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Archivio per giugno 2006

30 giugno 2006 1 commento
A ripensarci dico che se avessi tenuto un Journal non avrei potuto avere il tempo di vivere, né l’estro di creare, quei veri racconti, vivendo i quali non ho avuto il tempo di scriverli.
  
Antonio Delfini, Il ricordo della Basca

… insomma, dovrei smetterla con il blog e dedicarmi a cose ben più importanti…

29 giugno 2006 2 commenti
3 X 2
(back in the days)
 
Capita di cambiare casa e, una volta imballate tutte le tue cose in scatoloni con sopra scritte per le quali ti domanderai “Perchè?” una volta aperti, dover fare il percorso al contrario.
Se all’andata però, causa la fretta, non ti accorgi e non ti sorprendi, inevitabilmente al ritorno c’è più di una fermata obbligatoria.
 
CK nella sua classica "posa da fotografia"Sfogli libri alla vista dei quali esclami “Ma come ho fatto a leggerlo?” o “Ecco perchè!” e perdi quasi due nottate a decidere chi mettere vicino a chi. Chiedendoti se Carver sarà contento di avere il suo vecchio amico Kinder a fianco, se Kerouac si farà ancora una bevuta insieme a Corso. Cioran e Pessoa litigheranno o si ignoreranno? E cosa potrebbe uscire da una coppia ancora più strana: Warhol e Tsunemoto.
Altre nottate per i CD, soprendendoti quando inizi a cantare le canzoni a memoria, a ricordarti perfettamente quel momento preciso che ti piaceva così tanto. Decidi allora di usare qualche traccia, quasi suddivise a periodi e fare uno specie di compilation improvvisata (Prima parteSeconda parte).
Ti ricopri le mani di polvere a scartabellare tra i ritagli di giornale, taccuini, diari, fogli sparsi contenenti bozze di racconti, raccolte di poesie (tue o altrui) e riflessioni varie che ripercorrono i dieci anni precedenti della tua vita. A volte sorridi, altre la tua faccia ha un’espressione non riassumibile in poche righe, e questo un po’ ti preoccupa.
 
Sistemi tutto o quasi, l’orologio all’angolo della via indica 1.25 – 27°. Ricacci la testa dentro e capisci che forse è da troppo tempo che ti soffermi sul passato, con il presente che scivola via veloce e un futuro quanto mai confuso.
Magari in questo atto troverai lo stesso effetto del tappeto elastico, più spingi e più salti…
  
N.B. Chi indovina la bonus-track-citazione e spiega perchè, vince una birra.

“Pugni” di Pietro Grossi

28 giugno 2006 2 commenti
Pugni
di Pietro Grossi
– Sellerio - 
 
Guardiamoci negli occhi, a me ‘sta faccenda della boxe piaceva parecchio.
Non so cos’era, se quel senso di sicurezza o la consapevolezza che facevo qualcosa come si deve. Forse tutt’e due, forse anche la formidabile sensazione che c’era un luogo dove avevo qualche numero, o dove comunque potevo battermi ad armi pari.
Là dentro c’era una logica. Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi, ed era sempre uno solo, e pesava quanto te, e se ti batteva voleva dire che era più bravo, o aveva più esperienza, e in entrambi i casi dalla sconfitta non avevi che da imparare. Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perchè ti senti più al sicuro.
*
Vedevo la Capra schivarmi e portare qualche colpo senza mai staccarmi gli occhi di dosso, quei buchi neri cuciti alle mie pupille come lenze di un pescatore.
*
I due ragazzi uscirono dalla stanza quasi tremando, ricordando come un ceffone cosa significasse essere ragazzini. Passarono in fila come carcerati attraverso la grande cucina e il salone, fino al portone d’ingresso. Il padre camminava loro davanti con calma, senza dire una parola e senza mai accennare a voltarsi. Pareva un statua greca in movimento. la stessa rigida, statica perfezione.
[...]
I due ragazzi rimasero in piedi uno accanto all’altro, senza trovare alcuna parola o gesto da cucire al quadro, con un peso morto che grava d’un tratto sulle loro spalle.
*
Quando spariva però Natan non era sempre in città. Qualcuno era pronto a giurare di averlo visto dormire con il suo cavallo nelle radure sulle colline. A Natan era sempre piaciuto starsene da solo, diceva che di se stessi ci si poteva sempre fidare, che per quanto malato o bacato andava sempre a finire che in qualche modo i conti tornavano.
*
Disciplina? Ma come disciplina! Ero il figlio più disciplinato del mondo. Era talmente disciplinato che stavo scomparendo dalla faccia della terra.
*
Il taxi stava già lasciando il centro e si iniziava a spingere su per le colline, e la luce sbiadita del tardo pomeriggio dava a tutto quell’aria intensa e malinconica dei grandi finali.
*
Nico si immaginò Angela seduta bella comoda sulla sua poltrona di pelle nel suo splendido ufficio sul Lungotevere. Se la immaginava là con la cornetta appoggiata alla spalla che mentre parlava faceva versetti annoiati e smorfie sarcastiche, soprattutto se era presente la sua segretaria. Angela non si poteva certo definire simpatica, ma c’era qualcosa in lei e nel suo amaro sarcasmo di cui Nico non sapeva fare a meno. Era una di quelle donne sovrappeso con l’utero pieno di cemento che a un certo punto della loro vita hanno deciso che un buon affare è meglio di dormire con un uomo. Una di quelle donne emancipate che non sanno cucinare e non leggono un libro, ma che vanno in giro con grandi foulard di Hermés al colo e si salvano leggendo l’inserto cultura del “Sole 24 Ore” della domenica.
*
-Nico?- aveva ripreso Piero.
-Dimmi.
-Ma secondo te dove sono finiti i nostri sogni?
-Sogni? Quali sogni?
-Non lo so, ma qualcuno ci doveva pur essere.
-Io sognavo di avere una Panda 4×4.
-E allora?
-E allora adesso ho una panda 4×4.
Piero aveva abbozzato una risata poco convinta ed era tornato in silenzio.
-Mah- aveva detto poi.
-Piero- aveva detto Nico. –I nostri sogni se li è inculati chi è venuto prima di noi.
*
E ogni tanto ti accadono però cose che ti cambiano la vita. E hai voglia poi a tornare indietro e dire no, mi piaceva più prima.
*
E’ inutile stare a raccontarci che siamo tutti uguali, ognuno sfrutta il mondo a modo suo, per arrivare suo malgrado dove gli spetta. C’è chi il coltello lo usa per uccidere e chi per affettarsi una mela. Lo stesso coltello, e tutto ciò che c’è nel mezzo, è il mondo diverso per ognuno di noi.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Un primo racconto decisamente bello, un secondo meno (più per gusto personale che altro) e un terzo in risalita. Calcolando che l’autore è del ’77, un buon esordio, attendendo la seconda prova.
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LONTANI, EPPUR COSI’ VICINI
(i tasti trasfigurano)
 
E lo so
improvvisamente stupido,
altre bambino fantasioso,
mi allontano
 
Dove sei stato? mi chiedi
A saperlo, rispondo
 
Il non volere
sveste la maschera
ingabbiato in fili
da me annodati,
tirati
 
Silenzi e sguardi
persi nel più buio
di angoli lontani
 
Inconsapevolmente
farsi,

farci male
 

26 giugno 2006 2 commenti

X & Y
(itinerari)
 
X: Andiamo a Sulmona.
 
Y: Mah… a me basterebbe vederla qui una mona!
 
 
 
P.S. In onore del fu C.S.M., tanto questa la capisce solo PT.

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“Ricette per il caos” di Crimethinc.

26 giugno 2006 4 commenti
Ricette per il caos
di Crimethinc.
– Arcana - 
 
Quando pensate al caos, forse sotto sotto qualcuno di voi prova un brivido di eccitazione all’idea che “possa succedere qualcosa”, qualcosa che interrompa quella noiosa routine che per molti di noi è la nostra esistenza. Magari non ve la sentite di ammetterlo, ma una catastrofe potrebbe essere l’occasione per fuggire dalla gabbia e avventurarsi nell’ignoto. Che strazio vivere come reclusi sognando una sospensione della pena, senza mai sapere se e quando potrebbe arrivare!
*
L’autodeterminazione comincia e finisce con le vostre iniziative e con le vostre azioni, sia che viviate sotto un regime totalitario sia sotto la volta di una foresta pluviale. Va costruita giorno per giorno, reagendo al mondo che agisce su di voi, e non importa se questo significa darvi malati al lavoro quando c’è una bella giornata, creare un giardino di quartiere con gli amici o far cadere un governo. Non potete fare una rivoluzione che ripartisca equamente il potere se non imparate in prima persona ad esercitarlo e condividerlo. E’ l’atto stesso di esercitare e condividere, a qualsiasi livello, costituisce di per sé il continuo e mai concluso progetto di rivoluzione.
*
L’azione diretta è un mezzo per prendere la sana abitudine di agire invece che stare a guardare: ogni impulso che si riversa nell’azione si moltiplica come per magia. In questa società passiva e paralizzata, abbiamo un disperato bisogno di coltivare dentro noi stessi l’abitudine all’impegno e alla partecipazione. Come si suol dire: se vuoi una cosa, prenditela.
*
Un giorno, quando il conflitto tra popolo e potere si avvicinerà al culmine, tutto ciò che faremo sarà illegale; allora, forse, coraggio e cooperazione l’avranno vinta sulla paura e sulla tirannia, e infrangeremo la legge una volta per tutte. Nel frattempo, ogni esempio di azione diretta, per modesta che sia, è un microcosmo di quel momento decisivo, e un seme potenziale da cui può svilupparsi.
*
“E se mi prendono?”
Ti hanno già preso, coglione.
E se ti liberi?
*
Ciò che fate oggi contiene già di per se la dimensione di quella rivoluzione, sia i suoi limiti che il suo trionfo.
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IL VIDEO DELLA DOMENICA

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I piani non servono a niente, ma la pianificazione è tutto: studiate a fondo il tipo di problema che siete chiamati a risolvere.
  
Dwight D. Eisenhower, 1957
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22 giugno 2006 4 commenti
ALTRO CHE TERZO MILLENNIO, IO VORREI IL CARRETTO CON I BUOI
  
Preambolo: ti alzi alle 7, perché poco prima delle 8 l’idraulico ha detto che passerà ad attaccarti finalmente la caldaia (tra documenti, ritardi, appuntamenti saltati, sono tre settimane che aspetti di poter fare un doccia in casa nuova)
 
8.25
Varchi la soglia dell’ufficio.
 
Prima Ora 9.30
Ti informano che il server (lo stesso dell’inizio del post sotto) arriverà completamente ristabilito, salvo sorprese dell’ultimo minuto, verso mezzogiorno. Inizi a far mente locale se tutte le cose che potevi fare senza ausili informatici, le hai fatte realmente.
 
Terza Ora 11.20
Continui a far balzare lo sguardo tra l’orologio, lì in basso a destra, e la porta dell’ufficio, nell’attesa di veder entrare il tuo caro amato server.
 
Quarta Ora 12.40
Finalmente il server arriva e la pausa pranzo la fai mentre con una mano reggi un kebab ormai freddo e con l’altra rimetti in piedi tutti i servizi necessari.
 
Quinta Ora 13.25
Il server adesso ha ricominciato a lavorare come avrebbe dovuto fare anche nei due giorni precedenti e adesso è il tuo turno: abbassi la testa, chiudi le orecchie e inizi a “prestidigitare” sui tuoi due PC neanche fossi una novella Kali.
 
Settima Ora 15.30
Gli unici intervalli che fai, sono per uscire a fumarti una sigaretta e, se già normalmente sul lavoro aspiri avido per scacciare il fastidio, oggi sembra che ti abbiano venduto un pacchetto con il 50% di tabacco in meno. In più ogni volta che ti alzi dalla sedia sei preoccupato di non riuscire a staccarti e di dover vivere come una tartaruga con quattro rotelle sotto al culo.
 
Nona Ora 17.45
La partita non la guardi, non la senti e sinceramente non ci pensi nemmeno, c’è ben altro (come sempre, c’è sempre un pensiero più in là, dopo).
 
Decima Ora 18.29
Le colleghe alla spicciolata se ne vanno, chi guardandoti con pena e chi girandoti alla larga, probabilmente pensando che la malattia che ti sta riducendo in quelle condizioni sia contagiosa.
 
Dodicesima Ora 20.20
La cena ti viene servita dallo scooterista di turno, che bussa alla finestra del vetro con faccia prima incredula, quando ci metto troppo tempo a rendermene conto e collegare, poi quasi con riluttanza consegna la pizza (allora dev’essere che ho proprio un pessimo aspetto).
 
Quattordicesima Ora 22.20
Inizi a ripetere come un mantra “che vita di merda, che vita di merda…” e anche se sai che comunque il tuo livello di sopportazione, soprattutto in campo lavorativo, è molto basso, la nenia continua “che vita di merda, che vita di merda…”
 
Quindicesima Ora 23.10
Squilla il telefono e, in un lampo inaspettato e improvviso di lucidità, non ti domandi chi possa essere, ma rispondi subito e ancora di più ti stupisci quando le tue labbra mormorano la “parola d’ordine”, prima di ritrovarti una pistola alla nuca puntata da un novello rambo di quelli della vigilanza.
 
Quasi Sedicesima Ora 23.55
La vista inizia a confondere lettere, numeri, righe, contatori. Ormai ti senti appiccicoso ovunque, visto che in ufficio l’aria condizionata te la sogni. Lanci un operazione che finirà domani mattina verso le 7.30/7.45, insomma, pochi minuti prima del tuo arrivo e con quest’ultimo pensiero vai a casa, a farti finalmente la prima doccia e ripetendo il mantra “che vita di merda, che vita di merda…………

22 giugno 2006 12 commenti
OGGETTISTICA VARIA – SubPopCo RMX
(ovverosia, impegnatamente)
 
Premessa: la sua idea, seppur malsana di fondo, mi è piaciuta. Allora ho pensato di cimentarmi anch’io in una spudorata imitazione. Soprattutto alla luce del soffermarsi su quell’impegnatamente del sottotitolo e la sua scomposizione cardine. Soprattutto quando questi giorni caldi ti prendono alla provvista e a te sembra di andare in giro con 150 chili di peso addosso, la metà dello sforzo abituale. Soprattutto se un martedì diverso dagli altri, quando inizia un periodo lavorativo di compiti serrati e circoscritti a solo una decina di giorni, il server dell’ufficio dove lavori decide che fa troppo caldo anche per lui, non vuole lavorare e ha deciso di prendersi una vacanza di qualche giorno.
 
Queste, spero non siano SOLO frasi
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Questo invece è il mio pc, con un nuovo video comprato come regalo alla casa nuova. Durerà ancora molto, perchè non so quando riuscirò a farmi prestare il prossimo dal lavoro e comunque per come lo uso io a casa, basta e avanza
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Forse anche la testiera andrebbe cambiata o quantomeno pulita
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Io non uso borse, ma adesso che fa caldo e non si indossano giubbotti con le tasche larghe, per comodità spesso porto questa “sacca”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dentro comunque non metto molto: taccuino, penna, sigarette, cellulare, accendino…
 
Oggi in pausa pranzo, prima quindi di fare queste foto, ho finito di leggere questo libro:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
PUGNI di Pietro Grossi; un primo racconto bello, un secondo meno e un terzo che risale, calcolando che l’autore è del ’77, un buon esordio.
 
Ancora non ho grossissimi problemi di zanzare, ma se devo, uso questo vecchio VAPE (lo spray nonostante quel che si dice nello spot, appiccica eccome)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ed ho deciso di finire di mettere a posto i cd in casa nuova, rendendomi conto che c’è stato un periodo della mia vita in cui ascoltavo solo musica riconducibile, per comodità, alla definizione di trip-hop, sebben allargata. Tra le mie mani, prima di finire tutti assieme nello stesso porta cd, le discografie in buona parte quasi complete di Tricky & Martina, Massive Attack, Portishead, Lamb, Dj Shadow, Craig Armstrong, Dj Krush, Jay Jay Joahnson, Third Eye Foundation, Dj Cam
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Non ho messo a posto le scarpe perchè è come se ne avessi soltanto due paia:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Non ho nemmeno messo da parte la tessera benzina perchè non ce l’ho, però ho riposto nel portafoglio quella appena iniziata del Doner Kebab, visto che stasera ne ho finita una.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
E con i vestiti siamo a tre NON. Però posso dire che devo proprio a colui dal quale prendo spunto, se dopo secoli di calze blu o nere, per la prima volta posso vantarne un paio simili
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sempre nei commenti al di lui sopra citato post, qualcuno ha tirato in ballo la mia maglietta preferita del momento, che possediamo tutti e due (scoperta che abbiamo fatto quando ci siamo ritrovati, sotto il palco del MiAmi e la voce di Moltheni, e le abbiamo “tirate fuori” rispettivamente uno dalla sua borsa e l’altro dalla sua sacca)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
scalzando momentaneamente questa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sempre a lui, va di culo (dal post di Bolla: “ho anche pensato che fosse il momento buono per mettere a posto l’hd esterno comprato mesi fa ed ancora inutilizzato, ma ho pensato che ci avrebbe lavorato sopra, sto weekend, ciki, e quindi meglio continuare il cazzeggio in giro per la camera”), abbiamo pure lo stesso HD !!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ho fatto una pausa di qualche minuto, osservando prima le coppie e i gruppi che per strada si fanno la passeggiata in centro,
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
girando poi per casa e pensando a questo post.
 
In bagno ho messo davanti alla finestra questa cosa fatta tanto tempo fa, ma che nel straloco è spuntata come un mammut congelato:
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
perchè fuori dalla piccola finestra, che a dire il vero guardo il meno possibile, c’è purtroppo questa visuale (unica pecca della nuova casa):
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
E ho riso, quando girandomi, ho visto questo (che è l’unica cosa in vendita, a differenza sua):

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Andando in cucina/salotto mi rendo conto che non c’è niente di riconducibile alla categoria cibarie da fotografare, non sono un patito del cibo, non ho vizi particolari e se forse c’è una cosa che immancabilmente non manca, quando vado a fare la spesa con i miei poveri ticket da 2.60 euro giornalieri
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(a parte la birra) sono le Fiesta (qui occasionalmente accompagnate dalle Girella), solitamente consumate di notte per soddisfare eventuali chimiche improvvise
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ho però “l’utensile”, questa tazza:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
E se devo farvi vedere qualcos’altro, le altre due forme di vita che abitano con me: la mia unica pianta
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
e il mio unico animale domestico (nella foto ritratto mentre mi sta aiutando nell’ardua decisione di dove mettere quel cd o quell’altro)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Non ho una bicicletta, anche se sono secoli che dovrei andarmela a comprare alla fiera di Sinigalia. Non vi faccio vedere le scale visto che qui si fa a turno la pulizia, per risparmiare, ma mi sembra di aver già capito che l’assenza per malattia è altamente tollerata. Ma la mia macchina sì, (anche se non ha un bell’aspetto, la meccanica è a posto).
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La fanculaggine di non voler fermarsi, cercare il telecomando, schiacciare il pulsante, aspettare che il cancello si apra, mollare il freno… e invece ripetersi “Tanto passando dalla fotocellulla, il cancello si aprirà alla velocità della luce, invece che al solito ritmo da bradipo, e io entrerò tranquillamente”.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Questo invece capita quando sei in una sede di zona per risolvere un problema, sei riuscito a risolverlo e appena entrato in macchina, ti squilla il TUO cellulare, perchè figuriamoci se dove lavoro esiste il concetto di “aziendale”. E ti senti dire “Houston abbiamo un problema”, allora ingrani la retromarcia, pronto a farti la strada a razzo, ma ti dimentichi che hai un palo a qualche metro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Lo specchietto invece me l’hanno fatto. Ho già a casa quello nuovo, ma finché non cade del tutto, col cazzo che lo cambio.
 
E alla fine non so sei io sia riuscito nell’intento iniziale, adesso so solo che toglierò dal lettore Anja Garbarek, spegnerò la luce
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
e andrò in camera, a sentire fuori cosa si dice.

21 giugno 2006 2 commenti
3 X 2
(… save your energy for someone …)
 
 
 
 
 
 
 
 

 Elf Power – Peel back the moon beware
 
 
 

°°° 
Bonus: i 100 migliori video secondo Pitchfork (via Boss)
 
°°°
UpDate 13.42
Qui, in download una traccia del nuovo disco dei Say Hi To Your Mom (Impeccable blahs).

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“Ritratto dell’artista da cucciolo e altri racconti” di Dylan Thomas

Ritratto dell’artista da cucciolo e altri racconti
di Dylan Thomas
– Einaudi - 
 
L’oscurità scese troppo bruscamente sul vicolo, i muri si strinsero l’uno all’altro e i tetti si accucciarono.
*
Era la prima volta che dormivo a casa del nonno. Mentre mi arrampicavo sul letto per coricarmi, le assi del pavimento avevano squittito come sorci, e i sorci nelle tramezze avevano scricchiolato come legno, come se calpestati da un altro ospite.
*
Fare l’ipocrita mi dava quasi la stessa soddisfazione che essere bugiardo: dava un senso di calore e di vergogna.
*
Il vento soffiava lungo il Verme anche in questa giornata di massima calma. All’estremità del corpo gibboso e serpentino, una folla mai vista di gabbiani piangeva su suoi morti recenti e sugli escrementi di secoli. Sulla punta, il timbro tranquillo della mia voce fu raccolto e ingigantito in un cavernoso rimbombo, come se il vento avesse formato intorno a me una conchiglia o una grotta, con pareti e volte azzurre e intangibili, alte e ampie come tutto l’arco del cielo, e lo sbatter d’ali dei gabbiani si tramutò in un rombo di tuono.
*
Dal suo deserto, il giovane vide, come proiettato davanti a sé, il sabato di festa, falso e lezioso, in superfici senza rilievo sotto la volgarità del sole: famiglie in gita cariche di cartocci, secchielli, palette, parasoli e bottiglie; fanciulle accaldate e felici, pur con la schiena dolente per le bruciature, e l’olio di noce nelle borsette; giovanotti abbronzati con toraci da atleti e altri giovani in panciotto pallidi e invidiosi; pelose e patetiche gambe stecchite di mariti che camminavano silenziosi in acqua; bambini ricciuti e paffuti, e bambini con la testa rapata e il gobbino, che di nulla si facevano un’incredibile delizia nella rena sporca; tutto lo commuoveva nella sua solitudine, e in maniera che gli parve drammatica, lo riportava a un’antica vergogna e pietà; staccato da ogni festa,come chi sia condannato in eterno alla compagnia delle proprie fantasie, lontano dalla bestialità e dalla forza viva e volgare che il sole aveva destato in quella carne estiva e sudata in un giorno e in un mondo di vacanza il giovane accolse la palla, gettata da un ragazzo con un vassoio di latta a mo’ di mazza da cricket, e si alzò per rilanciarla.
*
… e in me c’era più amore di quanto potessi mai usare o volere nella vita.
*
- E ora, parlando seriamente, che atteggiamenti si deve assumere di fronte all’uniformarsi dell’individuo? – chiese Mr Evans. Maud era ancora in cucina e la sentiva sbatacchiare le stoviglie.
- Rispondo alla domanda con un’altra, – disse Mr Roberts, appoggiando una mano sul ginocchio di Mr Evans: – Esiste ancora un individualismo? L’età delle masse produce l’uomo delle masse. La macchina produce l’uomo meccanico.
*
Mentre l’ubriaco gli si avvicinava barcollante, con passo ostinato, intento a reggere la propria dignità come un bicchiere colmo sul ponte di una nave nella tempesta.
*
E uomini più anziani, appesi ai grandi neri uccelli circolari dei loro ombrelli, tornavano sospinti, su per la collina illuminata dai lampioni, a caldi, sicuri focolari forniti di pantofole, e a mogli chiamate Mamma, e a vecchi, affezionati, pulciosi cani, e al chiacchiericcio delle radio.
*
Pensava: i poeti vivono e camminano insieme alla loro poesia. L’uomo a cui è dato avere visioni non ha bisogno di altra compagnia. Il sabato è la giornata che gli uomini consacrano alla materia; devo andare a casa, chiudermi in camera mia e sedere accanto al radiatore. Ma lui non era un poeta che vive e cammina, era solo un giovane in una cittadina di mare, in un afoso pomeriggio di Ferragosto, con due sterline in tasca; non aveva visioni, solo quelle due sterline e un corpo minuscolo, solidamente piantato sulla spiaggia cosparsa di rifiuti. La serenità conveniva ai vecchi. Si allontanò, attraversando le linee ferroviarie verso la strada e le rotaie del tram.
*
L’immondo fischiare dei serpenti aveva suggerito il rumore dell’acqua, ed egli vi era annegato, Era caduto sempre più giù, sotto verdi movimenti e le bolle d’aria che uscivano dalle bocche dei pesci, sempre più giù fin sugli ossuti pavimenti del mare.
*
Egli non poteva capire, dopo l’orrore che aveva trovato nei simboli tradotti, perchè il mare dovesse indicare le stelle feconde e infallibili con la cresta di ogni onda, e un’immagine di possesso disturbare la luna nel suo letargico corso.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Una prima parte “tradizionale” e una seconda molto più ”sperimentale”. Non male la prima (Lo straordinario Tossetta, Chi vorresti che fosse qui con noi, Come i cani, Le pesche, La vecchia Garbo), più confusa la seconda (anche se c’è il miglior racconto della raccolta: Il topo e la donna). In defintiva: lo preferisco molto di più in versi.

18 giugno 2006 3 commenti

IL VIDEO DELLA DOMENICA

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“Gesti indelebili” di A.L. Kennedy

Gesti indelebili
di A.L. Kennedy
– minimumfax - 
 
Rimase sveglio, vide l’alba che scivolava sul soffitto e fu quasi sorpreso: in un certo senso si aspettava che il giorno sarebbe iniziato in modo diverso, o che non sarebbe mai arrivato, perchè tutte le cose più importanti erano già successe.
*
Quanti anni aveva? Non si capiva a guardarla. Sui vari documenti c’era la data di nascita e non era certo un compito disumano calcolare che la bambina aveva dieci anni, ma lui gliene avrebbe dati dodici, o di più, perchè aveva un’aria molto stanca e un’immobilità profonda. Ciò significava che in qualche modo per lui spossatezza e staticità erano direttamente proporzionali all’età di una persona. Senz’altro erano direttamente proporzionali alla sua.
*
“Questo però non è un trucco”.
“No, lo vedo”.
“E’ un esercizio di allenamento, per mantenere agili le dita”. E per via del mio umore, l’ho detto che sono troppo intimo e indiscreto. Continuavo a parlare per non arrossire. “I maghi di un tempo si allenavano fino all’inverosimile. Houdini imparò addirittura a prendere gli spilli con le ciglia”.
Lei ha aggrottato un po’ la fronte, facendo tremare la sostanza di ogni cosa. “Perchè?”
“Perchè pensava che doveva esserne capace”.
*
E poi: “Senti, ma… nonèchetumagari… perchè io…”, aveva la sensazione che il cervello gli fosse scivolato dietro gli occhi, come per un tracollo, e stesse cominciando a putrefarsi, “perchè davvero io…”, e ormai era sul punto di accasciarsi al suolo come una salopette sporca buttata per terra. “Io… Melissa”.
Naturalmente lei non lo capì, non l’avrebbe capito nessuno. “Cosa vuoi dire? Non capisco cosa vuoi dire”. La testa gli si svuotava sempre più e a un certo punto sembrò precipitarsi di propria iniziativa nell’aria pesante e appiccicosa e poi Tom si rese conto, con orrore, di essere in grado di distinguere il cambiamento di espressione di Melissa, che passava dalla confusione, mista a paura, a un vago divertimento e infine al disgusto. Quando arrivò al disgusto fu la fine di tutto.
*
La realtà è che è finita male. Malissimo. All’inizio ridevamo della gente che non conoscevamo e poi, visto che eravamo così felici e a nostro agio, abbiamo cominciato a ridere l’uno dell’altra e abbiamo visto che eravamo in mani sicure, perchè non facevamo sul serio. Ma poi una frecciatina tira l’altra, una ferita tira l’altra e allora finivamo per chiederci scusa e ci scambiavamo gesti di tenerezza che senti solo quando ti sei fatto male. Non lo facevamo apposta: nessuno voleva veramente attaccare, ci stavamo solo difendendo.
*
Le ore gli si solidificavano intorno: divennero un giorno, due, una settimana.
*
Mi stava parlando di suo padre. Succedeva spesso che ci scambiassimo informazioni personali come se ognuno di noi fosse un modulo che l’altro doveva compilare, con gioia.
*
E la stanza ha girato per permettermi di guardarla in faccia, abbracciarla e riacquistare così l’equilibrio e darle un altro bacio. Le mani di Elizabeth si sono allacciate dietro la mia schiena, in basso, sulle reni, proprio dove era appena sbocciata e cominciava a filtrare un’intensa sensazione d’argento mentre noi ci chiudevamo in quel primo contatto.
*
“A lunedì, allora”. E non l’ho detto per comunicare la mia intenzione di andarmene, ma allo stesso tempo non trovavo una scusa per rimanere. Il cuore aveva cominciato a battermi forte, faceva tremare tutto. Ero sicuro che si vedesse.
*
Non voglio niente che ricordi il momento in cui dobbiamo dire basta. Non voglio intristirmi di già e dovergli spiegare il motivo.
Voglio continuare a raccogliere a fare l’inventario completo delle sue cose senza distrazioni. Quando tornerò a casa lui avrà impregnato di sé tutti i miei ricordi, il mio sangue odorerà di lui, penserò con la sua voce e riuscirò a stare da sola, a stare con gli altri, e a ricordare sempre senza soffrire le cose di lui di cui ho bisogno.
Spero davvero che questa cosa a un certo punto possa diventare realtà: che a un certo punto possa succedere questo: che Laurie diventi come chiunque altro, una persona qualsiasi, una persona nuova.
*
Un raffica di vento soffiò e la spinse con forza, mentre l’idea minacciosa della vita che le rimaneva da vivere le passò accanto sferragliando, sputando, facendo sanguinare le solite vecchie ferite.
*

Se fosse andata oltre si sarebbe ritrovata nel Pacifico, in Russia, in Cina, sarebbe tornata al punto di partenza, ma sempre fuori luogo anche a casa.
*
Al riparo, stretta tra la macchina e il suo corpo, sentivo i suoi guanti lungo la spina dorsale, il freddo sottile di una cerniera, l’incastro perfetto del nostro interesse reciproco, del nostro essere noi insieme, del nostro ritrarci di scatto.
*
La mente ripiombò nella lista delle cose spinte che gli sarebbe piaciuto provare. Con Amanda erano cose ovvie, si facevano e basta. Anzi, su ognuna di esse lei aveva le sue idee e le sue abitudini di esecuzione. Ogni volta che lui cercava di sorprenderla, era lei che sorprendeva lui, gli afferrava le fantasie, gliele spogliava e le spalancava con il suo piacere clinico, la sua realtà.
*
Ma vederci non ci rende felici, ci fa solo venire voglia di essere felici.
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Ha vestiti comodi, ma non brutti. L’ho visto, caldo e appena sveglio, più o meno sette ore fa, che sceglieva cosa mettersi e faceva avanti e indietro tra l’armadio e il letto, e a vederlo nudo mi facevano male gengive, mi si contraevano i palmi delle mani. Sono costituzionalmente predisposta per questo genere di sensazioni, ho fili elettrici lungo tutto il corpo. Cerco di trovare una forma di isolamento, di interruzione del flusso di corrente, ma ogni volta lui preme l’interruttore e sembra volermi dimostrare che io non sono capace di mettere fine a questa cosa, che qualsiasi alternativa non sarebbe mai all’altezza.
*
Il giornale non costava poco, ma Tom lo buttò in un cestino prima di arrivare al supermercato: era troppo pesanti, aveva troppi inserti e un titolo angosciante. I supplementi colorati, quelli già sapeva che doveva evitarli: o erano pieni di giovani tutti belli e rilassati, o di anziani coraggiosi, ma comunque vecchi, Gli articoli non erano rivolti al lettore disilluso di mezza età.
*
Per questo motivo trascorriamo molto tempo insieme. Il fine settimana prendiamo la bici e facciamo il giro dei campi da gioco, andiamo al cinema. Gli ho insegnato a prendere la palla, a fischiare e anche a nuotare, bene o male. Ma a un certo punto lui mi guarda, tra gli alberi accanto alla pista per il salto in lungo, o in piscina, con gli occhi rossi e la pelle scintillante, mi immobilizza con lo sguardo e io smetto di fingere, e sia io che lui ci ricordiamo che non ci stiamo divertendo. Ogni divertimento non è più tale se stiamo insieme: non siamo abbastanza. Siamo gli unici veri amici che abbiamo e come coppia siamo una fonte di continua delusione reciproca, e spesso veniamo presi da questi brevi, tristi pause di riflessione. Dopo le quali ci abbracciamo e ci prendiamo un po’ per mano perchè ci facciamo pena a vicenda, ma la compassione non è la stessa cosa dell’amore. Poi ricominciamo a fare quello che dobbiamo fare: il padre e il figlio.
*
E sembra quasi impossibile che tanta attenzione possa essere risucchiata dalla curva delle spalle di una persona, dalla sua testa vista dall’alto, il rumore dei suoi passi, il sole di marzo che entra da una finestra sporca esposta a sud e indugia sui suoi capelli, esaltandone la forma e la luminosità. Lei intanto continuava a salire le scale e quando ho potuto vederla in faccia mi sono reso conto che trattenevo il respiro da oltre un minuto. Mi ha sorriso come sorridono le persone gentili quando incrociano uno sconosciuto inoffensivo. Pieno di fiato fino a scoppiare, ho cercato discostarmi dalla ringhiera, ma il mio corpo era inchiodato e i polmoni mi facevano male. Lei ha continuato leggera superandomi, ha infilato la porta antincendio e ha proseguito nel corridoio. Non riuscivo nemmeno a girare la testa.
*
Che lei avrebbe avuto addosso il profumo di bagnoschiuma, quei piccoli profumi diversi, quel sapore pulito di sera tranquilla che ha una donna quando le respiriamo vicino, quando ingoiamo; e poi l’odore della sua pelle, la sua pelle così vicina che baci, sulla guancia e accanto alle labbra, che accarezzi con la mano – lentamente, seriamente, perchè è così che si fa quando si trova la propria amata. E tu stasera la vuoi vedere completamente, vuoi vedere tutto, vuoi farla sudare su di te, vuoi urlare e correre, tremare fino a raggiungere la felicità, tutti e due.
*
L’amore è un po’ come la luce. E’ senza soluzione di continuità, riesce a trovarti sempre, prende la strada più sicura, più breve, come se fosse segnata, e parte della tua natura, la linea dove tu e l’amore siete destinati a incontrarvi. E’ la tua legge, la fisica della tua esistenza. Scompare e riappare come se niente fosse e tu ti senti perso. E’ bellissimo, terribile, accecante, e non riuscirai mai a scoprire il trucco che c’è dietro.
*
… nel silenzioso bagliore incendiario alla fine del giorno. 
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Non mi è piaciuta molto questa raccolta. Principalmente per come lo stile dell’autrice si adatta nei racconti, rendendoli alla mia lettura troppo marginali, non facendomi entrare nella situazione, nell’atmosfera, ma lasciandomi fuori a vedere, senza sentire poi molto. Un raccolto molto buono c’è “Gesti indelebili”, ma anche “Altrove” e “Un po’ come la luce” mi sono piaciuti.
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X & Y
(Sceglie la busta A, B o C?)
 
X: Ciao, come stai?
Y: Bene e tu?
X: Bene grazie.
Dopo qualche secondo di silenzio.
Y: Magari proprio bene no, però…
X: Infatti, ma tanto lo si dice, no?

Y fa un vago cenno d’assenso e si allontana senza rispondere veramente.

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15 giugno 2006 2 commenti
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14 giugno 2006 6 commenti
CIRCULAR HUMAN BEING
 
Nuova visione notturnaQuesta è la prima vera notte calda della stagione ed è anche la prima in cui “scrivi” qualcosa in una nuova casa che non senti ancora tua, ma che anzi si porta dentro troppa nostalgia di quella vecchia.
 
Pensi che per fortuna ci sono persone in grado di capire che spesso le azioni stupide, siano esse gesti o parole, sono frutto di quella parte di ognuno che bisogna pur conoscere per poterla combattere.
Pensi che se non hai disimparato a chiedere scusa, si può mettere freno alla caduta libera dell’autostima nell’ultimo periodo.
Pensi che la gente è fatta di relazioni in cui si ride, parla, ci si tocca, comunica forse (a volte il contrario di tutto questo) e tu? Tu ti senti spesso lontano, quasi astratto, perchè hai la sensazione di essere un “registratore sensoriale” che però funziona male, forse guasto.
Pensi a una persona che stasera ti ha chiamato per sapere se stavi bene, preoccupata da come ti aveva visto nel pomeriggio, ma soprattutto realizzi che con quella persona non riesci a fingere il contrario.
Pensi di essere un reticente convinto, se è addirittura dagli ultimi giorni di dicembre che uno dei tuoi dischi più suonati è questo (anche adesso!). Allora ben vengano i ventisei gradi che in questo momento segnala l’orologio all’angolo, magari saranno in grado di sciogliere qualcosa.
Pensi che dopotutto anche questa nuova finestra inizia un po’ a piacerti.
Pensi che ti dovresti concentrare su una cosa sola, dare tutto te stesso, ma non sai ancora quale.
Pensi che forse sarebbe ora di smetterla di pensare (ah!) perchè questa sensazione, che forse a nominarla insoddisfazione è la cosa più onesta possibile (coadiuvata da una confusione a tratti molto materiale), la vivo, ma la creo al tempo stesso.
 
Questa è la prima vera notte calda della stagione ed è anche la prima in cui mi chiedo in continuazione in quale cazzo di scatolone avrò messo il Vape!! Le zanzare mi stanno mangiando vivo.
 
_________________
 
Cosmetic – Phon
 
[Rif. Cosmetic &
Tafuzzy Records]

“Appuntamento a Samarra” di John O’Hara

13 giugno 2006 1 commento
Appuntamento a Samarra
di John O’Hara
– minimumfax -
 
Capita a volte di farsi una determinata idea di una persona senza nessuna ragione; durante i ventisei anni della sua vita, Al Greco aveva imparato una cosa, e cioè che quando si ha una certa sensazione sul conto di qualcuno, una sensazione continua e quasi fastidiosa, finisce sempre col capitare qualcosa che schiarisce le idee, e allora si capisce di averci azzeccato in pieno e di aver avuto torto marcio.
*
Ma ciò non significava che la conoscesse veramente. Tutt’altro. Significava semplicemente che, quando le era vicino, le era vicino più di chiunque altro, ma che (e questa era la prima volta che gli balenava tale pensiero), quando le era lontano, lo era forse più di chiunque altro.
*
I giorni si univano, perdendo ogni identità e formando un unico complesso.
*
Mi ha tradita. A che serve tentare di illudermi? Lo so che mi ha tradita, e anche se cercassi di trovare mille scuse e convincermi del contrario, tornerei sempre allo stesso punto: mi ha tradita. E per che cosa? Per provare un piccolo brivido di trasgressione con una donna che… oh! credevo l’avesse fatta finita con cose del genere. Non ne ha forse avuto abbastanza prima di sposarmi? Crede di essere ancora uno studentello del college? Crede forse che non avrei potuto fargli la stessa cosa anch’io, decine di volte? Non lo sa… no, certo, non lo sa mica che, di tutti i suoi amici, Whit Hofman di cui posso dire in tutta onestà che non ha mai tentato di ottenere qualcosa da me. L’unico. Ah, Julian, stupido, odioso, meschino, vigliacco, schifoso figlio di puttana, quanto ti odio! Tu mi stai facendo questo e sai che me lo stai facendo. Lo sai. L’hai fatto apposta! Perchè? Non è stato soltanto per vendicarti, non è stato soltanto perchè non sono voluta venire in macchina con te. Sei tanto sciocco e cieco dopo quattro anni e mezzo da non capire che ci sono dei momenti in cui non mi va di farlo, punto e basta? deve sempre esserci una ragione? Una scusa? Dovrei proprio essere pronta diseredarti per sempre, eccetto quando non sto bene? Se non fossi tanto sciocco sapresti che in quel periodo ti desidero più che mai. Ma tu mandi giù un po’ d’alcol e vuoi essere irresistibile; e invece non lo sei. Dovresti averlo capito; ma non l’hai capito. Non lo capirai mai. Se ti amo? Sì, ti amo. Lo dico come se dicessi: ho il cancro. Ho il cancro, ho il cancro. Ah, quanto sei affascinante, tu. Ah, che ragazzone irresistibile che sei, guarda come sai sprizzare fascino da un momento all’altro con la stessa facilità con cui apri il rubinetto del bagno! Il rubinetto del bagno… il rubinetto del bagno… Ti vorrei vedere morto.
*
Aveva determinato in lui un cambiamento, e i cambiamenti eccessivi non sono mai un bene. Nella vita possiamo sopportare soltanto un certo numero – piuttosto limitato – di cambiamenti.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
La cose che mi sono piaciute di più in questo romanzo sono: il ritmo che parte lento per continuare a tendersi fino all’accelerazione finale e la sicurezza con cui il narratore tratta la materia prescelta, la società  borghese, con i suoi riti, manie, ecc., degli anni ’30. Un buon romanzo decisamente anche se mi lascia dubbioso la sua inclusione da parte della Modern Library tra i migliori cento libri in lingua inglese del ventesimo secolo o da parte di Time tra i cento migliori romanzi, sempre di lingua inglese, di tutti i tempi.
Nonostante il suo straordinario valore di affresco sociale e di ritratto di un matrimonio, Appuntamento a Samarra resta spaventosamente impresso nel ricordo dei lettori soprattutto come descrizione di un uomo rovinato dall’alcol e dall’orgoglio. - dalla prefazione di John Updike

“Il mondo è frequentato dagli angioli e dalle fate. E chi si distrae cinque minuti a legarsi una scarpa, a scrivere un articolo o a comprare una scatola di cerini, perde un appuntamento col cielo e con la bellezza”

 

Emilio Cecchi

UN PO’ COME LA MIA TESTA NELL’ULTIMO PERIODO

 
 

 
 
 

    Dirty Pretty Things 

   "Bang bang you’re dead"