29 giugno 2007
Nessun commento
Archivio
Archivio per giugno 2007
29 giugno 2007
6 commenti
L’ARTE DELLA "CONSECUTIO TEMPORUM"(che non possiedo, oltre a quella dell’improvvisazione)
Altrimenti perché, alla mezzanotte e quaranta di un giovedì sera qualsiasi, io mi sarei messo a pensare a due momenti, una volta ritrovatomi davanti al dubbio su quale sia avvenuto prima. Niente di molto importante, è solo che non lo so, non so distinguere e questo spillo non mi lascia in pace.
E’ stato prima o dopo averle* parlato, che mi sono reso conto che era accompagnata (al 99% dal suo ragazzo)? Ma soprattutto che differenza fa?
La differenza è stupida.
Se fosse vera un’ipotesi, potrei arrovellarmi ulteriormente sul perché o come mai io non sia stato più presente, espansivo, continuo. Se fosse vera l’altra invece, in teoria dovrebbe valere lo stesso discorso, però per me sarebbe tutto più normale, andrei a letto e mi addormenterei.
Decido di propendere per la seconda ipotesi, ma il suo effetto poco sopra descritto non riesce a dare quello che sulla carta sembrerebbe naturale, facile.
Riuscirò a raggiungere la posizione orizzontale, questo sì, ma solo quando l’immagine di due momenti si fonderà in una sola potrò chiudere gli occhi.
* Una persona che non vedevo da quando ero ragazzino e che anche allora era solo una conoscenza più che un’amicizia, ma che per vie traverse e i classici meccanismi della vita, negli ultimi mesi era spuntata più di una volta in qualche discorso.
28 giugno 2007
4 commenti
3 x 2
(per tutte le ore)
Okkervil River – A hand to take hold of the scene
Bishop Allen – Rain
The Broken Family Band – Dancing on the 4th floor
* Di loro se ne parla anche e bene, qui & qui.
27 giugno 2007
4 commenti
X & Y
(di massimi sistemi, quindi estemporaneo)
X: Ma stasera ho avuto un discorso con L., mi dice che è vuoto, non triste, ma vuoto… tu sei felice?
Y: Non credo nemmeno di ricordarmi quando lo sono stato per più di 48 ore di seguito, e non so se per l’aspirazione al di più o per l’impossibilità dentro alla quale mi chiudo.
X: Appunto, felicità per poco tempo… il resto è attesa, noia e esistere più che essere… no?
Y: No. Non credo debba essere così, comunque una vita già rosea per come la vedo io, infatti non credo di essere la persona giusta per confutare quest’ipotesi.
26 giugno 2007
4 commenti
IN VISIONE
Grindhouse – Death Proof(U.S.A. - 2007)
di Quentin Tarantino
con Kurt Russell, Rosario Dawson, Rose McGowan, Quentin Tarantino, Vanessa Ferlito, Sydney Tamiia Poitier, Zoe Bell, Jordan Ladd, Omar Doom, Marcy Harriell
Postilla squisitamente PERSONALE
Non che sia brutto, però per me la parabola dei suoi film è diventata discendente a partire da Pulp Fiction, e con questo fa un ulteriore passo verso il basso.
Come al solito invece, colonna sonora da 10!
The Illusionist(Republica Ceca, U.S.A. – 2006)
di Neil Burger
con Edward Norton, Paul Giamatti, Jessica Biel, Rufus Sewell, Eddie Marsan, Jake Wood, Tom Fisher, Aaron Johnson
Postilla squisitamente PERSONALE
Non ci siamo, sotto la categoria: film che non fanno per me. Povero Norton, come attore mi piace, ma dev’essere Giamatti che porta sfiga: visti tre film con lui e nessuno che mi sia piaciuto.
Bra Boys(Australia – 2007)
di Sunny Abberton
con Bra Boys
Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante la mia copia non fosse sottotitolata e loro parlino in slang strettissimo, grazie alle scene (ci sono di quelle “sberle”, in tutti i sensi) e alla loro stessa fisicità si capisce molto delle vicende di questa gang di surfisti australiani.
Nonostante la mia copia non fosse sottotitolata e loro parlino in slang strettissimo, grazie alle scene (ci sono di quelle “sberle”, in tutti i sensi) e alla loro stessa fisicità si capisce molto delle vicende di questa gang di surfisti australiani.
25 giugno 2007
1 commento
(prima parte)
Le lunghe, tiepide, luminose giornate resistevano ancora, e la porta del pub fu fissata la muro e lasciata aperta. L’interno era fresco, buio, rilassante e piacevole, mentre il piccolo ambiente si animava del tranquillo tran tran della sera: due uomini che chiacchieravano placidamente, un altro che leggeva il giornale, un canarino che svolazzava in gabbia, la barista che scompariva dietro gli altri banconi e poi tornava, l’occasionale colpo alla levetta oliata della spillatrice e il getto delicato della birra. Era bello starsene comodi in questa grotta rinfrancante e fissare l’accecante brillantezza del giorno, di fuori, il marciapiede, i passi impolverati di persone calme ma spossate.
“Questo è uno dei posti che frequento abitualmente” disse George.
“Ah, davvero? …” disse Johnnie. “E’ molto carino”.
E si guardò intorno, come per apprezzarne, con gentilezza, la natura e assaporare la qualità del locale praticato dall’amico. Ma naturalmente, non vedeva ciò che vedeva George: le piovose sere d’inverno, quando la porta era chiusa; il fumo, il rumore, la gente fradicia; l’agonia di Netta sotto la luce; Mickey ubriaco e Peter che litigava; i doposbronza della mattina, nelle buie giornate di novembre; le partite a freccette e la noia; le sbornie e gli spuntini di mezzogiorno, la sala da pranzo al piano superiore; tutto il velenoso, terrificante circolo vizioso dell’oziosa vita dei beoni. Vide soltanto un porto ristoratore in una giornata estiva.
*
C’era già qualcun’altro chiuso dietro al vetro delle cabine telefoniche, una in fila all’altra, illuminato come frutta di cera, o come i gioielli della Corona, oppure come le figure dei giocatori di calcio che comparivano nelle slot machine del porto, e quando anche lui entrò diventò uguale a loro – una persona diversa in un mondo diverso – un mondo ovattato, urgente, ansioso, privato, spettrale, non composto da esseri umani ma da voci, da comunicazioni incorporee, un mondo non dissimile, da quanto riusciva a ricordare, da quello in cui entrava quando era in uno dei suoi momenti “morti”.
*
Un attimo prima lei era solo qualcuno con cui parlare e da guardare, il momento dopo era una persona cui il suo corpo reagiva con sensi diversi dalla vista o dall’udito, ed emanava un raggio, un’onda, che sembrava colpire tutto il suo essere attraversandolo completamente, come una debole vibrazione. Era come una piccola stazione radio amatoriale, su cui solo lui era sintonizzato, che solo lui ascoltava.
*
Poi, un suo commento lo aveva fatto ricominciare. Non ricordava il contesto, ma ricordava le parole esatte. “Al contrario, mio caro Bone” aveva detto, “sei molto più presentabile negli ultimi giorni”. Fu questo a farlo cominciare. Portò la frase a letto con lui, la sera, frase che poi lo perseguitò di giorno e di notte. Davvero se si fosse rimesso un po’ in sesto, se avesse fumato e bevuto di meno avrebbe potuto possederla? Se Peter l’aveva avuta, perché lui no? In fondo era fatta per essere presa.
*
Rimase seduto lì, assolutamente, perfettamente immobile, fingendo di leggere il giornale. Sembrava una persona che si sforzava di nascondere agli altri il dolore improvviso che l’aveva sopraffatta: un mal d’orecchi, un mal di denti, una colica. Allo stesso modo, i suoi occhi vagavano furtivi per poi fissarsi da qualche parte… ricominciavano a vagare, e di nuovo tornavano a fissarsi, pensierosi assenti.
*
Vivendo nel vuoto, senza in pratica alcuna visione del futuro, né alcuna consapevolezza del passato, non si preoccupava molto di niente.
*
Sembrava portare la sua stessa solitudine su di sé, come qualcuno con un’etichetta addosso.
Postilla squisitamente PERSONALE
Quante volte mi sono trovato combattuto tra il prendere a pugni in faccia e l’appoggiare un braccio sulla spalla del protagonista? Troppe. E dico così perché in questo romanzo c’è l’uomo debole, l’uomo che rinuncia a se stesso, schiacciato dalla prepotenza e dall’insensibilità degli altri, verso il quale non si sa se sia giusto provare rabbia o pena, e non sarebbe giusta nessuna delle due sensazioni, ma a volte gli eventi sono più grossi di noi e impassibili ne veniamo investiti.
Quante volte mi sono trovato combattuto tra il prendere a pugni in faccia e l’appoggiare un braccio sulla spalla del protagonista? Troppe. E dico così perché in questo romanzo c’è l’uomo debole, l’uomo che rinuncia a se stesso, schiacciato dalla prepotenza e dall’insensibilità degli altri, verso il quale non si sa se sia giusto provare rabbia o pena, e non sarebbe giusta nessuna delle due sensazioni, ma a volte gli eventi sono più grossi di noi e impassibili ne veniamo investiti.
22 giugno 2007
19 commenti
Caro e.r.,
perché hai fatto questo? Cosa pensavi di ottenere facendo così? Il Pulitzer? Pensi di aver fatto lo scoop? E che scoop è visto che così facendo ci hai costretti ad annullare tutto? Lo scoop vero, e te lo dico da NON-giornalista a NON-giornalista, sarebbe stato venire sabato, vedere cosa succedeva, magari fare anche qualche foto, e poi fare un articolo lunedì !! Forse ti saresti reso conto veramente di cosa e come facciamo.
Di sicuro però avresti fatto bene ad informarti prima di scrivere tutte le cose inesatte presenti nel tuo articolo:
Un rave? Ma dove l’hai letto? Di quali informazioni sei in possesso per poterlo scrivere? Se ti fossi informato veramente, avresti scoperto che ai rave non si suona Indie/Pop/Rock, ma Goa/Tecno/ecc e se avessi perso ancora qualche minuto per leggere meglio i blog di cui parli, avresti capito che I Bolla, I Subliminalpop, ecc… non sono dei gruppi, ma DJ o presunti tali.
Ma non solo, avresti capito che le nostre feste non hanno niente a che vedere con quanto scritto da te o con i rave, lasciando perdere poi che addirittura ci metti in bocca parole dai noi mai dette o scritte da nessuna parte (Libertà. ….).
La vuoi la vera notizia? Vuoi sapere cosa e come sono le nostre feste (visto che questa non è la prima e non sarà nemmeno l’ultima)? Noi organizziamo queste feste non per un tornaconto personale (certo, se ci guadagnamo qualcosa in cambio del tempo e degli sbattimenti non fa male), ma perché ci piace farlo, perché ci piace riunire le persone e fornirgli un luogo e un intrattenimento per farle divertire e socializzare. Perché pensiamo che in giro ci sia poco o niente, soprattutto a Como e dintorni, se non le solite cose per la solita gente. Perché lo sappiamo che non siamo completamente nella legalità, ma lo è chi ti fa spendere 20 euro o più, solo per entrare tra quattro mura (infatti le nostre feste sono SEMPRE gratis)? Lo è chi vende qualcosa che a lui costa 3 ad un altro a 8, solo perché “cliente”?
Tutte le nostre feste si basano su un passaparola fatto da amici e amici degli amici, scegliamo luoghi lontani dalle case o altro per non dare fastidio a chi vuole dormire e una volta finita la festa, puliamo TUTTO, lasciando il luogo così come l’avevamo trovato.
Lo so, lo so, che non dovrei incazzarmi, ma sono sempre stato un sognatore disilluso e adesso disilluso lo sono ancora più di prima, ma credevo che il giornalismo fosse sinonimo di informazione, non pressapochismo e inesattezze.
Sarebbe bastato poco caro e.r., avevi tutti i riferimenti per chiedere spiegazioni/informazioni e farti/farci evitare tutto questo casino.
Colgo l’occasione per ringraziare chi ci aveva dato una mano fino ad adesso nell’organizzazione ed alle tante mail di solidarietà che stanno arrivando in mailing list (se volete iscrivervi mandatemi una mail).
Colgo l’occasione per ringraziare chi ci aveva dato una mano fino ad adesso nell’organizzazione ed alle tante mail di solidarietà che stanno arrivando in mailing list (se volete iscrivervi mandatemi una mail).
UpDate 17.28
Caro e.r.,
(so che sei passato e passerai ancora di qua)
(so che sei passato e passerai ancora di qua)
ti ho mandato due mail con le stesse domande riportate in questo post e non ho ancora ricevuto risposta, mi sembra giusto nei miei confronti se dicessi qualcosa a riguardo…
22 giugno 2007
7 commenti

SABATO 23 GIUGNO – LA FESTA E’ ANNULLATA
A malincuore vi dobbiamo comunicare che la festa di questo sabato è annullata.
Purtroppo tale e., un novello Pulitzer locale del quale tornerò a parlarvi, certo che ci tornerò sopra
ha pensato bene di fare lo “scoop”, anticipato tra l’altro, si vede che è uno che ne sa…, scrivendo CAZZATE e fottendoci la serata e il luogo.
Se dispiace a voi, figuratevi a noi… stiamo già cercando un’altra data e un altro posto, vi diciamo fin d’ora che dopo questa esperienza, le prossime informazioni verranno fornite SOLO tramite e-mail a quelli inseriti nella mailing list.
Ringraziamo quelli che comunque ci hanno dato una mano nell’organizzazione.
State bene che noi siamo incazzati come delle vipere !!
21 giugno 2007
3 commenti
Dividono con me la speranza che questa storia della nostra famiglia possa contribuire ad alleviare le conseguenze del fatto che quasi sempre la storia è stata scritta dai vincitori.
Radici – Alex Haley
21 giugno 2007
2 commenti
3 x 2
(campanilismo)
Dente – La fine del mondo
Dente – Canzone pop
Artemoltobuffa – Le rughe sulla fronte
Artemoltobuffa – Se un giorno
Cosmetic – Meglio così
Cosmetic – Il declino
20 giugno 2007
8 commenti
IN VISIONE
Le colline hanno gli occhi(U.S.A. – 2006)
di Alexandre Aja
con Aaron Stanford, Vinessa Shaw, Kathleen Quinlan, Laura Ortiz, Michael Bailey Smith, Dan Byrd
Postilla squisitamente PERSONALE
Rimasugli da fondo hard disk.
Inland Empire(U.S.A. – 2006)
di David Lynch
con Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux, Julia Ormond, Harry Dean Stanton, Scott Coffey, Mikhaila Aaseng, Jordan Ladd
Postilla squisitamente PERSONALE
Eeeeehhhhh?
19 giugno 2007
Nessun commento
L’ARTE DELL’IMPROVVISAZIONE(che non possiedo)
Catalogare le serate secondo probabilità immaginate (leggasi: masturbazione mentale), proporsi varie situazioni tipo e altrettante soluzioni (leggasi: tiriamo a indovinare), infine sperare che tutto vada per il meglio (leggasi: sarò abbastanza bravo, mi ricorderò tutto?).
Puntualmente però se c’è una cosa, accade nel momento dopo al corrispettivo immaginato o con un altro/a protagonista, tra lo spettro di reazioni preventivate, nella realtà capita proprio quella a cui avevi pensato per ultima, quella che ti aveva fatto esclamare ad alta voce “ma vaaaa, la vita non può essere talmente assurda”, infine tutto va semplicemente com’è andata, forse come doveva andare fin dall’inizio?
Il classico attacco di panico che cancella qualsiasi cosa, attori e scenografia compresi, cristallizza il momento rendendolo indelebile ad ogni tentativo di frantumarlo in 48 ore di distanza. La rincorsa è stata breve, brevissima, il tempo di uno sguardo che speri ancora di esserti sbagliato a comprendere, ma il volo non si è ancora fermato. O sei tu che vuoi vedere così e invece ti sei schiantato subito?
“Ma sì”, cerchi di rassicurarti, “quando ci sono in giro delle forbici qualcuno deve pur prenderle in mano” e continui, “un taglio non può che sanguinare, una cosa naturale, come il lento arrestarsi del flusso e quello ancora più lungo di cicatrizzazione delle ferite”. Però tutto questo non ti aiuta, perché è difficile riscoprire, come se fosse la prima volta, che si è veramente in grado di fare del male alle persone, tanto o poco consciamente che sia. Non è il panico, non le presunte quote di voli a passo strascicato, sono IO.
°°°
Port-Royal – Anya: Sehnsucht
18 giugno 2007
Nessun commento
“Quando ho imparato a respirare sott’acqua” di Julie Orringer
18 giugno 2007
Nessun commento
La luce si è fatta più intensa e più calda, e Tessa la sta bevendo come se fosse latte.
*
Ma a volte mi chiedo come dev’essere stato per loro, che toccavano e si facevano toccare e poi convivevano con complesse verità di vergogna. Quando guardo i miei disegni di uomini e donne vedo una rigidità, un’inespressività che temo provenga dai pochi rischi che ho corso. A volte ciò mi porta a provare avversione per me stessa. Forse mi rende addirittura una cattiva artista. Dovrei pentirmi del modo in cui ho vissuto per tutti quegli anni? Queste cose possono essere cambiate, ora che sono da quasi tutti i punti di vista un’adulta? E da dove dovrei cominciare?
*
Il Devvie sorge in lei come un’ondata, arrossandole le guance, e Tessa si concentra sul pennello scuro della coda di cavallo di sua nipote. Il fermaglio verde mare di Olivia richiama il bordo verde delle sue calze. E’ una bambina curata fin nei dettagli. Tessa apprezza il suono di quella frase nella propria mente: curata fin nei dettagli. Si chiede che aspetto avrebbe Olivia se fosse figlia sua, se fosse lei a crescerla. Peggiore, forse. Niente fermaglio in tinta, niente graziosa giacca a vento. Ma sarebbe più felice, di questo Tessa è sicura. Non si preoccuperebbe di tutto ciò che mangia e di tutto ciò che potrebbe calpestare e di questa e quella regola. Sarebbe una bambina, una bambina piccola, non una minuscola adulta compressa.
*
Helena si accorse di com’era difficile per sua madre stare la passo mentre camminavano di attrazione in attrazione. Le linee della sua bocca erano tese, e un braccio era piegato sul petto come a proteggerne le cicatrici. Le cose che il cancro le aveva tolto, a quanto sembrava, cominciavano a competere per massa e dimensioni con ciò che restava. Qualche tempo prima Helena aveva creato un piccolo collage di sua madre nei panni della donna invisibile, della donna che diventava sempre più invisibile: un suo profilo sul lato destro, riempito con tutto ciò che aveva, e un altro sulla sinistra, con tutto quello che aveva perduto. Lana colorata per i capelli, nocciole ricoperti di gommalacca per i seni, miglio per le ghiandole linfatiche, perline di vetro per le ovaie, un seme di zucca per l’utero. Era questo che significava morire, pensava Helena: tutto ciò in cui consistevi se ne andava.
*
“Devi essere fiera di tua mamma”, disse. “Di entrambi i tuoi genitori. E’ una fortuna che siano dottori. Le procureranno le migliori cure possibili”.
Helena annuì e disse che sì, era una fortuna. Ma non era sicura di quanto lo fosse. Aveva visto sua madre impallidire mentre si palpava una crescita sottopelle o esaminava il tracciato delle vene del proprio braccio. Altri mariti non sarebbero svenuti nel vedere i risultati della TAC delle mogli. Altre donne non avrebbero capito quant’erano malate.
*
Non era soltanto il suo modo di parlare. Portava baschi fatti all’uncinetto e abiti di batik e gesticolava troppo. Quando vivevamo a New Orleans non mi era mai passato per la mente di vergognarmi di lei, ma lì nella contea di Iberville vedevo il modo in cui la gente la guardava, e avrei voluto che scoprissero entrambe. E a peggiorare le cose, lei non sembrava rendersene conto o curarsene. Sarebbero passati anni prima che fossi in grado di ammirarla per questo.
*
E’ vero che potrei impara qualcosa dalla sua sicurezza, se solo non la usasse sempre per abbattermi.
*
Ma sua madre sembrava ormai in un altro luogo, intoccabile. Non si sistemava più la parrucca, non si tirava più la camicetta per mascherare i piccoli seni finti. Helena poteva vedere l’orgoglio nella postura delle spalle sottili mentre osservava Brian Sewald passeggiare con i figli e la moglie. C’era un silenzio nel modo in cui sua madre si muoveva, quasi come se fluttuasse nell’aria. Helena immaginò che se si fosse voltata avrebbe visto una scia di cose che sua madre aveva lasciato cadere: frammenti di tessuto iridescente e di vetro, petali bianchi, ciocche di capelli. Sembrava più fedele a se stessa, come se non si stesse più sforzando di far sì che le cose sembrassero diverse da quello che erano.
Helena sapeva che questo avrebbe dovuto essere meglio. L’aveva sentito centinaia di volte a scuola: siate fedeli a voi stessi! Onorate voi stessi! Ma cosa succedeva se stavi morendo, smarrendoti pezzo per pezzo? Avresti dovuto essere fedele a quello? Helena aveva fatto tutto il possibile per aggrapparsi a tutto ciò che sua madre aveva perso. Aveva immaginato che gli organi di sua madre venissero forgiati di nuovo, in una sorta di purificazione mistica dopo la quale avrebbero ripreso a vivere nel suo stesso corpo: i seni malati di sua madre sarebbero diventati suoi seni nuovi e sani, le ovaie di sua madre sarebbero rinate e avrebbero scaricato estrogeni nel suo flusso sanguigno. Si vedeva come la donna sulla destra del suo collage, la sagoma nella quale gli organi di sua madre venivano trapiantati. Aveva conservato capelli di sua madre, unghie tagliate, ciglia, cose che di lì a sei mesi o due anni avrebbe potuto toccare. Non era stata in grado di dire cosa temesse: non la morte di sua madre, poiché ciò andava al di là di ogni immaginazione. […] Helena si rese conto che era proprio questo che aveva temuto: la decisione di mollare, di infischiarsene delle cose che lei aveva conservato. Avrebbe voluto gettarsi davanti a lei, aggrapparsi ai suoi piedi e gridare. Ma sua madre continuava a camminare, e Helena la seguì.
*
Ma forse, a quel punto, ci ameremo con meno ferocia. Forse le lame del nostro odio reciproco si saranno smussate, e avremo già detto le cose che devono essere dette.
Postilla squisitamente PERSONALE
Bella raccolta. Pur narrando spesso di adolescenza, la sua scrittura è matura e riesce ad andare in profondità (l’opposto ad esempio di un romanzo letto ultimamente che potrebbe essere accostato a questa raccolta). Due racconti sopra tutti, Prendersi cura & Quello che teniamo, ma anche Il pesce Isabel, Stazioni della Via Crucis e La via più facile è piena di sassi.
“La mano che non mordi” di Ornella Vorpsi
15 giugno 2007
Nessun commento
A Sarajevo fa molto freddo. I volti dei vecchietti nei paesi dei Balcani sembrano usciti dalle tele di Bruegel, portano in sé l’odore del medioevo. Il sole ha bruciato i loro tratti, la pelle è color terra e crepata, proprio come il suolo senz’acqua. Sono sottomessi a una forma di fatalità che li rende troppo umili, quasi asserviti. Quando ridono, ridono con le gengive, ogni tanto spunta un dente scordato dalla vita. Anche le loro giacche, i loro pantaloni sono sottomessi a questa fatalità che si riceve con un sorriso spento. La maggior parte è generosa, la vecchiaia gli ha strappato dall’anima quell’erba velenosa che gli ha accompagnati nel loro cammino, la pianta che hanno utilizzato con tanta astuzia contro gli altri e contro se stessi.
La giacca, sotto la fatalità, è sempre più grande del corpo che avvolge. Le spalle cadono in modo asimmetrico. C’è sempre un color polvere che si aggiunge a tutto, alle scarpe, ai capelli, sotto le unghie, al respiro. E’ gente che sta molto vicino alla terra. A volte, il loro odore di sudore e di grappa è foderato (nei più giovani) da profumi all’ultimo grido: Calvin Klein, o Armani. Il profumo e i vestiti fatti in Italia o in Francia li trasportano in Europa. Loro vogliono l’Europa, ne hanno bisogno, ma molto spesso per orgoglio lo nascondono. Dicono che possono farne a meno; possono fare a meno di tutto e di tutti. Proprio da questa negazione nasce quella che oserei chiamare la sindrome dei Balcani, quella di sentirsi al centro della terra, il centro della terra.
Gli albanesi ti diranno sempre che gli Stati Uniti non fanno una mossa senza chiedere prima il parere dell’Albania, ma questo fatto viene mantenuto segreto. I serbi raccontano che la Serbia c’era già prima che ci fosse il mondo: il mondo di oggi, dunque, non è altro che l’ex Serbia.
*
Da queste parti la tragedia è figlia della generosità. Perché si offre in overdose. La generosità, quando supera il limite, diventa un mostro difficile da accogliere.
Come dire di no? Tutto è dato in nome dell’amore! Guai a te se ti rifiuti, Rifiutare quello che si dà in nome dell’amore è un’impresa delicata. Certe guerre sono nate così. La storia dell’uomo ne sa qualcosa.
*
La sua ultima frase mi riporta all’infanzia; la passione di noi bambine erano i chewing-gum. Il chewing-gum era vietato in Albania perché era un prodotto capitalista, e poi perché masticare a vuoto è da maleducati. Quindi, quando qualcuna di noi entrava in possesso di un chewing-gum scivolato di nascosto nella nostra terra rossa, era come toccare un pezzo di sogno. Odor di fragola e ciliegia. Anche menta. Prima si studiava per bene la carta che lo avvolgeva: Hollywood c’era scritto, parola che portava due “o” nel suo grembo! E’ forse questo il fattore che produce magia, più lettere uguali messe assieme? Nella nostra lingua non si usano due lettere simili attaccate. Cosa succederebbe se si mettessero più “o”? Hollywoooood? Magari la gomma diventerebbe enorme! Forse più buona, o forse non finirebbe mai!
*
So che il loro silenzio è finto, che sono orecchie drizzate, occhi aperti anche se lo sguardo sembra perdersi nella tovaglia. E’ la pantera che attende l’uscita del coniglio dalla tana. Il dormiveglia è dovuto alla lunga attesa, ma questo non diminuisce al capacità di catturare la preda al momento giusto. In una frazione di secondo. Così si afflosciano sul tavolo; robusti e in dormiveglia. So che se si sveglieranno, se qualcuno scuoterà il loro mutismo faranno rumore.
*
La cosa che la fa più commuovere, quella che le fa amare oltre misura quest’uomo, sono i suoi piedi; lei ha un’adorazione per i suoi piedi, più precisamente per la loro pianta.
E’ una pianta intatta. Sembra che lui non abbia mai messo piede sulla terra per camminare. Qualcosa d’infantile e di candido è rimasto sotto ai suoi piedi. E se ha questo candore sotto ai piedi, di sicuro ce l’avrà nell’anima.
Questi piedi sono lisci, morbidi, qualcosa che ha a che fare con il burro bianco. Lei non possiede più questa perfezione. I suoi piedi sono rovinati da cattive scarpe, cattive strade e soprattutto da cattivi pensieri. Il piede di lui ha sempre riposato su suole morbide, strade pulite, i pensieri non sono mai stati così devastatori. Lei si vergogna di ave perso quella purezza, i piedi che ha adesso quasi non le appartengono, così cerca di nasconderli a lui. I piedi di Majlinda hanno perso tutta l’innocenza che può avere un piede, ecco cosa pensa lei. Mentre li scruta, legge gli arti disperati di sua nonna, quelli operai di sua madre, e falangi infedeli come quelle di suo padre. Vede che la vita glieli ha calpestati per bene, anche se lei nasconde le tracce e si fa bella e forte. Sui piedi di Vincent ha colto se stessa in lacrime. Lui non l’ha mai saputo.
*
Almeno nella tua città natale le pietre ti riconoscono, anche se di notte si radunano per ucciderti. Là niente si raduna su niente.
*
… almeno salvarsi dalla noia, bella signora che mi scova ovunque abbracciandomi fino allo strazio.
*
Ha trentatre anni e non ha ancora dato forma la suo essere: a volte è la vita stessa che non vuole prendere forma, semplicemente per testardaggine. La vita vuole plasmare la verità, verità su tutto, e di Beni ha scelto di non fare niente: lo fa girare a vuoto. Ma lui non ha la convinzione di Don Chiosciotte, lui sa che i suoi mulini a vento sono solamente mulini, e questo non aiuta. Almeno li prendesse per nemici.
*
… mi auguro che vicino a casa sua ci sia un mercato perché voglio fargli una zuppa di verdura fresca. Una zuppa della nonna, di quelle che ti assicurano che la morte non esiste, che abbiamo sempre dieci anni e i miracoli sono davanti che ci aspettano.
*
Ho notato che la cosa che non si riempie mai come si deve in un paese straniero sono i cassetti. I cassetti di una persona o di una famiglia mancano di storia fuori dal proprio paese.
Da piccola ero un’appassionata di cassetti; là dentro c’era il tutto. Mia zia, quando mi vedeva arrivare, si disperava. Io entravo come il fulmine, rumorosa, raggiante, lanciando uno sbrigativo “Ciao zia!” da lontano perché non ne potevo più, ero impaziente di precipitare nei suoi cassetti. Lei l’ha sempre trovato maleducato e la colpa era dei miei genitori, constatazione che mi è sempre andata a genio.
Nei cassetti le cose viaggiano. Anzi, sono da sempre in viaggio. Si spostano senza sosta da un cassetto all’altro. Ho visto viaggiare dei denti finti, ciocche di capelli grigi tagliate con cura e conservati in una bustina di plastica, cartoline con la madonna piangente, stelle partigiane, letterine d’amore che recavano nomi sconosciuti, viole secche, soldatini di piombo, vecchie creme per il viso, profumi alterati. Il viaggio di quel piccolo mondo trascurato mi ha sempre inghiottito e commosso.
I veri cassetti chiedono decenni di storia famigliare. Spesso i più interessanti, i cassetti-tesoro, sono quelli di una casa dove sono passate generazioni. I miei cassetti di oggi non racchiudono l’incantesimo. Sono sicura che questo vale un po’ per tutti i cassetti di quelle persone che sono in un movimento forzato, sofferto.
Quando apro i cassetti di oggi, malgrado la roba accumulata, il legno sul fondo si nota più velocemente di quello dei cassetti abitati a lungo, poi si percepisce la sua fresca nudità. Rimane come nuovo. Se invecchia, lo fa senza convincere.
I cassetti dell’infanzia, loro, erano senza fondo. Come si suol dire dalle nostre parti per un luogo da favola: trovi tutto tranne madre e padre. Ma nei cassetti di mia zia, io ho trovato persino quelli.
*
E’ importante avere vicino qualcuno mentre ti lamenti, quando si è da soli si smette di lamentarsi. L’esigenza del lamento è propria al lamento.
*
- Niente. Ho preso troppa coscienza della vita. Coscienza profonda, e mi sono ammalato. Ho perso l’ovvio, l’ovvio di esistere. Soffro di questo. Tutto qui. La maggior parte della gente non ha questa coscienza. Poi ci sono quelli a cui piove addosso come a me, ma non li fa ammalare. Che fortuna! Io invece non l’ho sopportato. Adesso sono un individuo che va avanti con il corpo messo a nudo, intendo senza pelle mica nudo così! Nudo così è niente!I miei organi sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare. Tutti possono spappolarmi il fegato. E lo fanno. Non ho più nessuna difesa. Te ne rendi conto, n-e-s-s-u-n-a!
*
… lontano da tutto ciò che mi è vicino.
Postilla squisitamente PERSONALE
Il popolo dei Balcani è sempre stato a mezza via, il popolo dei Balcani vuole il futuro nella loro tradizione, il popolo dei Balcani è muto, ma sente.
Ornela Vorpsi ha una sua voce e che voce! Un’esperienza quasi immaginata per tanto si sente quanto è interna, vissuta.
Il popolo dei Balcani è sempre stato a mezza via, il popolo dei Balcani vuole il futuro nella loro tradizione, il popolo dei Balcani è muto, ma sente.
Ornela Vorpsi ha una sua voce e che voce! Un’esperienza quasi immaginata per tanto si sente quanto è interna, vissuta.
Una scrittura leggera, ma che penetra a fondo, cosa chiedere di più?
.
.
.
.
14 giugno 2007
10 commenti
3 x 2
Iron & Wine – Flightless bird, american mouth *
Saturday Looks Good To Me – Edison girls
White Rabbits – Navy wives
00.38 – NEL MONDO TUTTO MIO
E’ il secondo giorno consecutivo che incontro una ragazza bellissima alla stessa ora lungo la stessa strada (tornando a casa una volta finito di lavorare) ed è la seconda notte che ci penso.
Non solo, arrivo a domandarmi se magari anche lei si sia accorta di questa coincidenza (alla fine si tratta solo di “far caso alle persone”) o addirittura se domani la incontrerò per la terza volta, la fermerò e le chiederò: “Posso accompagnarti ovunque tu stia andando?”
Poi mi distraggo, guardo un piccolo ciuffo di polvere nell’angolo sotto la finestra, sento l’ennesimo repeat (*) e mi rendo conto che sto scrivendo…
Poi mi distraggo, guardo un piccolo ciuffo di polvere nell’angolo sotto la finestra, sento l’ennesimo repeat (*) e mi rendo conto che sto scrivendo…









