29 settembre 2006
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Archivio
Archivio per settembre 2006
“Ciao, a domani” di William Maxwell
28 settembre 2006
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Di giorno il cielo è una conca capovolta sopra la prateria. Nella notte serena è trapunto di stelle.
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Ciò che noi, o perlomeno ciò che io, fiduciosamente, chiamo memoria – intendo un momento, una scena, un fatto che è rimasto impresso e quindi è sfuggito all’oblio – è in realtà una narrazione che va continuamente avanti nella mente; e il racconto spesso muta a furia di narrarlo. Troppi interessi emotivi in conflitto fra loro vi sono di mezzo perchè la vita possa essere interamente accettabile, e magari compito del narratore è quello di riordinare le cose in modo tale da renderle conformi a questo fine. Comunque parlando del passato noi mentiamo a ogni emissione di voce.
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Il ricordo dell’atto d’amore era come una benda, giorno e notte, davanti agli occhi della sua memoria.
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Il letto matrimoniale nella camera al pianterreno è rifatto e Cletus vi sta sopra disteso, con i piedi oltre la sponda per non sporcare con le scarpe la trapunta. Giace sul fianco sinistro, in posizione fetale, come se tentasse di uscire da questo mondo alla stessa maniera in cui v’è entrato.
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Ciò che non gli confidai mai, da un lettino all’altro, è che non mi capacitavo di come potesse essere successo a noi. Sembrava uno sbaglio. E gli sbagli vanno corretti, solo che quello non si poteva correggere. Fra il modo in cui andavano prima le cose e il modo in cui andavano adesso c’era un vuoto che non poteva essere oltrepassato. Dovevo trovare una spiegazione diversa da quella vera, e cioè che noi non eravamo più immuni alla disgrazia di chiunque altro e, forse a causa di quei giri per casa con mio padre, il pensiero che continuava ad assillarmi era che, inavvertitamente, avevo varcato una soglia che non avrei mai dovuto oltrepassare e che, ora, non potevo tornare nel luogo che non avrei mai dovuto abbandonare. Ma in realtà non ero andato da nessuna parte e nulla era cambiato per quanto riguardava il tetto sopra le nostre teste; solo che lei era al cimitero.
Postilla squisitamente PERSONALE
Leggere questo libro è un po’ come figurarsi la classica scena di un nonno su una sedia a dondolo che racconta una storia al nipote, seduto a gambe incrociate sulla veranda. Sicuramente la vicenda è intrigante, all’inizio, e niente da discutere sull’arte affabulatoria del vecchio, ma più si va avanti, più risulta stucchevole e ridondante.
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Leggere questo libro è un po’ come figurarsi la classica scena di un nonno su una sedia a dondolo che racconta una storia al nipote, seduto a gambe incrociate sulla veranda. Sicuramente la vicenda è intrigante, all’inizio, e niente da discutere sull’arte affabulatoria del vecchio, ma più si va avanti, più risulta stucchevole e ridondante.
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27 settembre 2006
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In amore sono gli intervalli fra un incontro e l’altro quelli che provocano i veri danni.
27 settembre 2006
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CARTOMANZIA PER PRINCIPIANTIEsci dall’ufficio, dopo sette ore e mezza di lavoro, in cui sei stato produttivo al massimo per la metà, il resto dove sia finito non lo sai bene, ma non ha comunque molta importanza, la scrivania è come se fosse una zona franca, indipendente da quello che fai, sei.
Un salto a fare la spesa, o meglio comprare qualche birra e due pizze surgelate, visto che tutte e due sono finite domenica, e sei a casa.
Leggi la quarantina di pagine che ti fanno finire l’ennesimo libro, masterizzi un cd di canzoni di solo piano o al massimo strumentali, con pochi strumenti però, perchè stasera DEVI Scrivere (sì, le maiuscole sono giuste, ma vanno interpretate: la S di scrivere perchè c’è modo e intenzione nel farlo, il DEVI perchè ieri hai passato 4 ore davanti alla televisione a guardare in sequenza Scary Movie 3 e 2; non va bene, soprattutto se hai iniziato questo settembre con il proposito di lasciar perdere le cazzate e badare alle cose “serie”… vabbè sarà per ottobre ormai… e va sempre così…). Ed è anche per quello che sei andato a fare la spesa, lo scrivere intendo, perchè una Moretti da 66 a fianco dello schermo del pc o del foglio di carta è come un talismano. Sia chiaro, ne basta una, non devi ubriacarti per essere in grado di scrivere, anzi, quando ci provi, il giorno dopo hai sempre paura che bussi alla porta qualcuno e che quel qualcuno siano due persone in camice bianco che, qualificatesi come “la neuro”, irrompano in casa e prendendo in mano i fogli freschi di stampa, li guardino come se fossero macchie di Roscharch.
Mangi seduto sul divano mentre Kabir Laden si lamenta della sua nominascion e il Tronchetto dell’infelicità se la prende con fantomatiche eminenze grigie al potere in Italia, “ma le società godono di ottima saluta”, a differenza di quanto potrebbe pensare il tassista milanese. Spegni tutto, impili con bravura da orso cinese nel lavello e vai in camera, conosciuta anche come “l’unica stanza abitata” a chi è venuto a trovarti, visto che per il momento riesci a vivere solo in quella (pasti esclusi).
Scrivi, anche se faresti meglio a dire che stasera incolli, tagli, sistemi, rivedi, intervallando il tutto con tappe alla finestra per fumare una sigaretta e sorsate che sono come boccate d’aria dopo una lunga apnea. Il danno arriva quando ti rendi conto che per avere meglio la situazione completa sotto controllo, dovresti rileggere quella lettera… allora prendi lo scatolone da sopra l’armadio, lo appoggi sul tavolino vicino al letto e inizi a cercarla.
Un altro piano si sovrappone a quello precedente senza che tu te ne accorga e allo stesso modo sei passato ad un’altra lettera, pescata a caso in quel limbo di tempo e persone.
Finisce che ne leggi una buona parte, per non dire quasi tutte, tra lettere, bigliettini, cartoline, auguri, ecc.
Di certe parole avevi dimenticato l’esistenza, di altre persone adesso vorresti sapere dove sono o cosa fanno (più per curiosità che per interesse sentito), ci sono disegni, date, simboli, qualcuna ha dentro la frase “sei uno stronzo” e morbosamente è su quella che ti concentri, forse perchè simbolicamente, e non, assume la forma di una linea retta che trapassa gli anni in sequenza.
Poi non ce la fai più, sei ingolfato…
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Roger Eno & Plumbline – Every so often
°°°
Roger Eno & Plumbline – Every so often
26 settembre 2006
2 commenti
Come non vorrei essere uno schiavo, così non vorrei essere un padrone. Questo esprime la mia idea di democrazia.
26 settembre 2006
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IN VISIONE
LA SPOSA CADAVERE
LA SPOSA CADAVERE(U.K. 2005)
di Tim Burton, Mike Johnson
Postilla squisitamente PERSONALE
Dopo "Nightmare before Christmas” un altro grande film d’animazione, bellissime anche le musiche.
LA PIANISTA(Austria/Francia 2001)
di Michael Haneke
con Isabelle Huppert, Benoît Magimel, Annie Girardot, Anna Sigalevitch, Susanne Lothar, Udo Samel, Cornelia Köndgen
Postilla squisitamente PERSONALE
Altamente disturbante, non aggiungo altro.
Altamente disturbante, non aggiungo altro.
“La versione di Barney” di Mordechai Richler
25 settembre 2006
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Mike mi ha ripetuto per l’ennesima volta che avrei il pianoterra tutto per me. Dà sul giardino, ingresso indipendente. E per i bambini, che sono pazzi di Venerdì 13, sarebbe fantastico passare un po’ di tempo col nonno. Peccato che io detesti essere nonno. Lo trovo indecente. Dentro di me continuo ad avere venticinque anni, massimo ventitré, to’. Certo non sessantasette, con quel che ne segue – la puzza di stantio e di sogni infranti, l’alito cattivo, le gambe che avrebbero un disperato bisogno di una bella lubrificata. E ora che mi è toccato farmi mettere un’anca in vera plastica, non neppure più biodegradabile. Gli ambientalisti mi negheranno il diritto alla sepoltura.
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“Ah, davvero” dico, mettendo via l’ennesimo rancorino da covare in santa pace. Secondo Miriam era quella la mia vera passione. “C’è chi colleziona francobolli, o scatole di fiammiferi” mi ha detto una volta. “Tu collezioni rancori”.
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… stamattina ho telefonato al mio avvocato John Hughes-McNoughton. “Posso querelare per diffamazione un tizio che mi accusa nero su bianco di avere picchiato mia moglia, di essere un plagiario, uno spacciatore, un alcolizzato con tendenze violente, e con tutta probabilità anche un assassino?”
“Non saprei. Mi sembra che il tizio sia piuttosto bene informato”.
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“E così Miriam non ha seguito il mio consiglio. Ti ha sposato, vedo”.
“Già. E si dà il caso che siamo molto felici”.
“Si è sempre molto felici. All’inizio”.
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… cerco di mettere un po’ d’ordine nella mia vita buttandola tutta all’aria.
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“L’umanità, con tutta evidenza imperfetta, non ha ancora concluso il suo ciclo evolutivo. In un prossimo futuro, magari solo per comodità, i genitali dei due sessi saranno al posto oggi occupato dalla testa, e le bevute, sempre meno necessarie, le faremo sotto la cintura. Il che consentirà a giovani e meno giovani di incastrarsi a dovere senza preliminari romantici e senza quel defatigante armeggiare con cerniere lampo e bottoni. In altre parole, gli umani saranno in grado di stabilire quello che Forester chiamava “un semplice contatto” aspettando che scatti il verde al semaforo, in coda al supermercato, sulla panca di una sinagoga o di una chiesa. Tanto il brutale “fottere” quanto il più delicato “fare l’amore” lasceranno il posto alla “capocciata”, e a frasi tipo “Oggi passeggiando per Fifth Avenue ho incrociata una bona pazzesca e le ho dato una bella capocciata”.
“L’aspetto sorprendente di questa evoluzione culturale è che i luoghi proibiti dove si daranno convegno i peccatori (sbottonandosi la patta o calandosi le mutande per fare due chiacchiere come si deve) non saranno più i bordelli, o casini che dir si boglia, ma le biblioteche, sotto costante minaccia di chiusura a opera della Buoncostume letteraria. E la nuova malattia sociale sarò l’intelligenza. Quando tutto questo accadrà, ricordati che per la prima volta lo hai letto qui”.
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“Vedete, ragazzi,” ricordo di aver spiegato una volta “ci sono padri che alla nascita del pargolo mettono via qualche bottiglia di quello buono, così quando il piccino sarà un adulto ignorato potrà berselo alla faccia loro. Io mi sono regolato diversamente, e al compimento del sedicesimo anno regalerò a ciascuno di voi i cento libri che ho amato di più quando ero un ragazzetto ignorante”.
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“Cosa fa?” gli chiesi una volta.
“Va per negozi, si fa mettere incinta, si sposa e divorzia. Mai sentito parlare degli assassini seriali? Lei è una moglie seriale”.
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Al Lord Byng Manor vantiamo anche un buon numero di divorziate avanti negli anni. La mia preferita, un’anoressica con un caschetto di capelli ossigenati, il seno un tempo piatto come una tavola, e due manici di scopa al posto delle gambe, non mi parla più dalla volta che ci siamo incontrati al suo ritorno da una clinica di Toronto specializzata nel riciclo di carampane, dove era andata a farsi dare una tirata alla faccia e una gonfiatina alle poppe. La incrocio nell’androne e le stampo un bacio sulla guancia.
“Che hai da fissarmi?” mi fa lei.
“Niente, volevo solo vedere se ti resta l’impronta”.
“Bastardo”.
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Il mio problema è che non riesco mai a cogliere il nocciolo della questione. Ora, alla mia età fraintendere le ragioni degli altri può anche non essere più così grave, ma non capire perchè io mi comporto in un certo modo lo è eccome.
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Sto andando di nuovo fuori tema. Parlo di tutto, tranne di quello di cui dovrei. Ma questa è la vera storia della mia vita dissipata, che è fatta essenzialmente di oltraggi da vendicare e ferita da rimarginare. Del resto alla mia età uno ha più cose da riportare a galla, e con cui fare i conti, che prospettive, a parte l’ospizio, quindi ho il sacrosanto diritto di andare fuori tema.
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Il telefono. Naturalmente era Kate. “Ieri sera ti avrò chiamato cinque volte. L’ultima all’una. Si può sapere dove diavolo eri?”
“Tesoro, mi fa piacere che ti occupi di me. Sul erio. Ma ti ricordo che non sono tuo figlio, sono tuo padre. Ero fuori”.
“Senti, papà, io non ci posso pensare a te lì da solo. Ma scusa, metti che ti viene un ictus e non arrivi in tempo al telefono?”
“Non è nei mie programmi”.
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E’ tale quale a un’amica di Garrick sui cinquanta, che secondo Samuel Johnson il noto attore descriveva così: “… grassissima, con un petto davvero fuori dall’ordinario, le guance enfie, abbondantemente dipinte di rosso, e tese allo spasimo da un eccessivo ricorso ai cordiali; l’abbigliamento è stravagante, per non dire eccessivo, e il modo di muoversi e di parlare quanto meno affettato”. Mi dicono che le sono rimasti pochi amici, ma che in compenso ha un rapporto piuttosto intimo col suo apparecchio televisivo. Mi piace pensarla nella magione di Hampstead che le ho comprato io, coricata sul divano, mentre divora cioccolatini belgi sparandosi telenovelas a raffica, e poi schiaccia un pisolino prima di mettersi a tavola, dove mangia non con le posate, ma con un badile; dopodiché stramazza di nuovo sul sofà, davanti alla televisione.
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Passavamo gran parte del tempo a letto, ma più per raggiungere una temperatura accettabile che per amoreggiare. Quando non leggevamo (io leParole di Prévert, che Clara ovviamente disprezzava) ci raccontavamo le rispettive infanzie difficili, congratulandoci a vicenda per essere sopravvissuti – un’impresa che in effetti aveva del miracoloso. Al riparo dagli sguardi indiscreti, lontano dai caffè dove si sentiva tenuta a dare scandalo e ad avventarsi sulle debolezze altrui per non sentir criticare le proprie. Clara si trasformava in una narratrice di razza, nella mia Shahrazad privata.
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Mi stavo svenando. Non erano normali passivi, erano emorragie.
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Non conoscendo ancora le gioie della paternità, ero prodigo di consigli. “Se avessi dei figli li manterrei fino a ventun anni, poi dovrebbero cavarsela da soli. Ci deve pur essere un limite”.
“Certo che c’è. La tomba”.
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Invece io Terry lo trovavo interessante, a suo modo. Tutti quanti noi, all’epoca, vivevamo nella più beata incoscienza e non ce ne importava un fico secco di quanti anni avessimo: ventitre, ventisette, era lo stesso. A quel che ci restava da vivere non pensavamo proprio. Forse perchè i colpi cadevano ancora nella terra di nessuna, se vogliamo usare una metafora bellica. Terry era invece l’unico a rendersi conto di essere giovane, e di star vivendo il suo “periodo parigino”. Per lui la vita non era una cosa da godere e disperdere, come il seme di Onan: era una precisa responsabilità, una piccola rendita da mettere a frutto. Una specie di album da colorare, che riempiva con la massima cura autobiografica, l’occhio rivolto a quello che avrebbero pensato i critici di domani.
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I personaggi sono così legnosi che si potrebbero usare per il caminetto.
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“Se vai in giro a dire che mi hai visto in questo stato non te lo perdonerò mai”.
“Non ne farò parola”.
“Giura”.
Giurai, e rimasi con lui finché non smise di tremare, scivolando in un sonno profondo. Ma lo avevo visto andare in pezzi davanti ai miei occhi, e questo, caro lettore, è un modo sicuro per farsi un nemico.
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“Se dei personaggi ci viene mostrato solo il lato migliore, restiamo sconfortati, perchè riteniamo impossibile imitarli in alcunché. I grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose. E questo sortisce un effetto benefico, perchè risparmia all’umanità la disperazione”.
Postilla squisitamente PERSONALE
Era da qualche anno che questo titolo rimaneva nella lista appesa davanti alla scrivania dei “Libri da leggere”. Poi, l’hanno scorso, lui e consorte me l’hanno regalato a Natale e al ritorno dal viaggio in Turchia ho deciso di leggerlo. Finito in una settimana e, calcolando che sono quasi 500 pagine, già questo dovrebbe far capire qualcosa, grandissimo libro!
C’è tutto qua dentro: un gran protagonista e personaggi di contorno ben caratterizzati, tante situazioni e una trama che pur facendo avanti e indietro sulla linea temporale non ti abbandona mai, un tono sarcasticamente impietoso che strappa sorrisi smorzati in continuazione. Il finale poi…
In solo un mese un altro libro candidato ai migliori del 2006.
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Era da qualche anno che questo titolo rimaneva nella lista appesa davanti alla scrivania dei “Libri da leggere”. Poi, l’hanno scorso, lui e consorte me l’hanno regalato a Natale e al ritorno dal viaggio in Turchia ho deciso di leggerlo. Finito in una settimana e, calcolando che sono quasi 500 pagine, già questo dovrebbe far capire qualcosa, grandissimo libro!
C’è tutto qua dentro: un gran protagonista e personaggi di contorno ben caratterizzati, tante situazioni e una trama che pur facendo avanti e indietro sulla linea temporale non ti abbandona mai, un tono sarcasticamente impietoso che strappa sorrisi smorzati in continuazione. Il finale poi…
In solo un mese un altro libro candidato ai migliori del 2006.
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“Parassiti” di Massimiliano Governi
21 settembre 2006
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Nei calci d’angolo il pallone deve cadere nell’area come una fetta di mortadella in un campo di concentramento; voglio questo di spirito!
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A scrivere ho imparato dagli amici, ma senza di loro.
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Le cose tra voi già non andavano bene. I nodi erano venuti al pettine da tempo. Da quando lei era rimasta incinta, non facevate che andare a caccia di prime avvisaglie. Praticamente ogni cosa diventò una prima avvisaglia. Uno sguardo interdetto, un rifiuto, il riferimento a un’esperienza non condivisa, un dolore privato, antiche slealtà. Vi andava bene tutto. E di fronte a quei tradimenti la vostra collera si faceva incontenibile.
Su quel terreno lottaste come nemici giurati. Non vi risparmiavate niente, e quando eravate sfiniti ritrovavate una tenerezza che durava giorni, fino alla lite successiva. Era un modo faticoso di amarsi, non quello che avevi sperato, ma era il vostro.
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Oggi non hai fatto in tempo a svegliarti (era mattina? pomeriggio?) che già la giornata è scivolata via. L’illuminazione elettrica della tua stanza è data da una sola lampadina che sputacchia una luce calda e giallognola. Qualche giorno fa la lampadina si è fulminata, e tu non ti sei deciso a uscire per comprarne una nuova.
Ora hai la netta sensazione che siano i tuoi pensieri, la tua mente, a diffondere tenebre per tutta la stanza. Forse se nella tua testa nascesse un pensiero grande e felice, la luce di colpo si accenderebbe. Ma non ti viene, i tuoi pensieri sono piccoli e infelici, come tuo figlio se fosse nato.
Postilla squisitamente PERSONALE
Questa raccolta di racconti non mi è piaciuta granché, non so, mi è sembrato che sia lo stile di scrittura, ma soprattutto le trame appaiano “fuori fuoco”. Non male invece Fusi e Parassiti.
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Questa raccolta di racconti non mi è piaciuta granché, non so, mi è sembrato che sia lo stile di scrittura, ma soprattutto le trame appaiano “fuori fuoco”. Non male invece Fusi e Parassiti.
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20 settembre 2006
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Io faccio il viaggio, tu ne sai lo scopo,
io ti dò l’incertezza, tu la fede,
tu sai come donare, io come chiedere,
conosco il prima, e solo tu sai il dopo.
Giorgio Calcagno
19 settembre 2006
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EVERYDAY
Non so bene se questo progetto mi affascini, mi spaventi o semplicemente sia da prendere come un’altra pazzia dell’era internet.
Qui trovate una breve, ma efficace spiegazione, mentre qui il MySpace di chi ha composta la colonna sonora (per me stupenda).
[thanx: Tia CH]
19 settembre 2006
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IL VUOTO ALL’IMPROVVISOErano già passati svariati fine settimana nel tentativo di mettersi d’accordo, ma poi, per una causa o per l’altra, all’ultimo momento tutto era sempre stato rimandato. Forse tutti e due avevano ancora troppa paura di ritrovarsi, da soli, in quello spazio che fino a pochi mesi fa era loro, e per questo inventavano i motivi più assurdi per rimandare il momento, o almeno lui era sicuro di averlo fatto in più di un’occasione.
Prima o poi però le situazioni vanno affrontate e se non lo si fa, se si continua a rimandare un appuntamento già scritto, finisce che ci si sbatte contro ed è sempre peggio.
E’ domenica. Una domenica piatta e grigia, all’apparenza calma.
Poco fa però è arrivato il messaggio – Allora tra mezz’ora passo – e lui dopo aver sprecato un po’ di tempo sdraiato per terra ad osservare uno spicchio di cielo, o quello che oggi sembra esserlo, si è alzato di scatto e ha iniziato a staccare tutti i fili. Tra venti minuti sarà lì per riprendersi la sua televisione, quella che durante la loro storia si era trasferita a casa di lui, come lei d’altronde.
Non sa quanto ci mette, ma non appena appoggia l’apparecchio sul tappeto, il citofona suona. E’ lei.
Da quando si sono lasciati, circa quattro mesi fa, è la terza volta che si rivedono.
La prima era stata ad una festa dove lei era arrivata in ritardo e lui invece era già in larghissimo anticipo sui tempi. Ma anche se quel vantaggio gli aveva permesso di non scappare all’improvviso e anzi parlarle quasi con normalità, il giorno dopo ricordava ben poco delle parole dette, mentre aveva perfettamente davanti agli occhi ogni schizzo di fango sulle sue scarpe da ginnastica e ogni riflesso sui suoi stivali neri.
La seconda in una serata tra amici, con la stupida e fastidiosa sensazione costante che lei avesse fatto il possibile per confermare le motivazioni che lo avevano portato a capire i probabili perchè non erano destinati a durare.
Immediatamente accenda una sigaretta, quella prima ancora fumante nel posacenere, e cerca di trovare una posizione e una faccia che siano il più neutre possibili, in grado di mascherare una tensione che crescendo lo paralizza.
Ma come tutto quello che c’era stato, nel momento in cui la vede aprire la porta di casa sua, è il questo a non avere più senso.
Si salutano e una serie di sensazioni lo investono, come se si trovasse sulla banchina di qualche stazione e un rapido fischiante avesse fatto vacillare la sua stabilità apparente.
“Perchè l’ho lasciata andare?” è la coda dell’aereo che si vedrebbe in cielo, se solo un leggero sbuffo di vento potesse squarciare tutta quella grigia monotonia.
Il suo corpo però, nonostante venga scosso da più parti, non si muove, rimane immobile. Non si toccano minimamente, nemmeno un accenno di avvicinamento, e iniziano a parlare così, lei sulla soglia di casa e lui appoggiato alla finestra, tra di loro la televisione nera, simbolicamente imponente.
Lontani? Tanto? Troppo? Come è giusto che sia? Lontani!
E nonostante, o forse proprio per questo, lui riesce a riconoscere la persona che lo aveva rapito, la stessa che aveva creato un mondo tutto per lui, una vita per la quale “domani” avesse un senso.
Capiscono subito tutti e due che con una più chiara comunicazione questo incontro non avrebbe avuto luogo, lei voleva solo il DVD che puntualmente due settimane fa si è rotto, e sorridono entrambi di questo. Allora cercano di colmare uno spazio di quattro mesi durante i quali si sono sentiti poco e, quelle volte che sono riusciti a farlo, male.
Forse lui non l’ascolta veramente, forse è ancora quella domanda iniziale ad apparigli davanti agli occhi o forse ancora è la risposta che crede di aver individuato, ma quando per un momento ritorna all’adesso, lei se ne sta andando.
“Ho lasciato la macchina qua sotto, sul marciapiede”, dice.
“Non ti preoccupare”, risponde lui dopo aver respinto il colpo basso della realtà ”a novembre te lo ricompro, questo mese sono messo male”.
“Va bene, fammi sapere che andiamo insieme”.
L’ascensore arriva, lei scompare dietro le sue porte e nemmeno questa volta si toccano. Lei trattenendo a stento una forza che la spinge dove sa che non dovrebbe e lui tessendo come un ragno altra tela per il suo bozzolo.
Non ha nemmeno il tempo di sdraiarsi nuovamente per terra, pronto a precipitare, il citofono suona. Nel brevissimo tragitto, credendo sia lei, pensa a un miliardo di frasi possibili, udibili dal suo orecchio, e altrettante in risposta. E’ una sensazione di calma la prima, quando sente la voce del suo vicino, “ti hanno aperto la macchina, scendi subito”, che si trasforma subito in ansia quando l’informazione ci mette un istante ad assumere un senso e lanciarlo per le scale, facendo i gradini a tre a tre.
Esce in strada e la prima cosa che vede, è il luccichio dei vetri per terra, poi il suo viso, i suoi occhi annacquati, e non capisce più niente, la testa si appanna ed è tutta un’altra scena. Una scena che sarebbe potuto capitare se fossero stati ancora assieme, se il tempo non fosse sfuggito dalle loro mani e avesse accelerato improvvisamente facendoli ritrovare a chilometri di distanza l’uno dall’altra.
Scendono assieme, forse stanno andando a cena, quando vedono il ragazzo infilato per metà nella macchina, attraverso il vetro sfondato. Tutta la rabbia, disillusione, stupida pena per se stesso, scoppia in una sua reazione rapida quanto imprevista per un tipo come lui.
Più picchia, colpisce, si sfoga, più sente male, come se lo stesse facendo a se stesso. Nonostante le voci dei passanti e quella di lei sopra le altre che urla “smettila!”, quando il ragazzo finisce a terra, lui continua con più foga di prima. Incurante che stia prendendo a calci una forma umana che non si muove più, incurante di una striscia di sangue sempre più larga che si allunga sull’asfalto luccicante.
E’ la voce del vicino alle sue spalle a fargli riaprire gli occhi e sentirsi dire: “provo a fare un giro qua intorno, magari ha preso i soldi e buttato la borsa con le chiavi da qualche parte”.
Ripassa un paio di volte tre, quattro isolati, cercando per terra, sotto le macchine, tra le siepi dei giardini, nei cestini della spazzatura, ma niente che possa sembrare anche minimamente alla sua borsa gialla.
Quando ritorna lei è appoggiata di schiena alla macchina, sta parlando al cellulare ed evidentemente ha smesso da poco di piangere, le sue guance sono arrossate e ancora rigate di lacrime. Il vicino si congeda con un semplice “Mi dispiace, io torno a casa” rientrando nella palazzina, mentre lui aspetta che finisca la telefonata e quando lei lascia cadere il cellulare dal finestrino rotto nella macchina, si avvicina e l’abbraccia. Sente i loro corpi a contatto dopo tutto quel tempo e gli sembra che lei stia tremando, anche se forse potrebbe essere lui, tanto è sconvolto da quel calore inaspettato.
“Mi dispiace”, le sussurra, e dopo qualche secondo di silenzio si accorge di quanto le sue parole possano sembrare ambigue, quanto lui si senta così.
Lei non dice niente, rimane in silenzio e si stringe ancora più forte a lui.
… titoli di coda …
Lei non dice niente, rimane in silenzio e si stringe ancora più forte a lui.
… titoli di coda …
“Lingue morte” di Davide Garbero
18 settembre 2006
1 commento
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Postilla squisitamente PERSONALE
Ebbene sì, nel libro in questione non ho trovato nemmeno una frase da sottolineare e riportare, cosa abbastanza rara, però ho deciso di parlarne lo stesso.
Questa raccolta di racconti è veramente brutta. Personaggi impalpabili, senza carattere, in storie che non coinvolgono, rimanendo spesso piatte e monocordi. In particolar modo gli ultimi tre racconti sono di un’inutilità imbarazzante.
Non basta essere un giovanissimo esordiente, venir etichettato come “pulp” (brrr) e infarcire il tutto con violenza e linguaggio scurrile. Per fortuna non ricordo come mai questo titolo sia finito “in lista”, sicuramente per una recensione letta su qualche giornale, perchè adesso avrei scritto qualche riga alla firma in calce. Per non parlare della prefazione di Pinketts, probabilmente scritta leggendo il libro, usato come sottobicchiere, attraverso i riflessi dilatati dell’ennesimo Negroni.
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Non basta essere un giovanissimo esordiente, venir etichettato come “pulp” (brrr) e infarcire il tutto con violenza e linguaggio scurrile. Per fortuna non ricordo come mai questo titolo sia finito “in lista”, sicuramente per una recensione letta su qualche giornale, perchè adesso avrei scritto qualche riga alla firma in calce. Per non parlare della prefazione di Pinketts, probabilmente scritta leggendo il libro, usato come sottobicchiere, attraverso i riflessi dilatati dell’ennesimo Negroni.
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“Un mondo battuto dal vento” di Jack Kerouac
18 settembre 2006
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(terza e ultima parte)
Il sole rosso è come liquido sui binari.
*
L’arte non dovrebbe essere utilizzata come una lamentela “cosmica” nei confronti di tutto, dovrebbe essere una forma di sincerità, nel senso più profondo del termine.
*
Devo imparare a conoscere la mia mente, non quella zavorrata di cultura libresca che la ricopre come un cappello da laureato.
*
… una piccola piega amorosa, ampia, umida, che ondeggia dolcemente, a forma di stella, di labbra, di cunetta, un tipo di eternità, racchiusa nella sua immensità senza forma.
*
… una donna davvero meravigliosa con capelli color rosso fiamma e niente denti. Ha detto: “Odio le donne che non dicono merda anche se ne hanno la bocca piena.
*
nel dolce Messico segreto, ero uno scialle purpureo sulle vigne e sulle città, sulle case di creta e di paglia, con quelle stelle che comparivano nel cielo, così ardenti, magari assieme a una luna moresca.
*
Ho promesso che non mi sarei mai dato per vinto e che sarei morto strillando e ridendo. E che fino ad allora imperverserò in questo mondo che, sono convinto, è sacro e tirerò tutti per il bavero della giacca e li farò confessare davanti a me e agli altri.
*
La vita non è abbastanza, se perdi contatto con il resto mondo.
*
Corri verso la libertà, dolce evaso,
la morte possiede le ossa,
ma non il Vuoto Infinito,
della Mente pura e perfetta.
Chi ha tanto?
Chi ha tutto, tutto questo.
*
Quando la vita mi smentisce,
Io, divagando in preda alla peggior collera,
Non potrei mai essere crudele a tal punto
Da interpretar l’innocenza come un’oppressione.
*
La frase mette i pensieri al nostro servizio.
*
Più che una pietra sullo stomaco, ho una cascata nel cervello e una orsa nei miei begli occhi. Nel mio cuore c’è il versante di una montagna e nel cranio una luce. Nella mia gola un uccello. Nell’anima, nelle braccia, nella mente, nel sangue, nel sesso ho una macina di lamenti che stritolano le rocce nell’acqua e l’acqua, scaldata dal fuoco e addolcita dagli elisir, diventa il lago in cui si contempla la tenerezza della vita. Con la mente grido. Con il cuore penso. Con lo sguardo amo. Con il petto vedo. Con l’anima mi trasformo. Morirò nel mio sudario. Cambierò nella mia tomba.
*
Non sono cattivi, poichè conoscono il male così bene.
*
Alcune persone sono fatte per sognare di essere diverse da quello che sono, solo così possono continuare a sognare, sognare e sognare. Questo è il mio destino.
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15 settembre 2006
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X & Y(Aiutateli!!)
X: Più che altro, con sto tempo, la voglia di arrivo del weekend è, come dire, un po’ bagnata.
Y: Ti dirò, sinceramente, a me basta non stare seduto su questa sedia di merda e in questo cazzo di ufficio.
X: Ok ok.
Y: Poi tanto venerdì non c’è la festa con culetti e vacchette?
X: Ahaha, sì chiaro sì, ma tu ci sei?
Y: Anche sì, tanto non c’è altro da fare. Al massimo poi andiamo da qualche altra parte.
X: Ma sì, il posto non sembra male, no?
Y: Sì sì, dicevo nel caso in cui…
X: Vediamo com’è, ovvio che se è una merda, e non ci sono patatine, o che cazzo ne so, un’ora, e si saluta, giusto?
Y: Giusto, le patatine comunque ci sono ad ogni festa che si rispetti, fin dalle elementari.
X: No chiaro, l’importante è che siano fonzies.
14 settembre 2006
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X & X(02.48 – allo specchio)
X: Sei vecchio ?
qualche secondo
X: Sì.
altri secondi
X: No.
ancora qualcuno
X: Forse.
infine
X: Vecchio per che cosa ?
“Il futuro non è più quello di una volta” di Mark Strand
14 settembre 2006
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LA STANZA
Vecchia storia, il modo in cui accade
a volte in inverno, a volte no.
Colui che ascolta s’assopisce,
le ante delle madie dell’infelicità socchiuse,
e nella camera arrivano le sventure –
morte per alba, morte per tramonto,
le loro ali di legno che percuotono l’aria,
le loro ombre di latte versato su cui piange il mondo.
C’è bisogno di finali a sorpresa;
il prato verde dove vacche bruciano come giornali,
dove il contadino sta seduto a guardare,
dove nulla, quando accade, è mai abbastanza spaventoso.
*
A QUESTO PUNTO
Abbiamo fatto quel che volevamo.
Abbiamo cestinato i sogni, privilegiato l’industria pesante
l’uno dell’altra, e abbiamo accolto il dolore a braccia aperte
e denominato rovina l’abitudine impossibile da spezzare.
E adesso eccoci qui.
La cena è in tavola ma non riusciamo a mangiare.
La carne resta lì nel lago bianco del piatto.
Il vino attende.
Arrivare a questo punto
ha i suoi vantaggi: nulla è promesso, nulla è sottratto.
Non abbiamo cuore né grazia salvifica,
non un posto dove andare, non un motivo per erstare.
*
LA LUCE CHE VIENE
Perfino così tardi avviene:
l’amore che arriva, la luce che viene.
Ti svegli e le candele si sono accese forse da sé,
le stelle accorrono, i sogni entrano a fiotti nel cuscino,
sprigionano caldi bouquet d’aria.
Perfino così tardi gli ossi del corpo splendono
e la polvere del domani s’incendia in respiro.
*
RINUNCIO A ME STESSO
Rinuncio ai miei occhi che sono uova di vetro.
Rinuncio alla mia lingua.
Rinuncio alla mia bocca che è il sogno perpetuo della mia lingua.
Rinuncio alla mia gola che è la custodia della mia voce.
Rinuncio al mio cuore che è una mela in fiamme.
Rinuncio ai miei polmoni che sono alberi ignari della luna.
Rinuncio al mio odore che è quello di una pietra che si muove sotto la spiaggia.
Rinuncio alle mie mani che sono dieci desideri.
Rinuncio alle mie braccia che hanno voluto lasciarmi comunque.
Rinuncio alle mie gambe che solo di notte sono amanti.
Rinuncio alle mie natiche che sono le lune dell’infanzia.
Rinuncio al mio pene che in un sussurro incoraggia le mie cosce.
Rinuncio ai miei vestiti che sono mura agitate dal vento e rinuncio al fantasma che le abita.
Rinuncio. Rinuncio.
E tu non ne avrai neanche un po’ perchè io sto già ricominciando da zero.*
LA NOTTE, LA VERANDA
Fissare il nulla e imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento e sentire l’inafferrabile luogo che si fa vicino.
Le piante possono ondeggiare o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono.
Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso sembriamo aspettare
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire –
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o di una foglia sola,
o meno. Non c’è fine a quanto possiamo imparare. Il libro là fuori
non dice di più, e non è stato affatto scritto con in mente noi.
*
RESPIRO
Quando li vedi
di’ loro che io ci sono ancora,
che mi reggo su una gamba mentre l’altra sogna,
che solo così si può fare,
che le bugie che dico a loro sono diverse
da quelle che dico a me stesso,
che con lo stare sia qui che oltre
mi sto facendo orizzonte,
che come il sole si leva e cala io so qual’è il mio posto,
che è il respiro a salvarmi,
che persino le sillabe forzate del declino sono respiro,
che se il corpo è bara è anche madia di respiro,
che il respiro è uno specchio offuscato da parole,
che solo il respiro sopravvive al grido d’aiuto
quando penetra l’orecchio dell’estraneo
e permane ben oltre la scomparsa della parola,
che il respiro è di nuovo l’inizio, che da esso
si stacca ogni resistenza, come il significato si stacca
dalla vita, o il buio si stacca dalla luce,
che il respiro è ciò che do a loro quando mando saluti affettuosi.
*
PER LEI
Potrebbe essere ovunque
una notte qualsiasi a tua scelta,
nella tua camera vuota e buia
o per strada
o su quelle tenui frontiere
che scorgi a malapena, a malapena sogni.
Non proverai alcun desiderio,
mentre ti metterà in guardia,
non un vento improvviso, non l’immobilità dell’aria.
Lei apparirà,
l’aspetto di una donna che conoscevi:
l’amica che ha buttato via la vita,
la ragazza seduta all’ombra della palma.
I bracciali le brilleranno,
diverranno le luci
di un paese cui volgesti le spalle anni fa.
Postilla squisitamente PERSONALE
Già nella raccolta del 2003, “West of your cities”, Strand mi era sembrato uno tra i migliori. Questa selezione di varie sue pubblicazioni non può fare altro che confermare la mia prima ipotesi, anzi di più, spingerlo tra i candidati per i migliori libri letti del 2006.
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