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Archivio per febbraio 2011

28 febbraio 2011 1 commento

Chiedo scusa
di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco
- Einaudi -

Il primo giorno di scuola non ha mai significato niente.
Le scale su cui mi sono emozionato, impaurito, eccitato sono state quelle di un ospedale, non quelle di una scuola. Nel corso del tempo i racconti di amici che dopo anni di analisi riuscivano a riportare alla luce il pianto del primo giorno di asilo davanti a una maestra dallo sguardo severo mi hanno sempre fatto ridere. Considerare quello uno dei primi traumi che avevano accompagnato il loro difficile rapporto con le donne, ancora di più.
E’ la presunzione del dolore che mi ha fatto a volte ridere del dolore degli altri. Molto spesso è stato così. Sapere di essere un malato, e di quelli veri, ogni tanto mi ha tolto il rispetto per la sofferenza altrui. Questo è stato il modo di preservarmi e di accettare la mia diversità. Dovevo renderla mia quanto più tentava di emarginarmi.
Per riuscirci ho fatto il doppio gioco con la mia sensibilità. Ed è stato il regalo peggiore.
*
Osservare senza essere visto. Questo ho fatto nella mia vita. Raccontare, scrivere frammenti delle vite degli altri. Non storie intere ma momenti, solo quelli più fetenti e disgraziati. Sono entrato per lavoro nelle esistenze altrui per raccontarne un momento senza scavare troppo nel passato o preoccuparmi a sufficienza del loro futuro. Sempre che il passato non fosse torbido o pruriginoso o il presente non fosse così tormentato da richiedere attenzione anche sul divenire delle vicende. Ho fatto il giornalista. Niente di più. Il giornalista di cronaca nera, come mi ha insegnato il capo.
*
Ho sfogliato l’album e fissato i ricordi, steso sul mio letto aspettando lunedì e le analisi. L’adrenalina a mille, i dubbi intorno. E la pancia ancora a pezzi. Da due giorni ero rivolto al passato con le mani ficcate tra la polvere di vecchie fotografie mentre tremavo per il futuro.
*
Ma il torpore non è arrivato. Gli occhi non si sono arresi. Ho provato a cambiare posizione sul divano. Nulla. MI sono trasferito nel letto ma è stato peggio. Ho sentito le lenzuola troppo calde. Il cuscino troppo freddo, quando ho dato fondo al termostato dell’aria condizionata. Ho riportato la temperatura a un livello umano ma non ho trovato pace. I pensieri correvano, si accavallavano rimbalzando dalle ipotesi migliori alle più nere. Tutti i futuri possibili si sono dati il cambio. Rapidi e fastidiosi come uno sciame d’api imprigionato dentro la scatola cranica.
*
– Se proprio non vuoi incontrare nessuno, anziché regalarci questo quadretto del periodo pre Franco Basaglia, perché non esci in altri orari, magari la notte, oppure l’alba? L’importante, Valter, credo sia mettere il naso fuori casa, che ossigeni il cervello e i polmoni -. Chiara era seduta sul divano da più di mezz’ora. Accanto a lei Nina con colori e fogli in mano mi incitava ogni qualvolta sbucavo dall’angolo della cucina.
Mi sono fermato, un po’ ansimante. Avrei potuto dire a Chiara che mi fa male non solo incontrare le persone, ma ormai anche vedere i luoghi, perché ogni luogo, se per tutti gli altri è un ricordo, per me è solo un futuro che potrà essere negato. Invece ho detto: – Va bene, lo farò.
*
… le sue labbra sbocciarono oltre la bocca.
*
Ho sempre benedetto i colpi di fulmine. Quelli in cui ti infiammi per qualcosa che non conosci, il fuoco si abbassa una volta presa coscienza di chi hai davanti, poi si riaccende. Gli amori che crescono nel tempo invece… Quelli fanno male. Perché sono veri e se non hai il coraggio e la prontezza di sbatterci addosso li perdi per sempre. O meglio, durano per sempre.

Postilla squisitamente PERSONALE
La copertina del libro mi piaceva ed era in sconto a metà prezzo, quindi lo prendo in mano e leggo la quarta di copertina vedendo che Mastrofranco è lo pseudonimo di Mastandrea. Nicchio, lo rimetto giù, poi torno indietro e lo compro. Non totalmente convinto, ma dicendomi che seppur non sempre i suoi film mi piacciono, lui mi sta simpatico. Abate invece non lo conoscevo prima.
Sorpresa! Perché è proprio un bel libro questo.
Un libro che seppur parli della storia di un uomo malato fin da quando aveva due anni, un libro che fa luce su certi aspetti di cosa vuol dire subire un trapianto, è un romanzo leggero, agilissimo e ritmato nella scrittura, quasi comico in alcuni punti.
Non è facile lasciare fuori l’autocommiserazione quando si parla della propria storia, non è facile avere uno sguardo lucido sulle proprie vicende quando si sa di aver fatto un tragitto molto diverso da tanti altri, eppure mi sembra che questo all’autore sia riuscito proprio bene e non è mica poco.

Bonusgli autori a Le Invasioni Barbariche.

25 febbraio 2011 Nessun commento
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24 febbraio 2011 2 commenti

Cosmetica del nemico
di Amélie Nothomb
- Voland -

Io credo nel nemico. Le prove dell’esistenza di Dio sono deboli e bizantine, le prove del suo potere ancora più inconsistenti. Le prove dell’esistenza del nemico interiore sono evidenti e quelle del suo potere schiaccianti. Credo nel nemico perché, tutti i giorni e tutte le notti, lo incontro sul mio cammino. Il nemico è quello che dall’interno distrugge tutto ciò che vale. E’ quello che ti mostra il disfacimento insito in ogni realtà. E’ quello che ti rivela la tua bassezza e quella dei tuoi amici. E’ quello che, in un giorno perfetto, troverà un’ottima ragione per torturarti. E’ quello che ti ispirerà il disgusto per te stesso. E’ quello che, quando scorgi il viso celeste di una sconosciuta, ti rivelerà la morte contenuta in tanta bellezza.
*
– Lei è un pazzo furioso.
– Non credo proprio. Per me è un pazzo è un individuo i cui comportamenti sono inspiegabili. E i miei li posso spiegare tutti.
– E’ il solo.
– Mi basta e mi avanza.
* A ciascuno la sua morale. Giudicano le azioni in base al godimento che procurano. L’estasi voluttuosa è il fine sovrano dell’esistenza, e non richiede alcuna giustificazione. Ma il crimine senza piacere è male gratuito, sordido danno. E’ ingiustificabile.
*
– Se sono così detestabile, mi uccida.
– Non voglio.
– Che cosa ne sa? Non ha mai provato. Magari le piacerebbe da matti.
– La sua morale non sarà mai la mia. Lei è un pazzo furioso.
– Questa mani di dare del pazzo a quelli che non si comprendono! Che pigrizia mentale!

Postilla squisitamente PERSONALE
E’ il primo libro che leggo di Amélie Nothomb e se da una parte devo ammettere che l’idea e lo sviluppo di questo racconto lungo non sono affatto male, dall’altra però non posso non rendere conto che 11 euro per una cosa così piccola sono davvero troppi e che comunque un dialogo diretto come questo, per 100 pagine, a fine lettura si dimentica abbastanza velocemente.

23 febbraio 2011 Nessun commento

IN VISIONE
 

The Fighter
(U.S.A. – 2010)

di David O. Russell
con Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo, Mickey O’Keefe, Jack McGee, Melissa McMeekin, Erica McDermott, Salvatore Santone

Postilla squisitamente PERSONALE
Questo cerco in un film: una bella storia, un’atmosfera che ti permea e personaggi disegnati bene (bravo tutto il cast).
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La Pecora Nera
(Italia – 2010)

di Ascanio Celestini
con Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Barbara Valmorin

Postilla squisitamente PERSONALE
Non pensavo, nonostante Celestini lo conoscessi solo di striscio, invece questo film-non-film mi è piaciuto.
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Monsters
(Gran Bretagna – 2009)

di Gareth Edwards
con Whitney Able, Scoot McNairy

Postilla squisitamente PERSONALE
Parte anche abbastanza bene, ma poi cede sulla distanza (finale in particolar modo).
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Fair Game
(U.S.A. – 2010)

di Doug Liman
con Naomi Watts, Sean Penn, Ty Burrell, Bruce McGill, Michael Kelly, Brooke Smith, David Denman, Louis Ozawa Changchien, Geoffrey Cantor, Ashley Gerasimovich

Postilla squisitamente PERSONALE
Tutto quello che potreste aspettarvi da un film simile, nulla di più.
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Barry Munday
(U.S.A. – 2010)

di Chris D’Arienzo
con Judy Greer, Patrick Wilson, Malcolm McDowell, Chloë Sevigny, Mae Whitman, Missi Pyle

Postilla squisitamente PERSONALE
Doveva essere la boiata della settimana, invece non è poi così male.
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21 febbraio 2011 Nessun commento

Punto Omega
di Don DeLillo
- Einaudi -

Le città sono state costruite per misurare il tempo, per togliere il tempo dalla natura. C’è un eterno conto alla rovescia
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Era così il deserto, lontano, oltre le città e i paesini sparsi. Lui era lì per mangiare, dormire e sudare, era lì per non fare niente, per stare seduto e pensare. C’era la casa e basta, poi solo distanze, miete scorci panoramici né vedute a perdita d’occhio, solo distanze. Diceva di essere lì per smettere di parlare. A parte me, non c’era nessuno con cui parlare. E questo all’inizio lo faceva con frugalità, e mai all’ora del tramonto. Non si trattava del fulgido tramonto su un viale lastricato di fondi pensione in azioni e obbligazioni. Per Elster il tramonto era un’invenzione umana, il modo in cui percepiamo e disponiamo la luce e lo spazio a formare gli elementi della meraviglia. Guardavamo e restavamo meravigliati. L’aria tremolava mentre i colori e le forme senza nome del paesaggio diventavano più nitidi, prendevano chiarezza di contorni ed estensioni.
*
Continuo a vedere queste parole. Calore, spazio, immobilità, distanza. Sono diventate stati mentali visivi. Non so bene che cosa significhi. Continuo a vedere figure isolate, vedo le sensazioni provocate da queste parole, oltre la dimensione fisica, sensazioni che si fanno più profonde con il passare del tempo. Ecco l’altra parola: tempo.
*
Ma vedere troppo era impossibile. Meno c’era da vedere più lui guardava intensamente, e più vedeva. Era questo il senso. Vedere quello che c’è, finalmente guardare e sapere che stai guardando, sentire il tempo che passa, essere sensibile a ciò che accade nei più piccoli registri di movimento. * Finì il suo scotch ma tenne la tazza in grembo. Io bevevo vodka e succo d’arancia con ghiaccio sciolto. Il drink era arrivato a quello stadio nella vita di un dei drink in cui bevi un ultimo leggero sorso prima di scivolare in una dolente introspezione, a metà fra l’autocommiserazione e l’autofustigazione.
*
– Le mogli. Che argomento, – dissi.
– Le mogli, sì.
– Quante?
– Quante. Due, – disse.
– Solo due. Pensavo di più.
– Solo due, – disse.
– Sembrano di più.
– Tutte e due pazze. Tiro a indovinare.
– Tutte e due pazze. Con gli anni matura.
– Cosa, la pazzia?
– All’inizio non si nota. O la nascondo o ha solo bisogno di maturare. E una volta che matura è inconfondibile.
– Ma Jessie è il tesoro, la gioia.
– Infatti. E tu?
– Niente figli.
– Tua moglie. La moglie separata. E’ pazza?
– Lei pensa cvhe il pazzo sia io.
– Ma tu non ci credi, – disse lui.
– Non lo so.
– Cosa vuoi proteggere? E’ pazza. Dillo.
*
A cena, davanti a un’altra frittata, agitando la forchetta disse: – Tu capisci che non è una questione di strategia. Io non parlo di segreti o inganni. Parlo di essere se stessi. Se riveli tutto, se metti a nudo ogni sentimento, se chiedi comprensione, perdi qualcosa di cruciale per il senso che hai di te stesso. Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno. E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.
*
Di notte le stanze erano orologi. La calma era quasi completa, pareti nude, pavimento in legno, il tempo lì e fuori, sui sentieri più erti, ogni minuto che passava era una funzione della nostra attesa. Io bevevo, lui no. Io non lo lasciavo bere e a lui pareva che non importasse. Ormai i tramonti erano solo luce che moriva, le possibilità che sfumavano. Per settimane non c’era stato altro da fare se non parlare. Ora, niente da dire.
*
Troppe cose vanno velocissime, disse. Abbiamo bisogno di tempo per disinteressarci delle cose.
*
La vita vera non si può ridurre a parole dette o scritte, nessuno può farlo, mai. La vita vera si svolge quando siamo soli, quando pensiamo, percepiamo, persi nei ricordi, trasognati eppure presenti a noi stessi, gli istanti submicroscopici.
*
Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. E’ questo che vogliamo. Vogliamo essere pietre in un campo

Postilla squisitamente PERSONALE
La distanza dal mondo, dal tempo che scorre sempre più inesorabile e veloce, velocissimo in base alla voracità del consumo odierno.
Il tempo come percezione.
Tutto questo in un romanzo brevissimo e denso come si può immaginare lo sia stato respirare l’aria di quel deserto, tra solitudini, silenzi e domande; ambizioni e prese di coscienza; tra paura e rassegnazione.
Un libro che è facile lasci confusi o delusi, un libro che se metabolizzato invece dice quasi troppo.
Solo per estimatori di DeLillo!
“Il Punto Omega, una condizione di collasso del tempo, dello spazio e, infine, dell’io.”

18 febbraio 2011 Nessun commento
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16 febbraio 2011 Nessun commento

IN VISIONE
 

True grit
(U.S.A. – 2010)

di Ethan Coen, Joel Coen
con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Dakin Matthews, Jarlath Conroy, Paul Rae, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Ed CorbinLeon Russom

Postilla squisitamente PERSONALE
Non sono un appassionato di genere western, però a me, anche se preferisco i Coen più scanzonati o sperimentali, è piaciuto.

It’s kind of a funny story
(U.S.A. – 2010)

di Anna Boden, Ryan Fleck
con Keir Gilchrist, Zach Galifianakis, Emma Roberts, Lauren Graham, Zoe Kravitz, Viola Davis, Jeremy Davies, Aasif Mandvi, Jim Gaffigan, Adrian Martinez,Mary Birdsong, Daniel London, Thomas Mann, Valentina de Angelis

Postilla squisitamente PERSONALE
Poche esagerazioni, qualche deviazione teen e tanta leggerezza (nel senso buono del termine) per un bel film, agile e sincero.

Megamind
(U.S.A. – 2010)

di Tom McGrath

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Figli delle stelle
(Italia – 2010)

di Lucio Pellegrini
con Pierfrancesco Favino, Fabio Volo, Giuseppe Battiston, Claudia Pandolfi, Paolo Sassanelli, Giorgio Tirabassi, Lydia Biondi, Fausto Maria Sciarappa

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Kosmos
(Turchia – 2009)

di Reha Erdem
con Saygin Soysal, Türkü Turan, Serkan Keskin, Sermet Yesil, Nadir Saribacak, Murat Deniz, Cüneyt Yalaz, Suat Oktay Senocak, Akin Anli, Hakan Altuntas

Postilla squisitamente PERSONALE
Potrebbe essere la boiata della settimana 2, ma siccome non ci ho capito niente, ammesso ci sia qualcosa da capire, mi astengo da ulteriori impressioni.
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“Ultima notte a Twisted River” di John Irving

14 febbraio 2011 Nessun commento

Ultima notte a Twisted River
di John Irving
- Rizzoli -
(traduzione di Stefano Bortolussi)

Ah, progetti, progetti, progetti: noi pianifichiamo il futuro, quasi il futuro fosse una certezza!
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Per i media, la vita vera era più importante della narrativa; gli elementi di un romanzo che erano quantomeno basati su esperienze personali suscitavano più interesse pubblico di quelli che erano stati “semplicemente” inventati. Non era forse vero che in qualsiasi opera narrativa cioè che era veramente accaduto allo scrittore (o magari a qualcuno che lo scrittore aveva conosciuto da vicino) era più autentico, più vero, di qualunque cosa potesse immaginare? (Questa era una convinzione comune, anche se il sovversivo Danny sosteneva, ogni volta che gli veniva concessa l’opportunità di difendere la narratività della narrativa, che il compiuto dello scrittore di fiction era quello di immaginare una storia nella sua compiutezza, perché nella vita vera le storie non erano mai complete come potevano esserlo nei romanzi.)
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A volte le persone piombano improvvisamente nella nostra esistenza, come se fossero cadute dal cielo o come se fossero su un volo diretto dal paradiso alla terra, allo steso modo in cui perdiamo qualcuno che un tempo credevamo avrebbe sempre fatto parte della nostra vita.
*
“Sarebbe brutto se ti succedesse qualcosa davanti a Joe” cominciò a obiettare Danny.
“E perché?” rispose lei. “Un bambino di due anni non se ne ricorderebbe. Lo faresti soltanto tu, coglione di uno scrittore.”
Vedendola nuda e ribelle, Danny si rese conto che ciò che in lei un tempo l’aveva attratto ora lo disgustava. Aveva scambiato la sua sfrontatezza per una sorta di audacia sessuale; Katie gli era sembrata allo stesso tempo eccitante e progressista, ma in realtà era soltanto volgare e insicura. Ciò che gli aveva fatto desiderare sua moglie ora lo riempiva di repulsione, e per arrivare a quel punto ci erano voluto soltanto due anni. (L’amore per lei sarebbe durati ancora un po’, ma questo né Danny né alcun altro scrittore avrebbero mai potuto spiegarlo.)
*
In realtà Katie non l’aveva mai ingannato; Danny aveva sempre saputo che tipo era. Si erano conosciuti mentre si spogliavano per una lezione di disegno. “Come ti chiami?” gli aveva chiesto lei. “E cosa vuoi fare da grande?”
“Farò lo scrittore” aveva risposto Danny ancora prima di dire il proprio nome.
“Se credi di essere in grado di vivere senza scrivere, non scrivere” aveva decretato Katie Callahan.
“Cos’hai detto?”
“L’ha detto Rilke, coglione. Devi leggerlo, se vuoi diventare un sfottuto scrittore.”
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Quando qualcuno ti abbandona, perché dovrebbe continuare a essere importante?
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Era una pessima serata per scrivere, forse in particolare quella scena. La moglie che lo aveva appena lasciato dopo tre anni gli aveva sempre ripetuto che non sarebbe rimasta, ma lui non aveva creduto; non aveva voluto crederle, come gli aveva fatto notare Ketchum. Il giovane Dan aveva conosciuto Katie Callahan alla University of New Hampshire; lui era al terzo anno e Katie al quarto, ma facevano entrambi i modelli per il corso di disegno dal vivo.
Quando le aveva domandato perché lo stesse lasciando, Katie gli aveva risposto: “Come scrittore credo ancora in te, ma con il poco che avevamo in comune non si fa molta strada.”
“E cosa sarebbe quel poco?”
“Siamo completamente a nostro agio a denudarci davanti agli estranei e ai ciglioni.”
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La giustizia è una gioia proprio perché è così rara.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Un romanzo molto solido, vecchio stile mi verrebbe da dire, che si basa su una scrittura sicura, d’altronde Irving è narratore di razza, anche se forse un po’ troppo monocorde per un libro di quasi 700 pagine, e una storia che essendo una saga famigliare, non fa altro che aumentare questa sensazione di radici ben salde nella terra.
Decisamente un buon libro dunque, che si snoda tra tre generazioni di uomini e tanti altri bei personaggi uniti dai loro affetti e dalle loro relazioni, su due continenti che non fanno solo da sfondo, ma anzi, partendo da fughe e cercando… sempre cercando.

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11 febbraio 2011 Nessun commento

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10 febbraio 2011 Nessun commento

 
Say Hi – Um, uh oh

 
 
 

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9 febbraio 2011 2 commenti

IN VISIONE
 

I’m still here
(U.S.A. – 2010)

di Casey Affleck
con Joaquin Phoenix

Postilla squisitamente PERSONALE
Tra realtà e finzione. A volte si ride, in altre ci si annoia (molte di più).
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Welcome to the Rileys
(U.S.A. – 2010)

di Jake Scott
con James Gandolfini, Kristen Stewart, Melissa Leo

Postilla squisitamente PERSONALE
Ok è abbastanza lento, ok in alcune parti forse non è credibilissimo, però è una bella storia, scritta abbastanza bene ed soprattutto equilibrata.
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Due date
(U.S.A. – 2010)

di Todd Phillips
con Robert Downey Jr., Zach Galifianakis, Juliette Lewis, Michelle Monaghan, Jamie Foxx, Danny McBride, Alan Arkin, Matt Walsh, James Martin Kelly, Rhoda Griffis, Mimi Kennedy, Emily Wagner, Sharon Morris, Reagan Michelle

Postilla squisitamente PERSONALE
Già il precedente “The hangover” non mi aveva fatto impazzire, questo ancora meno.
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Gorbaciof, cassiere con il vizio del gioco
(Italia – 2010)

di Stefano Incerti
con Toni Servillo, Salvatore Ruocco, Mi Yang, Nello Mascia, Geppy Geijeses

Postilla squisitamente PERSONALE
Mah… forse ormai si dovrebbe capire che non basta Servillo per fare un buon film.
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Rare exports: a Christmas tale
(Finlandia, Francia, Norvegia, Svezia – 2010)

di Jalmari Helander
con Tommi Korpela, Per Christian Ellefsen, Jorma Tommila, Jonathan Hutchings, Peeter Jakobi, Onni Tommila, Risto Salmi, Rauno Juvonen, Ilmari Järvenpää

Postilla squisitamente PERSONALE
Sarebbe potuta essere la boiata della settimana, ma in un sabato mattina grigio e bigio ci può anche stare bene.
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8 febbraio 2011 Nessun commento

Questa è l’acqua
di David Foster Wallace
- Einaudi -


Il punto è che secondo me il mantra delle scienze umanistiche – “insegnami a pensare” – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di “consapevolezza critica” riguardo a me stesso e alle mie certezze…perché un’enorme percentuale delle cose cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto errate e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospetto, toccherà a voi.
*
Ho sempre cercato di evitare di parlare con le ragazze carine, perché le ragazze carine hanno un effetto deleterio su di me nel senso che ogni parte del mio cervello si chiude fuorché la parte che dice cose di una stupidità incredibile e la parte consapevole che dico cose di una stupidità incredibile.
*
… Myrnaloy Trask sa a malapena dell’esistenza di Barry Dingle, nel negozio accanto. Per Berry Dingle, invece, l’amore per Myrnaloy Trask è diventato il campanello emotivo che domina la sua tranquilla esistenza, la condizione di un cuore ormai guidato dalle fluttuazioni, una cosa che per Dingle è vicina e intima almeno quanto Myrnaloy è otticamente più che mai distante o irreale.
*
Sophie pesava quarantacinque chili, una radiografia di Sophie. Le cavità di ascelle e inguine e le punte di bacino, gomiti, nocche e spina dorsale tendevano lo stretto involucro della pelle malata come le sporgenze delle corna di un cervo. Sentiva che ciò che lei era rimpiccioliva progressivamente dentro un corpo le cui zone più distanti diventavano remote, esaurite, scollegate, da scaricare in volo come le fasi di un missile.
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E succede proprio come quando ti viene la nausea e sotto sotto hai paura che non passerà mai: la Cosa Brutta ti spaventa allo stesso modo, solo peggio, perché la paura stessa è filtrata dalla brutta malattia e diventa più grande, peggiore e famelica di quando è cominciata. Ti squarcia, si insinua e ti si agita dentro.
*
Il risultato è la già menzionata conclusione che qualcosa deve cambiare, unita a una nuova, solida determinazione e passare veramente, sinceramente, finalmente all’azione. Dopo due giorni (e siamo al 6 giugno 1983), Dingle esce dal bagno, torna alle tante vetrine dell’”Integrale” e decide, con un assetto freddamente febbrile dell’alta fronte, di assestare la vista vacillante sulla lontana Trask e di portarla, con le buone o con le cattive, a nuotare nel suo romantico raggio visivo. Il suo amore omuncoloide sente l’odore metallico della forza nel sangue di Dingle, e approva. Molla appena appena la persa sulle unghie di Dingle. Incoraggia Dingle, esorta, gioca dall’internoi allo sbirro buono e allo sbirro cattivo, sostiene di scorgere in lui una novità nascente, un coraggio, Coraggio! Dice l’amore omuncoloide di Dingle, tracciando il termine in caratteri gotici sul cuore di Dingle quale volontà di portare il comodamente distante in una prossimità unificata, di rischiare la stasi come completamento. Le parole montano contro la pelle bianco-pesce del petto incavato di Dingle comparendo sul corpo in una calligrafia rosa pallido. Dingle legge se stesso doppio nel salato bagno serale. Tocca le parole sfocate.
*
Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in modalità predefinita – allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Mesticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera culture, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente cosa importa e cosa no.

Postilla squisitamente PERSONALE
Come già detto più volte in precedenza, se dal punto di vista strettamente letterario la sua produzione è a mio giudizio altalenante, comunque rimanendo sempre medio-alta, da quello umano invece David Foster Wallace non si può discutere. La sua visionarietà e comprensione del mondo in cui viviamo credo sia unica, e ora che non c’è più assume un ruolo ancora più importante.
Cerca e comprende la consapevolezza, è questo che fa, e lo si capisce benissimo nell’episodio che dà il titolo a questa raccolta di racconti (trascrizione del suo discorso tenuto al Kenyon College durante il conferimento delle lauree). Uno dei migliori tra l’altro, insieme ad altri bellissimi come Solomon Silverfish, Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta e Ordine e fluttuazione a Northampton.

 

7 febbraio 2011 1 commento

L’umiliazione
di Philip Roth
- Einaudi -

Dopodiché Pegeen si spaventò: primo perché Louise non voleva lasciarla in pace neppure dopo che lei aveva detto chiaramente ancora una volta che la loro relazione era finita; e secondo, per via della minaccia che rappresentava l’ira di Louise. – Cosa rischi? – le chiese lui. – Cosa rischio? Il posto. Non c’è limite la male che può farmi se decide di farmi del male. – Be’, tu hai me, no? – disse lui. – Che vuol dire? – Hai me come ultima risorsa. Ci sono io. C’era lui. C’era lei. La possibilità di entrambi erano drasticamente cambiate.
*
E’ un anticonformista, un rissoso, e ti rimetterà sul ring. Ti farà tornare la voglia di combattere. Ripartirà da zero, se occorre. Ti porterà a rinunciare a tutto ciò che hai fatto prima, se vi è costretto. Sarà una lotta, ma alla fine ti farà tornare dove dovresti essere. Sono stato nel suo studio e ho guardato Vincent lavorare. “Prendi un solo momento, – dice. – Affrontiamo un momento per volta. Prendi quel momento, prendi tutto di quel momento, e poi passa al momento successivo. Non importa dove vai. Non preoccupartene. Va’ avanti così, momento per momento per momento. Il segreto è stare in quel momento, senza badare al resto e senza avere idea di dove andrai dopo. Perché se riesci a far funzionare un momento, puoi arrivare dappertutto”. Ecco, sembra, lo so, il concetto più semplice che esista, ed è per questo che è difficile: è così semplice che nessuno ci bada.
*
– Cos’è successo a tua moglie? – chiese lei quando ebbero mangiato gli spaghetti e bevuto una bottiglia di vino. – Non ha importanza. Troppo noioso per parlarne. – Da quanto tempo sei qui senza nessuno? – Da un tempo sufficiente per sentirmi più solo di quanto avrei mai creduto di potermi sentire. Certe volte è sorprendente, stando qui seduti un mese dopo l’altro, una stagione dopo l’altra, pensare che tutto va avanti senza di te. Proprio come accadrà quando muori.
*
– Simon, siamo stati piantati tutti e due, – disse lei. – Tu avevi toccato il fondo di una crisi e tua moglie ti ha lasciato e ti ha detto di arrangiarti. Io sono stata tradita da Priscilla. Che non ha lasciato solo me, ha lasciato il corpo che un tempo avevo amato per diventare il corpo di un uomo baffuto di nome Jack. Se dobbiamo fallire, che sia per colpa nostra, non a causa loro, non a causa del tuo passato o del mio. Non voglio incoraggiarti in un’impresa rischiosa, e lo so che è rischiosa. Per tutt’e due, tra l’altro. Anch’io sento che c’è un rischio. E di un tipo diverso dal tuo, naturalmente. Ma l’esito peggiore possibile è che tu mi sfugga. Non sopporterei di perderti in questo momento. Lo farà se devo, ma quanto al rischio… il rischio è stato corso. L’abbiamo già fatto. E’ troppo tardi per proteggersi battendo in ritirata.

Postilla squisitamente PERSONALE
Terzo episodio del progetto da Roth denominato “La nemesi” che comprende quattro romanzi brevi (Everyman, il primo, non l’ho letto e Nemesis, l’ultimo, è uscito a inizio febbraio). Come detto per il precedente però (Indignazione), se le qualità sono incontestabili, la storia non lo è altrettanto. Troppa fretta e troppo poco sulla carta per poter soddisfare il lettore, soprattutto tenuto conto di come l’autore ci ha abituato nel suo lungo passato da scrittore di razza.

4 febbraio 2011 2 commenti

Assalto a un tempo devastato e vile 3.0
di Giuseppe Genna
– minimumfax -

Alla fine a nulla è valso portare a termine il lavoro. Un diorama di tempi non miei continua a vorticare alle spalle. Come un tappeto rappresenta una preghiera, la vita che avremmo potuto vivere è un sovrapporsi di figure eroiche e personaggi minori, che si accalcano in attesa di venire scelti per la verità.
*
Bruno si volta verso di me (di colpo siamo a cento chilometri orari). Mi chiede se ho voglia di vedere i preti, se ho voglia di lavorare. Del grano, si può fare a meno. Mettetevelo nel culo, il grano. Cosa ci facciamo sulla statale per Bergamo, alle sette e mezzo di mattina. Cosa significa questo mondo esausto. C’è il crepitio elettrico dei pali della luce fuori, dietro il clacson che si allarga dalla macchina posteriore alla macchina anteriore, onde radar di avviso di pericolo. Ho voglia di lavorare? Ho voglia di vedere i preti? Stridendo Bruno fa l’inversione, torna verso Milano, appena rispondo: “No”.
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Alla fine delle otto ore non c’è nemmeno il disgusto o l’ansia. Solo un ottundimento dei sensi, come un sonno fatto in piedi, o un’anestesia che non tocca la coscienza ma soltanto i nervi, i muscoli, le ossa. Fanno male i tendini, ma non è più il dolore contratto e febbrile dei primi giorni di scarico. E’ un dolore silenzioso, ostile, lento, che addormenta la voglia di parlare. Si esce come automi, zitti, verso i motorini o le macchine scassate, alle tre di notte, sotto i neon che tremolano. Alle spalle, rosso per le luci posteriori delle macchine che sfrecciano continuamente, è al suo posto monumentale il ponte della tangenziale.
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Siamo macchiette messe a friggere nell’olio di riuso del grottesco. La puzza di comico che aleggia intorno a noi è stomachevole. Non si ride quando si è nauseati. Il principio di regalità che tutela i Principi dei poveri è questo: si tratta di una realtà troppo dura e probabile, per riderne a cuor leggero. Noi, con i fantasmi di chi è stato ai nostri tavoli per stringere bicchieri simili a quelli da cui bevevamo, accerchiamo questa indifferenza stanca, proprio come la cattiva coscienza assedia la pratica leggera delle virtù.
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Una sera sono uscito, sotto la pioggia, con il respiro che condensava in vapore per il freddo, e sono andato all’angolo di Porta Romana. Ero da solo, assolutamente solo, e non avevo voglia di starmene a casa, col caldo asfissiante della stufa e il ciarlio della televisione, a farmi da mangiare. Quando si è soli, il pranzo e la cena diventano non soltanto uno squallore, ma, se possibile, una bestemmia. Chi vive solo da molto tempo conosce questo retrogusto di colpa e livore che ha il pasto consumato in solitudine: poiché il mangiare è uno dei pochi atti radicalmente comunitari, e deglutire senza compagnia significa perpetrare un insulto a tutti gli uomini e, in fondo, a se stessi. Per questo motivo, spesso, il pasto dell’uomo solo è povero: di attenzioni, di calorie, di portate. La tavola è disadorna, il tempo di degustazione è minimo. Fa male. Allora sono uscito, nella sera fredda, e sono andato al MacDondald’s di Porta Romana.
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E’ con coscienze ormai ridotte a un nucleo essenziale e irriducibile che lo stato delle cose deve fare i conti. Ci hanno talmente schiacciati, che non c’è più spazio per premere ulteriormente. Ci hanno deprivato di tutto, tranne che dei sogni di grandezza, che alimentano un fuoco difficile a estinguersi. Le nostre rabbie rimangono ciò che sono, nel senso più letterale del termine: rifiuti. Continuiamo a rinfacciare a chiunque la nostra sfrontata libertà. Continuiamo a conferire da noi il significato alle nostre armi, come fa ogni uomo libero.

Postilla squisitamente PERSONALE
Terza stesura (comunque non quella definitiva), dopo le prime due apparse per peQuod e Mondadori, targata minimumfax per questo romanzo/memoriale/saggio di Giuseppe Genna. Un testo non di facile approccio, soprattutto nelle sue parti più recenti, dove la scrittura si fa meno viscerale e più metafisica. Tanti spunti, un po’ di confusione qua e là, e qualche caduta in banali stereotipi, per una lettura tendenzialmente stimolante e avvolgente, ma alterna, e quindi non per tutti e per tutta la durata delle 300 e passa pagine.

3 febbraio 2011 Nessun commento

2 febbraio 2011 1 commento

IN VISIONE
 

The King’s speech
(Regno Unito, Australia – 2010)

di Tom Hooper
con Helena Bonham Carter, Colin Firth, Guy Pearce, Michael Gambon, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Timothy Spall, Derek Jacobi, Eve Best, Anthony Andrews

Postilla squisitamente PERSONALE
Un film dai chiarissimi tratti teatrali e un cast di attori in ottima forma. Ecco, forse meglio questi ultimi che il primo nel bilancio generale.
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The Good Heart
(Francia – 2009)

di Dagur Kári
con Paul Dano, Brian Cox, Stephanie Szostak, Isild Le Besco, Nicolas Bro

Postilla squisitamente PERSONALE
Buon film che parla di solitudini, scelte e riscatti. Peccato si lasci andare un po’ troppo nel finale.
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Jack Goes Boating
(U.S.A. – 2010)

di Philip Seymour Hoffman
con Philip Seymour Hoffman, Amy Ryan, John Ortiz,Elizabeth Rodriguez, Daphne Rubin-Vega, Stephen Adly-Guirgis,Ricky Garcia, Harry L. Seddon, Mason Pettit

Postilla squisitamente PERSONALE
Hmmmm… indeciso… perché non mi ha convinto fino in fondo, ma a Philip Seymour Hoffman qui gli si vuole sempre bene.
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Blue Valentine
(U.S.A. – 2010)

di Derek Cianfrance
con Ryan Gosling, Michelle Williams, Mike Vogel, John Doman, Ben Shenkman, Reila Aphrodite, Maryann Plunkett, Maryann Plunkett, Mitchell Manicone

Postilla squisitamente PERSONALE
Duro e concreto, come anche l’amore a volte sa (deve?) essere.
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Vanishing on 7th street
(U.S.A. – 2010)

di Brad Anderson
con Hayden Christensen, Thandie Newton, John Leguizamo, Taylor Groothuis, Jacob Latimore

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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