Suicidio
di Edouard Levé
– Bompiani -
La tua vita è stata un’ipotesi. Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato e rimarrai un cumulo di possibilità.
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Lontano dal tuo paese, assaporavi il piacere di essere matto senza essere alienato, di essere imbecille senza rinunciare alla tua intelligenza, di essere un impostore in piena innocenza.
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Spesso sarebbe bastato che qualcuno esprimesse le tue idee, per fartele piacere.
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In pubblico, il tuo modo silenzioso di guardare gli altri li metteva a disagio, come se tu fossi una statua di carne, incurante delle ansie che svelava.
Il tuo aver deciso di cancellare il mondo evita di farlo a chi ti sopravvive. Vedono cosa ti perdi. Le loro sofferenze diventano accettabili quando pensano che non sei più niente.
Nell’arte, togliere equivale a migliorare. Scomparendo ti sei perpetuato in una bellezza negativa.
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Parlavi poco, perciò era raro che avessi torto. Parlavi poco perché uscivi poco. Quando uscivi, ascoltavi e guardavi. Ora non parli più, perciò avrai sempre ragione. A dire il vero parli ancora, per quelli che, come me, ti fanno rivivere ti interrogano. Ascoltiamo le tue risposte, ne ammiriamo l’equilibrio. E se i fatti smentiscono i tuoi consigli, ci accusiamo di averli mal interpretati. A te la verità, a noi gli errori.
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Non eri acido né cinico, però spietato.
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Pensavi che invecchiando saresti stato meno infelice, perché a quel punto avresti avuto dei motivi per essere triste. Ancora giovane, il tuo sconforto era inconsolabile perché lo giudicavi infondato.
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Conservavi le tue vecchie agende. Le rileggevi quando non eri sicuro di esistere. Rivivevi il tuo passato sfogliandole a caso, come se consultassi una cronaca di te stesso.
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Eri talmente perfezionista da voler perfezionare il perfezionamento. Ma come si fa a decidere che la perfezione è raggiunta? Perché non modificare ancora un dettaglio? Arrivava però un momento, pauroso, in cui non riuscivi più a giudicare i miglioramenti apportati: il tuo amore per le cose perfette rasentava la follia. A quel punto perdevi i punti di riferimento, lavoravi alla cieca, tra visioni vaghe e confuse. Per te non era difficile né cominciare né continuare, ma concludere. Ossia decidere, un giorno, che il tuo progetto non poteva più essere ritoccato senza soffrirne: un’aggiunta l’avrebbe indebolito anziché migliorarlo. A volte, stufo di perfezionare le perfezioni, abbandonavi il lavoro, senza distruggerlo né finirlo. Guardare quegli incompiuti avrebbe potuto rassicurarti: avevi lavorato, anche se il tuo solaio conteneva solo lavori vecchi. Ma quello spettacolo ti angosciava: concreto, volevi veder funzionare ciò che producevi.
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Di fronte allo specchio, contento o spensierato, eri qualcuno. Triste, non eri più nessuno: i lineamenti del tuo viso si spegnevano, riconoscevi quello che l’abitudine ti faceva chiamare “me”, ma vedevi qualcun altro guardarti. Il tuo sguardo ti attraversava il viso come se fosse d’aria: gli occhi che avevi di fronte erano insondabili. Animare i tuoi tratti con una smorfia o una strizzata d’occhio non era di nessun aiuto: priva di motivo, l’espressione era artificiosa. Allora provavi a mimare dialoghi con terzi immaginari. Ti sembrava un indizio di follia, ma l’aspetto ridicolo della situazione finiva per farti ridere. Interpretare i personaggi di una scenetta ti faceva tornare a esistere. Adesso i tuoi occhi potevano posarsi su se stessi, e, di fronte allo specchio, ti era di nuovo possibile pronunciare il tuo nome senza che ti sembrasse astratto.
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Era questo a turbarti di più: che tu, un giorno, potessi scegliere di degenerare. Non di lasciarti andare, che sarebbe stato solo una forma di passività, bensì di abbruttirti, degradarti, diventare una rovina di te stesso.
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Sottovalutavi il valore della passività, che non è l’arte di piacere bensì quella di porsi. Per essere nel posto giusto al momento giusto occorre accettare la lunga noia di minuti banali trascorsi in luoghi grigi. La tua impazienza ti ha precluso l’arte di rendere produttiva la noia.
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Di notte sentivi meno lo scorrere del tempo. Le incombenze pratiche erano rinviate all’indomani. Non potendo assolvere alcuna funzione sociale, non c’era più nulla che ti distraesse da te. Diventavi contemplativo senza colpa, e con il solo limite della stanchezza.
Durante le tue insonnie a occhi chiusi il tempo era sospeso, scene e pensieri si inseguivano in tondo nel tuo cervello con la regolarità di un orologio. Come un adulto che guardi una giostra per bambini, osservavi il carosello delle tue fantasticherie.
Postilla squisitamente PERSONALE
Impossibile separare la storia interna di questo romanzo breve con quella esterna di gestazione dello stesso. Non c’è bisogno che vi spieghi di cosa si parla, ma forse non tutti sapranno che l’autore si è effettivamente suicidato dieci giorni dopo aver consegnato questo libro al suo editore. Libro che non parla del suo suicidio, bensì di quello di un amico avvenuto vent’anni prima (anche se è ovvio che con lo scorrere delle pagine il legame narratore/protagonista sembra farsi sempre più stretto). Ne ripercorre la vita per immagini, sensazioni, abitudini, modi di essere, vivere, con frasi brevi e un linguaggio semplice, preciso, senza mai cadere nella trappola del pietoso o del melodramma.
Forse alla fine non è proprio un libro sul suicidio, ma piuttosto sul rapporto tra io e vita.
N.B. Notevole la raccolta finale di terzine.