Tutti i bambini tranne uno
di Philippe Forest
– Alet -
Allora, c’era una volta l’inverno scorso. Me lo ricordo: non sapevamo. E forse era meglio così. Meglio, forse, che non sapessimo. L’ignoranza ci proteggeva. Ci teneva al riparo dal dolore. Ancora non lo sapevamo ma le dovevamo ogni singolo giorno. Sapere ci avrebbe privati di questo dono. Quell’inverno, insomma, fu l’ultimo. E assorbe nella sua luce tutto quello che è stato prima.
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Ai cinque sensi il sonno ne aggiunge un sesto che, tra tutti gli altri, è la dimensione ideale. Ogni sogno abita dentro un altro sogno, all’infinito. Mille racconti nebulosi si inscatolano nel lungo romanzo della notte. Il corpo detta al cervello la saga delle sue peripezie. Percorro il tracciato del pensiero che la mia mente addormentata inventa via via. Mi sveglio e mi addormento. Sogno di sognare e il mio risveglio prosegue nel sonno. Ricordato a metà, il primo sogno interrotto fornisce materia la secondo che propaga la propria eco fino al mattino. Passo tra gli scenari allestiti dal sonno, tra le sue masse fibrose e lucenti.
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Con un bambino si entra nell’ineluttabile. Stravolti dalla fatica, si capisce troppo tardi quanto ci sia d’irreparabile nel dare la vita. Ogni nascita ha il medesimo andamento di tenero disastro. Quando per la prima volta vede sua figlia, gliel’hanno sistemata in un cubo di vetro che la protegge ma dove, affinché si possano eseguire le prime analisi del sangue, una infermiera le incide il tallone. La bambina piange strizzando gli occhi sotto la luce, stendendo i lunghi arti nel recinto tiepido del grande acquario. Dobbiamo chiedere scusa a colei che avventatamente abbiamo estratto dal nulla per obbligarla a sostenere una particina. Creature di passaggio, i vivi hanno bisogno di comparse per il loro teatro d’ombre. E’ la regola. Perdona noi, bambina che prendi posto nel nostro mondo di terrore e noia.
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Proprio nel mezzo della notte tocchiamo un punto preciso di chiarezza. Passa di là lo spartiacque dei giorni. L’allucinazione del sonno respinto lava il cielo dell’inchiostro abituale. Il bianco si stende sotto il nero. Ne intride lento la pagina. E la chiusa del tempo fa il suo lavoro silenzioso, versando la sabbia delle ore dal domano all’indomani. Non siamo mai stati più soli, è così? Eppure qualcuno è sveglio. Quì, là, altrove… Comunque sempre nel qui della notte, verticale.
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Ci siamo fermati a pranzare in un ristorante con una terrazza a vetri che dava sul fiume. Ma Pauline non ha toccato cibo e ha chiesto quasi subito di stendersi nel passeggino; Alice le ha abbassato completamente lo schienale. Sentivamo il ticchettio dell’acquazzone riversarsi sulle finestre. Pauline non dormiva. Stava zitta. Non si lamentava. Era letteralmente prostrata. Non l’avevamo sentita mai così lontana da noi. I suoi occhi restavano aperti. Era come se lo sguardo fosse caduto all’indietro, e seguisse allucinato uno spettacolo del quale noi non potevamo sapere nulla. Ci siamo vergognati dei nostri piatti vuoti, delle sigarette, del caffè. Non capivamo. Ci siamo spaventati.
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Toccava quindi a noi formulare la domanda successiva. Allora ho chiesto: “Vuol dire che morirà?”. E lui ha risposto: “Sì. Sapremo con maggiore certezza dopo la scanner. Ma credo di sì, morirà…”. Poi ha taciuto di nuovo. Io volevo arrivare alla fine del discorso, badavo che la voce non mi tradisse, che non si spezzasse; cercavo di dare forma nella mente a un grande vuoto bianco che mi proteggesse fino alla fine della conversazione, fino alla cornetta abbassata. Mi sentivo sparire interiormente in una specie di baratro di vento aperto tra le ossa del cranio. Le parole erano arrivate fino a me ma io cercavo di differire il momento in cui la gravità del senso le avrebbe raggiunte dentro me. La mente aveva sul cuore qualche minuto di calma lucidità di vantaggio. Doveva bastarmi ciò che ormai doveva essere detto.
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Qualcuno era vivo. Poi non c’è più niente. La vita si è ritirata. Quello che resta sul letto non è più la bambina. L’agonia era ancora la vita, poi qualcosa è accaduto. La morte è la verità all’istante. Penetra il tempo, lo avvolge. Diventa il tempo. Nell’impercettibile e continuato accumulo dei secondi ce n’è uno in disparte che da nome a tutti i rimanenti. IL futuro non scivolerà più nella chiusa del presente per diventare passato. Il presente non sposterà più in avanti la sua eterna frontiera che assorbe l’essere. Il “prima” e il “dopo” si fronteggiano. Sono due blocchi di pura trasparenza immobile. Qualcuno era. Qualcuno non sarà più. Tutto sarò scomparso. Perchè l’assenza futura e la presenza passata saranno due fantasmi ugualmente intangibili, irreali, una volta scomparso colui che era. Il tempo non è diviso. Ognuno vive nell’assoluto di un tempo singolare. La morte abolisce questo assoluto. Nel momento della fine, la coscienza smette di essere e questo crea un bianco dove tutto si cancella.
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… eravamo intrappolati nella nassa delle seccature di ogni giorno.
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Ormai siamo lanciati a precipizio giù per la china disciolta del tempo. Ci tuffiamo nella ruga immensa della vallata seguendo a ritroso i sentieri sinuosi della sera. La macchina è una sfera metallica che scivola lunga una gronda d’asfalto. L’oscurità prevale. Saremo a casa per tempo. La strada è di nuovo così conosciuta che la mente anticipa il susseguirsi delle curve e dei rettilinei. Il bianco pallido del crepuscolo comprime le distanze. Il visibile si ritrae. Quando arriviamo al villaggio la notte è già scesa; assorbe nella sua ombra tutte le masse scure, tranne le cime, le creste stagliate sul fronte blu scuro del cielo.
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L’oblio è facile, stranamente facile. Si dice: elaborazione del lutto. Ma il lutto non è un lavoro. Piuttosto un automatismo letargico, un sonnambulismo istintivo, la discesa lungo una china di sonno. La vita lo incoraggia, con l’aiuto delle abitudini rituali. Un essere muore. Il suo corpo scompare. Si chiudono gli occhi sul suo farsi polvere. Il nome non viene pronunciato mai più.
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Poi ci si accorge: l’immagine che si ha in pugno non è che una reminiscenza fittizia, una tra le foto guardate mille volte in un album. La memoria si è ritratta, diventando la sequenza discontinua degli scatti custoditi a due dimensioni, nella loro falsa evidenza di carta. Non resta niente. A malapena il ricordo di un ricordo…
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Non è il lutto, che si fa per conto suo, a essere un lavoro. Il vero lavoro della mente si fa in senso inverso, impedendo che tutto ciò che è stato scompaia nel gelo nauseante dell’oblio. Non c’è grandezza nel dolore superato; c’è grandezza in quella corrosione, che il ricordo nella sua forma più acida rinnova in perpetuo.
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Che cosa fare con questa polvere di attimi che ci resta nel cavo della mano?
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La verità è che non ci si batte contro la morte. La malattia è un fantasma del quale non s’incrocia mai lo sguardo. Si riconosce solo dal suo lavorio di sega sui nervi, di macellaio nella carne. Non si può lottarle contro, afferrarla per le spalle, gettarla per terra, respingerla, colpirla. Non le si può sputare in faccia, non ha volto. Non le si possono gridare insulti, non ha orecchie. Non ha altro corpo se non quello che ormai condivide con il malato. La guerra che le viene dichiarata non è gloriosa, è una necessità anonima e ripetitiva di farmaci, di raggi, di lame, nella quale il paziente non ha alcun ruolo. Nella malattia è contro se stessi che ci si batte, contro colui che dentro di noi vuole urlare per il dolore che sopporta, contro colui che cerca a tentoni il rifugio della follia per smarrire finalmente la cognizione di ciò che gli accade, contro il panico allucinato del vedersi morire, e lo sconforto del trovare questo panico riflesso negli occhi di chi vi ama.
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La morte è ciò che ci fa scoprire il tempo. Grazie all’anticipazione di questo istante prende forma sotto ai nostri occhi la coscienza che abbiamo di esistere. Allora ci voltiamo e capiamo che con la nascita la morte è già entrata nella nostra vita.
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La notte è più aperta di quanto mai lo sia stata. Dietro le gelosie di tela che tratteggiano le imposte l’oscurità ha tutte le ore che le occorrono per scavare, per approfondire la sua geometria d’ombra. Ora dall’altro lato della tangenziale, sulla facciata del grande edificio bianco, si sono spente tutte le luci delle finestre. E’ in corso la grande sottrazione del colore. Resta solo il chiarore pallido, riflesso in un cielo senza stelle, di insegne e lampioni. Niente stanchezza, né sete, né fame. Solo una sigaretta fumata ogni ora. Il corpo passa tutto intero nella mente che, a sua volta, non è più tanto sicura di voler durare oltre l’ora promessa. Resta così poco tempo per preparare il lavoro senza fine del ricordo e affinché le dita, gli occhi, le labbra, registrino ciò che si dileguerà dal corpo amato.
Postilla squisitamente PERSONALE
Questo è un romanzo, ma è anche e soprattutto poesia pura. Questo libro è lucido, vivo, nonostante ciò di cui parla sia in netto contrasto con quest’ultimo aggettivo. Questo libro non cade mai nell’autoindulgenza che sarebbe naturale sentire, ma che invece si trasforma in forza di vedere nella morte, non il proprio dolore, ma cosa può provare colui che questa fine la sta vivendo in prima persona. Questo romanzo, se mi si permette una delle più classiche frasi fatte, è un pugno allo stomaco e una carezza sul viso.
Qualcuno su una recensione in rete ha scritto: “Una volta chiuso il libro, andrai a cercare i tuoi figli e, credimi, li guarderai in modo diverso”.
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