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Archivio per gennaio 2011

31 gennaio 2011 Nessun commento

Requiem per un cane
di Carlo Coccioli
– Marsilio -

Epoca di fame selvaggia, che significa mordere l’universo per affermare il proprio diritto a farne parte.
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Interesse, l’ho già detto e lo ridirò, è inter esse: stare nel mezzo. Non ai margini degli esseri e dei fatti: ma nel mezzo, nel cuore, proprio in mezzo al cuore.
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Non t’avevo annusato ancora, quel giorno sprovvisto di giorni anteriori, e già vedevo il tuo volto: amai la tua inquietudine.
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Per riportare la visione all’essenzialità, non ho bisogno di nessuna droga: mi basta ritrovare gli occhi dell’innocenza. Per ritrovare gli occhi dell’innocenza, mi basta sottopormi al delicato sforzo che mi permetta di vedere le cose come, forse, le vede il mio cane.
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… percepiva con l’olfatto, credo, la mia metallica solitudine.
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Il cielo è piombo ma si fa in cenere.
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Forse è compito primordiale dell’uomo far di tutto poesia. Ben lo sappiamo: c’è un involucro opaco intorno agli esseri e alle cose e agli eventi. Forse è primordiale compito nostro lacerarne l’involucro. Quando ci si riesce, una lucidità cambia il mondo e la vita. E ciò che è apparentemente banale germina in meraviglie.
*
Sole divorante, luna altera e rabbiosa. Che son mai le altre lune in confronto di questa? Sole che accende il ferro e lo piega. Rettilinea e bruna la spiaggia. Vento, e la solitudine. Il vento canta, piange, scuote le palme docili. A mis soledades voy, de mis soledades vengo. Sgorgano al cadere del giorno le tenebre. Il cielo s’impunta ad afferrarsi alla luce, e per reagire vomita fiamme, ma la notte vince. Di notte il mare è interminabile clamore. Poi i galli, il primo canto. Cani selvaggi latrano rincorrendosi sulle dune.
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Ma l’alleanza nostra era di vita: non consentimmo che vincesse la morte. Tu, cane valoroso, agonizzante le ringhiavi; mentre, inventando nuovi artifici per batterla, io non mi davo riposo. Quegli occhi, quel pelo, quella lingua, quel muso, quei dentini aguzzi, quel ventre rosa: ah, eri troppo un miracolo perché accettassimo il tuo annichilimento. Io difendevo in te, oltre a te, l’innocenza perfetta e vulnerabile: bambini, fiori, un paradiso perso… Ricordo il momento in cui ebbi l’impressione che tu stessi per cedere. Mi adirai. Tacevi ora; ma io nel mio orrore, lanciai un grido. Corsi in cucina per scaldare del caffè. E gridavo: gridavo per spaventare la Senora: la morte. Tornai nella stanza dov’eri rimasto inerte e, gridando, t’apersi la bocca.
*
Non smetto di martellare i tasti della mia macchina da scrivere, mentre Adelaida l’imperatrice di Germania vagola per la casa, con scope e catini, e il gatto bandolero gironzola sulla sommità del muro fra le buganvillee. Juanito ha fatto ingrandire fino all’inverosimile una tua fotografia: così ti tiene in casa sua, te che occupi una parete intera, e mi racconta che ti parla e che tu gli rispondi. In quanto a me, non voglio se non le immagini della memoria del mio cuore; e, quantunque il mattino mi svegli con un affanno di tender la mano per toccare un pelame vivo, finora non mi sono cercato un altro cane. Sarà perché, contrariamente a quel che suole avvenire, io, che pur amo tanto i cani, non avevo “un” cane e neppure il Cane: ma avevo te, te Fiorello, insostituibile. Un altro cane equivarrebbe a qualcosa di diverso, evidentemente; piuttosto che una copia tua, sarebbe una nuova e forse splendida avventura d’amare, Fiorello, sicché, invece d’agire per la moltiplicazione degli amori, comincio ad accettare la melanconia del mantenermi fedele, nell’amore, a ciò che ho amato. E per te, e per tutto quello che è stato con me e se n’è andato, continuo ad attendere con disperata speranza l’Altra Dimensione.

Postilla squisitamente PERSONALE
Dolcemente melanconico e commovente in alcune parti, troppo ermeticamente personale in altre. Questi ricordi di Coccioli e della sua vita insieme a Fiorello, il suo cane, sono istantanee a volte molto terrene, come le descrizioni delle difficoltà nel viaggiare con un compagno a quattro zampe, a volte invece quasi filosofiche/metafisiche, quando invece l’autore di lascia andare alle digressioni sulla vita, la morte, l’empatia reciproca, la solitudine, etc.
Un libro non per tutti, ma che certamente piacerà a chi ama o ha amato un cane. A chi ama o ha amato, e basta!

Requiem per un cane è uno dei sui libri più belli, dei più diretti benché costruito su divagazioni e smarrimenti, quasi seguendo la natura dei cani, che puntano a una meta e nel frattempo si fermano a ogni angolo, scantonano, fiutano l’invisibile e quasi si dimenticano dove erano diretti. […] Si scrive, si viaggia, si ama, si prega, si sogna per tenere lontano il pensiero della Falce Finale, ogni altra motivazione è falsa, è inutile presunzione. Coccioli, come ogni uomo sensibile e avveduto, sente il fischio della morte sempre accanto, e di questo si tormenta, quasi ne prova colpa, perché vivere sotto quella nuvola nera significa essere incapaci di ringraziare il sole della vita, significa avvelenarsi i giorni: e d’altronde ignorare questa condizione ontologica è anche peggio, vuol dire rinunciare alla nostra natura temporale, alla spietatezza di una condanna che sorge insieme a noi e ci segue passo passo. – dalla prefazione di Marco Lodoli

28 gennaio 2011 Nessun commento

 
Yuck – Yuck

08.03.11 @ La Casa 139

 

 

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27 gennaio 2011 Nessun commento

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26 gennaio 2011 5 commenti

IN VISIONE
 

Vallanzasca – Gli angeli del male
(Italia – 2010)

di Michele Placido
con Paz Vega, Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Valeria Solarino, Francesco Scianna

Postilla squisitamente PERSONALE
“Alla Romanzo Criminale”, quindi direi che va bene.
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How I ended this summer
(Russia – 2010)

di Alexei Popogrebsky
con Igor Csernyevics, Grigoriy Dobrygin, Sergei Puskepalis

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente male, già solo l’ambientazione basta e avanza per rendere questo film meritevole di una visione. Occhio che è lento mica poco.
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The kids are all right
(U.S.A. – 2010)

di Lisa Cholodenko
con Julianne Moore, Annette Bening, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson, Yaya DaCosta, Kunal Sharma, Eddie Hassell, Rebecca Lawrence

Postilla squisitamente PERSONALE
Un buon misto tra commedia a drammatico, per un film dove si parla di diversità e scelte di vita sotto più aspetti. Bravi tutti gli attori.
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All Good Things
(U.S.A. – 2010)

di Andrew Jarecki
con Ryan Gosling, Kirsten Dunst, Frank Langella Lily Rabe Philip Baker Hall Michael Esper

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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25 gennaio 2011 Nessun commento

VV.AA. – We’ll Never Stop Living This Way: A Ghostly Primer

Part 1Part 2

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24 gennaio 2011 1 commento

Homer & Langley
di E.L. Doctorow
– Mondadori -

Ora penso che accadde ciò che volevo accadesse, anche se quanto descriverò qui non fu altro che l’ennesimo avvenimento passeggero della nostra vita, come se la nostra casa non fosse una casa, ma una strada che io e Langley percorrevamo come pellegrini.
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“E’ l’arte?”
“Se è vera arte, prima la giudicheranno offensiva, e poi la venereranno. Un giorno se ne invoca la distruzione, il giorno dopo comincia l’asta.”
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Naturalmente ero contento come tutti che la guerra fosse finita. Ma sotto tanta gaiezza mi scoprii terribilmente triste. Qual era la ricompensa per quelli che erano morti? Una giornata commemorativa? Nella mia mente sentii suonare il silenzio.
C’era una battuta che io e Langley ripetevamo spesso: “Un moribondo chiede se c’è vita dopo la morte. ‘Sì’, gli viene risposto, ma ‘non la tua’”.
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Ma i ricordi non sono guidati dal tempo, non seguono il succedersi degli eventi…
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Jacqueline Roux riusciva a ridere senza perdere il filo dei propri pensieri. “No” disse, “checché lei ne dica, il vostro Central Park è diverso da tutti gli altri parchi che ho visitato in vita mia. Perché lo penso? Forse perché è così studiato, così ordinato? Una costruzione geometrica dai confini rigidi, una cattedrale della natura. No, non credo. Lo sa che in certi punti del parco ho avuto una sensazione terribile? Ieri, con le ombre del tardo pomeriggio, e gli alti edifici che lo circondano da ogni lato – da vicino e da lontano – per un istante o due mi sono immaginata che il parco fosse troppo basso!”
“Troppo basso?”
“Sì, nel punto in cui mi trovavo e ovunque guardassi! Aveva piovuto, l’erba era bagnata, e in quel momento mi accorsi di una cosa che prima non avevo notato, e cioè che Central Park è sprofondato nel punto più basso della città. E poi è pieno di stagni, pozze e laghi, come se stesse lentamente affondando, capisce? Quella è stata la mia sensazione terribile. Come se questo fosse un parco sommerso, una cattedrale della natura sommersa dentro una città sopraelevata.”
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E così le persone escono dalla tua vita, e a te non rimane che il ricordo della loro umanità, una povera cosa discontinua senza alcun potere, proprio come la tua.
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Nella sua stanza le confesso la mia sofferenza, un cieco che sta diventando sordo.
Ne deriva una conversazione generosa: pratica, come se si trattasse di un problema da risolvere. “Allora perché non scrive?” dice Jacqueline. “C’è musica nelle parole, sa, e si può sentirla con il pensiero.”
Non sono convinto.
“Capisce, signor Homer? Pensi a una parola, e potrà sentirne il suono. Le sto dicendo quello che so: le parole possiedono una musica propria, e se lei è un musicista scriverà per sentirle.”
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E dopo che avevo perso la vista, mio fratello leggeva per me. Vi sono momenti in cui questa persistente consapevolezza mi riesce insopportabile. Conosce solo se stessa. Le immagini delle cose non sono le cose stesse. Da sveglio continuo a vivere nei miei sogni. Le macchine da scrivere, il tavolo, la sedia possiedono la sicurezza di un mondo solido, dove gli oggetti occupano uno spazio, dove non esiste il vuoto sconfinato del pensiero inconsistente che non porta ad altro che a se stesso. Più cerco di dominarli e più i miei ricordi sbiadiscono. Si fanno sempre più spettrali. La mia peggiore paura è perderli del tutto, rimanere solo dentro il vuoto infinito della mente. Se potessi decidere di impazzire, forse riuscirei a ignorare la mia tragica situazione, questa terribile consapevolezza che è irrimediabilmente consapevole di se stessa. Non resta altro che il contatto con la mano di mio fratello a dirmi che non sono solo.

Postilla squisitamente PERSONALE
Come se non bastasse il fatto che questo libro narra le vicende realmente accadute a due personaggi particolarissimi, che danno pure il nome a una sindrome, come i fratelli Collyer, anime pure mi verrebbe da dire, Doctorow di suo ci mette anche una prosa precisa, elegante, mai troppo sopra le righe, lasciando che sia la loro storia, per certi versi assurda e in altri quasi magica, a prendersi il palcoscenico; essendo doppiamente abile nel contempo a tratteggiarne anche in parte un’altra di storia, quella degli Stati Uniti d’America.
Un romanzo che porta con sé il gusto della lettura, del raccontare.

20 gennaio 2011 Nessun commento
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19 gennaio 2011 2 commenti

IN VISIONE
 

Rabbit Hole
(U.S.A. – 2010)

di John Cameron Mitchell
con Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Sandra Oh, Dianne Wiest, Jon Tenney, Tammy Blanchard, Giancarlo Esposito, Miles Teller, Patricia Kalember

Postilla squisitamente PERSONALE
Lento, lentissimo, ma sa dipingere e comunicare bene la deriva del dolore, del lutto. Molto bravi tutti gli attori, in particolare Aaron Eckhart.

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Never Let Me Go
(U.K., U.S.A. – 2010)

di Mark Romanek
con Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Izzy Meikle-Small, Charlie Rowe, Ella Purnell, Charlotte Rampling, Sally Hawkins

Postilla squisitamente PERSONALE
Abbastanza lento, a tratti poetico, dannatamente dolce anche se molto composto. Idem come sopra, in particolare Carey Mulligan.
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127 hours
(U.S.A, U.K. – 2010)

di Danny Boyle
con James Franco, Kate Mara, Lizzy Caplan, Amber Tamblyn, Clémence Poésy, Kate Burton, Darin Southam, Elizabeth Hales, Norman Lehnert

Postilla squisitamente PERSONALE
Lento almeno per metà, mi ha convinto, più o meno, con la stessa percentuale. Forse anche meno.
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Conviction
(U.S.A. – 2010)

di Tony Goldwyn
con Hilary Swank, Sam Rockwell, Thomas D. Mahard, Owen Campbell, Conor Donovan, Laurie Brown, John Pyper-Ferguson, Melissa Leo, Juliette Lewis

Postilla squisitamente PERSONALE
Più che lento, decisamente canonico.
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17 gennaio 2011 Nessun commento

La vita oscena
di Aldo Nove
– Einaudi -

I giorni presero a rotolare uno sull’altro e avevano tutti lo stesso sapore che finiva.
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L’istante più impossibile. È la dolcezza di un luogo che non può esistere eppure hai fatto tuo, ci perseveri nel tempo lasciando fuori calendari e amicizie, parentele e appuntamenti, con una boria che non ha pari e facendo silenzio ti culla lontano dagli schiamazzi del mondo, dalle sue assurdità che diventano storia. Che stessi impazzendo non aveva nulla di rilevante in un mondo che aveva perduto senso oppure ne aveva troppo da poter essere contenuto in una vita, qualunque cosa questa fosse stata, la mia o d’altri non aveva alcuna importanza, nel mutismo dei fatti raggelati dall’indifferenza che metteva i paletti oltre i quali esistevano soltanto l’accidia della luce e la sua noiosa propensione a fare giorno, l’attitudine del fare e del disfare, la parata ossessiva delle attese e delle disillusioni, le persone che si telefonano e le auto che parcheggiano perché chi le guida deve andare in un posto. Era come se tutto si fosse già compiuto almeno una volta, e quella volta valesse per sempre, non c’era appello nel nome da invocare, nel caldo rigeneratore della distanza, lasciando che non persistesse più nulla di riconoscibile all’orizzonte, negato l’orizzonte, nello spegnersi delle stelle, una dopo l’altra, nel ritorno in un luogo in cui nessuno era mai stato eppure era l’unico ritrovo comune, la casa materna e la madre che avrebbe apparecchiato la tavola per la festa e atteso gli ospiti, tutti gli ospiti, per sfamarli, perché un giorno, quel giorno, fosse memorabile per tutti i commensali, ciascuno privo di volto, senza che nessuna storia fosse possibile per nessuno, ma fosse solamente una storia, una pura storia, senza l’affanno dell’accadere, senza che dovesse avere un prima e un dopo, una storia assoluta, tutta da vivere nel suo consumarsi veloce, prima di spegnersi nel nulla, prima che non ci fosse altro che silenzio io compivo diciassette anni e il mio unico pensiero era quello di morire il prima possibile.
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Un linguaggio, un linguaggio di carne che siamo brilla, si incide nei corpi che sanguinano, è la storia di ogni cosa e che ogni cosa dice. Allora la solitudine è la potenza di una virgola, quando arriva dopo che tutto è diventato discorso, e quel discorso ha lettere straniere, è fatto di voci che si accavallano con rabbia, ogni voce cerca di sovrastare le altre, questo era quello che giorno dopo giorno sentivo e restavo a letto per settimane, nessuna frase finiva, nessun detersivo lavava più bianco, nessun amore incominciava con il piede giusto, non c’erano punti né tanto meno punti a capo ma solo virgole, discorsi interrotti sull’iniziare di qualcosa che non era racconto.
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Il giorno dopo, su letto, sentivo da lontano le voci dei passanti. Credevo che parlassero di me. O di ciò che un tempo era stato me. Sentivo mancarmi sempre di più. Sapevo che un giorno non troppo lontano non ci sarei stato più e mi domandavo cosa avrebbe riempito la mia assenza in un mondo già saturo di vuoti. Tutto mi appariva coperto di tracce nell’attesa fiduciosa di diventare segni poi cose. Lo scheletro delle cose. Il linguaggio della vita. Le parole che coprono il mondo e riempiono le bocche e i pensieri.
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Attesi diversi minuti, accendendomi una sigaretta dietro l’altra, continuando a suonare, guardavo attorno le persone che si muovevano, che andavano e venivano, ognuno preso dalla sua vita, come vettori ognuno della sua storia, e il mondo mi pareva sempre più paradossale, una scatola piena di destini costruiti sul momento e allo stesso tempo effetto di tutti i momenti precedenti, guardavo le espressioni sui volti della gente e io ero lì con loro, appeso alla mia storia. Guardavo le vetrine dei negozi e le loro merci protrarsi verso di me come fossi sempre e nient’altro che uno dei due termini di una potenziale transazione in un mondo di transazioni, fare affari, incontrarsi per scambiarsi merci e soldi, aumentare la propria quantità si dolsi e di merci, aumentare a dismisura qualcosa, come fosse la legge di chiunque, il problema di qualcuno, l’essere di uno, l’unicità che non è unità, è esplosione di sé in frammenti, in oggetti che possiedi, in oggetti da cui sei posseduto, abitato dagli oggetti, noi stessi cose tra cose, nella banca mondiale della vita e della morte, nella borsa delle quotazioni delle emozioni e delle paure, nel mercato delle gioie, con i caffè da bere e le persone da incontrare, i baristi che tirano a lucido il bancone ogni giorno, perché ogni giorno si riempia di frequentazioni, di caffè in caffè, di frase in frase, nei luoghi degli innamoramenti e degli incidenti, nella terra in cui qualcosa finisce e qualcosa inizia.
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E ancora la poesia. Il suo non cedere nella notte ma nella notte inoltrandosi. Sempre.

Postilla squisitamente PERSONALE
E’ il primo libro che leggo di Aldo Nove, e anche se informandomi qua e là mi sembra di aver capito che è abbastanza atipico come atmosfera all’interno della sua produzione letteraria, quello che mi ha colpito di più è l’uso della lingua che possiede, decisamente si sente che è prima di tutto un poeta.
Uno stile secco e deciso, ma sinuoso, non scarnificato; potente, ma non ingombrante; indagatore, ma anche osservatore; una competenza nell’usare il ritmo, degna di nota.
Per quanto riguarda la storia invece, si narra la personale esperienza di discesa dell’autore in un vortice di dolore sempre più esasperato, attraverso il quale cercare il capolinea o, come poi è realmente accaduto, una risalita. Allontanarsi da sé e dal proprio passato per annullarsi e, solo così, potersi ritrovare, ricostruire ripartendo dal nulla post-distruzione.
La prima parte e la chiusura mi sono piaciute molto, quella invece riguardante gli ultimi passi di questa sorta di trance autobiografica secondo me sono leggermente inferiori alle altre parti del libro, ma non ho ancora capito bene perché, forse c’è troppa merce a discapito della materia (anche se la descrizione di certi ambienti e incontri sono formidabili: le due signore e l’odore di sugo su tutti).

Bonus: Aldo Nove a Le Invasioni Barbariche.

 

14 gennaio 2011 Nessun commento
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12 gennaio 2011 Nessun commento

Ogni cosa è importante!
di Ron Currie Jr
– Mondadori -

Innanzitutto, goditi questi momenti! ;ai più, infatti, potrai concederti il lusso di non dover essere responsabile della tua stessa sopravvivenza. Ben presto ti toccherà ingerire cibo e smaltire le tue scorie, imparare la differenza fra la notte e il giorno, e sviluppare la capacità di dormire. Avrai bisogno di rinforzare i muscoli necessari a sostenere per lunghi intervalli di tempo il volume altissimo del tuo frignare. Dovrai imparare a controllare il tuo involontario tubare e i tic facciali che costituiscono il fondamento della graziosità infantile, onde assicurati che chi si prenderà cura di te continui a rifornirti di cibo e biancheria intima pulita. Avrai bisogno di flettere le braccia e le gambe, di ciondolare la testa per rafforzare i muscoli del collo, di gattonare, alzarti in piedi, barcollare e poi camminare. Poco più tardi dovrai imparare a correre, a condividere, a lanciare e a battere, a tenere in mano una matita, ad amare, a piangere, a leggere, ad allacciarti le scarpe, a farti il bagno e a morire. Ci sono molte cose da imparare e da fare, e poco tempo, basti dire che è bene tu sia consapevole delle prove che ci attendono, così da poter apprezzare questo sogno liquido e privo di sforzi chiamato gestazione. E apprezzarlo mentre accade, anziché col senno di poi. Per ora tutto quello che devi fare è crescere.
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A questo stadio della tua vita, proprio alle porte dell’adolescenza, l’esercito polacco della tua parte emotiva è ormai stato schiacciato dalla macchina da guerra nazionalsocialista del tuo intelletto, e i tuoi rapporti con la maggior parte delle persone, persino con tuo fratello e i tuoi genitori, sono freddi e distaccati, per quanto non del tutto scevri d’amore.
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Mi avvicino al tavolo e interrompo le loro risate senza curarmi della figura che farò. Dirò la mia. Otterrò un minimo di soddisfazione. A parte che al di sotto di questo sottilissimo strato di pur legittima indignazione, tutto quello che voglio veramente è passare un paio d’ore in sua compagnia. Sono consapevole, almeno vagamente, che tutto ciò mi rende patetico, e so che dovrei avere abbastanza considerazione di me stesso da girare i tacchi e uscire di qui. Ma una volta che sei stato privato di tutta la tua dignità, non ha senso fingere di averne. Così invece di dar sfogo alla mia rabbia, che in realtà è soltanto dolore vestito a festa per una serata in centro, chiedo se qualcuno ha bisogno di un drink.
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Sto aspettando il taxi per andare all’aeroporto. Sul pavimento accanto a me c’è la mia borsa, con dentro un cambio, e idealmente mi piacerebbe poter guardare fuori da una finestra, ma le uniche finestre nell’ingresso sono di vetro colorato, e di conseguenza non sono adatte a guardare fuori. Io mi sento più che un po’ sciocca a starmene lì a fissare la porta, ma non ho voglia di voltarmi e affrontare Oscar. Naturalmente lui non vuole che vada. E lì in piedi dietro di me, e so, senza bisogno di guardarlo, che ha le mani infilate nelle tasche dei pantaloni larghi, in quella posa stupida e inutile che tira fuori quando non andiamo d’accordo. Mi viene in mente che quando il modo in cui qualcuno sta in piedi comincia a farti impazzire, è probabilmente segno che è davvero finita.
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Io non ho bisogno di compagnia, non come certa gente che sembra averne. Ed è per quello che a volte mi stanca ascoltare i ragazzi al magazzino. Sono sempre lì a parlare di quello che avrebbero fatto e di quello che sarebbero diventati se questa o quell’altra cosa sarebbe andata diversamente. Come se le mogli e i figli e i mutui fossero tutti degli incidenti di percorso che gli sono capitati. Parlano giusto per sentirsi parlare, per riempire tutte quelle ore passate a sollevare e smistare gli scatoloni, ore che secondo impiegherebbero molto meglio restando in silenzio, se poi tanto uno non ha niente da dire. Si scambiano storie riguardo tutte le sbornie e le bravate di quando erano ragazzini, ed è veramente tutta roba piuttosto comune – cassette della posta abbattute a mazzate, bottiglie di whisky rubate ai genitori, salti nella neve dalla finestra del secondo piano, quelle cose lì – ma raccontano tutto come se fossero dei grandi criminali, come se tutti dovessero essere colpiti quanto loro. E’ questo genere di discorsi che porta dritto agli “avrei dovuto” e agli “avrei potuto” che dicevo prima – guarda come eravamo, come mai siamo diventati quello che siamo adesso?

Postilla squisitamente PERSONALE
Personaggi decisamente ben caratterizzati, una storia abbastanza accattivante (se non forse un po’ stiracchiata sul finale), una scrittura liscia e precisa, senza sbavature, ma nemmeno troppi picchi (se non forse le prime cinquanta pagine). Un libro che di sicuro non vi cambierà la vita o vi farà gridare al miracolo, ma che certamente ripagherà il vostro piacere per una buona lettura senza troppo impegno.

11 gennaio 2011 4 commenti

IN VISIONE
 

Black Swan
(U.S.A. – 2010)

di Darren Aronofsky
con Mila Kunis, Natalie Portman, Winona Ryder, Sebastian Stan, Vincent Cassel, Christopher Gartin, Toby Hemingway, Janet Montgomery, Barbara Hershey, Kristina Anapau, Ksenia Solo, Adriene Couvillion

Postilla squisitamente PERSONALE
BELLISSIMO!
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Somewhere
(U.S.A. – 2010)

di Sofia Coppola
con Benicio Del Toro, Michelle Monaghan, Elle Fanning, Stephen Dorff, Laura Ramsey, Alden Ehrenreich, Robert Schwartzman, Paul Vasquez, Chris Pontius, Laura Chiatti, Becky O’Donohue

Postilla squisitamente PERSONALE
Secondo me è un film, al contrario di quanto si legge in giro, in puro stile Sofia Coppola, e mi è piaciuto, anche se in parte sono d’accordo con  qualcuno che ha detto: “è una versione di Californication per gente che non si sa divertire”.

Io sono l’amore
(Italia – 2009)

di Luca Guadagnino
con Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Diane Fleri, Waris Ahluwalia, Maria Paiato, Marisa Berenson

Postilla squisitamente PERSONALE
Stilisticamente ineccepibile, però mi sono fatto anche una bella dormita di mezz’ora.
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The extra man
(U.S.A., Francia – 2010)

di Shari Springer Berman, Robert Pulcini
con Paul Dano, Kevin Kline, Katie Holmes, John C. Reilly, John Pankow, Celia Weston, Dan hedaya, Alicia Goranson, Patti D’Arbanville, Marian Seldes

Postilla squisitamente PERSONALE
Mah… non mi ha convinto, anzi…
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Boogie Woogie
(United Kingdom – 2009)

di Duncan Ward
con Alan Cumming, Amanda Seyfried, Charlotte Rampling, Christopher Lee, Danny Huston, Gillian Anderson, Heather Graham, Jack Huston, Jaime Winstone, Joanna Lumley, Meredith Ostrom, Simon McBurney, Stellan Skarsgard

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Orgogliosa sorella morte
di Thomas Wolfe
– Mattioli 1885 -

“Oh, miserabile uomo,” sembrava voler dire, “Io sono la città, una città da milioni di anime – la mia vita è fatta con quella di decine di milioni di uomini, che vanno e vengono, passano di qui e muoiono, nascono, e poi muoiono di nuovo, mentre io resto per sempre. Povero piccolo uomo, tu mi credi crudele e senza pietà solo perché ho appena ucciso uno di voi, proprio mentre stavi pensando a quanto tutto fosse meraviglioso, sentendoti intossicato dal respiro del mese di aprile, e dal profumo del mare che viene dal porto come un’invitante promessa di primavera: acque calde, il pensiero della navi in viaggio verso lidi lontani, e la visione di città favolose e dorate ancora da scoprire. Sì, piccolo uomo – tu, misero e squallido atomo che ti trascini strisciando sui miei duri marciapiedi, vagando alla cieca, nel buio, tristemente e senza speranza attraverso i miei tunnel selvaggi, tu che brulichi dalla mia terra come un parassita che esce dal suo nascondiglio nel sottosuolo, e che ti riversi in abbondanza o in piccoli gruppi qua e là, dondolando in balìa del vento come il cadavere di una foglia secca in seno alle mie maree, a cui offro breve soggiorno in uno dei miei dieci milioni di loculi, ma senza mai concederti di lasciare la minima traccia che testimoni il tuo passaggio sulle mie strade selvagge. Oh, piccolo misero uomo, tu oscuro minuscolo atomo senza volto nascosto tra i miei antri: tu che sudi bestemmiando, odiando, mentendo, imbrogliando, difendendoti e amando; tu che continui a sgobbare finché le tue carni rinsecchite perdono ogni linfa vitale e diventano aride come la pietra su cui camminiamo, e gli occhi si fanno cupi e morenti come carboni esausti, e le parole divengono sterili e inutili e stridenti come il fragore del mio ferro arrugginito. Tu, che un attimo prima mi credevi gentile perché il sole riscaldava dolce l’aria di aprile, ora mi credi crudele perché ho appena ucciso uno del tuo stesso mucchio: ma cosa credi che me ne importi? Pensi davvero che io sia buona, solo perché senti il sole d’aprile riscaldarti la pelle e vedi le foglie germogliare ancora? Pensi davvero che io sia bella, nel percepire il tuo sangue che pulsa più tiepido e fluido all’arrivo della primavera,e i tuoi polmoni inebriati dai profumi d’aprile, e gli occhi persi nell’ingannevole magica bellezza degli alberi di nuovo verdi, del sole splendente, e delle carni profumate della tua donna?
*
Nella grande strada la folla ondeggiava a perdita d’occhio in curve lente e sinuose, come un enorme serpente variopinto. Da una parte sembrava che scivolasse, si contorcesse, si fermasse e poi si rialzasse riprendendo a muoversi, mentre dall’altra si aveva l’impressione che giacesse immobile, sussultando al palpito di un ritmo ondulatorio infinitamente complesso e misterioso, quasi in risposta agli stimoli di qualche inesorabile schema centrale e di una segreta energia. Così appariva da lontano quella grande ondata d’umanità, ma quando le si passava vicino, si frantumava subito in un milione di ricche, vivide, minuscole scene di vita, tutte talmente familiari e profondamente vicine alla mia stessa esperienza che mi sembrava quasi di conoscere tutta quella gente, di avere tra le mani la più segreta e intima sostanza della loro vita, e di conoscere la strada stessa, quasi fossi stato proprio io a crearla.
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Il ricordo irreale dei loro volti mi tornava alla mente, come in un sogno, e rivedevo il loro inquieto vagare nella notte, che sentivo così familiare senza sapere perché. Cosa cercavano? Cosa speravano di trovare nei loro vagabondaggi, mentre passavano senza fermarsi davanti a migliaia di porte in quelle piccole, desolate e gelide città di provincia? La speranza, l’incrollabile fede, l’oscuro canto che la notte ridestava in loro, qualcosa che viveva nelle tenebre mentre tutti dormivano e che celava il segreto di un esultante trionfo, e che si diffondeva ovunque su questa terra: tutto ciò, io lo portavo scritto sul cuore. Non nella purezza e nella dolcezza dell’alba, in tutta la coraggiosa pienezza della sua rivelazione, non nella luce semplice e rassicurante del mattino, non nelle silenziose distese di grano inondate di sole del mezzogiorno, o nella sonnolenza dei pomeriggio nei campi, interrotta solo da qualche monotono ronzio, non nella strana magia verde-dorata dei boschi che risuonavano d’innocente poesia e neppure nella terra che, spenta l’ultima violenta vampata del giorno, sprofondava quieta nella malinconia del crepuscolo: per quanto gloriosi e sublimi potessero essere quei momenti, non era stato allora che avevo percepito e colto la misteriosa grandezza e l’immortale splendore dell’America. Avevo conosciuto quell’oscura terra nel cuore della notte, nel mezzo della buia, orgogliosa, segreta notte: e per me la vasta e solitaria terra viveva nella notte. Vedevo le sue pianure, i suoi fiumi e le sue montagne dispiegarsi dinnanzi ai miei occhi in tutta la loro oscura, immortale bellezza, in tutta la loro vastità grandiosa, in tutta la loro solitudine, nella loro fierezza, e nel loro terrore, e in tutta l’immensa e delicata fecondità. E il mio cuore pulsava in un unico battito come quello degli uomini che avevano ascoltato quello strano, selvaggio canto, pieno di nuove armonie e di mille segrete voci sconosciute, in cui zampillava l’esultante e terribile musica della terra vergine, una musica di trionfi e scoperte, vibrante di una strana e amara profezia d’amore e morte.
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Qualcosa di nobile, gretto, volgare, e insieme eroico, raro e glorioso di cui siamo partecipi tutti noi umani, giace qui morto nel cuore dell’instancabile città. Il destino di tutti noi esseri viventi – sì, di noi sovrani della terra, principi della mente, raffinati signori del linguaggio, immortali creatori di versi – è scritto qui, nell’immagine meschina di questa creta corrotta; e i nostri sogni, i nostri desideri, che tanto ci dilaniano e ci torturano, sono tutti contenuti nell’angusta prigione di un cranio.

Postilla squisitamente PERSONALE
Una sfida tra la città e l’uomo, è sostanzialmente la poetica di questo piccolo e prezioso libro. Una sfida che immancabilmente e naturalmente finisce con la morte, una morte come da titolo però, orgogliosa… orgogliosa della meraviglia di ogni giorno vissuto, dello stupore continuo verso ognuno dei contendenti, la città e l’uomo. Una morte che è prima di tutto vita sospesa nel tempo.

Thomas Clayton Wolfe viene considerato da molti come il principale mentore letterario di Kerouac (e di parte della Beat Generation), può essere per alcuni aspetti accostato a Fitzgerald e alla “Lost generation” ed è morto a soli 37 anni, lasciandoci quattro romanzi e alcuni racconti.

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