Una lunga strada da fare
di Peter S. Beagle
– Mattioli 1885 -
Il mio compagno, il mio mentore confuso. Siamo amici da quando avevamo tre o quattro anni. Il nostro incontro è avvenuto durante una rissa, nella quale mi sembrò che tutto accadesse contro la mia volontà. Diedi un calcio la primo bersaglio che mi capitò a tiro e scoprì che si trattava del fondoschiena di Phil. La nostra relazione non è molto cambiata da quel giorno. “Andiamo, allora,” dice. “E smettila di blaterare.”
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E’ nella natura della nostra amicizia non dibattere sui gusti e sulle nostre qualità, come se queste ci riempissero di soddisfazione senza causare gelosie. Ma per quanto riguarda le nostre conquiste – scooter, donne, chitarre – è meglio che le cose siano ripartite equamente, altrimenti ci saranno problemi stupidi, cervellotici, infantili e non meno consistenti se tenuti nascosti.
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Il lungo inverno mi ha fatto dimenticare quanto fosse bello viaggiare in scooter durante una giornata calda. […] – e tu ti trovi a spingere sull’acceleratore fino a quando la vita non si gonfia sotto di te come un fiume, per afferrare tutto quello che c’è in una volta sola. E’ nei giorni migliori che cominci a temere la morte.
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La gente dell’Indiana è cordiale e gentile in un modo quasi preoccupante, sebbene la nostra esperienza si limiti alle stazioni di servizio, ai ristoranti, ai parchi pubblici, e di tanto in tanto ai motel. C’è un particolare vantaggio nel conoscere le persone come lo stiamo facendo noi: all’inizio non c’è altro che un cliente, una professione, un lavoro, dei ruoli, le tariffe minime, frasi come: “Quanto vuoi spendere?” Non c’è nessun motivo di interagire dal punto di vista umano, nessun bisogno di indossare le varie maschere che si portano davanti ai familiari, amici, superiori – nient’altro che i soldi e una vera e propria riluttanza a trattare con le persone che non ne hanno, come se questo potesse essere contagioso. Ma parliamo, chiediamo indicazioni, usiamo il bagno degli uomini, chiacchieriamo con latri che guidano scooter o ci prendiamo una tazza di caffè mentre discutiamo del viaggio, delle strade e del tempo della zona orientale, di Jenny e Couchette, delle nostre barbe – e il più delle volte una cameriera ci offre una porzione extra di verdure, un meccanico ci fa una veloce revisione gratuita, un poliziotto ci suggerisce un luogo per campeggiare dove gli altri poliziotti non ci possano dare noie. E in qualche modo ripartiamo con la sensazione che siano in molti a viaggiare con noi.
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C’è un piccolo parco nazionale a mezzo miglio di strada e decidiamo di passare la notte lì. Un paio di automobili sono parcheggiate all’ingresso, ma le uniche persone che vediamo sono una vecchia coppia in viaggio in uno di quei rimorchi che si innestano sul corpo di un furgone. Hanno acceso un fuoco vicino al rimorchio e ci osservano senza espressione mentre passiamo loro vicini. Phil borbotta: Dio, vorrei che avessimo uno di quei cosi.”
“Siamo troppo giovani,” rispondo. “Non abbiamo sofferto abbastanza. Come si fa a essere artisti, se non si soffre? La sofferenza fa bene. Inizia a soffrire da oggi. Ecco la scelta migliore.”
“E conta come sofferenza il fatto che tu mi fai saltare i nervi in continuazione? Che cosa stiamo aspettando? Dai, piantiamo questa cazzo di tenda. C’è una specie di frangivento naturale. Qualunque cosa sia un frangivento. Mettiamo la tenda e cominciamo a soffrire!”
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Il giorno successivo è brutto, freddo e deprimente fin dall’inizio […] un giorno uscito dal forno troppo presto.
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Osservo quelle poche bestie con invidia pura e velenosa, perché sembrano non preoccuparsi affatto del vento. C’è solo una parte di me che è calda e placida come quegli animali, ed è la parte che sa che quasi sicuramente avrò sempre freddo, che ci sarà sempre un vento che soffierà contro di me, e che sarò sempre di corsa prima che venga l’oscurità, in cerca di un luogo che non c’è.
Ecco un’altra cosa che si può dire sulle paranoie. Tengono caldo. Non troppo, ma il giusto.
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C’è un tempo confuso e arruffato come se un gatto stesse giocando con lui.
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Alex Rodrguez e Kisa, oltre a essere nostri amici, sono la nostra pietra di paragone, la nostra coppia di riferimento, la nostra assicurazione contro le Ombre del Male. Sia io che Phil siamo persone abbastanza invidiose degli altri da poter bramare segretamente Kisa, se Alex non fosse Alex, il che praticamente chiude la questione. E’ comunque bello sapere che esistono, specialmente adesso. Non abbiamo ancora capito come funzione il nostro fornello elettrico e siamo molto affamati. E soprattutto: Kisa ha fatto il pollo al curry.
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In un primo momento scherziamo in modo affettato con lei, ma presto la cosa diventa noiosa, come succede con un bambino aggressivo che all’inizio sembra divertente. Così iniziamo a ridere per conto nostro e ignorarla.
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Il suo più che un accento è uno strano ritmo della voce, una sorta di esitazione, come se stesse parlando con se stesso dietro il battito delle sue frasi. […] e lo stesso sorriso incredibilmente dolce, completamente privo di avidità o amarezza, totalmente indifeso. Si dimentica quanto rari siano sorrisi come questi – perché è la vita a fartelo dimenticare – fino a quando non ti capita di vederne uno.
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Quando diciamo loro che non possiamo restare, sembrano sinceramente sorpresi e delusi. Si aspettavano che almeno passassimo lì la notte. “Non abbiamo proprio tempo,” rispondo e il signor Beckman colpisce il bracciolo della sua sedia con un lamento soffocato. “Beh, su questo non ci puoi far niente di sicuro,” accetta tristemente. “Il tempo… Non avete tempo. Beh, non avete mai tempo in verità, perché non esiste una cosa con quel nome e passerete tutta la vita ad aspettare di metterne via un po’ per fare le cose che volte fare. Ma non c’è il tempo, ci siete solo voi. A me ci è voluta una vita ma adesso lo so.”
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Las Vegas non è un posto difficile da lasciarsi alle spalle; non ha dei veri sobborghi, finisce e basta, come l’amore o un muro. Una strada senza nome, adesso, ci sta portando da qualche parte.
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Sono ragazzi simpatici: hanno quella fiducia che deriva dalla consapevolezza di avere tutto il tempo del mondo. In realtà non ricordano noi alla loro età, anche se è divertente far finta che sia così. I loro sogni hanno la stessa tendenza all’immensità dei sogni che facevamo noi – prima che iniziassimo a circoscriverli.
Postilla squisitamente PERSONALE
Un viaggio coast to coast nei primi anni ’60 con i suoi imprevedibili contrattempi e incontri, ma non solo, anzi… perché dentro questo libro atipico di Beagle, famoso autore di romanzi fantasy, c’è anche il senso dell’amicizia e la sua fragilità inerme davanti allo scorrere del tempo, c’è il mutare dei ruoli nella vita, c’è la scoperta del mondo successivo che ci aspetta.
Fin dall’inizio, io ero lo scrittore e Phil il pittore. […] Ho un ricordo preciso di lui che mi indica un albero, mentre camminiamo nel Van Cortlandt Park – un posto incantato della nostra infanzia – e dice: ”Rosa. Guardo quel maledetto albero che tutti dipingono nero, marrone o in qualunque altro modo, e non posso farci niente: vedo del rosa nella corteccia, laggiù. Credi che sia io a volerci vedere del rosa? Non credi che mi farebbe piacere percepire gli stessi colori che vedono le altre persone? Come posso dirtelo?” – dalla postfazione dell’autore.