Requiem per un cane
di Carlo Coccioli
– Marsilio -
Epoca di fame selvaggia, che significa mordere l’universo per affermare il proprio diritto a farne parte.
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Interesse, l’ho già detto e lo ridirò, è inter esse: stare nel mezzo. Non ai margini degli esseri e dei fatti: ma nel mezzo, nel cuore, proprio in mezzo al cuore.
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Non t’avevo annusato ancora, quel giorno sprovvisto di giorni anteriori, e già vedevo il tuo volto: amai la tua inquietudine.
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Per riportare la visione all’essenzialità, non ho bisogno di nessuna droga: mi basta ritrovare gli occhi dell’innocenza. Per ritrovare gli occhi dell’innocenza, mi basta sottopormi al delicato sforzo che mi permetta di vedere le cose come, forse, le vede il mio cane.
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… percepiva con l’olfatto, credo, la mia metallica solitudine.
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Il cielo è piombo ma si fa in cenere.
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Forse è compito primordiale dell’uomo far di tutto poesia. Ben lo sappiamo: c’è un involucro opaco intorno agli esseri e alle cose e agli eventi. Forse è primordiale compito nostro lacerarne l’involucro. Quando ci si riesce, una lucidità cambia il mondo e la vita. E ciò che è apparentemente banale germina in meraviglie.
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Sole divorante, luna altera e rabbiosa. Che son mai le altre lune in confronto di questa? Sole che accende il ferro e lo piega. Rettilinea e bruna la spiaggia. Vento, e la solitudine. Il vento canta, piange, scuote le palme docili. A mis soledades voy, de mis soledades vengo. Sgorgano al cadere del giorno le tenebre. Il cielo s’impunta ad afferrarsi alla luce, e per reagire vomita fiamme, ma la notte vince. Di notte il mare è interminabile clamore. Poi i galli, il primo canto. Cani selvaggi latrano rincorrendosi sulle dune.
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Ma l’alleanza nostra era di vita: non consentimmo che vincesse la morte. Tu, cane valoroso, agonizzante le ringhiavi; mentre, inventando nuovi artifici per batterla, io non mi davo riposo. Quegli occhi, quel pelo, quella lingua, quel muso, quei dentini aguzzi, quel ventre rosa: ah, eri troppo un miracolo perché accettassimo il tuo annichilimento. Io difendevo in te, oltre a te, l’innocenza perfetta e vulnerabile: bambini, fiori, un paradiso perso… Ricordo il momento in cui ebbi l’impressione che tu stessi per cedere. Mi adirai. Tacevi ora; ma io nel mio orrore, lanciai un grido. Corsi in cucina per scaldare del caffè. E gridavo: gridavo per spaventare la Senora: la morte. Tornai nella stanza dov’eri rimasto inerte e, gridando, t’apersi la bocca.
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Non smetto di martellare i tasti della mia macchina da scrivere, mentre Adelaida l’imperatrice di Germania vagola per la casa, con scope e catini, e il gatto bandolero gironzola sulla sommità del muro fra le buganvillee. Juanito ha fatto ingrandire fino all’inverosimile una tua fotografia: così ti tiene in casa sua, te che occupi una parete intera, e mi racconta che ti parla e che tu gli rispondi. In quanto a me, non voglio se non le immagini della memoria del mio cuore; e, quantunque il mattino mi svegli con un affanno di tender la mano per toccare un pelame vivo, finora non mi sono cercato un altro cane. Sarà perché, contrariamente a quel che suole avvenire, io, che pur amo tanto i cani, non avevo “un” cane e neppure il Cane: ma avevo te, te Fiorello, insostituibile. Un altro cane equivarrebbe a qualcosa di diverso, evidentemente; piuttosto che una copia tua, sarebbe una nuova e forse splendida avventura d’amare, Fiorello, sicché, invece d’agire per la moltiplicazione degli amori, comincio ad accettare la melanconia del mantenermi fedele, nell’amore, a ciò che ho amato. E per te, e per tutto quello che è stato con me e se n’è andato, continuo ad attendere con disperata speranza l’Altra Dimensione.
Postilla squisitamente PERSONALE
Dolcemente melanconico e commovente in alcune parti, troppo ermeticamente personale in altre. Questi ricordi di Coccioli e della sua vita insieme a Fiorello, il suo cane, sono istantanee a volte molto terrene, come le descrizioni delle difficoltà nel viaggiare con un compagno a quattro zampe, a volte invece quasi filosofiche/metafisiche, quando invece l’autore di lascia andare alle digressioni sulla vita, la morte, l’empatia reciproca, la solitudine, etc.
Un libro non per tutti, ma che certamente piacerà a chi ama o ha amato un cane. A chi ama o ha amato, e basta!
Requiem per un cane è uno dei sui libri più belli, dei più diretti benché costruito su divagazioni e smarrimenti, quasi seguendo la natura dei cani, che puntano a una meta e nel frattempo si fermano a ogni angolo, scantonano, fiutano l’invisibile e quasi si dimenticano dove erano diretti. […] Si scrive, si viaggia, si ama, si prega, si sogna per tenere lontano il pensiero della Falce Finale, ogni altra motivazione è falsa, è inutile presunzione. Coccioli, come ogni uomo sensibile e avveduto, sente il fischio della morte sempre accanto, e di questo si tormenta, quasi ne prova colpa, perché vivere sotto quella nuvola nera significa essere incapaci di ringraziare il sole della vita, significa avvelenarsi i giorni: e d’altronde ignorare questa condizione ontologica è anche peggio, vuol dire rinunciare alla nostra natura temporale, alla spietatezza di una condanna che sorge insieme a noi e ci segue passo passo. – dalla prefazione di Marco Lodoli


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