L’eleganza del riccio
di Muriel Barbery
– edizioni e/o -
Vivere, morire: sono solo le conseguenze di ciò che abbiamo costruito.
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A torto crediamo che il risveglio della coscienza coincida con l’ora della nostra prima nascita, forse perché è l’unica condizione vitale che sappiamo immaginare. Ci sembra di aver sempre visto e sentito e, forti di questa convinzione identifichiamo con la venuta al mondo l’istante decisivo in cui nasce la coscienza.
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Eppure non è così difficile da capire. Il problema è che i bambini credono ai discorsi dei grandi e, una volta grandi, si vendicano ingannando a loro volta i figli. “La vita ha un senso e sono i bambini a custodirlo” è la bugia universale a cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. Il mistero rimane, ma tutta l’energia disponibile è andata da tempo sprecata in stupide attività. Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi.
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Per chi ignora l’appetito il primo morso della fame è al contempo una sofferenza e un’illuminazione.
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La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia.
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Mi sembra che solo la psicoanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate.
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Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto che abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!”,“Quanto è solida, ingegnosa, acuta”. Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. Penso che non ci sia niente di più bello, per esempio, del concetto base della lingua, e cioè che esistono i sostantivi e i verbi.
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Vi sorprendereste di quello che si dicono le persone modeste. Preferiscono le storie alle teorie, gli aneddoti ai concetti, le immagini alle idee.
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Quando la malattia entra in una casa non si impossessa soltanto di un corpo, ma tesse tra i cuori un’oscura rete che seppellisce la speranza. Come una ragnatela che avvolgeva i nostri progetti e il nostro respiro, giorno dopo giorno la malattia inghiottiva la nostra vita.
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La quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al saper abbandonarsi e al saper ascoltare che si vivono con l’altro, in una complice compagnia…
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Nel nostro universo la vita umana è vissuta così: occorre ricostruire continuamente la propria identità di adulti, un fragilissimo assemblaggio sbilenco ed effimero che maschera la disperazione e racconta a sé stesso, davanti allo specchio, la menzogna alla quale abbiamo bisogno di credere.
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Non ho figli, non guardo la televisione e non credo in Dio, tutti sentieri che gli uomini calpestano per rendere la loro vita più semplice. I figli aiutano a rimandare l’angoscioso dovere di affrontare sé stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine Dio mitiga i nostri timori di mammiferi e l’insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano fine.
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Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.
Postilla squisitamente PERSONALE
Scritto, non è neanche scritto poi così male, se si esclude qualche passaggio troppo letterario per l’andamento generale della narrazione, il problema vero di questo romanzo (diventato caso letterario in Francia e successivamente, con minori proporzioni, in Italia) è proprio la storia: troppo semplicistica, stereotipata, infarcita di luoghi comuni e trovate che vorrebbero essere ad effetto, ma che invece fanno risaltare la volontà di farsi fiaba per un libro che dovrebbe invece nutrirsi di pura e semplice realtà attuale.
E poi, sinceramente, le due protagoniste mi sono state antipatiche fin dalle prime pagine.