Ho sposato un comunista
di Philip Roth
– Einaudi -
Uomini capaci di parlare di baseball e pugilato mentre parlavano di libri. E capaci di parlare di libri come se in un libro ci fosse qualcosa in gioco. Che non aprivano un libro per adorarlo o per sentirsene nobilitati o per dimenticare il mondo che li circondava. No, che boxavano col libro.
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Erano quasi le tre quando mollò la presa sulla mia attenzione. Il suo modo di costringerti ad ascoltare era straordinario e somigliava molto a una promessa che ti faceva silenziosamente, di non metterti in pericolo alla condizione che tu ti concentrassi su ogni singola parola.
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Non credere che gli seccasse diventare una persona importante. E’ una cosa alla quale la gente sembra in grado di adattarsi in circa settantadue ore, e in genere l’effetto è corroborante. All’improvviso tutto si impregna di possibilità, tutto si muove, tutto pare imminente.
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La politica è la grande generalizzatrice, – mi diceva Leo, – e la letteratura è la grande particolareggiatrice, e non soltanto esse sono tra loro in relazione inversa, ma hanno addirittura un rapporto antagonistico. Per la politica, la letteratura è decadente, molle, irrilevante, fastidiosa, ostinata, noiosa, una cosa che non ha senso e che non dovrebbe neppure esistere. Perché? Perché la letteratura è l’impulso a entrare nei particolari. Come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? Ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature? Come artista, le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare. Anche se tu dovessi scegliere di scrivere nel modo più semplice, alla Hemingway, resta il dovere di dare la sfumatura, spiegare la complicazione, suggerire la contraddizione. Non cancellare la contraddizione, non negare la contraddizione, ma vedere dove, all’interno della contraddizione, si colloca lo straziato essere umano. Tener conto del caos, farlo entrare. Devi farlo entrare.
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Forse, a dispetto dell’ideologia, della politica e della storia, ogni vera castrone è, nel nocciolo, sempre un patetico dramma personale. Non si può criticare la vita perché qualche volta non le riesce di banalizzare la gente. Devi toglierti il cappello davanti a lei e alle tecniche di cui dispone per privare un uomo del suo significato e svuotarlo totalmente del suo orgoglio.
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Era, semplicemente, la cosa più facile da fare. Era peggio che facile. Era automatica.
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La vendetta, – annunciò Murray. – Nulla di più grande, nella gente, e nulla di più piccolo, nulla di più audacemente creativo, anche nelle persone più comuni, del lavorio della vendetta. E nulla di più spietatamente creativo, anche nei più raffinati tra i raffinati, del lavorio del tradimento.
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Ma appena desideri appassionatamente una cosa sulla quale non puoi esercitare alcun controllo, sei alla vigilia di una grossa delusione: ti stai preparando a farti mettere in ginocchio.
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Quando ti liberi, come ho cercato io, di tutte le illusioni più evidenti (la religione, l’ideologia, il comunismo), ti resta sempre il mito della tua bontà. Che è l’ultima illusione.
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Per me erano tutti, a modo loro, figure straordinarie, personaggi con i quali misurarsi, mentori che incarnavano o imbracciavano idee valide e che m’insegnarono per primi a orientarmi nel mondo e nelle sue pretese, i genitori adottivi che, ciascuno al suo momento, dovevano poi essere scartati insieme alla loro eredità, dovevano sparire, cedendo il passo a quella condizione di orfano totale che è l’età virile. Quando sei dentro a questa storia tutto solo.
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Con Ira, tutto quel che c’era di emotivo doveva essere sovrabbondante. Quando trovava il suo bersaglio, Ira apriva il fuoco.
Postilla squisitamente PERSONALE
Un romanzo che mi è piaciuto molto per l’ambivalenza tra situazione generale, la società borghese e l’anticomunismo americano del periodo, e quella personale, la figura di Iron Rinn e quella più marginale di suo fratello. Molto meno quando il metodo narrativo del ricordo, soprattutto nella seconda metà del libro, conquista la scena quasi totalmente e il ritmo spesso si perde, appesantendo la lettura.