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Archivio per settembre 2007

28 settembre 2007 Nessun commento

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28 settembre 2007 2 commenti
da “Gli Schwartz” di Matthew Sharpe – Einaudi
 
Arrivò febbraio. Alcuni accolsero il fatto festosamente, altri se ne rammaricarono. Chris era fra questi ultimi, come sempre fra gli ultimi. Il tempo si muoveva in avanti, forse in maniera irregolare, ma mai tanto irregolare da muoversi all’indietro, o di lato: solo in un’unica scandalosa direzione, quasi che il tempo fosse un idiota ubbidiente spedito a sbrigare una commissione infinitamente lunga. Lo spazio, per contro, poteva muoversi sia all’indietro che di lato. Non che lo spazio fosse poi questa gran cosa. Inoltre, lo spazio era anche abbastanza stupido. Lo spazio era limitato. Perlomeno nel tempo potevano coesistere due o più cose in un determinato spazio, mentre nello Spazio, in un determinato spazio, poteva esistere una cosa sola. Il peggio veniva quando si mettevano insieme spazio e tempo. Si riducevano a vicenda. La somma era inferiore al valore delle parti. Il pensiero, tuttavia, poteva fare cose che al tempo e allo spazio non erano permesse. Il pensiero poteva andare indietro e avanti nel tempo, e la leggenda voleva che lo spazio di una sola testa potesse contenere fino a sette pensieri contemporaneamente. Il pensiero era però debole, se paragonato al tempo e allo spazio, e dipendeva da questi completamente. Bastava una spruzzatina di protossido d’azoto al cervello e il Pensiero era bell’e che obnubilato, mentre il tempo e lo spazio, mondo senza fine, esistevano sempre e sempre sarebbero esistiti.
*
Entrarono in un alimentari e ne uscirono con un paio di beveraggi sportivi verde acceso atti al reintegri di elettroliti che Dio non aveva mai creato né inteso creare.
*
- E tu come lo sai?
- Non lo so, ma ho scoperto che se mescolo un paio di gerghi diversi la gente mi crede quasi sempre.
- Davvero?
- No. Pensano che sparo cazzate, ma almeno è divertente.
- Ah, sì?
- No.
*
Si trovava ancora nella sua giovinezza semicosciente. A volte vedeva più di quanto riuscisse a sentire; a volte sentiva più di quanto riuscisse a vedere; a volte, né l’una né l’altra cosa. Nell’arco di svariati minuti era capace di pensare a qualcosa di importante, dimenticarlo, ricordarsene di nuovo, dimenticarlo di nuovo, la memoria come una lice stroboscopia in corto circuito nella discoteca buia della sua coscienza.
*
Cathy era spesso l’unico e amareggiato pubblico dei suoi stessi stupidi pensieri, parecchi dei quali esistevano da molto prima della gravidanza e non potevano quindi essere attribuiti al cocktail di ormoni che il barista delle sue ghiandole le versava nei bicchieri oblunghi delle vene, o in qualunque diavolo di posto andassero a finire gli ormoni nel suo corpo.
*
Provò gratitudine per quel momento in cui le era dato di percepire la figlia appieno – non accadeva spesso – e avrebbe voluto far sapere a Cathy che le voleva e che desiderava la sua felicità; no, felicità era un’espressione troppo superficiale; voleva che Cathy riuscisse a mantenere con se stessa le promesse più alte che si era fatta.
*
Questa scena gli aveva procurato una sensazione per cui al momento non aveva le energie, perciò ripose la sensazione in un luogo interiore dove il pensiero non potesse disturbarla, ma non dove la sensazione non potesse disturbare il pensiero, perché luoghi del genere non esistevano.
*
Si sentiva devastata e al tempo stesso bene. Stava facendo l’abitudine al sentirsi devastata e bene contemporaneamente. Cominciava a riconoscere “devastata” e “bene” come la nota tonica e dominante della sua vita. Be’, forse bene era eccessivo: non bene, normale: normale per Cathy, cioè: una cosa media, niente di eccezionale: così così: sopportabile: sopportabile con la fastidiosa sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato: devastata e bene.
*
Chris provò paura e una rabbia da star male; no, non rabbia. La rabbia sottintendeva una speranza. Odio.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Parecchie volte durante la lettura ho avuto la netta sensazione che Sharpe cerchi troppo forzatamente il diverso, la scena ad effetto, e tutto questo a discapito del romanzo che risulta spesso faticoso da leggere, poco fluido.
Se poi nella quarta di copertina il New York Observer lo paragona, per certi versi, a Il codice da Vinci e ad Amabili resti …

27 settembre 2007 6 commenti

MYANMAR
 
"Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione."
  
Italo Calvino

27 settembre 2007 Nessun commento
3 x 2
 
Amelie - The real nature of the fantastic ice cream car 
 
 Amelie – Black birds
 
 
 
 Amelie – Island girl
 
 
 
His Name Is Alive - Xmmer 
 
 His Name Is Alive – Go to hell mountain
 
 
 
 His Name Is Alive – How dark is your dark side
 
 
 
Dogs - Tall stories from under the table 
 
 Dogs – Soldier on
 
 
 

 Dogs – On a bridge by a pub
 
 
 

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26 settembre 2007 Nessun commento

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“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron

26 settembre 2007 Nessun commento
Un giorno questo dolore ti sarà utile
di Peter Cameron
– Adelphi -
(terza e ultima parte)
 
Il treno era quasi vuoto, a parte un’orda di casalinghe di lusso che andavano in città a spender soldi. Faceva senso vederle lì tutte uguali, come se fossero lo stesso modello d’automobile ma di anni diversi: una aveva un prendisole bianco a strisce rosa, un’altra un prendisole rosa a pois verdi. Tutte avevano i sandali e gli occhiali da sole firmati sui capelli pettinati più o meno allo stesso modo. L’ho trovato uno spettacolo un po’ deprimente, perché avevo sempre pensato – o sperato – che gli adulti non fossero necessariamente schiavi dello stesso cieco conformismo di tanti miei coetanei. Ero sempre stato impaziente di diventare un adulto perché credevo che il mondo degli adulti fosse, be’… adulto. E che quando stavano insieme, gli adulti non facessero branco o si comportassero da stronzi, che per loro non fosse più il concetto di “in” e “out” a decidere le relazioni sociali, ma ormai cominciavo a capire che quel mondo era stupidamente brutale e pericoloso come il regno dell’infanzia.
*
“Qui sei sempre il benvenuto” ha fatto. “Possiamo anche ascoltare la musica senza parlare, se vuoi. Hai fame? Vuoi delle noccioline?”. Mi ha porto la ciotola.
“No, grazie”.
L’ha rimessa sul tavolo e poi l’ha sistemata come aveva fatto con il bicchiere. Passava buona parte della sua vita a spostare le cose di pochi centimetri in qua o in là, come se per tutto ci fosse un posto perfetto.
*
Pensavo: mi basta averlo pensato, non ho bisogno di dirlo. Non ho bisogno di condividere questo pensiero con qualcuno. Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finché non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità. E’ per questo che la gente vuole sempre gli si dica “Ti amo, ti voglio bene”. Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell’hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perché l’aria e la luce possono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente.
*
“Capisco”.
Odio quando la gente dice “Capisco”. Non significa nulla ed è vagamente aggressivo. Ogni volta che lo sento in realtà mi suona come un ”Vaffanculo”. Stavo chiederle che cosa capiva, ma mi sono reso conto che non sarebbe servito a granché.
*
So di pensare e parlare nella stessa lingua, e so che in teoria non c’è ragione per cui io non possa comunicare i miei pensieri non appena si formano o immediatamente dopo; eppure la lingua in cui penso e quella in cui parlo sembrano spesso talmente lontane che mi pare impossibile colmare il vuoto sul momento, o anche retroattivamente.
*
A New York c’è un rettangolo di terra fra LaGuardia Place e Houston Street che è stato recintato e è tornato al suo stato primordiale, a prima che gli olandesi comprassero Manhattan dagli indiani per 24 dollari. Mi piace fermarmi a guardarlo, anche se è solo un lotto abbandonato e pieno di erbacce. Ogni volta, però, ho la sensazione che prima o poi vedrò spuntare una sorpresa: una volpe, una tartaruga, un coyote, un animale tornato miracolosamente in quel piccolo pezzo di terra intatto. Forse perché mi piace pensare che il tempo può andare anche indietro, non solo avanti. Che sia possibile ritornare al momento in cui Manhattan era, secondo F. Scott Fitzgerald, “il seno fresco e verde del nuovo mondo”, e non il pube sudicio e grigiastro di adesso. Quindi mi fermo lì davanti, ma di solito vedo solo bottiglie di aranciata, preservativi usati e biglietti perdenti della lotteria.
*
Questa è una cosa che detesto: la gente che quando stai da solo lo trasforma in un problema suo. Sapevo che l’unica ragione per cui voleva che andassi al suo tavolo era cavarsi un pensiero. La mia solitudine le dava fastidio…
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25 settembre 2007 3 commenti

IN VISIONE

I Simpson – Il film
(U.S.A. – 2007)
 
di David Silverman
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Ero pronto con il fucile spianato e invece no; anche se non posso dire che il film sia magistralmente riuscito, di certo i tanti dubbi che avevo sono stati dribblati da Homer e soci. Insomma, senza infamia e senza lode, preferisco le puntate da 20 minuti.

24 settembre 2007 Nessun commento
da “Un apolide metafisico. Conversazioni.” di E.M. Cioran – Adelphi
(prima parte)
 
Cioran, lei ha parlato spesso della noia. Che ruolo ha avuto la noia, il disgusto, nella sua vita?
Posso dire che la mia vita è stata dominata dall’esperienza della noia. Un sentimento che conosco fin dall’infanzia. Non è la noia che si può combattere con le distrazioni, la conversazione o i piaceri, è una noia che si potrebbe definire “fondamentale”; e che consiste in questo: più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti a un bellissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’intero universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. La noia è una vertigine, ma una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore e alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste niente al mondo che possa servirci o soddisfarci.
 
Non è mai stato tentato, come il suo amico Ionesco, di portare sulla scena questi suoi conflitti?
Impossibile. Il mio pensiero non si presenta come un processo ma come un risultato, come un residuo. E’ quanto resta dopo la fermentazione, le scorie, la feccia.
 
Lei è come quel tiranno a cui accenna da qualche parte, che non si cura di dare spiegazioni. Lei non dimostra, afferma soltanto.
Per l’appunto! Non dimostro niente. Procedo per decreti – naturalmente fra virgolette. Ciò che dico è il risultato di qualcosa, di un processo interiore. E do il risultato, se vuole, ma non il metodo o il processo. Anziché pubblicare tre pagine sopprimo tutto tranne la conclusione. E’ più o meno questo.
 
Aforismi e frammenti… Nell’uno e nell’altro caso c’è la volontà di non dire troppo, di limitarsi al minimo.
E’ proprio così. Di non convertire le persone. Di non convincerle. Non mi piace convincere.
 
Che cosa ne pensa dell’attuale ascesa dell’integralismo religioso e delle sue violenze? Non è forse la prova che lei ha ragione quando denuncia la componente demoniaca celata in ogni religione? infatti dice: Se pura, una religione sarebbe sterile: ciò che vi è di profondo e virulento in essa non è il divino, ma il demoniaco. (La tentazione di esistere)
Ogni religione che patteggi con la storia si allontana dalle proprie radici. E’ successo al cristianesimo, che all’origine era amante della rinuncia ma poi, vero e proprio tradimento, si è trasformato in religione conquistatrice.
 
Per i filosofi, lei è una versione moderna dello scettico. Che cosa ne pensa dello scetticismo, e come lo definirebbe?
E’ un perpetuo interrogarsi, il rifiuto istintivo della certezza. Lo scetticismo è un atteggiamento prettamente filosofico, ma paradossalmente non è il risultato di un processo: è innato. In effetti, scettici si nasce. Il che non impedisce manifestazioni superficiali di entusiasmo. Di solito mi considerano un passionale, e probabilmente sotto certi aspetti lo sono, ma il fondo resta scettico, ed è questo che conta, l’attitudine a mettere in forse ogni certezza. Indubbiamente abbiamo bisogno di certezze per agire. Solo che la minima riflessione distrugge questo assenso spontaneo. Finiamo sempre col constatare che niente è solido, che tutto è infondato. Lo scetticismo ovvero la supremazia dell’ironia.
 
Il letterato – un indiscreto che svende le proprie miserie, le divulga, le rimugina: la spudoratezza. Sono parole sue. Autoritratto?
Vi è qualcosa di indecente nell’esibirsi, ma nel momento in cui scrivi non ti esibisci. E non pensi che quello che stai scrivendo un giorno sarà pubblicato. Quando scrivi, ci sei tu con te stesso, o tu con Dio, anche se sei miscredente. Secondo me l’atto di scrivere è proprio questo, dico sul serio: un atto di immensa solitudine. Lo scrittore non ha senso se non in queste condizioni. Quello che fai dopo è prostituzione. Ma non appena accetti di esistere, devi accettare la prostituzione.
 
Il libro, per un esiliato, è un sostituto del suo paese?
Ogni scrittore è in un certo qual modo un esiliato.
 
Che cosa pensa del suicidio?
Ho affermato che senza l’idea del suicidio mi sarei ammazzato subito. Che cosa volevo dire con questo? Che la vita è sopportabile soltanto all’idea di poterla lasciare quando si vuole. La vita è a “nostra” discrezione. Questo pensiero, anziché essere devitalizzante, deprimente, è un pensiero esaltante. In fondo noi veniamo gettati nell’universo, e non si sa proprio perché; non vi è alcuna ragione di essere qui. Ma l’idea che si possa vincere la vita, l’idea di “avere in pugno” la nostra vita, di poter abbandonare lo spettacolo quando vogliamo, è un’idea esaltante.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Per feticisti e/o completisti, ma magari anche per chi vorrebbe avvicinarsi a Cioran per la prima volta, giusto per capire di quale caduta si tratta.

22 settembre 2007 Nessun commento

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21 settembre 2007 12 commenti
HOME SWEET HOME
(cit.)
 
Prendendo spunto da questi due servizi (1 & 2) sulle dimore di vari DJ, accolgo l’invito fatto da lui in questo post e mostro la zona della mia casa dedita alla rielaborazione delle informazioni e all’ascolto musicale.
 
Postazione senza connessione internet (di solito sfrutto quella dell’ufficio o quella a casa di mia nonna) fatta di vari pezzi recuperati al lavoro (manca la stampante, ormai fuori uso da mesi e abbandonata a prendere polvere in un angolo del primo locale). I fogli sparsi un po’ ovunque (sul muro, sulla scrivania, sullo scanner, ecc.) ci sono anche su altri ripiani non visibili in queste due foto (ho la mania di appuntare qualsiasi cosa su pezzi di carta volanti). Il Geco è ahimè evidentemente falso, ma sarebbe l’unico animale domestico che vorrei in casa.
 
L’impianto ripercorre quasi trent’anni di storia della tecnologia. Partendo dagli anni ’70 delle casse Perser e l’amplificatore Marantz (un nome una garanzia), passando a un deck per cassette della Techincs (probabilmente inutilizzato da secoli), arrivando al mixer Gemini con annesso lettore CD e iPod.

“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron

21 settembre 2007 Nessun commento
Un giorno questo dolore ti sarà utile
di Peter Cameron
– Adelphi -
(seconda e ultima parte)
 
Ci allontanavamo sempre più da Washington e stavo per chiedere alla Wright dove fossimo diretti, quando abbiamo lasciato l’autostrada per entrare nel parcheggio di un TraveLodge. Era uno di quegli alberghi affacciati sugli svincoli di sei autostrade: quando ci si passa davanti ci si domanda chi ci possa mai andare e perché. I posti così slegati dalla nostra vita di ogni giorno mi danno ai nervi.
*
Sono rimasto zitto. Abbiamo continuato a mangiare in silenzio finché mi ha detto: “Allora tua madre come sta? Se la cava?”.
“MI pare di sì” ho risposto. “E’ solo un po’ esaurita. E triste”.
“Senti, se tua madre ha una virtù è che la tristezza le passa in fretta”.
Detesto quando papà fa osservazioni di questo genere sulla mamma, e viceversa. Se uno divorzia, secondo me perde il diritto a fare commenti sui comportamenti o sul carattere dell’altro.
*
Nell’euforia della loro storia d’amore nascente, quando sembra che tutti credano nei miracoli, Rogesr aveva comprato un simulatore NordicTrak e lo aveva montato in camera di mia madre, con l’intento di avere venti minuti di sci di fondo ogni sera prima di andare a letto per riportare il fisico alle (presunte) glorie del passato.
“Non ti preoccupare” ho detto. “Ci penso io”.
“Mi sa che con questo sono arrivato al capolinea” ha fatto lui. Ha preso la valigia. “Perlomeno di questa corsa”.
Ho pensato di dirgli che il divorzio e la probabile denuncia di mia madre avrebbero prolungato il viaggio, ma ci ho rinunciato, perché con quella valigia in mano faceva un gran pena, come Willy Loman sulla copertina di Morte di un commesso viaggiatore.
*
“Gillian, silenzio” è intervenuto Rainer Maria.
“Nel tuo caso, James, mi pare una buona idea. L’università americana è una farsa”.
“Ehi, guarda che tu in un’università ci insegni!” ha detto lei.
“Cara Gillian se tutti dovessero credere nel lavoro che fanno, a questo mondo non si combinerebbe granché”.
*
Al tavolo, nel salone d’entrata, c’era una ragazza dell’età di Gillian. Sembrava appena uscita da un college tipo Vassar o Sarah Lawrence, tutta esaltata per il suo nuovo lavoro di assistente PR per un editore d’arte. Ecco un’altra ragione per cui non voglio andare all’università: non voglio essere uno appena laureato che si dà un sacco di arie per il suo prima “lavoro vero”, sbandierando un potere che non ha e credendo che fra un anno o due dirigerà Vogue o Vanity Fair. L’aspirante Anna Wintour ce le aveva dipinte in faccia, le sue visioni di mega uffici, pranzi al Four Seasons e servizi fotografici a Tangeri.
*
Mi attirava molto l’idea di lavorare in una biblioteca, un luogo dove la gente è costretta a parlare sottovoce e solo quando è necessario. Magari il mondo fosse così!
*
Guardavo mia nonna dalla finestra e lei (forse) guardava i vicini attraverso una finestra, e forse loro guardavano nella casa di fronte o dentro una macchina parcheggiata, e così via fino a fare il giro del mondo.
*
“No,” le ho risposto “hai ragione. E’ vero”.
“E’ vero cosa?” ha chiesto.
“Che sono disturbato”. Pensavo al significato di questa parola, a che cosa volesse dire veramente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film o dalla foresta vergine che brucia e dalle calotte polari che si ritirano. O dalla guerra in Iraq. Era uno di quei momenti in cui ti sembra di non aver mai sentito una certa parola e non riesci a credere che abbia proprio quel significato, e cominci a riflettere su come ci si è arrivati. E’ come il rintocco di una campana, cristallino e puro, disturbato disturbato disturbato, sentivo il suono vero della parola, così ho detto, come se me ne fossi appena accorto: “Sono disturbato”.
*
Però non gliene ho mai parlato. Forse temevo che parlandone, trasformando il ricordo in parole, potesse svanire o decomporsi come certi fragili e preziosi oggetti antichi che si sbriciolano appena tornano alla luce.
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20 settembre 2007 Nessun commento
3 x 2
 
Ola Podrida - Ola Podrida
 
 Ola Podrida – Run off the road
 
 
 
 Ola Podrida – Jordanna
 
 
 
Band Of Horses - Cease to begin 
 
 Band Of Horses – No one’s gonna love you
 
 
 
 Band Of Horses – Ode to LRC **
 
 
 
The Seedy Seeds - Change states 
 
 The Seedy Seeds – Earned average dance America
 
 
 
 
The Seedy Seeds – Calliope
 
 
 
* disco che mi porterò sicuramente avanti per un po’
** canzone repeat
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19 settembre 2007 17 commenti
NO SMOKIN PLEASE
 
Dopo il rientro dal Marocco e una prima settimana lavorativa insolitamente tranquilla, mi hanno comunicato che quest’anno ci sarebbero stati in previsione dei cambiamenti sulla struttura informatica della società presso la quale lavoro.
Qualcosa me l’aspettavo, ma tante altre implementazioni sono diventate, nell’arco di un’ora di riunione fiume dove si è fatto il punto della situazione, come la classica tegola (da 1 tonnellata) sulla testa, e tutto questo non perché il lavoro mi spaventi o cos’altro, odio quelle giornate in cui passo 8 ore in rete e arrivo a casa che poco ci manca che qualcuno mi asciughi la bavetta come ai lobotomizzati, ma:
 
- sono l’unica persona addetta e responsabile di questo settore
- per far capire l’entità dei lavori senza usare termini che solo un geek indefesso potrebbe capire, si tratterebbe di passare da un capanno di legno con qualche gallina, a una serie di capannoni da produzione in batteria che neanche Amadori …
- pensano di spendere due euro e fare tutto in qualche settimana, tanto non sono loro che se ne occupano, quando per esigenze lavorative questa migrazione dovrà essere effettuata e testata al massimo entro i primi giorni di febbraio 2008 (uno dei progetti, solo in base alle conversazioni verbali, quindi senza bozza di contratto, corsa al ribasso e successiva approvazione, prevede 90 gg dalla firma)
 
Già questo sarebbe stato in grado di farmi passare la voglia di alzarmi e andare in ufficio (come se di solito scattassi in piedi con un salto mortale e mi infilassi in doccia fischiettando), ma ovviamente non era che l’inizio, infatti tutte le riunioni con i vari fornitori, commerciali e amministratori delegati, si sono svolte nell’arco di tre giorni, settimana scorsa.
 
Adesso, accettato l’ovvio che si debba lavorare per vivere, per pagare un affitto e mantenere qualche vizio (cosa che riesco a fare a stento con il mio miserrimo stipendio), uno dei lati positivi per i quali mi piace la mia posizione attuale (oltre ad andarci a piedi e fare molto raramente straordinari) è che ho pochissimi rapporti con la gente (se non via telefonica o telematica), caratteristica che per una persona come il sottoscritto che ogni tanto accusa sintomi di sociopatia, non è di poca importanza. Ecco, la scorsa settimana non solo ho avuto molteplici incontri con estranei/esterni, ma per di più della peggior specie: le rispettive parti di una contrattazione economica.
 
Voi direte “Eeehh, che sarà mai”, ma a me sembrano situazioni al limite dell’assurdo, con tutti quei sorrisi post-botox (nonostante ambedue le parti sappiano di essere vicini a vincere la gara per la più grossa faccia di merda), la smania di portare a casa un contratto firmato (per il quale ambedue la parti si venderebbero anche il culo) e il tentativo di aggiudicarsi la mia complicità (da una parte adducendo innovazioni tecniche che solo io e lui siamo in grado di comprendere, dall’altra cercando una spalla quando si inventa un incontro con altro soggetto avvenuto ipoteticamente il giorno prima, per il semplice tentativo che ciò faccia da rampa di lancio verso uno sconto finale).
 
L’economia deve girare, recitava un famoso spot, e anche se non ho ancora capito bene quale sia il suo esatto movimento rotatorio, ancora di più continuo e continuerò a domandarmi cosa c’entri io in tutto questo.
Come dovrei comportarmi nell’accogliere tutte queste persone in completo perfetto con le loro scarpe e borse di cuoio lucide, quando la mia armatura è una maglietta grigia con la scritta Sonic Joyride !?!
 
°°°
 
°°°
A corollario di questo post, una cosa che mi è successa l’altro ieri sera, poco dopo le undici, mentre lo stavo scrivendo, e che a ripensarci ancora adesso mi fa ridere per quanto io sia scemo.
All’improvviso vedo con la coda dell’occhio un’ombra scura in movimento e quando la mia testa si volta al rallentatore, c’è un pipiratto gigante che vola indisturbato per la mia camera. In un secondo riacquisto la lucidità del momento, mi butto a terra e, come se fossi un novello Rambo, striscio sui gomiti, ribaltando qualsiasi cosa sul mio cammino e procurandomi due bruciature al contatto con il tappeto, fino al corridoio, chiudendomi la porta alle spalle e girandomi immediatamente come in un poliziesco di serie B, per valutare la repentinità della mia azione.
Penso a cosa fare, ucciderlo proprio non se ne parla, e allora mi armo di scopa e indosso un vecchio caschetto di quando secoli fa avevo iniziato a fare free-climbing (mai dire mai con le leggende popolari).
Deciso a riappropriarmi dei miei spazi, apro la porta di botto pronto alla battaglia, ma come dev’essere entrato dalle finestre spalancate, così dev’essersene uscito. Prima di tornare alle mie cose controllo qualsiasi superficie alla quale si possa essere attaccato a testa in giù (almeno questo è vero, vero?), ma della bestia non c’è traccia, per fortuna.
Che sia un caso se invece stasera le finestre sono socchiuse?

18 settembre 2007 Nessun commento
Il dolore e la sofferenza sono un semplice accidente dell’evoluzione.
  
Teilhard de Chardin

18 settembre 2007 1 commento
IN VISIONE
 
Gli innocenti
(Danimarca – 2005)

di Peter Fly
con Jesper Christensen, Pernilla August, Charlotte Fich, Beate Bille, Vibeke
Hastrup, Julie Ølgaard

Postilla squisitamente PERSONALE
Messa in scena, molto ben riuscita, di quanto sia labile il confine psicologico tra il sentirsi/apparire colpevoli o innocenti. Complimenti a Jesper Christensen, l’attore protagonista.

17 settembre 2007 Nessun commento

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“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron

17 settembre 2007 9 commenti
Un giorno questo dolore ti sarà utile
di Peter Cameron
– Adelphi - 
(prima parte)
 
… i numeri non mi interessano, non mi sembrano reali quanto le parole.
*
Erano le due e mezzo, cioè dovevo stare lì per altre due ore e mezzo. La galleria è in un palazzo pieno di gallerie circondato da palazzi pieni di gallerie, e mi è venuto in mente che nella maggior parte doveva esserci gente come me, sola nel gelo dell’aria condizionata, senza nient’altro da fare che cercare di sembrare occupata, e che probabilmente non era soltanto nelle gallerie, in tutta la città c’era migliaia di uffici sprofondati in quel torpore di mezza estate e primo pomeriggio. New York d’estate è strana: la vita va avanti come sempre ma in realtà no, è come se tutti facessero finta, sembra che siano stati scelti come protagonisti del film sulla loro vita e ne stiano un passo fuori.
*
L’ho seguito per il lungo corridoio, passando, da un lato, davanti ai grandi uffici coi finestroni e, dall’altro, ai piccoli uffici ciechi. Non credo che riuscirei a lavorare in un ambiente così smaccatamente gerarchico. Lo so che a questo mondo non siamo tutti uguali, ma non sopporto i posti che lo sottolineano.
*
Mi sento sempre in difetto di fronte alle persone che parlano più di una lingua. Le invidio. Disponendo di due (o più) lessici, non solo possono dire molte più cose e parlare a molte più persone, ma anche pensare di più. Spesso mi sembra di inseguire un pensiero, ma di non riuscire a trovare una lingua per dargli forma e il pensiero rimane solo una sensazione. A volte è come se pensassi in svedese senza sapere lo svedese.
*
Al semaforo abbiamo aspettato il verde e poi siamo arrivati fino al lungofiume, che a quell’ora pullula di pattinatori, ciclisti e gente che fa jogging: una specie di happy hour salutista in movimento.
*
“Puoi fare e dire quello che vuoi”.
“Anche lasciar perdere tutto e non dirle niente?”.
“Allora forse dovresti smettere di venire qui”. Si è appoggiata allo schienale – non mi ero accorto che a un certo punto si fosse sporta in avanti -, si è messa a braccia conserte e mi ha fissato con uno sguardo placido, paziente, come se potessimo rimanere così per sempre. Sorrideva appena, come se stesse ripensando a un bel ricordo di tanto tempo prima.
Non so perché ma è stato un bel momento, uno di quei momenti in cui tutto sembra al proprio posto: le matite sulla scrivania nella tazza del Guggenheim Museum, il modo in cui aprivano in varie direzioni come quelle magnifiche composizioni floreali che sembrano casuali ma richiedono anni di studio – mi pareva che le matite fossero il centro dell’universo e che tutto si disponesse intorno a loro, tutte le cose sulla scrivania, lo studio, l’edificio, la città e il mondo.
*
Detesto avere a che fare con chi lavora a provvigione. Per molto tempo ho ignorato che esistesse questo genere di contratto, poi, a dieci anni, ho accompagnato mio padre da un concessionario della BMW nel New Jersy: il venditore era così aggressivo che quando lui si è incamminato verso l’uscita dicendo che ci avrebbe pensato, l’altro lo ha inseguito e gli è quasi saltato addosso. Ricordo di aver chiesto a papà se quell’uomo aveva dei problemi e lui mi ha risposto di no, era solo uno squalo; in certi lavori, mi ha spiegato, bisogna essere squali, si dà per scontato. Allora gli ho chiesto se anche lui era uno squalo e mi ha risposto di no, che lui era più un avvoltoio, lasciava che altri animali ammazzassero la preda e lui spolpava i resti. Queste rivelazioni mi avevano molto abbattuto e volevo chiedergli se esistevano lavori per gli agnelli o i conigli, ma ho capito che era meglio stare zitto.
*
Io stavo guardando l’immondizia sparsa sulla corsia di emergenza. Era la solita roba – lattine vuote, cartacce, giornali -, ma ogni tanto spuntava qualcosa di preoccupante, uno stivale rosso da bambino, una gabbia per uccelli, una valigia sfondata con i vestiti sparpagliati ai quattro venti. E mi agitava, perché se quelle cose erano lì sul bordo dell’autostrada doveva esserci un motivo, doveva essere successo qualcosa per cui avevano buttato fuori dal finestrino lo stivale di un bambino, e mi sembrava che scorressimo davanti a tante storie, e tutte tristi. Pensavo a questo sforzandomi di essere ottimista, di immaginare un contesto allegro per gli oggetti strambi che vedevo: una bambina aveva appena ricevuto un bellissimo paio di stivali nuovi e per la gioia aveva buttato i vecchi; un tale doveva andare in ospedale e mentre lo accompagnavano il dottore gli aveva telefonato per dire che c’era un errore, potevano tornare a casa, così lui, pazzo di gioia, aveva scaraventato la valigia fuori dal finestrino. Stavo cercando una bella storia per la gabbia quando…
*
Però la testa se n’è andata, mi sono scordato chi ero, dov’ero e che cos’ero. Ho mollato tutto, la rete che avevo dentro si è rovesciata e tutti i pesci disperati sono scappati via.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Ritmo e abilità narrativa quasi perfetti per questo romanzo di formazione molto ben riuscito, dove per una volta tanto il protagonista non ha tutto contro, ma spesso se lo mette, e quindi la simpatia non è così semplice e immediata verso di lui. Peccato sia così corto, perché una volta arrivati alla fine si vorrebbero leggere altre 200 pagine.
Due piccole note negative: il paragrafo finale troppo ”distante”, quasi frettoloso (anche se la chiusa è perfetta) e i personaggi di contorno che avrebbe potuto caratterizzare un po’ più a fondo.

14 settembre 2007 Nessun commento
da “L’amore per caso” di Melissa Bank – Frassinelli
 
Mia madre mi raccontava sempre le stesse storia, anche venticinque volte. Facendo la somma, ciò che voleva farmi sapere della sua vita ammontava a sole due ore.
[…]
Lo diceva sempre. Non aveva problemi di memoria, era che le piaceva ripetersi. Dire e ridire le stesse cose sembrava avere su di lei l’effetto calmante degli hobby ripetitivi come il lavoro a maglia o l’uncinetto, mentre su di me era più quello di un ferro da magli o un uncinetto che mi punzecchiava i timpani.
*
Come la maggior parte degli adulti, mia madre sembrava convinta del fatto che una data di nascita vicina fosse tutto quello di cui i ragazzi avevano bisogno per un’immediata amicizia.
*
… così mi ritrovai a dirle di sì perché era più veloce che dire di no, il che avrebbe richiesto una spiegazione.
*
Che cosa sto facendo? pensai, e con sorpresa mi accorsi di averlo detto ad alta voce. Non appena lo feci, provai una sensazione grandiosa: era come se l’avessi tenuto dentro lo stomaco per molto tempo, solo che quello che avevo tenuto dentro era la mia personalità e ora l’avevo lasciata andare.
*
“Devi proprio andare?” mi domandò Neil.
Dovevo; avevo una riunione a cui sarei potuta arrivare in ritardo solo se mi fossi avviata subito.
*
Indossava un montgomery blu marina di quelli con gli alamari ed era più alto e allampanato di quanto non ricordassi; aveva la postura di un adolescente, come se il suo corpo fosse una grande casa sconnessa che aveva ereditato e nella quale si era da poco trasferito.
*
Alzò lo sguardo su di me. “Che cosa c’è?”
“Vorrei che qualcuno me l’avesse detto”, dissi.
“Detto cosa?”
Non gli avevo risposto. Avevo già compreso che il non aver capito le mie mancanze era un’altra delle mie mancanze.
*
Amava fare enormi favori e sorprendere le persone con la propria generosità. Gli piaceva oltrepassare il senso del dovere, ma il dovere in sé non lo allettava.
*
Domandai a Sam quello che mi ero sempre chiesta da quando avevo cominciato a lavorare nel mondo della pubblicità: “Dove sono gli anziani del settore?” Impassibile rispose: “Morti”. Dopodiché aggiunse che, nel ramo pubblicitario, la maturità era apprezzata almeno quanto tra le cheerleader.
*
“Ma come hai fatto?”
E lui rispose: “Quando qualcuno mi chiede di mangiare merda, non faccio piccoli bocconi”.
*
Un po’ le leggeva e un po’ le cantava, accompagnandosi con la chitarra, in un club dell’East Village. Qualche mese prima un’agente letteraria lo aveva visto lì e gli aveva chiesto di trascrivere le sue storie e spedirgliele. Ma lui non l’aveva fatto.
“Perché no?”
“E se le rifiutasse?” replicò.
“Le manderai a qualcun altro.”
Scosse il capo. “In questo modo posso sempre dire che un’agente mi ha chiesto di mandarle le mie storie.” Poi aggiunse: “L’ostacolo al mio successo sono io stesso”.
*
Ti insegnerò tutto, pensai. Ti insegnerò a essere cento amanti diversi per me e io sarò cento amanti diverse per te e non avremo mai più bisogno di nessun altro.
*
Quel pensiero non mi era passato per la testa, benché spesso accadesse che io fossi l’ultima a venire a conoscenza delle mie stesse azioni.
*
… sembrava non vedessero l’ora di andarsene da dove si trovavano, più che di arrivare dove erano dirette.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
All’inizio pensavo che il mio commento dovesse essere qualcosa di lapidario come: “Se avessi una sorella un po’ sciocca e prossima ai diciotto anni, avrei qualcuno al quale consigliare questo romanzo”. Una volta finito però mi sono reso conto che nonostante la storia sia troppo generale, “veloce”, e il romanzo effettivamente non mi sia piaciuto, un lato positivo nello stile della Bank c’è: scrive dei dialoghi, per ritmo e sagacia, decisamente più che buoni.

14 settembre 2007 Nessun commento
da “Mercoledì delle ceneri” di Ethan Hawke – minimumfax
(seconda e ultima parte)
 
Sentivo il sommesso ticchettio incalzante del mio orologio, un suono il cui volume variava in maniera misteriosa.
*
Le pareti erano fatte di gigantesche vetrate luride da cui entrava una luce bizzarra, filtrata di grigio. Eravamo all’angolo fra la Quarantacinquesima e Broadway, e quello che si vedeva fuori pareva Tokio, o un qualche sogno futuristico: una baraonda di luci lampeggianti e cartelloni pubblicitari che vendevano tutti diverse varietà di sesso. Era come stare seduti nella calma soffusa di un acquario mentre branchi di pesci folli ci sfrecciavano davanti in un esplosione di colori ed energia.
*
Tra tutte le cose che voglio davvero, o che la parte migliore di me vuole davvero, non ne so pensare neanche una che non cominci sposandoti.
*
C’è un punto in fondo al mio cuore dove mi sento in comunicazione con tutte le cose, non solo con gli alberi, con l’erba, con i cani, ma anche con i palazzi e le scale, con i sassi e con i marciapiedi. E’ un posto dove regna un silenzio mortale e credo di non averci mai fatto entrare nessuno, anzi probabilmente anche volendo non ne sarei capace; un posto che è sobrio quando il mio corpo barcolla ubriaco, una coscienza alternativa che è immobile come un’antenna sintonizzata su qualche altra parte della galassia.
*
“Respira”, disse, e mi posò la mano sinistra sul viso, con una delicatezza infinita. Mi passò il dito intorno alle orbite degli occhi e seguì il dorso del naso, come se la mia faccia fosse una poesia in braille. Mi venne la pelle d’oca, come se nessuno mi avesse mai toccata in vita mia. Riuscivo a stento a lasciargli la mano lì dov’era. Ogni minimo movimento dei suoi polpastrelli mi faceva il solletico come una brezza leggera sopra un nervo scoperto.
*
Mio padre una volta mi ha detto che “Non ci sono segreti, solo cose che la gente fa finta di non sapere”.
*
Sembra vecchio non perché sia fragile o vecchio, ma perché pare l’ultimo scampolo rimasto di una stoffa più antica, più forte, più intricata di quella della mia generazione.
*
Soprattutto, una principessa ama l’onestà. Nascondere, oscurare, manipolare o controllare la verità è una perdita di tempo per tutti. La verità esiste a prescindere dal fatto che la riconosciamo. Se la verità non è chiara, spesso conviene usare il silenzio.
*
Non c’è niente di male nell’essere arrabbiato: nessuno te lo proibisce. Ma ti ci vuole una quantità tremenda di energia per continuare a fare finta di non esserlo.
*
Io ho una teoria secondo la quale se una donna vuole tenersi stretto un uomo basta che gli dica due cose: che crede in lui e che ha il cazzo grosso. Non ci vuole altro. Non bisogna neanche che sia vero.
*
Non sapevo più per cosa vivere. Jimmy, avevo pensato all’inizio della storia, mi avrebbe allontanata dal mio egoismo. Avevo disperatamente bisogno di una qualche sorta di centro, un punto di partenza da cui giudicare se facevo progressi. Per quanto tempo puoi continuare a vivere aprendo gli occhi la mattina, andando in bagno, sentendo il cinguettio degli uccelli e il rumore delle macchine che passano, e pensando: Che posso fare oggi per compiacere me stessa?
*
Se solo fossimo capaci di amarci e vivere il più a lungo possibile nell’onestà, invece di recitare dei ruoli sulla base dell’idea che ci siamo fatti di come dovrebbe essere una relazione perfetta. Non mentire, mai. Poterci sedere uno di fronte all’altra, guardarci negli occhi e dare voce liberamente ai nostri pensieri. Guardare l’altro con obiettività e non giudicarlo unicamente rispetto a noi stessi. Non voglio che una persona stia con me solo perché me l’ha proposto diciotto anni fa, o chissà quando. Dovrebbe stare con me perché lo vuole, perché mi ama e crede che stare con me sia la cosa di cui ha il più profondo bisogno. Una vita sveglia e consapevole, ecco cosa desideravo davvero.
*
Avevo questo buco vuoto in mezzo al petto; riuscivo quasi a sentirne il rumore. A volte credevo che fosse la fame, o che mi scappasse da cacare, che avessi voglia di una scopata o di una sigaretta, o pensavo che magari buttando giù cinque bicchierini in rapida successione l’avrei bagnato per bene e riempito, ma facevo tutte queste cose e quel buco desolato sotto le costole era sempre lì: proprio sopra lo stomaco e sotto il cuore.
Se stavo seduto fermo e facevo un lungo respiro profondo riuscivo a toccarlo o ad afferrarlo – be’, quasi. Ma l’ultima volta che ci avevo provato mi ero spaventato, come se lì ci fosse un’enorme bugia pronta ad esplodere.
*
… tutte le tue azioni sono la muscolatura del cielo…

13 settembre 2007 1 commento
3 x 2
(con bonus finale)
 
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Qui invece (click dx – salva con nome) potete scaricare un ep di 5 tracce dello show che i Great Lake Swimmers hanno tenuto a Toronto con featuring di Owen Pallet e Basia Bulat.
 
[via GorillaVsBear]