31 marzo 2010
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Archivio
Archivio per marzo 2010
30 marzo 2010
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Quanto agli uomini, quella miriade di piccoli stagni isolati con una brulicante vita corpuscolare tutta loro, cos’erano se non il sistema che ha l’acqua di andarsene in giro tenendosi fuori dalla portata dei fiumi?
Loren Eisaley
25 marzo 2010
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23 marzo 2010
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IN VISIONE
Il concerto
(Francia, Romania, Belgio, Italia – 2009)
di Radu Mihaileanu
con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent, Dmitri Nazarov, Valeri Barinov, François Berléand, Miou-Miou, Lionel Abelanski
Postilla squisitamente PERSONALE
Parte bene e regge fino a tre quarti di film circa, ma nel finale un po’ si spegne. Rimane comunque una buona visione.
Lebanon
(Israele – 2009)
di Maoz Shmulik
con Oshri Cohen, Zohar Shtrauss, Michael Moshonov, Itay Tiran, Yoav Donat, Reymond Amsalem, Dudu Tassa
Postilla squisitamente PERSONALE
Come per The Hurt Locker, un modo di vivere la guerra che non è “il solito”. Da vedere.
Capitalism A love story
(U.S.A. – 2009)
di Michael Moore
Postilla squisitamente PERSONALE
Se vi piace Michael Moore, allora vi piacerà anche questo film.
Rec 2
(Spagna – 2009)
di Jaume Balagueró, Paco Plaza
con Manuela Velasco, Javier Botet, Jonathan Mellor, Oscar Sánchez ZAFRA, Ariel Casas, Alejandro Casaseca, Pep Molina, Andrea Ros, Àlex Batllori, Pau Poch, Juli Fàbregas, Carlos Olalla
Postilla squisitamente PERSONALE
Ovviamente non ha l’impatto del primo episodio, ma rimane un horror decente. Ora basta però!
Good Morning Aman
(Italia – 2009)
di Claudio Noce
con Valerio Mastandrea, Anita Caprioli, Said Sabrie, Giordano De Plano, Sandra Toffolati, Amin Nur
Postilla squisitamente PERSONALE
Sorpresa! Bella regia, buonissime atmosfere e anche se non tutto gira nella storia vera e propria, decisamente un bell’esordio.
Sorpresa! Bella regia, buonissime atmosfere e anche se non tutto gira nella storia vera e propria, decisamente un bell’esordio.
18 marzo 2010
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Il treno arrivò con veemenza come il fantasma che lo prevedeva, schiacciando il vento e ricoprendolo con un manto di rumore. Prima il sibilare della corrente, poi lo stridere delle ruote, poi il crepitare dei cuscinetti dei freni. Non si udiva nient’altro. La banchina tremava per la forza dell’arresto delle carrozze, non più per la falsità del mondo. Lowboy si piegò in avanti cercando la cabina del conducente, le dita ancora agganciate alla panchina. Lo vide in lontananza, un uomo robusto con un volto sofferto e occhiali protettivi che scintillavano come luci stroboscopiche man mano che si avvicinava. La cabina si fermò lentamente davanti alla panchina di Lowboy con precisione profetica. L’uomo lo guardò di sbieco, si premette gli occhiali sul volto, poi alzò gli occhi velati per controllare il tabellone. Quand’ebbe appurato che era tutto in regola, fece un piccolo movimento riluttante con il gomito e le porte si aprirono. Rimasero aperte dieci secondi, il minimo sindacale. Le labbra del conducente si congiunsero e riaprirono pigramente mentre contava. Lowboy guardò ogni suo movimento come ipnotizzato.
*
Rimase zitta finché non furono sulla West Side Highway. “Non è un padre di famiglia, mi sembra di capire.”
“Perché, signorina Heller?”
“La sua macchina. E’ pulitissima.”
*
“A quanti ragazzi l’hai fatto?”
Emily fece una smorfia. “Con quanti l’ho fatto, Heller. Non a. Non è mica come togliere le tonsille.”
Lui annuì lentamente e si passò un dito sul collo. Nessun intervento chirurgico, pensò. Non come negli ospedali. Ma la domanda gli era rimasta attaccata alle labbra come un pezzo di pelle morta. All’angolo, si fermò all’improvviso e piantò i piedi. Dietro di loro le macchine continuavano a correre verso downtown, scartando e scivolando come biglie lanciate a casaccio. Gli ci volle un po’ per riformulare la domanda, per scomporla e rimetterla insieme, ma sembrava che a Emily non importasse. Crede che sia come tutti gli altri, pensò. Magari un po’ più lento, ma non malato. Per qualche motivo la cosa lo infastidiva. Per un attimo ebbe nostalgia dei suoi dottori.
*
Pensò all’interno del proprio corpo, così freddo e inaccessibile, come una bambola dimenticata in una casa vuota.
*
Un giorno, un giorno in cui stava particolarmente bene, me lo ricordo, gli ho chiesto cosa dovevamo fare secondo lui. Mi ha sorriso in maniera quasi indulgente e mi ha preso la mano. “Dobbiamo aspettare la fine del mondo, Violet” mi ha detto. Si comportava come se fossi io la malata, come se fossi io quella bisognosa di cure, e forse in un certo senso aveva ragione. “In che senso, Will?” gli ho chiesto. “Quale fine del mondo?” Lui mi ha dato un colpetto sulla spalla. “Del mio mondo, ovviamente” ha detto. Poi mi ha dato un bacio sulla guancia ed è andato di sopra.
Postilla squisitamente PERSONALE
Poca roba, sia per quanto riguarda la storia, sfilacciata e non molto accattivante (ambientazione metropolitana, inteso come mezzo di locomozione, a parte), sia sotto il profilo tecnico, scrittura che non ha nessun difetto particolare, ma nemmeno nessun pregio.
Poca roba, sia per quanto riguarda la storia, sfilacciata e non molto accattivante (ambientazione metropolitana, inteso come mezzo di locomozione, a parte), sia sotto il profilo tecnico, scrittura che non ha nessun difetto particolare, ma nemmeno nessun pregio.
17 marzo 2010
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La bestialità si è infilata dei guanti sulle zampe!
Christian Friedrich Hebbel
16 marzo 2010
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12 marzo 2010
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PRELUDIO
Io, con le gambe incrociate alla luce del giorno, guardo
I pugni variegati di nuvole che si raccolgono sopra
Gli sgraziati lineamenti di questa mia isola prona.
Lontano i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
Noi perduti;
Trovati solo
In opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli;
Trovati nel riflesso blu di occhi
Che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici, qui.
Il tempo strisci sui pazienti che da troppo sono pazienti,
Così io, che ho fatto una scelta,
Scopro che la mia fanciullezza se n’è andata.
E la mia vita, troppo presto, certo, per la profonda sigaretta,
La maniglia girata, il coltello che rigira
Nelle viscere delle ore, non deve essere resa pubblica
Finché non ho imparato a soffrire
In accurati gambi.
Vadp, certo, attraverso tutti gli atti isolati,
Faccio di situazioni una vacanza,
Mi aggiusto la cravatta e fisso mascelle importanti,
E noto le vive immagini
Di carne che passeggiano per l’occhio.
Finché da tutto mi allontano per pensare come,
Nel mezzo del cammin della mia vita,
Oh come giunsi a incontrare te, mio
Riluttante leopardo dai lenti occhi.
*
LA PASSEGGIATA
Dopo violenta pioggia le grondaie sgranano il loro rosario,
quegli alberi esalano il tuo dubbio come ceri ammantati,
gocci su goccia, come il pallottoliere di un bambino
grani di sudore freddo sfilano da cavi ad alta tensione,
prega per noi, prega per questa casa, prendi in prestito la fede
del vicino, prega per questo cervello che si stanca
e perde la sua fede nei gran libri che legge;
dopo un giorno passato a capo chino, sanguinando poesie,
ogni frase estratta dalla carne avvolta in bende,
alzati, va’ a passeggio sotto un cielo
fradicio come bucato in cucina,
mentre i gatti sbadigliano dietro le loro finestre,
leoni in gabbie che hanno scelto loro,
e non oltre, però, il cancello dell’ultimo vicino,
decorato di perla. Com’è atroce questa tua
fedeltà, o cuore, o rosa di ferro!
Quando mai il tuo lavoro fu più simile a un romanzo per serve,
a una intrisa soap opera che si avvicina
più di te alla vita? Solo il dolore,
il dolore è vero. Ecco la fine della tua vita,
una macchia di bambù il cui pugno
chiuso allenta i suoi fiori, una pista
che sibila attraverso il boschetto intriso
di pioggia: abbandona ogni cosa, il lavoro,
la pesa di una vita breve. Sgomento, ti avvii;
la tua casa, un leone che si alza, ti riafferra.
*
CONCLUDENDO
Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:
una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancante
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,
ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorché il bisogno
di fardelli. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla
alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,
e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.
Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. E’ più grande e duro,
questo, di ciò che là passa per vita.
questo, di ciò che là passa per vita.
11 marzo 2010
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Quelli di Pronti Al Peggio sono tornati, con un concerto casalingo di Dente è ufficialemente iniziata la seconda stagione.
P.S. c’ero anch’io, travestito da serie Expedit dell’Ikea, ma c’ero.
10 marzo 2010
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IN VISIONE
Amabili Resti
(U.S.A., Regno Unito, Nuova Zelanda – 2009)
di Peter Jackson
con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Saoirse Ronan, Thomas McCarthy, Stanley Tucci, Michael Imperioli, Jake Abel, Amanda Michalka, Reece Ritchie, Nikki SooHoo
Postilla squisitamente PERSONALE
Il libro non mi aveva entusiasmato, il film invece mi è piaciuto.
Soul Kitchen
(Germania – 2009)
di Fatih Akin
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Wotan Wilke Möhring, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Dorka Gryllus, Lukas Gregorowicz, Catrin Striebeck
Postilla squisitamente PERSONALE
Buona commedia con ritmo che qualche volta però eccede in un umorismo troppo sciapo.
New York I love you
(U.S.A.,Francia - 2009)
di Fatih Akin, Yvan Attal, Allen Hughes, Shunji Iwai, Jiang Wen, Shekhar Kapur, Joshua Marston, Mira Nair, Natalie Portman, Brett Ratner, Randy Balsmeyer
Postilla squisitamente PERSONALE
Non tutte le storie girano alla perfezione, ma molte sono proprio ben fatte. Buon film collettivo.
Non tutte le storie girano alla perfezione, ma molte sono proprio ben fatte. Buon film collettivo.
9 marzo 2010
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3 x 2

Meg Hutchinson – Travel in
Meg Hutchinson – Being happy
Exsonvaldes – Everything I see
Aloha – Microviolence
Aloha – Blackout
“Non abitiamo più qui” di Andre Dubus
4 marzo 2010
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di Andre Dubus
– Mattioli 1885 -
Da qualche anno sono diventato spiritualmente allergico alle parole marito e moglie. Quando leggo o sento la parola marito, io mi immagino un uomo di una serenità sinistra sulla station wagon, che porta in giro la famiglia rumorosa una domenica pomeriggio. Termineranno la giornata con un gelato, sedili della macchina appiccicosi, stanchezza e arrabbiature. Nella sua gioventù l’uomo ha avuto il dono della pazzia: furore, passione e generosità. Ora prende una spugna umida dalla cucina e la passa sui copri-sedili della macchina impiastricciati di gelato. Desidera ardentemente la compagnia di uomini rumorosi e scurrili, gli piacerebbe bersi un bourbon e fare a pungi in un bar, rimorchiare una bella ragazza giovane e passarci la notte. Quando qualcuno dice la parola moglie vedo il viso sicuro, possessivo e divertito di una donna in cucina; fra tendine luminose, muri, l’odore di olio riscaldato e lei che porge a suo marito un bacio non appena questi torna a casa sobrio, con la pancetta, diretto verso qualche nebuloso obiettivo che è cominciato come amore, si è trasformato in benessere economico durante il matrimonio, e ora si sta convertendo in una dignitosa sopravvivenza. Lei indossa un vestito nuovo. Appese al suo cuore scaltro le palle di lui pendono a mo’ di trofeo vinto in battaglia a un giovane eroe ormai morto da tempo.
[…]
Eppure, di tanto in tanto, le vedevi: queste vecchie coppie di venti, venticinque, trent’anni di convivenza che sedevano nei ristoranti e si guardavano con affetto e, soprattutto, parlavano. Erano sempre una meraviglia da vedere, e quando le vedevo cercavo di sentire cosa dicessero. Di solito si trattava di piacevoli chiacchierate: marinai attempati che si parlavano a gesti e in un linguaggio che conoscevano da sempre. Se guardavo alla maggior parte delle coppie con sprezzo e disperazione, queste altre le guardavo confuso, come se mi fossi imbattuto in una tigre felice dentro uno zoo. E le guardavo con invidia. Può darsi che fingano, aveva detto Hank una volta. Eravamo in un bar. Il barista del pomeriggio aveva appena finito il suo turno e la moglie lo stava aspettando nel separé; si erano bevuti due drink e avevano parlato; una volta erano anche scoppiati a ridere. “Ci sono due tipi di persone,” aveva detto Hank. “Quelle infelici che hanno tutta l’aria di esserlo e quelle infelici che non lo danno a vedere.”
*
Sono lunghi freschi pomeriggi in cui il tempo è scandito solo dal lento muoversi del sole. Simbolo del tempo che diventa simbolo dell’assenza di tempo.
*
Così pensò che Donna sapesse di lui poco più di quanto avrebbe saputo se, senza averlo mai incontrato, si fosse trovata per caso davanti ai vestiti che lui aveva indossato o al suo portafoglio lasciato sul pavimento della camera da letto.
*
Che cosa c’entra l’impegno con l’avere una storia? Una relazione amorosa è abbandono. Riponi tutta la gioia nello scopare. Basta che tu lo faccia con la donna giusta. Vedi, Jeanne sapeva. Sapeva che non avrei mai lasciato Edith e Sharon. L’impegno. Quello va bene con Terry. Neanche importa se ami Terry. Tu sei sposato. Quello che conta è non odiarsi e mantenere la pace. La famosa pace armata del matrimonio. Vivi con tua moglie, accanto a tua moglie, ma non grazie a tua moglie. Lei non corre con te e non viene a bere una birra con te, Cristo santo. L’amore è una stronzata. Puoi amare i figli, puoi amare le mogli cornute e le ragazze in minigonna. Ama tutti, figlio mio, e continua a vivere in pace con tua moglie. Che, tra l’altro, neppure è invulnerabile all’amore. Che faresti se succedesse?
*
Ma il suo bisogno è talmente grande che tutto questo non le basta fino in fondo, e vorrebbe conoscere le parole per esprimere tutto quello di cui ha bisogno e vorrebbe che le sue preghiere si levassero oltre il soffitto, attraversandolo, e arrivassero su, in alto, dopo la neve e le stelle, a trovare qualcuno disposto ad ascoltarle. Poi, sentendo il respiro di Joe, comincia a rilassarsi e si addormenta. Nella notte, viene svegliata dalle mani di lui. Non parla. Il suo respiro è veloce, la bacia e lei lo lascia entrare con impeto; lo sente inarcarsi come Icaro e quando crolla e preme le labbra sul suo collo, Edith sa di avere accolta tutta la storia di lui nel proprio corpo. E’ passato tanto tempo da quando ha provato una cosa del genere con un uomo. O forse davvero non le è mai successo.
*
… vivevano quella passione che, sincera com’era, non li assorbiva totalmente, ma coesisteva con loro.
Postilla squisitamente PERSONALE
“Dubus è un maestro. E’ come leggere Carver, ma un Carver più profondo, più intimo, più sporcato dalla vita. E’ come ascoltare una storia di Cheever ma detta con più passione. E’ come procedere un passo più in là di Yates nell’indagine dei rapporti umani” – bastano queste parole di Tobias Wolff per farvi capire di che tipo di libro e autore stiamo parlando, io aggiungo soltanto che è il migliore da me letto in questi primi mesi del 2010 (insieme alla raccolta di racconti di Judy Budnitz) e se non avete paura di scoprire quanto male possa fare la realtà, quanto possa essere difficile e al contempo semplice costruirsi una vita di coppia o una famiglia, quanto nonostante tutto vivere è la prima cosa da fare, compratelo.
“Gli autori di racconti fanno solamente ciò che l’essere umano ha sempre fatto. Scrivono storie perché devono; perché non possono fermarsi fino a quando non hanno provato fino a che punto sono capaci di raccontarle. Non possono fermarsi perché sono umani, e tutti noi abbiamo bisogno di parlare nel silenzio delle cose mortali, d’interrompere e fermare, anche se per poco, quello scorrere silenzioso e cercare di capirne, con i nostri racconti, almeno una parte.” – Andre Dubus, Broken Vessels.
1 marzo 2010
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Il rimpianto è una di quelle vibrazioni che provano il fatto di esistere.
Antoine de Saint–Exupéry – Terre des bommes






