pseudonimo di Mastandrea. Nicchio, lo rimetto giù, poi torno indietro e lo compro. Non totalmente convinto, ma dicendomi che seppur non sempre i suoi film mi piacciono, lui mi sta simpatico. Abate invece non lo conoscevo prima.
Sorpresa! Perché è proprio un bel libro questo.
Un libro che seppur parli della storia di un uomo malato fin da quando aveva due anni, un libro che fa luce su certi aspetti di cosa vuol dire subire un trapianto, è un romanzo leggero, agilissimo e ritmato nella scrittura, quasi comico in alcuni punti.
Non è facile lasciare fuori l’autocommiserazione quando si parla della propria storia, non è facile avere uno sguardo lucido sulle proprie vicende quando si sa di aver fatto un tragitto molto diverso da tanti altri, eppure mi sembra che questo all’autore sia riuscito proprio bene e non è mica poco.
Bonus: gli autori a Le Invasioni Barbariche.



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