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Archivio per gennaio 2008

31 gennaio 2008 Nessun commento
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Aaron Thomas – Follow the elephants 
  
 Aaron Thomas – Wasted or crazy
 
 
 Aaron Thomas – Kill this city
  
 
 
 
The Stereotypes – 5 
 
 The Stereotypes – The again (the rain comes)
 
 
 
 The Stereotypes – Home
  
 
 
One Night Only – Starter a fire 
 
 One Night Only – He’s there
 
 
 
 One Night Only – You and me 
 
 
 
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31 gennaio 2008 Nessun commento

PUNTATA DEL 30.01.08

Tender Forever – Heartbroken forever (Wider)
Why? – These few presidents (Alopecia)
 
Blue Eyed Son – The tyde (West of Lincoln)
Warm In The Wake – American prehistoric (American prehistoric)
 
Jeremy Jay – Airwalker (Airwalker)
The State Of Samuel – Square roots (Here come the floods)
 
Imperial Teen – Room with a view (The Hair the TV the Baby & the Band)
Lacrosse – No more lovesongs (This new year will be for you and me)
 
Hushpuppies – Down, down, down (Silence is golden)
Enon - Sabina (Grass geysers carbonc louds)
 
Yeti – Merry go round (Yume!)
The Tyde – Brock landers (Three’s co)
 
Fire Flies – The sky turn to black (Goodnight stars, goodnight moon)
The Mountain Goats – San Bernardino (Heretic pride)
 
JayMay – Grey or blue (Autumn fallin’)
Orba Squara – Perfect timing (this morning) (Sunshyness)
 
 
[On-Air ogni mercoledì (in replica la domenica a mezzanotte) dalle 22 alle 23, sulla freuqenza 89.4 di Ciao Como Radio e in streaming qui o qui]

30 gennaio 2008 7 commenti
 
Il posto dove abito è un palazzone grigio in una di quelle strade a scorrimento veloce in cui la gente passa di fretta senza guardarsi negli occhi, così che anche se si è perfettamente sincronizzati e ci si incontra ogni mattina per mesi, anni, è impossibile riconoscersi e salutarsi.
*
Quello che si trova aprendo le orecchie nel chiuso della propria abitazione è decisamente differente da ciò che ci si aspetterebbe: non letti che cigolano a causa di naturali pratiche sessuali, non litigi tra novelli sposi né omicidi puri e semplici in stile Finestra sul Cortile. Niente di così cinematografico. Quello che si scopre è un malessere più strisciante, con la stessa forma del Rumore di cui non riuscivo a venire a capo: un loop cigolante, lieve ma preciso, fatto di dolore e malcontento.
*
Anche il buio in fondo non è vera oscurità, è più simile ad un pallore al neon spalmato attorno le cose. Impossibile capire quale sia l’esatta fonte di luce, è come se tanti anni fa per avvertire qualcuno della nostra presenza si fosse sparato un razzo segnalatore che continua a brillare distante senza che nessuno sia mai arrivato in nostro soccorso.
*
Il manager probabilmente passerà capodanno da solo sbloccando la tastiera del suo Nokia ogni 5 minuti, l’altro continua a parlare al telefono ad alta voce, dice di non volere andare ad una festa alla quale invece andrà di sicuro. In questo ridicolo tira e molla per alzare le proprie quotazioni in società c’è tutta l’essenza della città verso cui siamo diretti.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Varie zone milanesi fanno da sfondo a vicende e deragliamenti personali dell’autore/protagonista, attraverso le quali viene parzialmente dipinta una delle tante facce della Milano di inizio terzo millennio. Molto bella la grafica e il formato scelti, nonostante l’impaginazione di “XXII Marzo (2)” gridi vendetta. “Piola” la  mia preferita.
°°°
Qualche domanda all’autore, che essendo tremendamente 2.0, risponde con un video:

 


Per quanto riguarda l’ultima domanda, non vi fate strane idee, quella foto l’ho chiesta solo perché in “Milano for zombies” c’è il racconto di una festa di carnevale alla quale l’autore si era vestito così.
Siccome mi ha parzialmente ingabbiato facendo rispondere al suo busto, alle sue mani frenetiche e a quell’A4 che sembra uscito da un quiz televisivo dei ’70, vi accontentate della sua versione photoshoppata (per la quale si ringrazia nn).
  

 

* Giornalista per Rumore e responsabile musicale di Qoob

°°°
AVVISO: settimana prossima invece, SubliminalPop intervista Paolo Cognetti.

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29 gennaio 2008 2 commenti
IN VISIONE
 
Hard Candy
(U.S.A. – 2006)
 
di David Slade
con Patrick Wilson, Ellen Page.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Forse in certe momenti eccede in lungaggini, però a me questo film è piaciuto molto, soprattutto perché disturba per il continuo ribaltamento tra vittima e carnefice.
Come dice lui, tramite il quale ho scoperto questo film - "E non è rassicurante né conciliante: tifare empaticamente per il pedofilo non è una cosa che capita tutti i giorni, nemmeno al cinema" – e non mi sembra poco questo.
 
 
The Lord Of War
(U.S.A. – 2005)
 
di Andrew Niccol
con Nicolas Cage, Ethan Hawke, Jared Leto, Bridget Moynahan, Eamonn Walker, Ian Holm, Sammi Rotibi
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Altalenante sia il tono narrativo, dal goliardico al drammatico troppo repentinamente, sia il ritmo del film che spesso scompare completamente. Se poi l’attore principale è Nicolas “una sola espressione facciale” Cage …
 
 
The Butterfly Effect
(U.S.A. – 2003)
 
di Eric Bress, J.Mackye Gruber
con Ashton Kutcher, Amy Smart, Kevin Schmidt, Melora Walters, Elden Henson
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Mi aspettavo una boiata e infatti ci va vicino, peccato perché la parte centrale/finale è quasi buona e la storia di partenza ottima. Se Nicholas Cage ha una sola espressione facciale, Ashton Kutcher nemmeno quella !!

29 gennaio 2008 3 commenti
L’uomo che si trova sotto questa stella è, chiunque sia e quali che siano le sue circostanze, un uomo ragguardevole… Ha come prigione soltanto la scatola del suo cranio.
  
Alfred Jarry

“Dal basso dei cieli” di Marilena Moretti & Peppo Parolini

28 gennaio 2008 3 commenti

Dal basso dei cieli
di Marilena Moretti & Peppo Parolini
– Baldini Castoldi Dalai -

 

A parte questo, ho sempre tentato di emulare mio padre. Io ho un carattere uguale al suo, sono un provocatore, abbastanza coraggioso, è difficile che abbia paura. Sì, a volte mi rendo conto che la realtà è così evidente, così contraria che capisco che non ho più scampo. Però se ho un attimo di spazio non te la concedo la prepotenza. In qualche modo ti frustro, ti offendo, ti faccio del male perché sono uno spirito libero. Non c’è mai stato nessuno che mi abbia frenato, bloccato, tolto la libertà di pensare quello che voglio. Poi della libertà fisica non me ne frega un cazzo. Mi han messo in galera e mi son divertito. Anche perché del giudizio di ‘sti quattro stronzi non me n’è mai fregato un bel niente. Mi hanno fatto passare per un pazzo scatenato, per un visionario. E in fondo lo sono, non ho mai negato di essere un visionario, è l’unico fascino che riconosco nella mia vita.

*

La galera ci aveva aperto gli occhi. In galera non c’era un ricco, erano tutti poveri, miserabili, gente delle barriere, delle borgate. Gente peraltro splendida, ragazzi pronti, intelligenti, combattivi. Con una voglia di reagire, a quei tempi, che adesso non c’è più. Adesso sono tutti dei cadaveri, sono tutti rassegnati. Milletrecento ragazzi alle Nuove spaccavano tutto, buttavano tutto per aria! Per un ideale che non conoscevano, ma lo sentivano, se ne appropriavano perché gli apparteneva. Era un contatto tra la loro vita fisica, le loro miserie, le loro sofferenze, e un pensiero nato altrove, ma che era loro. Chi l’aveva pensato era gente che aveva fatto l’università, il liceo, che sapeva ragione in termini storici, di analisi. Ma loro erano pronti ad accettarlo perché se lo sentivano dentro, loro erano i veri rivoluzionari… E’ andato tutto vaffanculo, mi spiace. Il film è finito a metà del primo tempo. Non lo abbiamo neanche visto tutto il primo tempo, è finito prima, senza avvertimenti, senza niente. Hanno staccato la luce, hanno spento il proiettore e ci hanno detto: “Ragazzi, andate affanculo!” E lì l’eroina ha vinto da signora.

*

Erano buoni i peshawar. Ti davano un flash, madonna! Era morfina pura e la morfina dà un flash tenerissimo, bello, un flash che è femmina. L’eroina ti dà sì un bel flash, ma è una femmina pazzesca, è come quando ti prendi una cotta. Ti pesa sulle spalle, ti strappa il collo, il cuore… La morfina invece è una bella storia, è come andare a spasso con una signorina di cui sei innamorato tenendoti per mano in un giardino, sedendoti un una panchina, offrendole un gelato. La morfina è così.

*

Ma poi è finita anche lì, perché dove arriva la roba finisci di essere compagno, di lì non si scappa. E’ così reale la roba, che l’ideale se ne va vaffanculo subito.

*

E poi i sentimenti non c’è bisogno di dichiararli, si vivono. Ci sono quelli che li dichiarano per esuberanza, perché si sentono eleganti nel farlo, è parte del loro modo di esprimersi. Invece i sentimenti si vivono e basta.

*

Cazzo, l’amore è una resa incondizionata, è quando senti che non hai più nessuna difesa e dici: “Fai quello che vuoi della mia vita”. Questo è l’amore.

*

D’altronde sono un settimino, sono sempre stato strano. Non appartengo a nessuno, non appartengo a nessuna casta. La mia casta è la fantasia. Io non ho mai rinunciato allo spettacolo della vita. Non mi sono mai rassegnato a bollare qualsiasi tipo di cartolina. Potrei definirmi un saltimbanco, uno Scaramouche, tutto lì. Non c’è mai stato un periodo della mia vita in cui ho pensato: “Divento questo, faccio quest’altro perché farò carriera”. Mai. Io ho sempre immaginato di vivere a lungo inventandomi la vita giorno per giorno.

*

Le tre cose che non mi hanno mai tradito nella vita sono le cose che ho letto, le cose che ho visto, le cose che ho sbagliato.

 

Postilla squisitamente PERSONALE
Questo “Dal basso dei cieli” mi ha subito ricordato “Capriole in salita” di Roveredo, anche se a ben vedere, nonostante molti universi in comune come le fabbriche, il carcere e gli ospedali psichiatrici, sono completamente diversi; dove il secondo era poetico e annegato nell’alcol, questo è più crudo, scanzonato e diretto in vena. Resta il fatto che ci sono persone e vite particolari, vissute al 100%, fuori dal coro e che meritano di essere raccontate, lette e tramandate. Quella di Peppo Parolini è una di queste.

25 gennaio 2008 1 commento

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25 gennaio 2008 12 commenti
IN VISIONE
    
Le vite degli altri
(Germania, 2006)
 
di Florian Henckel von Donnersmarck
con Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer, Ludwig Blochberger, Werner Daehn
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Gran film, in particolar modo la prova di Ulrich Mühe .
 

 
 

1408
(U.S.A. – 2007)
 
di Mikael Håfström
con John Cusack, Samuel L. Jackson, Mary McCormack, Jasmine Jessica Anthony, Alexandra Silber, Tony Shalhoub, Emily Harvey, Noah Lee Margetts
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Non il mio genere, però, tolta la parte iniziale del film, si può guardare, e certe scene rendono l’atmosfera voluta.

 

 
Leoni per Agnelli
(U.S.A. – 2007)
 
di Robert Redford
con Tom Cruise, Robert Redford, Meryl Streep, Derek Luke, Michael Peña, Peter Berg, William Mapother, Tracy Dali, Jennifer Sommerfield, Rustee Rutherford
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Perché Redford non organizza anche un appendice estiva del Sundance, magari eviterebbe polpettoni simili.

24 gennaio 2008 2 commenti
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Non drammatizziamo. L’umanità ha conosciuto angosce incredibilmente più intense di quelle che proviamo oggi – pensiamo alle pestilenze, all’attesa della fine del mondo, alle invasioni barbariche. Sì, certo. Ma essa non aveva i mezzi per affrettare da sé la “fine del mondo”. Gli dei potevano sempre intervenire, e d’altronde erano loro a decretare la fine. Oggi sappiamo che questa si prepara nei laboratori e può sopraggiungere in ogni momento, vuoi per calcolo, vuoi per inavvertenza. Giacché proprio di avventura si tratta.
*
Quello che vogliono i nostri nemici non è tanto sconfiggerci, quanto umiliarci. Il che sembra meno feroce, sembra avere una vaga parvenza di umanità. Non è affatto così. Una sconfitta è qualcosa di chiaro, di irreparabile, di compiuto, ci si rassegna, ci si abitua, e poi si ricomincia, mentre una umiliazione non la si dimentica mai: dura tutta la vita.
*
Penso a quella ragazza che una sera, all’inizio del mio soggiorno a Parigi, ho abbordato in boulevard Saint-Michel. Mi disse che era talmente sola che per lei la sveglia era un essere vivente, una presenza: fa un po’ di rumore, segna il tempo, quasi si muove.
La solitudine delle grandi città.
Mi disse perfino, se ricordo bene, che a volte la carezzava, quella sveglia. E aggiunse: “Il mio unico contatto con la vita avviene tramite la sveglia”.
*
E’ facile scrivere e parlare in tono perentorio. Perché è più semplice imitare Giove che Lao-tzù.
*
M.I. parla del mio “automatismo allo scetticismo”.
La cosa curiosa è che, di un credente, non si dice mai che è caduto nell’”automatismo della fede”.
Eppure la fede comporta sicuramente una meccanicità più accentuata del dubbio, il quale è ricerca, inquietudine, messa in causa perpetua, quindi rinnovamento. Devo dire però che il dubbio ha un’energia alterata, un vigore declinante, una freschezza da… anziano.
*
Il solo motivo per cui mi sarebbe piaciuto avere la fede + il fatto di poterla perdere.
*
Mattinata splendida, divina, al Luxembourg. Vedevo la gente andare su e giù e mi dicevo che noi viventi (viventi!) siamo qui solo per sfiorare la superficie terrestre per un po’. Invece di guardare la faccia dei passanti, guardavo i loro piedi, e tutti quegli esseri umani per me non erano altro che passi, passi che andavano in tutte le direzioni, danza disordinata sulla quale sarebbe vano soffermarsi…
*
Non vi sono che due modi di raggiungere la liberazione: credere che tutto sia reale, oppure che niente lo sia. Ma ciò è molto più difficile di quanto non si pensi, perché ci comportiamo come se fosse questione di gradi di realtà, essendo per noi le cose più o meno vere, più o meno esistenti. Sicché non sappiamo mai come raccapezzarci.
*
21 dic. Unica soluzione: continuare come se niente fosse; qualsiasi cosa accada, un giorno avremo partita vinta. on chi? Non importa. La cosa certa è che, se si rimane se stessi, se si ha il coraggio di difendere la propria causa sino in fondo, l’insieme delle sconfitte che avremo collezionato varrà a una vittoria.
*
Sembro un anarchico del secolo scorso che sia uscito dall’ospedale o dal carcere e stia meditando qualche colpo.
*
In fondo, faccio tutto quello che fanno gli altri, ma non lo faccio più in modo istintivo. E ciò che una volta ho definito “vivere senza convinzione”. Si provano più o meno gli stessi desideri e le stesse soddisfazioni degli altri, ma qualcosa si è spezzato; e se non c’è rottura c’è distacco; non si è più dentro, è impossibile identificarsi con un qualsiasi atto, eppure li si compie tutti, si fa esteriormente parte della società, anzi della folla. Ma si è visto dentro le cose, se ne è percepita la non realtà, la profonda vacuità. Si apre in continuazione un intervallo fra sé e l’atto, fra l’atto e la cosa. Si cessa per sempre di essere interi.Non si sarà mai più tutt’uno con ciò che si fa. Non vi sarà più saldatura fra il sé e l’essere. Perché non ci sarà mai più essere nell’antico senso della parola. Tutto è diventato apparenza? No. Ma più niente è, più niente assomiglia a quel che era prima. Non è il reale a essere trasfigurato, è il vuoto.
*
Non detesto la vita, non mi auguro la morte, vorrei soltanto non essere nato.
Alla vita e alla morte preferisco la non nascita. La voluttà del non nascere. Più vivo, più mi abbandono alla voluttà del non nascere.

24 gennaio 2008 Nessun commento

PUNTATA DEL 23.01.08
 

Beach House – Heart of chambers (Devotion)
Pooma – If may starti tomorrow (Pooma)
 
Lightspeed Champion – Tell mw what is worth (Falling of the lavender bridge)
Coconut Records – It’s not you it’s me (Nighttiming)
 
Lombroso – Credi di conoscermi (Credi di conoscermi)
How I became The Bomb – Killing machines (Let’s go)
 
Screaming Tea Party – Let’s do not say another word (Death egg)
Jakobinarina – His lyrics is disastrous (The first crusade)
 
The Hives – Hey little world (The black and the white album)
Division Day – Tap-tap, click-click (Beartrap island)
 
The Royal We – Space 1999 (The Royal We)
The Hot Toddies – Motorscooter (Smell the mitten)
 
Greg Summerlin – Unlucky in love (All done in good time)
I Might Be Wrong – Paternoster patron (It tends to flow from high to low)
 
Joshua James – You’re the cocaine (Joshua James)
Bon Iver – Skinny love (For Emma, forever ago)
   
[On-Air ogni mercoledì (in replica la domenica a mezzanotte) dalle 22 alle 23, sulla freuqenza 89.4 di Ciao Como Radio e in streaming qui o qui]

“Apocalisse da camera” di Andrea Piva

23 gennaio 2008 5 commenti
Apocalisse da camera
di Andrea Piva
– Einaudi -
 
A Bari come a Milano, a Palermo come a Roma, a Parigi come a Londra, se non si conosceva qualcuno per mezzo di qualcun altro, ormai non si dava più la possibilità di essere sorpresi da una conoscenza occasionale, andando a fare la spesa o guidando nel traffico. E allora vivere in città, uno addosso all’altro, a che serviva? Ad avere l’edicola sotto casa?
*
Erano le 11 del 14 marzo del 2002. Sui tetti della città splendeva un sole da due soldi che, sfinito, consumate le ultime forze nel tentativo di valicare prima il fuoco di fila delle antenne televisive e poi quello dei panni stesi ad asciugare, si lasciava morire al suolo, assai pateticamente, tra le braccia di arcigni, indifferenti nuvoloni di polveri sottili.
*
Ci fu quindi qualche secondo di silenzio tra Ugo e Gigi. Date le circostanze, possiamo azzardare l’ipotesi che stessero entrambi pensando a tutta la vuota concatenazione di accidenti che li aveva portati di nuovo, uomini fatti, a nascondersi in una macchina nel posto meno battuto di un condominio per bene della Bari perbene, a distanza di quindici anni dalla prima volta che lo avevano fatto, quando erano ancora dei ragazzini col punk rock in cuffia e un enorme romanzo rosa per la testa. E probabile che pensassero entrambi a tutto l’inutile slancio vitale che dopo avergli fatto fare i meglio salti mortali e le più dure battaglie coi sogni adesso li faceva ricadere sulle stesse poltrone dalle quali erano partiti, con in tasca un foglio di via, dopo la sconfitta inesorabile di tutte le illusioni. nessuno dei due avrebbe saputo dire con precisione, quindici anni prima, cosa avesse in mente per se stesso, ma era certo che, qualunque cosa fosse, non erano riusciti a metterla in pratica.
*
Oh, Giulia era la persona che salutandolo da un treno lo avrebbe fatto piangere. Ah, era la persona che Ugo avrebbe voluto guardare mentre leggeva un libro con i piedi sul bracciolo del divano. Certo! Ne avrebbe sentito il respiro innocente mentre dormiva! L’avrebbe guardata mangiare, ridere, stupirsi per niente. Avrebbe assistito in religioso silenzio a tutti i suoi gesti più insignificanti, avrebbe raccolto i rumori di fondo della sua vita in una sublime melodia.
*
Ugo ci pensò con un sorrisino vissuto sulle labbra, che gli risultò però subito un po’ stupido. Perché, si disse, se è goffa la retorica delle vaghezze che a sedici anni ci gonfia il cuore, è troppo facile il sorriso amaro di cui ci armiamo troppo tempo dopo nel ricordarla. A metà strada tra l’una e l’altra cosa si nasconde la vita, e la grande poesia. Non si dovrebbe dimenticarlo.
*
Non sapeva come, ma ce l’aveva fatta. Il momento inerziale della sua volontà – attorno al quale le indecisioni avevano ruotato come squali affamati – era stato sorpassato, la procedura automatica attivata, e da adesso in poi la sua serata avrebbe anche potuto essere tutta in discesa. Nella migliore delle ipotesi – si disse, – in cieca, incosciente discesa.
*
Davvero credi che ce la berremo ancora a lungo? Ringrazia che qui stiamo ancora con le clave in mano, sennò te la faremmo vedere noi già adesso, un bello sciopero della natalità e poi voglio vedere da chi ti fai baciare il culo ogni santa domenica. I templi che ti abbiamo consacrato risuoneranno solo dei tuoi passi di vecchio rincoglionito, lo sai, eh? E cosa t’inventerai, allora?
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Non mi è piaciuta la storia, né come viene raccontata. Aldilà di qualche raro lampo nella testa del protagonista, lo stile mi è sembrato troppo pretenzioso e il romanzo vuoto come quella parte di realtà che vorrebbe descrivere.

23 gennaio 2008 2 commenti
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Why? – Alopecia 
 
 Why? – The vowels pt. 2
 
 
 
 
 
 
The Helio Sequence – The Helio Sequence 
 
 The Helio Sequence – The captive mind
 
 
 
 The Helio Sequence – Keep your eyes ahead
 
 
 
The Battle Royale – Wake up thunderbabe 
 
 The Battle Royale – Scream scream
 
 
 

 The Battle Royale – Notebooks
 
 

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22 gennaio 2008 Nessun commento
Questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue, non è affatto una cosa, ma semplicemente una storia. E tutto ciò che questa storia contiene è la somma di tutte le storie minori.
 
Cormac McCarthy

22 gennaio 2008 16 commenti
TESTA BASSA E PEDALARE
 
La settimana scorsa mi è arrivata questa mail…
 
Gentile XXXXXXXX,
innanzitutto la ringraziamo per aver proposto il suo lavoro alla casa editrice. Purtroppo il testo presentatoci, Più di sempre, è davvero di difficile collocazione all’interno della nostra collana di narrativa italiana perché possa aspirare alla pubblicazione. Nonostante abbia dalla sua una scrittura fluida e agile, un buon senso del ritmo, non possiamo fare altro che suggerirle, qualora ne avesse la voglia, di mandare altro materiale da visionare attentamente.
Qualcosa di genere diverso, però.
Nella speranza di esserle stati d’aiuto, le rinnoviamo i saluti.
Cordialmente.
Comitato di redazione
Ufficio Manoscritti
YYYYYY Editore”
 
… riguardante una raccolta di racconti che ho spedito all’incirca un anno fa* a una quindicina di editori medio/grandi.
Al momento ho ricevuto tre risposte e, oltre a quella sopra riportata, posso contare su un’altra mail e una classica lettera prestampata: per entrambe non rientravo nella linea editoriale.
Premettendo che non ritengo di essere un genio letterario o cos’altro, anzi, chi mi conosce può testimoniare su quanto poco io parli di questo e chi invece ha addirittura letto qualcosa di mio sa ancora meglio come io sia ipercritico, al limite della disillusione permanente, nei confronti dei miei scritti.
Detto questo non voglio sindacare sui tempi di lettura, a volte presunta, le mancate risposte o le lettere prestampate, ho avuto la fortuna di conoscere alcuni scrittori ed editori e so come vanno le cose, volevo però prendere in esame la mail all’inizio di questo post, perché il dubbio fa presto a infilarsi nei pensieri.
Potrebbe essere anche quella una mail preconfezionata, con l’aggiunta però di un contentino per l’aspirante scrittore. E mi sono immaginato l’addetto ai manoscritti scegliere tra le tre opzioni standard da inserire nella mail per rincuorare il povero autore rifiutato:
A) stile e ritmo buoni, ma la storia non regge
B) bella la storia e lo stile, ma manca il ritmo
C) convincenti il ritmo e la storia, ma lo stile deve personalizzarsi.
Oppure il manoscritto è stato letto veramente, cosa più verosimile spero, e allora mi sono domandato, visto che il tempo ormai è stato perso, costa tanto usare altre due righe di caratteri e spiegare cosa voglia dire quel “qualcosa di genere diverso”? Perché non è che sono così scemo, almeno non credo, da spedire un raccolta di racconti a una casa editrice che pubblica testi universitari?!?
 
Niente, tutto qui, una curiosità, ho finito. Perché potrei anche raffazzonare la morale che basta poco, in termini di tempo e impegno, per far andare meglio le cose per tutti, ma sarei un cattivo profeta.
Al momento incasso l’ennesimo rifiuto e cerco di andare avanti, ci provo almeno, perché per me scrivere non è solo la ricerca del ritmo perfetto e della scena, del gesto, del dialogo che racchiudono tutta una serie di emozioni e un mondo, ma anche uno sfogo, un’urgenza, una via tramite la quale capire meglio me stesso e quello che lo circonda.
 
 
* con un tempismo degno di Fantozzi, visto che poco tempo dopo ci fu una puntata alle Invasioni Barbariche sull’uscita di questa raccolta e più in generale sulla figura dell’aspirante scrittore, cosa che molto probabilmente fece impennare il numero, già di per sé alto, di manoscritti in arrivo alle case editrici. Ad esempio sul sito di minimumfax, un paio di mesi dopo se non ricordo male, apparve l’avviso tutt’ora on-line che fino a nuova comunicazione non sarebbero stati accettati manoscritti.
 
 

21 gennaio 2008 4 commenti
da “Respiro” di Ermanno Krumm – Mondadori
 
In stazione
 
L’hinterland inghiotte intere collezioni
di case, lampioni, tangenziali:
un viaggio senza fine, 600 chilometri
di sogno infantile come la Milano-Roma
senza pedali, senza ostacoli,
una discesa ininterrotta
in un’epoca nuova, in un’altra corsa
 
di notte, in treno, lungo il lago
dove dietro la linea di bambù
sentivo il fischio delle voci spegnersi
nell’impazienza, come ora, in stazione –
è meglio che non corra.
 
*
 
Alla mia destra
 
A letto ti voglio sempre dallo stesso lato
non perché sia quello che preferisco
del corpo o del volto, ma perché
come i rami di un vegetale
pendo verso la luce da quella parte
e a vederti mi sporgo
con gli occhi della giovinezza.
 
*
 
Nello splendido autunno
dei pensieri che si ripetono
nel sole sulle tegole sconnesse
 
un farfugliare nel magma, un ribollire
di materia, un ingarbugliarsi di cose
s’assimila nella mente a salti:
 
gli occhi mettono a fuoco
le mani però non prendono
e non importa, c’è qualcosa ancora
fra le dita e c’è modo di tirare un respiro
e allungare le gambe.
 
*
 
Non è solo bocca, occhi e mani,
la tua bocca, gli occhi e le mani,
ma una spia accesa anche nel sonno
sempre rossa: conosco il pieno
e i pericoli della presenza,
 
la vertigine della casa,
ma non sarà una storia confusa, niente
trincee di posizione, scavi continui,
trapanamenti che non sentono carne,
non vedono fine ma fanno mesi, anni, tutti uguali.
 
*
 
E poi sott’acqua i pesci,
appollaiati sui tetti i gabbiani
e in mezzo una poco umana folla,
specie in estinzione, deserti e oscurità
 
ma fossero anche le ultime luci
spegnile: al buio, è più chiaro il desiderio,
se è desiderio questo miserabile
fioritura da portare in salvo,
questo giro della mente senza pensiero,
quest’improvvisi ritorni
che come catacei gloriosi riemergono
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Bella raccolta di poesia, prevalentemente improntate sul ricordo, in particolar modo le sezioni: “Con gli occhi della giovinezza” e “Selvatica”.
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“Winkie” di Clifford Chase

18 gennaio 2008 3 commenti
Winkie
di Clifford Chase
– Einaudi -
 
Sopra le loro teste un grande orologio rotondo senza decorazioni indicava le quattro in punto e sembrava definire quel mondo particolare, come se il carcere e i secondini potessero esistere solo in quel preciso istante nel cuore della notte.
*
Le intenzioni era una cosa, ma i fatti, Winkie lo sapeva, erano tutt’altro. I fatti erano incontrovertibili, come la tragedia, e così nella segatura della sua mente cercò di ammorbidire il tempo e di rallentarlo prima che potesse accadere qualcos’altro.
*
Marie aveva notato come spesso Ruth fingesse di stare bene anche quando non stava bene affatto. Era una specie di gioco che faceva con il mondo, affinché il vero e il falso si scambiassero di posto. A Marie piaceva ogni sorta di finzione, ma le finzioni di questo tipo le facevano venire la nausea, anzi, peggio ancora, la facevano sentire come se anche la nausea fosse finta. La recavano sentire come se tutto fosse colpa sua. Perché se puoi far avverare tutto semplicemente desiderandolo, allora è tutto proprio colpa tua.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Proprio brutto questo romanzo. Un trama sfilacciata e poco convincente, dove nessun periodo delle vicende descritte sembra ben scritto e veramente importante ai fini della storia che risulta solo inconsistente.

18 gennaio 2008 2 commenti
X & Y
(superpoteri)
 
X: Povero cristo! Ha te come supporto psicologico.
 
Y: Guarda che a dispetto delle apparenze sono saggio ed equilibrato.
 
X: Hmmm…
 
Y: Vabbè, sicuramente più di te.

X: Sì, come no… in questo scorcio di 2008 mi sto rendendo conto di come non ci sia più limite all’autostima delle persone.

 
Y: Diciamo che è più sottostima degli altri.

X: Cambia la sostanza, ma non il risultato.

Y: Invece sì, perché a sottostimare si ha un limite verificabile, tende a zero, mentre l’autostima può tendere all’infinito.

X: Appunto, il risultato non cambia, si sparano sempre e comunque un mucchio di grandi cazzate.

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17 gennaio 2008 2 commenti
In questa stanza Goldman si tormentava per i suoi problemi e per i problemi del mondo, e tra sconcerto e disperazione si era creato una vita futura che immaginava libera, audace e ardimentosa, e con cui giocava, ma in quella stessa stanza aveva anche imparato a rinunciarvi con grande dolore e con un’opprimente sensazione di fallimento, solo però per tornare dopo breve tempo crearsi con uno sforzo sovraumano, con invidia e desiderio e tante speranze, una vita ancora più bella e selvaggia, una vita al di là di ogni legge e di ogni possibilità, e fra l’una e l’altra si allenava a vivere la propria lenta e certa morte con assoluta rassegnazione, persino con disponibilità, nonostante desiderasse vivere mille anni.
 
Yaakov Shabtai, Inventario

17 gennaio 2008 1 commento

PUNTATA DEL 16.01.08
 

St Vincent – Marry me (Marry me)
Silje Nes – Dizzy street (Ames room)
 
Strike The Colours – Safety in numbers (The Face That Sunk A Thousand Ships)
The Raveonettes – You want the candy (Lust lust lust)
 
Snmnmnm – It’s your loss (Crawl inside you head)
Nada Surf – From now on (Lucky)
 
The Dead 60’s – Start a war (Time to take sides)
 
Les Fauves – Novara (N.A.L.T. 1 A fast introduction)
The Moog – I like you (Sold for tomorrow)
 
Babyshambles – You talk (Shotter’s nation)
Mando Diao – Gold (Never seen the light of day)
 
Deloris – Everything ever (Ten lives)
Radiohead – Reckoner (In rainbows)
 
Emily Jane White – Demon (Dark undercoat)

  
[On-Air ogni mercoledì (in replica la domenica a mezzanotte) dalle 22 alle 23, sulla freuqenza 89.4 di Ciao Como Radio e in streaming qui o qui]

“Erano solo ragazzi in cammino” di Dave Eggers

16 gennaio 2008 Nessun commento
Erano solo ragazzi in cammino
di Dave Eggers
– Mondadori - 
 
Dimmi, Michael, dov’è tua madre? Hai mai visto il terrore nei suoi occhi? Nessun bambino dovrebbe essere costretto ad assistere a niente del genere. E’ la fine dell’infanzia vedere il volto della propria madre crollare, il suo sguardo morire. Quando ti rendi conto che si sente sconfitta al solo avvicinarsi di una minaccia. Quando non crede più che sarà in grado di salvarti.
*
Correvo bucando l’oscurità. Correvo perché non c’era nessuno che mi dicesse di fermarmi. Correvo e ascoltavo il mio respiro, forte come quello di un treno, e correvo con le mani stese davanti a me per proteggermi dagli alberi e dai cespugli.
*
Michael non saprai mai cos’è il buio fino a che non avrai visto l’oscurità del Sudan meridionale. Nessuna città in lontananza, nessun lampione, nessuna strada. Quando non c’è neppure la luna non fai altro che ingannarti. Vedi forme davanti a te che none esistono, e vuoi convincerti che riesci a vedere qualcosa, quando in realtà non vedi nulla.
*
Venni svegliato da un chiacchiericcio eccitato fuori dal nostro rifugio.
“Non l’hai visto?”
“No. Hai detto che era bianco? I capelli bianchi?”
“No, no, la pelle, da tutte le aprti. E’ bianco come il gesso.”
[…]
Stava succedendo qualcosa, e c’entrava con quello di cui stavano parlando i miei compagni. Mentre mi sforzavo di mettere insieme i cocci delle loro conversazioni, alzai lo sguardo e in quell’istante le teste di centinaia di bambini si girarono contemporaneamente. Seguii con gli occhi il loro sguardo e vidi quello che mi parve un uomo rivoltato come un guanto. Era l’immagine di un’assenza, un uomo che era stato cancellato. Un brivido mi percorse il corpo, simile a quello che mi coglieva vedendo un’ustione, un arto mutilato, o qualunque altra perversione o devastazione dell’aspetto naturale.
*
Avevo ancora due giorni prima di partire per il mio viaggio che avrebbe toccato Nairobi, Amsterdam e infine Atlanta. Quella notte dormii un sonno agitato e mi svegliai presto, qualche ora prima che iniziasse la seconda giornata di orientamento. Camminai per il campo, immerso nella luce blu come inchiostro, ed ero sicuro che non l’avrei mai più rivisto. Non avrei mai rivisto il Sudan, e neppure l’Etiopia. Fino ad allora, la mia vita era sempre andata in un’unica direzione: finivo sempre per partire.
*
Gli esseri umani si dividono in coloro che riescono ancora a vedere con gli occhi dei giovani e coloro che non ci riescono.
*
Sono stanco di avere bisogno d’aiuto. Ho bisogno d’aiuto ad Atlanta, avevo bisogno d’aiuto in Etiopia e a Kakuma, e sono stanco. Sono stanco di guardare famiglie, fare visita a famiglie, essere allo stesso tempo partecipe ed estraneo a queste famiglie.
*
Non so contare le volte che ho maledetto la nostra scarsa percezione dell’emergenza. Se mai amerò ancora, non aspetterò più di amare la mio meglio. Pensavamo di essere giovani e che questo significasse tempo per amare meglio in futuro. E’ un modo terribilmente sbagliato di pensare. Aspettare di amare non è un modo di vivere.

*
Un giorno gli chiesi perché mai fosse venuto in Kenya. Perché i sudanesi? gli domandai.

“Quando ero più giovane, uno dei miei insegnanti ci chiese di fare una ricerca su un paese dell’Africa. Era molto interessato al continente, per cui passò anche più tempo del necessario sull’Africa. Io non ero uno dei suoi studenti preferiti, devo ammetterlo. Girando per la classe ci chiedeva su quale nazione volessimo concentrarci, e mi lasciò per ultimo. Il paese rimasto era il Sudan.”
Avrei dovuto immaginarmelo, eppure saperlo così mi ferì. Pensai parecchie volte negli anni successivi che nessuno scolaro giapponese aveva voluto il Sudan.
“Allora non c’era granché informazione sul tuo paese, per cui venne fuori una ricerca piuttosto smilza.”
Si mise a ridere, e io mi sforzai di fare lo stesso. Sembrava che lo facesse apposta. Ogni giorno arrivava in ufficio determinato a farmi ridere, non importa su quale argomento. Parlava della sua famiglia, della sua ragazza, o meglio fidanzata. La mancanza che sentiva per Wakana era quasi tangibile. Parecchie volte, arrivando in ufficio, lo trovavo al telefono, accucciato sotto la scrivania. Non sono sicuro del perché preferisse starsene sotto la scrivania a parlare, ma di solito era così che faceva. Quando aveva finito spesso trovavo alcuni appunti sul pavimento, come se avesse consultato una serie di cose da dirle. Quando il suo desiderio di lei si faceva troppo intenso, ascoltavo fino a che non ne potevo più.
“La tua ragazza?” dicevo. “Ti lamenti tutto il giorno che ti manca la tua ragazza? E io, che non ho più una famiglia?”
Lui rideva e diceva: “Sì, ma tu ci sei abituato”.
Trovammo tutto ciò molto buffo e divenne una specie di ritornello tra di noi. “Sì, ma tu ci sei abituato.”
E anche se mi faceva ridere, mi domandavo se non fosse vero. Sembrava vero che a lui mancava la sua fidanzata più di quanto a me mancasse la mia famiglia, dal momento che lui era certo che fosse viva. I sentimenti che provavo per la mia famiglia erano più vaghi e distanti, dato che non riuscivo più nemmeno a figurarmela e non avevo idea se fossero vivi o morti, in Sudan o altrove. Noriyaki invece aveva un padre, una madre e due sorelle, e sapeva ogni giorno dove si trovassero.
“La mia famiglia adesso è la tua” disse un giorno.
Loro sapevano di me, mi raccontò, e voleva davvero che li incontrassi. A un certo punto aggiunse sulla scrivania anche una foto dei suoi genitori e delle sue sorelle più giovani, e insisteva che anch’io pensassi a loro come miei parenti. Lo strano era che funzionava. Gradualmente cominciai a pensare che quelle persone che mi guardavano da dietro le cornici fossero anche la mia famiglia, e si aspettavano anche da me grandi cose. Io fissavo quelle foto, il padre e la madre in nero, le mani incrociate in grembo, in piedi di fronte a un’enorme statua di un soldato alla carica, e riuscivo a credere che un giorno ci saremmo incontrati a casa loro, magari prima del matrimonio di Noriyaki con Wakana, mentre visitavo il Giappone da uomo ricco.Non credevo davvero che quel giorno sarebbe arrivato, ma mi faceva piacere pensarci.
*
Al lavoro, quel giorno, cercai di trasmettere tutto quello che sapevo a Gorge, il quale avrebbe preso le redini del progetto interamente nelle sue mani. Mi parve molto concentrato, ma entrambi sapevamo che partire così in fretta avrebbe inevitabilmente causato problemi. L’operazione aveva perso i suoi membri principali nel giro di due mesi.
“Forse manderanno un altro giapponese” disse Gorge.
“Speriamo di no” replicai.
Non volevo che altra gente venisse a Kakuma, a meno che non avesse altra scelta. Volevo che fossimo noi a prenderci cura di noi stessi e a risolvere i nostri problemi, senza trascinare altri innocenti nel buco che noi stessi avevamo scavato.
*
Qualunque cosa io faccia, però, comunque trovi da vivere, voglio raccontare queste storie. Ho parlato con tutti quelli che ho incontrato, in questi ultimi e difficili giorni, e con ogni persona che ha fatto il suo ingresso nel club, in quelle odiose ore del mattino, perché non fare neanche questo sarebbe stato meno che umano. Io parlo a quella gente, e parlo a te perché non potrei fare diversamente. Mi dà forza, una forza che ha dell’incredibile, sapere che ci sei. Desidero i tuoi occhi, le tue orecchie, lo spazio tra noi che può ridursi in un secondo. Quanta fortuna abbiamo, nell’avere l’un l’altro? Io sono vivo e tu pure, e per questo dobbiamo riempire l’aria delle nostre parole. E la riempirò oggi, domani, ogni giorni finché non tornerò a Dio. Racconterò storie alla gente che ascolterà, alla gente che viene a cercarmi e alla gente che mi sfugge. E saprò sempre che ci sei. Come potrei far finta che non esisti? Sarebbe impossibile, come lo sarebbe per te fare finta che non esisto io.

Postilla squisitamente PERSONALE
Secondo libro che finisco nel 2008 e già un sicuro presente nella lista dei migliori dell’anno. Dave Eggers mette per iscritto la storia di Valentino Achak Deng, profugo sudanese ora emigrato ad Atlanta e anche se come dice lui stesso nella prefazione – “Dal momento che numerosi episodi sono frutto di invenzione, abbiamo chiamato romanzo il risultato finale. Esso non va considerato come una storia esauriente della guerra civile sudanese, né del popolo sudanese, e neppure del mio gruppo, noto come i Ragazzi Perduti. Questa è semplicemente la storia di un uomo, raccontata in tutta la sua soggettività. E anche se si tratta di invenzione, voglio sottolineare che il mondo che ho conosciuto è per molti aspetti simile a quello descritto in queste pagine. Viviamo in un‘epoca in cui anche gli episodi più orrendi raccontati in questo libro potrebbero accadere, e in molti casi sono effettivamente accaduti” – ,con una prosa lineare e scorrevole, uno stile secco ma non per questo poco partecipe, vengono narrate la difficoltà di trovarsi in un mondo nuovo e assolutamente differente dal proprio, la storia di un popolo assediato, un paese in guerra; facendoci capire cosa questo voglia dire per un bambino/ragazzo che ha passato gran parte della sua vita in fuga tra etnie e corpi militari, campi profughi e aiuti umanitari. Una grande storia, un grande romanzo!