Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?
di Johan Harstad
– Iperborea -
E i giorni correvano verso il baratro in gruppi compatti, diventavano settimane che nessuno poteva fermare e infine mesi che sparivano nei tramonti con cavalli pascolanti del calendario…
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E così riesco a vederla, da qualche parte lassù, a mille, forse tremila piedi sopra di me, la prima goccia che si forma e si stacca, molla la presa, si proiettilizza verso di me, e io resto lì a faccia in su, tra poco pioverà, tra qualche istante verrà giù a dirotto e non smetterà più, o almeno questa sarà l’impressione, come se la bolla fosse infine esplosa, e io guardo in alto, vedo quell’unica goccia che punta dritta verso di me, la velocità aumenta e l’acqua è deformata dal moto, la prima goccia cade e io resto immobile finché non sento che mi colpisce in mezzo alla fronte, esplode ai lati e si divide in frammenti che cadono sulla mia giaccia, sui fiori ai miei piedi, sulle mie scarpe e sui mie guanti da giardino. Chino la testa. E comincia a piovere.
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Stai cercando te stesso? Pensa se quello che trovi non ti piace, e devi viverci per il resto della vita.
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… mi ricordo che stavo alle spalle di Helle, la tenevo abbracciata e la guardavo, guardavo i suoi capelli corti, biondi, quella giacca bruttina che usava sempre quando faceva di colpo freddo d’estate, e che un po’ mi piaceva lo stesso e lei davanti a me, piccola Helle, si lasciava abbracciare e dondolava la testa, aventi e indietro, canticchiando una canzone che aveva dentro, e all’improvviso pensai che era quasi intollerabile quanto stavo bene in quel momento.
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Ancora sonno, del genere che non inizia né finisce con una frattura evidente, ma ti si posa con tutta calma sulla faccia e oscura il mondo, un sonno di cui non puoi fidarti nemmeno un istante.
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Mi manca l’anonimato. L’assenza di aspettative. Il vecchio me stesso. Non mi sento bene. In un certo senso l’avevo previsto. Che non poteva andare così liscia. Ho trent’anni di vita da cancellare. Nessuno ha così tante gomme.
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Qualcosa ti succede quando rimani solo per molti giorni, Solo in casa. Come quando i tuoi genitori partono per le ferie in Danimarca, una settimana a Ebeltoft. Prendi nuova abitudini, nuovi ritmi fisici. Senza accorgertene ti fai le tue tane, Robinson Crusoe casalingo, e i tuoi passi tracciano sentieri nella casa, sono vie che percorri, le sedie diverse su cui ti siedi, la poltrona di papà, i gesti assurdi che compi perché i limiti quasi none esistono più. Se volessi potresti dormire sul pavimento del soggiorno. Stare in piedi tutta la notte. Nessuno lo noterà. Nel giro di pochi giorni sei fuori da qualsiasi sistema, delle vie battute. Perciò non esci quasi nemmeno più in quei giorni. E quando un bel mattino i tuoi genitori ritornano, i genitori o chiunque altro abiti con te, ti colgono sempre di sorpresa. Non fai mai in tempo a prepararti. Per quanto ti sforzi, per quanto impegno tu possa metterci. Resti sempre Robinson Crusoe, con la barba lunga e i vestiti di pelle tagliati a mano. I rifiuti lasciati in giro, i piatti e i bicchieri, i cuscini che hai dimenticato di risistemare sul divano dove ti sei sdraiato, rivelano i tuoi nascondigli, i tuoi movimenti. E nel momento in cui loro aprono la porta ed entrano, incontri sulla soglia il conflitto di civiltà e la tua voce sembra estranea, sconosciuta, quasi nuova.
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Prende un autobus a caso. Il primo che arriva. Si siede in fondo. Guarda dritto davanti a sé. Incontra gli sguardi di quelli che salgono, giovani uomini o ragazzi che non riescono a staccare gli occhi da lei, seduta da sola nel bus, e sognano fidanzate che non avranno mai, qualche ragazza che nota quanto lei sia graziosa, seduta lì con la sua piccola valigia in grembo. E accoglie tutti gli sguardi che le sono diretti, abbassa gli occhi, li rialza, aspetta, guarda gli uomini che la osservano, quelli che sentono una fitta allo stomaco quando la vedono. E appena prima che uno di loro prenda il coraggio, prima che qualche ragazzo trovi la forza di alzarsi, avvicinarsi, lei scende. Prende un altro autobus. Va avanti così. Compare ovunque, in tutto il paese, è lei che incontri, prima o poi, in autobus, sul treno, sull’aereo, lei a cui non fai a caso finché non sei seduto, lei il cui sguardo incroci all’improvviso, e arrossisci, ti viene caldo, perché non ci si può innamorare così in fretta, non è così che succede, solo per l’aspetto esteriore, con uno sguardo, ma invece succede, e tu sei sull’autobus e pensi che dovresti scendere alla sua stessa fermata, perché non incontrerai mai più una persona più bella di questa. E se solo trovi il coraggio, se adesso dici qualcosa, se scendi insieme a lei, vai da lei, l’abbracci, allora forse, forse o di sicuro, avrai incontrato l’unico persona nell’universo che può fare di te l’essere più felice che si mai esistito. Invece non lo fai. Non scendi quasi mai alla stessa fermata. Non ti alzi nell’autobus, per dirle o dirgli qualcosa. Rimanete seduti, vi guardate o distogliete lo sguardo, fino a che uno di voi non scende e qualche ora dopo hai già dimenticato tutto, fino a un mattino, di dieci, vent’anni dopo, quando di colpo senti di nuovo la stessa fitta, te la rivedi davanti, e sai che quel giorno dovevi cogliere la palla al balzo, dire qualcosa. Non l’hai fatto, e l’unica cosa che ti rimane è la certezza che almeno una volta, per un istante nella vita sei stato amato così, senza riserve, senza pretese. Un solo istante, come schioccare due dita. Melodrammatico.
Postilla squisitamente PERSONALE
Si può essere nessuno? Ci si può annullare fino a scomparire? Questo gran bel romanzo d’esordio di Harstad, risponde che no, anche gli eterni secondi sono visibili e fanno parte del mondo, anche se si è solo un piccolo ingranaggio della gigantesca macchina, si riceveranno sempre dosi di attenzioni e responsabilità. E allora? Allora bisogna imparare ad accettarlo, rimettersi in cammino dopo ogni caduta, cercando il proprio equilibrio e sapendo che le nostre tracce saranno sempre visibili per qualcuno, che lo si voglia o no.
“Ma in questa prima prova si percepisce già anche il solido connubio tra ironia, senso del dettaglio e intensità emotiva, a dar vita a uno stile che impedisce a Harstad di scivolare nel cliché anche quando tocca temi abusati. Anzi viene da pensare che quella di visitare i luoghi più consueti e perfino logori della letteratura, lasciando che la scarsa originalità nella loro scelta metta in rilievo l’angolazione così differente del suo sguardo e quandi la sua novità, possa essere stata fin dall’inizio una sfida divertita da parte dell’autore.” – dalla postfazione di Maria Valeria D’Avino