Gesti indelebili
di A.L. Kennedy
– minimumfax -
Rimase sveglio, vide l’alba che scivolava sul soffitto e fu quasi sorpreso: in un certo senso si aspettava che il giorno sarebbe iniziato in modo diverso, o che non sarebbe mai arrivato, perchè tutte le cose più importanti erano già successe.
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Quanti anni aveva? Non si capiva a guardarla. Sui vari documenti c’era la data di nascita e non era certo un compito disumano calcolare che la bambina aveva dieci anni, ma lui gliene avrebbe dati dodici, o di più, perchè aveva un’aria molto stanca e un’immobilità profonda. Ciò significava che in qualche modo per lui spossatezza e staticità erano direttamente proporzionali all’età di una persona. Senz’altro erano direttamente proporzionali alla sua.
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“Questo però non è un trucco”.
“No, lo vedo”.
“E’ un esercizio di allenamento, per mantenere agili le dita”. E per via del mio umore, l’ho detto che sono troppo intimo e indiscreto. Continuavo a parlare per non arrossire. “I maghi di un tempo si allenavano fino all’inverosimile. Houdini imparò addirittura a prendere gli spilli con le ciglia”.
Lei ha aggrottato un po’ la fronte, facendo tremare la sostanza di ogni cosa. “Perchè?”
“Perchè pensava che doveva esserne capace”.
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E poi: “Senti, ma… nonèchetumagari… perchè io…”, aveva la sensazione che il cervello gli fosse scivolato dietro gli occhi, come per un tracollo, e stesse cominciando a putrefarsi, “perchè davvero io…”, e ormai era sul punto di accasciarsi al suolo come una salopette sporca buttata per terra. “Io… Melissa”.
Naturalmente lei non lo capì, non l’avrebbe capito nessuno. “Cosa vuoi dire? Non capisco cosa vuoi dire”. La testa gli si svuotava sempre più e a un certo punto sembrò precipitarsi di propria iniziativa nell’aria pesante e appiccicosa e poi Tom si rese conto, con orrore, di essere in grado di distinguere il cambiamento di espressione di Melissa, che passava dalla confusione, mista a paura, a un vago divertimento e infine al disgusto. Quando arrivò al disgusto fu la fine di tutto.
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La realtà è che è finita male. Malissimo. All’inizio ridevamo della gente che non conoscevamo e poi, visto che eravamo così felici e a nostro agio, abbiamo cominciato a ridere l’uno dell’altra e abbiamo visto che eravamo in mani sicure, perchè non facevamo sul serio. Ma poi una frecciatina tira l’altra, una ferita tira l’altra e allora finivamo per chiederci scusa e ci scambiavamo gesti di tenerezza che senti solo quando ti sei fatto male. Non lo facevamo apposta: nessuno voleva veramente attaccare, ci stavamo solo difendendo.
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Le ore gli si solidificavano intorno: divennero un giorno, due, una settimana.
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Mi stava parlando di suo padre. Succedeva spesso che ci scambiassimo informazioni personali come se ognuno di noi fosse un modulo che l’altro doveva compilare, con gioia.
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E la stanza ha girato per permettermi di guardarla in faccia, abbracciarla e riacquistare così l’equilibrio e darle un altro bacio. Le mani di Elizabeth si sono allacciate dietro la mia schiena, in basso, sulle reni, proprio dove era appena sbocciata e cominciava a filtrare un’intensa sensazione d’argento mentre noi ci chiudevamo in quel primo contatto.
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“A lunedì, allora”. E non l’ho detto per comunicare la mia intenzione di andarmene, ma allo stesso tempo non trovavo una scusa per rimanere. Il cuore aveva cominciato a battermi forte, faceva tremare tutto. Ero sicuro che si vedesse.
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Non voglio niente che ricordi il momento in cui dobbiamo dire basta. Non voglio intristirmi di già e dovergli spiegare il motivo.
Voglio continuare a raccogliere a fare l’inventario completo delle sue cose senza distrazioni. Quando tornerò a casa lui avrà impregnato di sé tutti i miei ricordi, il mio sangue odorerà di lui, penserò con la sua voce e riuscirò a stare da sola, a stare con gli altri, e a ricordare sempre senza soffrire le cose di lui di cui ho bisogno.
Spero davvero che questa cosa a un certo punto possa diventare realtà: che a un certo punto possa succedere questo: che Laurie diventi come chiunque altro, una persona qualsiasi, una persona nuova.
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Un raffica di vento soffiò e la spinse con forza, mentre l’idea minacciosa della vita che le rimaneva da vivere le passò accanto sferragliando, sputando, facendo sanguinare le solite vecchie ferite.
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Se fosse andata oltre si sarebbe ritrovata nel Pacifico, in Russia, in Cina, sarebbe tornata al punto di partenza, ma sempre fuori luogo anche a casa.
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Al riparo, stretta tra la macchina e il suo corpo, sentivo i suoi guanti lungo la spina dorsale, il freddo sottile di una cerniera, l’incastro perfetto del nostro interesse reciproco, del nostro essere noi insieme, del nostro ritrarci di scatto.
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La mente ripiombò nella lista delle cose spinte che gli sarebbe piaciuto provare. Con Amanda erano cose ovvie, si facevano e basta. Anzi, su ognuna di esse lei aveva le sue idee e le sue abitudini di esecuzione. Ogni volta che lui cercava di sorprenderla, era lei che sorprendeva lui, gli afferrava le fantasie, gliele spogliava e le spalancava con il suo piacere clinico, la sua realtà.
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Ma vederci non ci rende felici, ci fa solo venire voglia di essere felici.
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Ha vestiti comodi, ma non brutti. L’ho visto, caldo e appena sveglio, più o meno sette ore fa, che sceglieva cosa mettersi e faceva avanti e indietro tra l’armadio e il letto, e a vederlo nudo mi facevano male gengive, mi si contraevano i palmi delle mani. Sono costituzionalmente predisposta per questo genere di sensazioni, ho fili elettrici lungo tutto il corpo. Cerco di trovare una forma di isolamento, di interruzione del flusso di corrente, ma ogni volta lui preme l’interruttore e sembra volermi dimostrare che io non sono capace di mettere fine a questa cosa, che qualsiasi alternativa non sarebbe mai all’altezza.
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Il giornale non costava poco, ma Tom lo buttò in un cestino prima di arrivare al supermercato: era troppo pesanti, aveva troppi inserti e un titolo angosciante. I supplementi colorati, quelli già sapeva che doveva evitarli: o erano pieni di giovani tutti belli e rilassati, o di anziani coraggiosi, ma comunque vecchi, Gli articoli non erano rivolti al lettore disilluso di mezza età.
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Per questo motivo trascorriamo molto tempo insieme. Il fine settimana prendiamo la bici e facciamo il giro dei campi da gioco, andiamo al cinema. Gli ho insegnato a prendere la palla, a fischiare e anche a nuotare, bene o male. Ma a un certo punto lui mi guarda, tra gli alberi accanto alla pista per il salto in lungo, o in piscina, con gli occhi rossi e la pelle scintillante, mi immobilizza con lo sguardo e io smetto di fingere, e sia io che lui ci ricordiamo che non ci stiamo divertendo. Ogni divertimento non è più tale se stiamo insieme: non siamo abbastanza. Siamo gli unici veri amici che abbiamo e come coppia siamo una fonte di continua delusione reciproca, e spesso veniamo presi da questi brevi, tristi pause di riflessione. Dopo le quali ci abbracciamo e ci prendiamo un po’ per mano perchè ci facciamo pena a vicenda, ma la compassione non è la stessa cosa dell’amore. Poi ricominciamo a fare quello che dobbiamo fare: il padre e il figlio.
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E sembra quasi impossibile che tanta attenzione possa essere risucchiata dalla curva delle spalle di una persona, dalla sua testa vista dall’alto, il rumore dei suoi passi, il sole di marzo che entra da una finestra sporca esposta a sud e indugia sui suoi capelli, esaltandone la forma e la luminosità. Lei intanto continuava a salire le scale e quando ho potuto vederla in faccia mi sono reso conto che trattenevo il respiro da oltre un minuto. Mi ha sorriso come sorridono le persone gentili quando incrociano uno sconosciuto inoffensivo. Pieno di fiato fino a scoppiare, ho cercato discostarmi dalla ringhiera, ma il mio corpo era inchiodato e i polmoni mi facevano male. Lei ha continuato leggera superandomi, ha infilato la porta antincendio e ha proseguito nel corridoio. Non riuscivo nemmeno a girare la testa.
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Che lei avrebbe avuto addosso il profumo di bagnoschiuma, quei piccoli profumi diversi, quel sapore pulito di sera tranquilla che ha una donna quando le respiriamo vicino, quando ingoiamo; e poi l’odore della sua pelle, la sua pelle così vicina che baci, sulla guancia e accanto alle labbra, che accarezzi con la mano – lentamente, seriamente, perchè è così che si fa quando si trova la propria amata. E tu stasera la vuoi vedere completamente, vuoi vedere tutto, vuoi farla sudare su di te, vuoi urlare e correre, tremare fino a raggiungere la felicità, tutti e due.
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L’amore è un po’ come la luce. E’ senza soluzione di continuità, riesce a trovarti sempre, prende la strada più sicura, più breve, come se fosse segnata, e parte della tua natura, la linea dove tu e l’amore siete destinati a incontrarvi. E’ la tua legge, la fisica della tua esistenza. Scompare e riappare come se niente fosse e tu ti senti perso. E’ bellissimo, terribile, accecante, e non riuscirai mai a scoprire il trucco che c’è dietro.
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… nel silenzioso bagliore incendiario alla fine del giorno.
Postilla squisitamente PERSONALE
Non mi è piaciuta molto questa raccolta. Principalmente per come lo stile dell’autrice si adatta nei racconti, rendendoli alla mia lettura troppo marginali, non facendomi entrare nella situazione, nell’atmosfera, ma lasciandomi fuori a vedere, senza sentire poi molto. Un raccolto molto buono c’è “Gesti indelebili”, ma anche “Altrove” e “Un po’ come la luce” mi sono piaciuti.
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