La cura dell’acqua
di Percival Everett
– Nutrimenti -
I brutti silenzi nuotano in bicchieri che vengono riempiti di nuovo, che sono stati riempiti di nuovo.
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La mia insoddisfazione, la mia irritazione, definizione strana eppure vera, nei confronti della mia vita non è scesa su di me come una nebbia stereotipata, anche se una volta che mi ci sono trovato non aspettavo altro che si alzasse come una nebbia stereotipata. E’ cominciata come un pettegolezzo. All’inizio non ci ho creduto, poi, come fanno tutti, l’ho ignorata, poi non potevo più ignorarla e ho cominciato a smentirla.
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… il giorno si è dilatato come un noioso esercizio di contemplazione degli orologi.
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Per me la salvezza non è un posto accogliente, per quanto gradevole possa sembrare, ma un posto sicuro, appagante, un posto, per quanto fisico, emotivo o intellettuale, libero da voci esterne e anche da qualcuna interna. La salvezza, a quanto pare, è a qualche quadrante di mappa dalla serenità da qui. La salvezza ti può tenere in vita, ma questo non basta a renderti felice.
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Se potessi non potrei;
Se avessi potuto, non avrei dovuto;
Eppure se avessi dovuto l’avrei fatto;
E, dovendo, avrei dovuto proprio.
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… non ho mai pensato di mettermi quella corona. E poi, una corona è solo un cappio che non calza.
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Ho imparato questo, non sono sicuro di dove e/o come l’ho imparato, ma ci credo (un concetto molto più alto che la sua semplice conoscenza): il presente è estremamente difficile da seguire perché si muove sempre al massimo della velocità. Il passato posso rallentarlo, ritardarlo e raccontarlo, alterarlo, devo alterarlo, necessariamente alterarlo, e il futuro posso allungarlo in un gioco d’attesa prolungato, ansiogeno o no, una procrastinazione rispettosa, ma il presente va sempre a tutto gas, come l’elettrone impaurito e i suoi sottoposti, da qualche parte certo, ma dove?
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Ogni parola è un sintomo.
Ogni verso contiene il quadro completo.
Ogni ogni è una bugia in potenza.
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La vita, incorniciata com’è dalla nascita a un’estremità e dalla morte a un’altra estremità (idea banale, lo so, e anche già sentita se è per questo), non è una cornice, neppure gli angoli di una cornice, e non consiste in gesti ampi e magniloquenti dentro la cornice. La vita piuttosto consiste in piccoli gesti pigri e insignificanti, come pranzare, andare a ritirare la posta, scaricare i bagagli, ricordarti dove hai parcheggiato l’auto, dimenticarti di dare a tua figlia il bacio della buonanotte. La vita non è grandi imprese, ma piccoli, quasi insignificanti, starnuti di tempo, singhiozzi lillipuziani di cose che possiamo o no ricordare, che forse vogliamo o no ricordare. […] E’ sempre invariabilmente una questione di cornice, di incorniciare la questione e oh, basta manipolare qualche lettera, un inciampo dislessico, e “incorniciare” diventa “incominciare”, e questo è tutto un altro paio di maniche.
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Le mi scruta, senza riuscire a vedere il cacciatore che ha di fronte, senza riuscire a vedere la sua mancanza nel vedere le mie mancanze, senza riuscire a sentire il sangue nel mio respiro, senza riuscire a percepire la menzogna che aleggia tra di noi.
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Se fossi felice, avrei bisogno di qualcuno. Per condividere la felicità. Ma questo dolore, questo dolore può cavarsela benissimo da solo.
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Ma l’amavo, in un modo di cui nessuno vuole sentire parlare, in un modo che sembra solo condiscendente e vacuo quanto un luogo comune.
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Poi, all’improvviso, come se l’idea non mi fosse mai venuta, e invece sì, molte volte, perfino di notte, ma comunque all’improvviso, come se l’idea potesse muoversi a un’unica velocità, conoscesse una sola velocità, al galoppo, è venuta a toc toc toc rintoccare, un’idea fin troppo familiare, e stridente proprio per quella familiarità, l’idea che potessi rendere le cose, se non giuste, almeno in qualche modo più fedeli all’ordine di tutte le altre cose, più virtuose forse, anche se questa è una parola davvero disprezzabile, o forse capivo che potevo semplicemente distendere e ingrandire il groviglio e osservare che il caos alla fine è l’ordine che avrà questo mondo (qualsiasi mondo, se è per questo), e questo per me ha un senso. Le mani lorde di sangue. Chi, nella sua o di chiunque altro mente, vorrebbe cancellare le macchie? In un attimo.
E non è nella natura del sangue appiccicarsi alle cose? Alle cose astratte e alle cose concrete. Alle cose reali e alle cose immaginarie. A quelli che amiamo e a quelli che odiamo. Il sangue non è cattivo, è solo che è. E sangue chiama sangue.
Postilla squisitamente PERSONALE
Un romanzo-non-romanzo decisamente ostico, prima di tutto per la non consequenzialità dei frammenti che lo compongono, ma anche per la consistenza di questi: spezzoni narrativi, giochi di parole, illustrazioni, dialoghi immaginari, etc. Di sicuro un libro non per tutti, ma che con non poche difficoltà è in grado anche in questo affastellarsi di acume letterario di rivelare quanto può essere corrosiva la violenza (e non solo).