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Archivio per settembre 2008

“Ruggine e ossa” di Craig Davidson

29 settembre 2008 2 commenti
Ruggine e ossa
di Craig Davidson
– Einaudi -
 
A oriente, le stelle pencolavano sull’orizzonte gettando filamenti di luce metallica sull’acqua.
[…]
Sospeso tra giorno e notte, il cielo era viola satinato, lucido come scorza di melanzana.
*
- Lui incarna tutto quello che tu non hai avuto il coraggio e la capacità di essere, – disse Jess. Te ne rendi conto, vero?
Il padre restrinse lo sguardo, poi lo lasciò scivolare sulla superficie delle piste. – Chiunque può farcela se trasforma una passione in un’ossessione. Ti poni un unico obiettivo nella vita, come puoi mancarlo?
*
- Sono indeciso. – La voce di Herbert era sottile come un’ostia.
*
Sam non sbagliava di molto. Cancellata no, ma Jess sentiva qualcosa che le stava crescendo tutt’intorno, come un guscio. A volte era proprio in quei termini che ci pensava: un guscio le si formava sul corpo, e duro e calcificato le rivestiva braccia e gambe. Col passare del tempo era diventato più impenetrabile, aggiungendo strato a strato come l’ostrica avvolge il granello di sabbia per creare la perla. Ben presto tutto aveva preso un alone diafano e luminoso, quasi fosse rinchiusa dietro pannelli di vetro distorto e appannato. Ultimamente le cose si erano fatte più buie e indistinte, il mondo esterno – il vecchio lavoro e gli amici, Sam, il marito, lo stesso incidente – era lontano, svuotato, come persone e fatti sognati un tempo, molti anni addietro.
*
… e nelle ore insonni delle streghe, ti viene in mente una domanda che mette alle strette con la sua semplicità: Valgo? Nella sana e netta luce del giorno è facile scacciare questi pensieri, ma quando l’alba ti risveglia filtrando dalle veneziane, tagliandoti la faccia in corridoi di giorno e tenebra, la domanda prende un peso opprimente. Quella che sostanzialmente è una questione biologica acquisisce un rilevanza morale critica, una questione di debolezza talmente radicata da influire a livello cellulare. E ti domandi se sei capace. Sei in grado di incontrare il mondo a pugni levati, procedendo senza paura? Sta tutto lì. Avanzare. Arretrare. Debolezza. Forza. Se sei capace, sei anche valoroso. Se no, non lo sei. A un certo punto dobbiamo rispondere tutti. A un certo punto dobbiamo guardare le cose in faccia. Sono capace? Valgo? Dorme accanto a te la donna che ami, i suoi respiri costanti sollevano appena le lenzuola, e tu pensi: Valgo? Valgo e poi…
*
Un fulmine stropicciò il cielo…
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Notevole questo libro di Craig Davidson, che a mio parere dà il mio meglio di sé nell’uno-due (+tre) iniziale, racconti pressoché perfetti; e gli altri non è che siano da meno, si tratta pur sempre di un livello qualitativo molto alto, dove l’autore riesce a creare l’atmosfera tangibile nella quale far muovere i suoi personaggi e dipanare la loro storia. Se volete sapere di cosa, più o meno, trattano queste storie, vi rimando a questo bel post.
Curiosità: come ha promosso l’uscita di “Fighter”, il suo primo libro, in Canada e USA.
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26 settembre 2008 Nessun commento
3 x 2
 
The Rosebuds - Life Like 
 
 The Rosebuds – Life like
 
 
 
 The Rosebuds – In the backyard
 
 
 
The Primary 5 - High Five 
 
 The Primary 5 – So much to find
 
 
 
 The Primary 5 – Lost and confused
 
 
 
Individual - Fantastic Smile 
 
 Individual – Kerouak
 
 
 

 Individual – Go waste
 
 

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“Déjà vu” di Tom McCarthy

25 settembre 2008 Nessun commento
Déjà vu
di Tom McCarthy
– ISBN Edizioni -
 
Chiusi gli occhi e sentii il movimento, la rotazione; poi li riaprii e fui sopraffatto dalla luce del sole. Scorreva a fiotti dal petto del sole, zampillando, a cascata, spruzzata dalle ruote delle auto, dai cofani, dai parabrezza, e dalle vetrine dei negozi. Sgocciolava lungo le righe e i segni della strada, pulsava oltre le gambe della gente e lungo le grondaie, colava da tetti e alberi. Si spargeva ovunque, traboccante, ed era proprio troppo, troppo da assimilare.
*
Dopo l’incidente mi sono dimenticato tutto. Era come i miei ricordi fossero piccioni, e l’incidente un grosso rumore che li avesse messi in fuga.
*
Mi comprai un altro cappuccino, ricevendo un terzo timbro sulla tessera, e tornai a sedermi vicino alla vetrata. I tipi della tv con il paravento si erano fermati in mezzo alla strada perché avevano incontrato un altro gruppo di gente della tv seduta fuori da uno dei tanti bar. Si chiamavano, facevano su e giù dal paravento al bar, si salutavano, ridevano. Mi ricordavano una pubblicità; non una in particolare, ma semplicemente una pubblicità con bella gente giovane che si diverte. Ora i tipi con il paravento in mezzo alla strada avevano in mente lo stesso paravento che avevo io. Me n’ero accorto. Nei gesti e nei movimenti recitavano le parti dei personaggi delle pubblicità: il modo in cui si giravano per avviarsi in una direzione mentre ancora parlavano rivolti verso la direzione opposta, il modo di buttare indietro la testa quando ridevano, il modo di reinfilare con noncuranza i cellulari nelle tasche dei pantaloni bassi oversize. I corpi e i visi risplendevano di giubilo, di euforia: un’esultante consapevolezza che per una volta, in quel preciso momento, in quello specifico incrocio ad angolo retto, non dovevano stare seduti in un cinema, o in un salotto davanti a una tv, e guardare altra gente giovane e bella che rideva e se ne andava in giro: potevano essere loro quella bella gente giovane.
*
Però il fatto è che a Parigi, andando in giro con Catherine, mi sentivo meno imbarazzato di qualsiasi altro periodo della mia vita: più spontaneo, più partecipe. Dentro, non fuori: come se fossimo entrati sotto la pelle di qualcosa: della città può darsi, o forse della vita stessa. Mi sentivo davvero come se l’avessimo passata liscia per qualcosa.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
All’inizio la storia e la particolare attenzione linguistica incuriosiscono, ma il gioco dura poco, già a un quarto del romanzo la noia inizia a prevalere, continuando ad aumentare esponenzialmente all’avvicinarsi della fine del libro, nell’attesa di qualcosa che smuova la narrazione, ma che non arriverà mai.

24 settembre 2008 Nessun commento
X & Y
(cosa si racconta in questi cazzo di anni zero)
 
X: Ma quante cose dobbiamo ancora imparare.
 
Y: E sentire il tempo scivolare…
 
X: Quella è una bella rottura, però alla fine il tempo mette anche i confini.
 
Y: Non sono una buona cosa i confini… limitano.
 
Y:

Y:

X: Nooo, è già finito anche Sex and The City.

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24 settembre 2008 3 commenti
IN VISIONE
 
The Agronomist
(U.S.A. – 2003)
 
di Jonathan Demme
con Jean Dominique
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Quattro lettere: UOMO !!
  
 
 
 
 
 
Biutiful cauntri
(Italia – 2007)
 
di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio, Peppe Ruggiero
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Per la maggior parte cose già viste o conosciute, ma è sempre bene tenere alto il livello d’indignazione.
 
 
 
 
Doomsday
(Regno Unito – 2008)
 
di Neil Marshall
con Rhona Mitra, Bob Hoskins, Adrian Lester, David O’Hara, Alexander Siddig, Jeremy Crutchley, Stephen Hughes, Cecil Carter, Caryn Peterson, Karl Thaning, Adeola Ariyo
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Citazionismo a parte, che comunque non fanno per me, non mi è piaciuto per niente.
 
Le morti di Ian Stone
(Regno Unito – 2007)
 
di Dario Piana
con Mike Vogel, James Bartle, Andrew Buchan, Christina Cole, Michael Dixon, Jason Durran, Michael Feast, Jaime Murray, Marnix Van Den Broeke
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Peccato perché i primi venti minuti non erano malaccio…
 
 

23 settembre 2008 Nessun commento

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22 settembre 2008 2 commenti

LA LEZIONE DEL WEEKEND

Ormai, a una certa età, si dovrebbe sapere che se il "dj" mette revival e pessime hit commerciali dell’estate appena finita, non servirà a niente nemmeno trasformare la propria testa in una boccia ripiena di birra con il cervello che ci sguazza dentro come un pesciolino da fiera.
Ma anzi, la maledizione ti perseguirà anche il giorno dopo, passato in hangover d’ordinanza, sotto forma di inutili  cover band che inizeranno a suonare nella piazza sotto casa tua alle 2 di pomeriggio fino a sera inoltrata.
Per fortuna venerdì c’è questo.

“Underworld” di Don DeLillo

22 settembre 2008 2 commenti
Underworld
di Don DeLillo
– Einaudi -
 
Scesi lungo la strada nella direzione opposta. Dopo mezzo isolato passai sull’altro lato e attraversai un’arcata sotto il ponte sbucando in una zona piena di spazzatura, di macchine sfasciate e detriti ammonticchiati dai muratori, e all’estremità nord del sottopassaggio vedevo i contorni dei grattacieli di midtown, precisi e piatti contro il cielo striato, e sentivo montare il rumore dei clacson delle macchine, la morte da dinosauro del traffico bloccato nell’ora di punta, grida di richiamo e risposte urlate dappertutto, e finalmente arrivai dall’altra parte, dove i fari della macchine che avanzavano a stento, delle macchine completamente bloccate, dove fiumi di luce al bario segnavano la mia avanzata.
*
I più grandi segreti sono quelli spalancati davanti a noi.
*
Ombre lunghe di fantasmi percorrono i corridoi. Quando mia madre è morta, mi sono sentito espandere, lentamente, durevolmente, oltre il tempo. Mi sono sentito pervaso dalla sua verità, come dall’acqua, dal calore o dalla luce. Ho pensato che aveva raggiunto il luogo più profondo della mia persona, l’entità vitale, la cosa che sopravviverà al mio ultimo respiro, ammesso che qualcosa possa sopravvivere a me stesso. Mia madre mi rende più grande, amplifica il mio senso di cosa significhi essere umano. E parte di me, ora, totale e consolante. E non mi intristisce sapere che è dovuta morire prima che potessi conoscerla a fondo. Mi dà semplicemente una chiara visione della potenza di ciò che viene dopo.
*
E mi piaceva che la storia qui non circolasse a piede libero. Qui la segregavano, la storia visibile. La ingabbiavano, la fondevano e la brunivano, la conservavano in musei e piazze e parchi commemorativi.
*
A cena stanno in silenzio. Questo perché suo padre non c’è e potrebbe arrivare da un momento all’altro o non arrivare affatto e quindi sono tutti in uno stato di attesa involontaria. E’ strano il modo che ha sua madre di entrare a spintoni dalla porta, introducendosi con una spallata insieme ai sacchetti della spesa, ai fagotti e alla borsetta che porta con la tracolla infilata dalla testa e di traverso sul corpo, o trascinando una sacca per il manico, tirandola dentro a strattoni dal corridoio con un movimento a perno della gamba, producendo nel contempo almeno ei tipi diversi di rumore anche quando non è carica di pacchi, portandosi dentro le strade, la metropolitana, gli autobus, tutti i rumori e la fatica di battere la città in lungo e in largo, questa è sua madre, mentre suo padre di solito sguscia dentro senza annunciarsi, e resta lì con gli occhi fissi, attaccato al muto come se fosse entrato dalla porta sbagliata e dovesse elaborare i dettagli del suo errore.
*
Avevo quel senso di timore che si prova quando qualcuno ti studia dopo una lunga separazione facendoti pensare che devi aver sbagliato qualcosa per arrivare a questo punto tanto cambiato e svuotato. Sconosciuto a te stesso, praticamente. Arrivare a questo punto così indifeso contro le tue stesse macchinazioni da non sapere più la verità.
*
E lui se ne stava lì seduto, scomposto nella sua tenuta militare a guardarsi i piedi, lanciando occhiate ai piedi di fronte, tutte le scarpe segnate e grinzose che non sembravano cose che la gente comperava e indossava, ma pezzi permanenti, parti del corpo inseparabili dagli uomini e dalle donne seduti lì, perché la metropolitana ti sigilla durevolmente nella pietra del momento.
*
La donna era così insidiosa e corrotta che era come sentire la nonna sussurrarti parolacce all’orecchio.
*
… che cosa cruda è un segreto quando appartiene a qualcun altro.
*
Ma poi mi tirò giù di colpo, mi prese per i capelli e mi baciò con forza, e c’era calore in lei, un’energia famelica che sembrava una ventata di vita. Eravamo stretti in un abbraccio frenetico, e le mani non bastavano per brancicarci a vicenda, quasi non bastava il corpo per premerlo su quello dell’altro, volevamo un abbraccio, una presa più forti, una specie di contatto in decalcomania, con i corpi che aderivano totalmente, e a un certo punto mi sollevai e mi accorsi che sembrava piccola, così nuda a letto, completamente diversa dalla donna da film nell’atrio dell’albergo. Adesso era davvero in contatto con la terra, con il suo io scavato dal sesso, e la sentivo vicina, e pensai che finalmente la conoscevo anche se teneva gli occhi chiusi per nascondersi.
*
- Hai una storia, – mi disse, – verso la quale hai delle responsabilità
- Come sarebbe a dire che ho delle responsabilità?
- Hai delle responsabilità verso la tua storia. Devi cercare di darle un senso. Le devi la tua completa attenzione.
*
Gli faceva sentire che stava incominciando a diventare se stesso, ad assumere la forma che gli era stata destinata da sempre, la forma di ciò che era realmente. Era come traboccare – non hai mai sentito qualcosa straripare dal centro della persona che sei per assumere la forma della persona che dovresti essere?
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Personaggi e narrazione, con continui sbalzi temporali e di “protagonista”, attraversano gli ultimi 50 anni americani pre-11 settembre, fino a formare un’unica e grande storia, quella di una paese e della sua popolazione.
Forse l’unica appunto negativo si potrebbe muovere su un avvio un po’ stentato, ma rimane un romanzo che dovrebbe essere riposto in libreria, accanto a grandi classici come Joyce, Dostoevskij, etc.

19 settembre 2008 2 commenti
3 x 2
 
Hotel Lights - Firecracker People 
 
 Hotel Lights – Chemical clouds
 
 
 
 Hotel Lights – Amelia bright
 
 
 
 
 
 
 
 Glasvegas – Go square go
 
 
 
Bears - Simple Machinery 
 
 Bears – So go
 
 
 

 Bears – Subtle way
 
 
 

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“Piano meccanico” di Kurt Vonnegut

18 settembre 2008 Nessun commento
Piano meccanico
di Kurt Vonnegut
– Feltrinelli -
 
Paul si sentì meglio quando entrò nel Capannone 58, una struttura lunga e stretta che occupava quattro isolati. Era il suo preferito. Gli avevano detto di abbattere e ricostruire l’ala nord dell’edificio, e lui aveva convinto il Quartier generale a non farlo. L’ala nord era l’edificio più vecchio dello stabilimento, e Paul l’aveva salvato: per l’interesse storico che rappresentava per i visitatori, aveva spiegato al Quartier generale. Ma Paul non amava i visitatori, e li scoraggiava, e in realtà aveva salvato l’ala nord del Capannone 58 per ragioni sue. Era l’officina originale messa su da Edison nel 1886, lo stesso anno in cui ne avevano aperta un’altra a Schenectady, e visitarla aiutava Paul a uscire dai suoi periodi di depressione. Era un voto di fiducia da parte del passato, pensava: dove il passato ammetteva di essere stato molto umile e modesto, dover alzando lo sguardo dal vecchio e posandolo sul nuovo si poteva vedere che l’umanità aveva fatto veramente molta strada.
*
Paul non aveva mai capito come fosse fatto Shepherd, aveva sempre stentato a credere che un uomo potesse veramente ragionare come lui. La prima volta che arrivato a Ilium, Shepherd aveva annunciato agli altri due venuti, Paul e Finnerty, che intendeva competere con loro. Spavaldamente, in un modo ridicolo, parlò di competitività e rievocò, per chiunque fosse disposto ad ascoltare, diversi momenti di crisi nei quali c’era stato uno showdown tra le sue capacità e quelle di qualcun’altro, crisi che gli altri partecipanti avevano giudicato normali, insulse e generalmente irrilevanti. Ma per Shepherd la vita disegnata come un campo da golf, con una serie di inizi, di rischi e di conclusioni, e con un punteggio preciso – da confrontare con il punteggio degli altri – dopo ogni buca. Shepherd si avviliva o si esaltava di volta in volta per trionfi o fallimenti che nessun altro pareva notare, ma accettava sempre stoicamente le regole del gioco. Non chiedeva quartiere, non dava quartiere, e faceva ben poche distinzioni tra Paul, Finnerty e tutti gli altri colleghi. Era un ottimo ingegnere, un compagno noioso, un tenace padrone del proprio destino e, soprattutto, non era il guardiano di suo fratello.
*
Anita dormiva: pienamente soddisfatta, non tanto da Paul quanto dall’orgasmo sociale che aveva raggiunto vedendosi offrire, dopo anni di preliminari col sistema, la direzione di Pittsburgh.
*
“Anch’io ti amo.” Paul riattaccò e si voltò a guardare il mondo dal vetro appannato della cabina telefonica. Oltre a quella sensazione di stordimento c’era un presagio di novità: l’impressione che dentro di lui si stesse sviluppando una fresca e forte identità. Era un amore generalizzato: e in particolare per la gente da poco, per la gente comune, che Dio la benedica. Per tutta la vita questa gente gli era stata nascosta dalle mura della sua torre d’avorio. E ora, questa sera, Paul era venuto in mezzo a loro, aveva condiviso le loro speranze e le loro delusioni, compreso i loro desideri, scoperto la bellezza della loro semplicità e dei loro valori. Questa era la realtà, questa riva del fiume, e Paul amava questa gente comune, e voleva aiutarla, e farle capire che era amata e compresa, e da questa gente voleva essere amato.
*
C’erano dodici chilometri da lì a casa sua, attraverso Homestead, oltre il ponte e lungo l’altra riva del fiume. A casa sua? No, pensò Paul, alla casa dove c’era il suo letto.
Si sentiva spento, dentro, e molle, con una patina esterna di forte calore: assonnato, ma insonne; assediato dai pensieri, ma incapace di pensare.
I suoi passi echeggiavano tra le grigie facciate di Homestead, e le insegne al neon spente che a quell’ora proclamavano cose prive di importanza erano, senza la magia degli elettroni in fuga attraverso il gas inerte, semplici tubi di vetro freddi e vuoti.
*
E un passo indietro, quando si è presa la strada sbagliata, è un passo nella direzione giusta.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Niente male questo romanzo d’esordio, anche se ancora non si raggiungono i livelli dei suoi capolavori, l’abile visionarietà di Vonnegut si ritrova già in questa storia per certi versi premonitrice.
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17 settembre 2008 Nessun commento
INDIA 2008 – VARANASI & RISHIKESH
(quinta parte)
 
Varanasi
 
A Varanasi arriviamo la mattina presto, dopo un viaggio notturno in treno categoria 3AC. Se per la 2AC avevo parlato di relativa comodità, sdraiarsi nell’ultima cuccetta in alto sulle fila di tre disponibili (con tanto di zaino in mezzo ai piedi causa possibili ladri) equivale a fare le prove generali per la futura bara, e mi sembra che ciò basti per rendere appieno l’idea.
Qui, oltre che per la prima notte a Delhi, è stato uno dei pochi posti per il quale avevo già in mente alla partenza dove andare a dormire: l’ultima guest house nella parte nord dei ghat, quella più lontana dalla zona maggiormente turistica. Arrivarci non è stato facile, tra il primo, e ultimo, “fuck you” rivolto a un indiano (hanno cercato di fare lo stesso gioco di Orchha, negando però anche di fronte all’evidenza dell’insegna, e lasciandoci lì, senza poi portarci al posto pattuito), un passaggio in barca che ci volevano far pagare come una crociera sul Nilo e un povero vecchietto sul ciclo-risciò che dopo pochi metri ci ha fatto talmente tanta compassione da costringerci a scendere e seguirlo fino a destinazione “al passo”. Ne è valsa la pena però, nonostante sia stata la stanza più costosa da noi presa (900rp contro una media di 500rp), perché svegliarsi alla mattina su quel balcone, con tanto di scimmie passeggianti, che dava direttamente sul Gange aka “big mother Ganga” e su un ghat frequentato solo da indiani, non ha veramente prezzo. Per non parlare della distanza irrisoria al più importante burning ghat di Varanasi.
 
Premettendo che il sottoscritto è sempre molto affascinato e altrettanto morboso per un certo tipo di “strana quotidianità” locale, ovunque esso si trovi, i burning ghat sono qualcosa di realmente interessante. Si tratta di piattaforme di cemento della dimensione di una decina di metri quadrati affacciate sul Gange, dove vengono installate svariate pire funerarie, che altro non sono che cataste di legna dove sopra verranno poi depositati i defunti e fatti bruciare fino a ridurli in cenere. In quello che avevamo di fianco, vanno avanti 24 ore su 24, bruciando 200 cadaveri circa al giorno. I corpi vengono avvolti in un sari, poi immersi nel Gange, cosparsi di oli e spezie, e infine messi sulla pira. Ci sono tipi di legno più pregiato e altri meno, da qui si riconosce la ricchezza di una famiglia, le donne non possono partecipare alla cerimonia, ma stanno a casa a pregare e la cosa più strana di tutte, che ci è stata fatta notare da un signore che ci spiegava alcuni particolari, nessuno piange! Le ceneri poi vengono sparse nel Gange, addirittura sotto al ghat c’è un ragazzo nell’acqua fino alla vita che setaccia in cerca dei rimasugli di oro e argento, i gioielli delle donne, che verranno utilizzati successivamente come “fondo gestione” del burning ghat. Se avete avuto un moto di ribrezzo al pensiero di quanta cenere di corpi umani ci sia in quel fiume, aggiungo che i bambini e i sadhu, in quanto ritenuti esseri puri, non vengono bruciati, ma bensì gettati in mezzo al Gange con una pietra al collo (e ho visto più di una persona lavarsi i denti direttamente nel fiume).
 
Varanasi è una città molto calda (sarà che abbiamo trovato solo giornate di sole) che vive in bilico tra la tradizione e un’alta affluenza di turisti, anche se, devo essere sincero, questa commistione è molto meno fastidiosa rispetto ad altre parti dell’india, anche perché quell’alta va relativizzato alla massa d’indiani nella quale si confonde. Tra la zona dove stavamo noi, che alla sera con i suoi frequenti blackout diventa un labirinto ad ostacoli intervallato da lumini isolati e da canti provenienti dagli svariati tempi, e quella più a sud dove si trovano molteplici tipi di negozi e tanti piccoli ristoranti ricavati in ogni possibile spazio in grado di contenere qualche tavolo, l’atmosfera è sempre suggestiva. Come lo è fare una gita in barca, che sia all’alba e al tramonto, per osservare la vita che si svolge sui numerosi ghat (sicuramente più di 300 nei dintorni). In questa occasione (l’avevo detto che ci sarei tornato sopra) ho realizzato quanto sia fuorviante l’aspetto fisico degli indiani nel giudicare la loro età. Il ragazzo che ci ha accompagnato avrei detto fosse intorno ai 35 anni, peccato che dopo poco abbiamo invece scoperto che ne aveva 26 e da 5 era sposato con due figli. E non si tratta solo di una questione puramente fisica, lo si intuisce anche dai modi di fare, dal relazionarsi con la loro vita, ahimè, spesso non troppo agiata. Molto probabilmente tutto questo è dovuto alle condizioni fisiche e sociali nelle quali sono abituati a vivere, ma sono sicuro che tanto altro è anche frutto del loro credo, religione e spiritualità.
 
Varanasi sa essere anche una città molto dura, proprio per questo suo non nascondersi, nemmeno al suo status di città sacra e prova ne è questo scambio avuto con un guidatore di tuk tuk una mattina:
X: She’s dead?
(riferendomi a una donna accasciata, immobile, in posizione fetale, in mezzo a una strada fangosa)
Y: Yes.
X: And now?
Y: No husband, no family…
X: So? Now what happens?
Y: Maybe the police come to carry she far away.
X: And then?
Y: In the river.
 
Rishikesh
 
Rishikesh è stata l’ultima tappa, improvvisata visto che in teoria doveva andare a Calcutta, ma poterci stare solo due giorni e spendere quasi 100 euro di volo interno per poi tornare a Delhi (un quinto di quanto speso nell’intero viaggio), ci sembrava uno spreco evitabile.
Arriviamo alla stazione di Haridwar, strapiena di gente che dorme per terra sia all’interno che sul piazzale esterno (scena che si è sempre ripetuta fin dall’inizio) alle 4 di mattina e dopo un’ora di bus eccoci a Rishikesh, piccolo paesino diviso in due dal Gange.
Rishikesh viene considerata la capitale mondiale dello yoga, è piena di ashram (in uno dei quali hanno soggiornato i Beatles e pare addirittura vi abbiamo composto parte del White Album), nonché uno dei primi avamposti per le escursioni più lunghe verso l’Himalaya o per fare rafting nelle rapide.
Qui si possono apprezzare appieno le molteplicità, a volte contraddizioni, delle varie forme spirituali presenti in India. Tra la sensazione che i gestori degli ashram siano dei comuni e occidentali PR da discoteca, per come si sbracciano e sgolino nel tentativo di invogliare i pellegrini ad entrare, e la semplicità con la quale può capitare di incontrare una coppia di ebrei ortodossi, kippah e classici peot compresi, tra una moltitudine di fedeli indu.
Siccome però lo yoga e gli ashram non fanno proprio per me, una discesa di rafting volevamo farla ma i permessi iniziavano da settembre (ci siamo pure informati per il downhill, ma quello era solo in fase di progettazione) e per l’Himalaya non c’era tempo, né attrezzature, ma soprattutto forze, abbiamo passato gli ultimi due giorni a mangiare torte alla banana, bere lemonana e riposarci (se si esclude una scarpinata verticale di due ore, solo andata, verso una cascata immersa nel verde più totale), lasciando che tutto quanto visto e vissuto in un mese, avesse il tempo di sedimentare prima del ritorno.
  
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High Places – A field guide
2562 – Kameleon
  
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Cliccate sulle foto per ingrandirle, altre con calma verranno messe on-line qui.

16 settembre 2008 2 commenti
IN VISIONE
 
Once
(Irlanda, 2006) 
 
di John Carney
con Glen Hansard, Markéta Irglová, Hugh Walsh, Gerard Hendrick, Alaistair Foley, Geoff Minogue, Bill Hodnett, Danuse Ktrestova
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Al minuto numero 10 Markéta Irglová si aggira per le strade di Dublino portandosi dietro un aspirapolvere da riparare come se fosse un cagnolino. Al secondo numero 2 del decimo minuto io m’innamoro.
 
Animals In Love
(Francia, 2007)
 
di Laurent Charbonnier
 
Postilla squisitamente PERSONALE
All’esordio dopo essere stato il direttore della fotografia nel "Il popolo migratore". Questo è molto meglio: a volte rapiti, spesso sorridendo nel gioco delle similitudini.
 
 
 
 
Ai confini del paradiso
(Germiania/Turchia, 2007)
 
di Fatih Akin
con Nurgul Yesilcay, Baki Davrak, Tuncel Kurtiz, Hanna Schygulla, Patrycia Ziolkowska, Nursel Koese
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Buon film: sentimenti forti e vivi nella non consequenzialità della narrazione.
 
 
 
 
Paz!
(Italia, 2001)
 
di Renato De Maria
con Flavio Pistilli, Claudio Santamaria, Max Mazzotta, Fabrizia Sacchi, Rosalinda Celentano
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Mai letto un fumetto di Andrea Pazienza, rimedierò!
 
 

“Il crepuscolo dei supereroi” di Deborah Eisenberg

15 settembre 2008 Nessun commento
Il crepuscolo dei supereroi
di Deborah Eisenberg
- Alet -
 
Leggera ritorno in me.
La parete si illumina, si scurisce, si illumina di nuovo vagamente – una pulsazione tranquilla che mi calma per sintonia con il cuore che batte del pallido sole. Fuori, il cielo è in movimento – spazzato dal vento e color madreperla – la primavera arriva da lontano. Nel suo percorso, frammenti di rumori cittadini fluttuano qua e là come pagine strappate da un quaderno. Cuscini di piume, il tappeto spesso, lo specchio un lago di pura luce – niente orme, niente tracce; la stanza non ricorda altri che noi. “Dobbiamo tenere d’occhio l’ora?” dice.
La sua voce è eccezionale, pastosa e gentile. Giro la testa per guardarlo. Assorto, pensoso, traccia il profilo delle mie sopracciglia con le dita e poi quello della mia bocca, come se fossi una fotografia che lui ha trovato, misteriosamente segnata di suo pugno.
Allungo una mano per prendere il mio orologio sul comodino e guardo il quadrante – la sua correttezza, la sua innocenza – poi comprendo la posizione delle lancette e che, sì, il traffico sarà già quello dell’ora di punta. 
*
Gli anni scivolavano nelle loro conversazioni, andavano avanti e poi indietro, formavano un merletto fragile e mutevole.
*
La vita privata si era ridotta a zero. I sentimenti di tutti erano stati assorbiti da una terra arida e desolata – linee programmatiche, strategie, obiettivi. Il passato, il futuro, i piaceri della vita di tutti i giorni erano come rari e polverosi oggetti da collezione su uno scaffale.
*
Niente telefono, rispose lui, con tono allegro.
Niente telefono. Ok, ma come faceva a rintracciare le persone, allora?
E lui rispose che rintracciare le persone è facile; il difficile è non essere rintracciati.
*
Lei si sentiva addosso il suo sguardo e ci scivolava piano piano dentro.
*
Ma come ho fatto a diventare così vecchio? La solita domanda scema. Uno passa la vita a ridere dei vecchi che vagano con passo malfermo, come se stessero cercando un calzino messo nel cassetto sbagliato, e poi tirano qualcuno per la manica e gli chiedono, confusi e lagnosi: “Come ho fatto a diventare così vecchio?”
Basta che vediamo qualcuno che li guarda paziente e tranquillo che subito diventano delle belve. “Anche tu ci passerai” gridano furiosi.
Be’, d’accordo, era così. Ma non in modo ridicolo come era successo a loro. Eppure eccoli, lui e i suoi amici, che scivolavano come tanti detriti abbandonati nella discarica della vecchiaia. O che almeno si sforzano disperatamente di rimanere in equilibrio sull’orlo. Eppure fino a un secondo prima correvano a capofitto verso il baratro senza nemmeno vederlo.
*
Tutti dicono sempre: “E la bambina, non la vuoi vedere? E la bambina, non la vuoi vedere?”. Ma se proprio mi venisse voglia di vedere un essere umano pelato, grasso e confuso, non avrei che da guardarmi allo specchio, no?
*
E’ una follia, disse lei.
Cos’è più folle? chiese lui. Questo, o il suo contrario?
Evidentemente lei gli stava sorridendo, perché lui scoppiò a ridere. Che scettica, disse. E così è un rischio, vero? Ok, ma un rischio di che tipo? Guarda, eccoti l’alternativa: c’incontriamo, ci piacciamo, e poi ci diciamo ciao e arrivederci. Questo è un rischio reale. Questa è pura sconsideratezza. Abbiamo paura, è una cosa tanto brutta? Perché quando si ha paura si può star certi che si è sulla buona strada.
*
Tutto quello che succede è là fuori e aspetta che tu ti avvicini. Una svolta, poi un’altra, poi un’altra, e quando cominci a chiederti dove sei e come ci sei arrivato è già buio.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Raccolta di racconti molto buona. Magari la prima impressione potrà essere di troppa frammentarietà e/o visione esageratamente periferica, ma basta solo un po’ di partecipazione in più da parte del lettore, tutto qui, per capire che il motore di queste storie è qualcosa che tocca ognuno di noi: la paura di non essere in grado di affrontare il mondo e se stessi.
Tra gli episodi migliori: “La finestra”, “La vendetta dei dinosauri” e “il difetto del disegno”.

14 settembre 2008 3 commenti

“Ora che c’è tempo non hai tempo.”*

DAVID FOSTER WALLACE
(21.02.62 – 21.09.08)
R.I.P.

David Foster Wallace, whose darkly ironic novels, essays and short stories garnered him a large following and made him one of the most influential writers of his generation, was found dead in his California home on Friday, after apparently committing suicide, the authorities said. ()

* da “Brevi interviste con uomini schifosi”

12 settembre 2008 Nessun commento

(tanto per giustificare ancora una volta il sottotitolo del blog, come se ce ne fosse bisogno)

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12 settembre 2008 Nessun commento
INDIA 2008 – AGRA, ORCHHA & KHAJURHAO
(quarta parte)
 
Pit Stop causa scoppio gommaAgra
 
Arrivare ad Agra è stato forse il viaggio più faticoso, anche se è durato poco più di 6 ore, perché se in Rajasthan quei due o tre bus presi si erano rivelati quasi confortevoli, da lì in poi la situazione è cambiata. I mezzi governativi sono vecchissimi e ridotti in pessime condizioni (piove dentro, sedili sfondati e già di loro di ridotte dimensioni, finestrini che reggono grazie al filo di ferro, etc.) e, come se non bastasse, la capienza numerata di 50 posti viene quasi sempre raddoppiata (bambini ammassati sui genitori che vomitano dal finestrino, persone in piedi ovunque o addirittura sedute sui poggiatesta e ,quando anche il limite fisico riesce finalmente a imporsi, tutti sul tetto).
 
Di Agra ci avevano parlato tutti abbastanza male e non è che sulle guide o in vari forum andasse meglio. Invece devo dire che quanto meno la zona di Taj Ganj non è niente male, calcolando soprattutto che è quella dei viaggiatori zaino in spalla, quindi lontana dalle comitive numerose e rumorose, ma stranamente vicinissima, forse 2 minuti a piedi, al Taj Mahal.
Appunto, il Taj Mahal… io all’inizio ero pure dubbioso sull’andarci, mi dicevo: sì, vabbè, troppo turistico, chissà quanta gente, etc, rinfrancato anche dalle parole di un ristoratore di Udaipur: “tanto il Taj l’hanno già visto tutti” (alludendo alle immagini che sicuramente ognuno di noi ha avuto davanti agli occhi almeno una volta nella propria vita). Devo dare ragione invece alla ragazza tedesca che a Jaipur era stata di tutt’altro avviso: “Vacci perché è un’esperienza”. Infatti è stato così. Nonostante le migliaia di persone, il tempo incerto prima e il diluvio poi, varcata la soglia di ingresso si rimane letteralmente ammutoliti davanti al suo profilo e all’imponenza, se poi ci si sofferma a pensare che è solamente la tomba di una moglie…
 
Tornando da Fatehpur Sikri, città fantasma ad un’ora da Agra, abbiamo avuto anche la sorpresa di sfilare lungo una festa mussulmana, che diversamente da quanto si potrebbe pensare è una via di mezzo tra una fiera di paese nostrana e un rave. Una fiera perché è pieno di baracchini che vendono cibo di tutti i tipi e varie giostre (mini ruote panoramiche o calci-in-culo azionati a mano!!) o giochi d’abilità (buttare giù i barattoli di latta con una pallina!!). Un rave perché agli incroci più grandi si vedono muri di casse che pompano musica a tutto volume fino a tarda sera (qui per la prima volta mi sono veramente interessato a un’artista locale, ahimè però non riuscendo ad ottenere informazioni su chi fosse).
 
Personaggio: il vecchietto del chai che si alza tutte le mattine alle 4 per essere pronto un’ora dopo ad aprire la sua baracca sulla via trafficata, dalla quale fino alle 11 non farà altro che correre avanti e indietro, con in mano un vassoio di latta e sopra i bicchieri in equilibrio. Serve quelli di passaggio e i negozi sull’altro lato della strada. Verso mezzogiorno chiude tutto, va a comprarsi una bottiglia di vino e si inoltra tra le piante e il fogliame dietro alla baracca del chai, va a casa.
 
Orchha
 
Orchha è indubbiamente il paese più piccolo dove abbiamo dormito, due vie che si incrociano e poco altro, ma nonostante questo, lì siamo stati fregati come in un film con Totò. Avevamo chiesto al guidatore di tuk tuk di portarci nel posto XY per dormire ed effettivamente il nome era quello, i prezzi corrispondevano a quelli riportati sulla Lonely Planet. Peccato che poche ore dopo, pranzando in un baracchino, ci siamo resi conto che proprio alle nostre spalle c’era un altro posto di nome Guest House XY e che, controllando sul biglietto da visita lasciatoci all’arrivo, quello dove dormivano si chiamava Hotel XY. (questa è la dimostrazione del potere della Lonely Planet anche nel più sperduto buco ormai)
 
Siamo rimasti solo una giornata a Orchha, ma nel pomeriggio è come se ci avessero catapultato in un film di Indiana Jones o qualcosa di simile. Prima perdendoci tra i molteplici palazzi, stanze, balconi, piani, del diroccato e deserto Jehangir Mahal, poi salendo grazie a un ragazzo balbuziente con i capelli rossi (che tra l’altro parlava un miscuglio di inglese/spagnolo/italiano), per delle scalinate strettissime, buie, ripide e mezze distrutte, fino al tetto del Chaturbhuj Temple, dal quale, in mezzo alle guglie, al muschio e a degli avvoltoi appollaiati, si godeva un effetto incredibile dei tempi e palazzi sparsi in mezzo alla giungla bassa che circonda Orchha.
 
Khajurhao
 
Khajurhao è una versione più grande di Orchha, ma proprio di poco: le due vie sono un po’ più lunghe e il vecchio villaggio leggermente più grosso. Qui abbiamo noleggiato delle biciclette per poterci muovere verso i 25 templi sparsi nelle vicinanze; templi interamente ricoperti di incisioni erotiche tra le più svariate, compresa una scena dove “un uomo è intento a dimostrare come un cavallo possa essere il migliore amico dell’uomo” (cit.)
Abbiamo passato gran parte del tempo insieme ai nostri due nuovi amici, Chibam e Chalee (qui sotto ritratti con il mio compagno di viaggio), due ragazzini rispettivamente di 11 e 12 anni, che ci hanno avvicinato il primo giorno e accompagnato nei dintorni. Uno con la sua bici e l’altro sulla canna della mia, ci hanno intrattenuto con le diatribe tra vecchio e nuovo villaggio (gli affaristi del nuovo non vogliono che quelli del vecchio si intromettano), portandoci a “take a shower” in un lago di acqua stantia non proprio invitante (dove abbiamo aspettato che loro, forti di anticorpi grossi come bulldozer, si divertissero a tuffarsi e guardarci quasi intimoriti dai loro ripetuti inviti) e venendo infine a mangiare con noi. A tavola non hanno voluto niente, se non un paio di bibite, e hanno continuato ad erudirci sulla vita in India, nella fattispecie a Khajurhao, dove però non vanno a scuola, visto che pare gli insegnanti fumino in classe, saltino le lezioni, etc., insomma non proprio un educazione modello. La frequentano un mese sì e uno no (passato quest’ultimo a cercare di imparare l’inglese dai turisti, evitando però gli sguardi di quelli del nuovo villaggio), in un’altra cittadina a un centinaio di chilometri di distanza, per un costo di 80 euro compreso vitto e alloggio, di certo non economico per gli standard indiani. La cosa che mi ha colpito di più, quando hanno iniziato a chiederci se avevamo la ragazza in Italia e continuando mimando fantasiosi amplessi con quella stupidità innocente che si ha quell’età, è che non sapevano minimamente cosa fosse l’AIDS.
Abbiamo passato anche tutta la mattinata seguente, prima di ripartire, con loro. Parlando dell’India e le differenze con l’Italia, facendogli ascoltare musica occidentale dai nostri I-Pod, vedere varie fotografie, regalandogli un sussidiario, due quaderni, qualche penna e infine lasciandoci con la promessa di spedirgli le foto (niente altro perché lo ruberebbero alla posta).
Dire che fossero molto più adulti, per certi versi, dei loro coetanei occidentali mi sembra quasi scontato, ma la sensazione è generalizzata a qualsiasi età (ci tornerò sopra prossimamente), posso invece certamente ammettere che è stato uno degli incontri più interessanti fatti in India e, anche se non ne sono così altrettanto sicuro, spero che il nostro gesto (non solo materiale, ma il dare confidenza, confrontarsi) sia servito ad allargare il loro mondo, seppur temporaneamente.
 
°°°
Coming Soon – Howard’s mood
Mockingbird, Wish Me Luck – You got a friend to lean

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Cliccate sulle foto per ingrandirle, altre con calma verranno messe on-line qui.

11 settembre 2008 Nessun commento

X & Y
(eXoterico)

X: Ho fatto questo viaggio per scoprire anche qualcosa di me stesso.

Y: E non ti è piaciuto quello che hai trovato…

X: Infatti lo lascio qui!

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10 settembre 2008 4 commenti
3 x 2
 
Liz Durrett - Outside Our Gates 
 
 Liz Durrett – Not running
 
 
 
 Liz Durrett – You live alone
 
 
 
Chad VanGaalen - Soft airplane 
 
 Chad VanGaalen – Willow tree
 
 
 
 Chad VanGaalen – Phantom anthills
 
 
 
The Spinto Band – Moonwink 
 
 The Spinto Band – Ain’t this the truth
 
 
 

 The Spinto Band – The carnival
 
 

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9 settembre 2008 Nessun commento
INDIA 2008 – UDAIPUR, PUSHKAR & JAIPUR
(terza parte)
 
Udaipur
 
Udaipur viene definita la Venezia d’Oriente e seppure il paragone mi sembri un po’ azzardato, devo ammettere che, nonostante il Lake Pichola sul quale la città si affaccia fosse in secca, o forse proprio per questo, il suo fascino decadente e fuori dal tempo può avere alcune cose in comune con il capoluogo veneto.
La sensazione di osservare il profilo cittadino con i suoi imponenti edifici bianchi dal basso, dove normalmente ci dovrebbero essere decine di migliaia di litri d’acqua, da quasi un sensazione di sovvertimento delle leggi naturali.
Leggi naturali che una sera verranno messe in discussione anche da un scarica, letteralmente, di pioggia, che se non era monsonica, ci hanno detto che sono tre anni che non passa da queste parti, di sicuro è bastata l’indomani a far innalzare visibilmente il livello d’acqua nel lago.
 
Udaipur è anche un punto strategico per fare un gita in giornata ai siti di Kumbalgarh e Ranakpur. Accompagnati da un’autista che terrà la stessa espressione facciale fino a sera, quando evidentemente non sarà troppo soddisfatto dalla mancia lasciatagli, sfiliamo attraverso una campagna verdissima: nuvole minacciose sopra le nostre teste che ogni tanto rilasciano scrosci improvvisi, e ai lati, sparsi tra il nulla, piccoli villaggi e isolate capanne di fango, tutta un’umanità in viaggio (pastori, scolari, donne che tornano dai campi con fasci d’erba sulla testa grandi quanto loro stesse, se non di più) o ferma nella classica posizione d’attesa indiana (accovacciati toccando per terra solo con l’intera pianta dei piedi).
Finita la salita che porta a Kumbalgarh, una fortezza del XV secolo, sta ancora venendo giù il diluvio universale, passiamo un quarto d’ora ad aspettare sotto l’enorme portone d’ingresso tra fiumi d’acqua che scorrono sui nostri piedi, e quando smette, come per magia, sale una nebbia fittissima (non so perché, ma sia io che il mio compagno di viaggio, passeggiando tra le rovine, abbiamo pensato a Angkor Wat, nonostante nessuno dei due ci sia stato e la somiglianza possa venire solo per certe cupole). Ranakpur invece, nonostante il tempio principale con le sue quasi 1.500 colonne tutte diversamente scolpite sia uno dei più importanti di tutta l’India, non mi ha colpito poi molto, forse perché il suo fascino risente di tutte le costruzioni pseudo-turistiche costruitegli attorno.
 
Pushkar
 
Pushkar è un piccolo paesino, meno di 15.000 abitanti, ed è il primo luogo di pellegrinaggio hindu che abbiamo visitato, nonché dove per la prima volta siamo entrati in contatto con il “mondo” dei ghat (scalinate che entrano direttamente nell’acqua, su un lago come in questo caso o in un fiume in altri posti, dove la gente lava se stessa o i propri vestiti, recita puja o mantra).
Se si capisce subito che basta qualche semplice accortezza per non farsi rovinare l’atmosfera da alcuni bramini (i sacerdoti induisti), o presunti tali, un po’ troppo invadenti, la spiritualità di centinaia di persone che vanno in processione lungo tutto il lago e i suoi 52 ghat, riesce a coinvolgere con la sua calma devota anche chi non crede in nessun dio.
 
A Pushkar abbiamo incontrato anche qualche esemplare di quelli che noi abbiamo ribattezzato i “frikketta”, gente che probabilmente è arrivata qua negli anni ’70 e ci è rimasta, presentando adesso la tipica fisionomia da frikketta appunto: capelli e barba lunghi e bianchi, corpo magrissimo, sandalo, occhialetto tondo e sguardo pacifico e sorridente, anche se non propriamente presente.
Sempre qui c’è stata un’altra scena, dopo quelle di Jodhpur, in grado di sciogliere anche il cuore più duro. Protagonista un bambino pastore di forse sei anni che abbiamo incontrato un giorno salendo verso uno dei due colli per vedere la città dall’alto. All’inizio ci ha chiesto qualche rupia, poi visto che dargli dei soldi non se ne parlava, se ne è rmasto buono buono seduto su una roccia ad aspettare che noi salissimo e ridiscendessimo, per accompagnarlo poi a comprare dei biscotti. All’inizio mi ha preso per mano, baciandomela pure, quasi non credesse a quello che stava accadendo, per finire in un saltellamento di corsa quando ormai la bottega era visibile in fondo alla scalinata. Vederlo allontanarsi tutto contento con il suo pacco formato famiglia…
 
Jaipur
 
Jaipur è la capitale del Rajasthan e anche la più brutta città dell’India visitata. Caotica, senza nessuna zona particolarmente notevole e piena di rompicoglioni bugiardi. Ci siamo rimasti meno di 24 ore, ma almeno qui ho guidato un tuk tuk! E siamo pure finiti per sbaglio in un bar pieno di giovani indiani alla moda.
  
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Juliet Turner – Pick a story
Ravens & Chimes – Archways

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Cliccate sulle foto per ingrandirle, altre con calma verranno messe on-line qui.

8 settembre 2008 6 commenti

GLI SMS DELLE DUE DI NOTTE
(@ Magnolia)

X: Dove ti trovo?

Y: Sono sotto l’albero.

[i due deficienti in questione ci hanno messo almeno altri 4 sms per riuscire a trovarsi]

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