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Archivio per aprile 2006

30 aprile 2006 5 commenti
 
Se dio esistesse e se mi dovesse capitare di incontrarlo, gli stringerei la mano e gli direi, “Bravo”, per aver creato questa perfetta alchimia di corpi.
 
03.40
Perchè mi è vietato il libero e naturale sentire… incatenato al pensare, alla sua proiezione immaginifica.

28 aprile 2006 1 commento

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“A me stesso” di Oswald Spengler

28 aprile 2006 4 commenti
A me stesso
di Oswald Spengler
– Adelphi - 
 
Riposo significa per me la sensazione di camminare in una città in cui nessuno mi conosce.
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Queste cose le vedo davanti a me con un’evidenza tangibile. E’ per me una sofferenza concepirle in termini discorsivi e addirittura metterle per iscritto. In tal modo la visione per così dire svanisce, tutto diventa misero e prosaico. Non sono mai stato soddisfatto di ciò che ho scritto. Stava troppo al di sotto di ciò che avevo visto.
*
Mondo interiore, tenuto ben chiuso a tutti gli altri. Progetti di palazzi, viaggi esplorativi, poesie.
*
All’università: indifferente verso ogni forma di sapere specialistico. Non ascoltavo quasi mai. Sempre intento a rimuginare.
*
Alla domanda: “Lei cosa ne pensa?”, mi verrebbe sempre da rispondere: “E che gliene importa?”.
*
“Gli uomini che pensano profondamente appaiono a se stessi commedianti nei rapporti con gli altri, perchè allora, per essere capiti, devono sempre simulare una superficie” (Umano, troppo umano – Nietzsche)
Ecco le mie menzogne. Ho sempre avuto paura di esprimere la mia vera opinione – oppure non ho mai saputo come farlo. La mia vita interiore seguiva il suo corso, solo la mia coscienza prendeva parte alla vita sociale.
*
Questa nausea sconfinata, che dura intere settimane, per qualsiasi attività filosofica. Quando la più meschina esistenza impiegatizia appare più dignitosa, quando non si desidera altro che fare il più semplice lavoro alla giornata, solo per scrollarsi di dosso la sensazione della propria superfluità e del proprio parassitismo.
*
Devo attendere un momento propizio, quando sento che qualcosa mi scuote, quando le parole mi scorrono incontro, quando le frasi si accalcano nella penna senza che io abbia piena coscienza del loro rapporto. So soltanto, con intima certezza, che esse sono giuste così come vengono formandosi sulla carta.
[...]
Se non mi trovo in questo stato, che molte volte riesco a provocare leggendo, non posso lavorare. Allora me ne sto seduto impotente davanti a una frase goffa, incapace di migliorarne la forma. E’, questo, uno stato terribile: provo disgusto per tutto ciò che ho fatto, per me stesso, per la mia inettitudine. Ogni cosa mi pare cattiva e superflua, e sono tentato di lasciar perdere tutto.
*
L’aforisma nasce e si compie nell’attimo.
*
Quale ruolo avrei desiderato nella vita? – Onnipotente favorito di un grande principe del XVIII secolo, dunque sotto un signore che può e vuole qualcosa, e che non si serve solo per sgravarlo di un fastidio. Una corte sensuale e allegra, sfarzosa, un ”mondo” raffinato e aristocratico, con molta musica, galanteria ed esprit, senza dimenticare le dame seducenti. I fili della grande politica di tutta l’Europa, soldati e capaci comandanti, una capitale in cui è all’opera lo spirito del tempo e in cui vivono un pugno di uomini che diventeranno “immortali”. Castelli, cacce, parchi immersi nel silenzio. E, in questa cerchia, lentamente e accortamente costruire lo Stato, così che possa svolgere un grande compito nella storia.
*
Ancora oggi non sopporto di discorrere con estranei o di parlare dei miei progetti.
*
Sento la maggior parte dei grandi eventi – per esempio la guerra – come una colpa personale. Perchè mai? Mi aggiro in preda a una spaventosa disperazione, come un delinquente che per quegli eventi merita di essere punito.
*
Passare dalla vertiginosa esaltazione alla più profonda afflizione: è una cosa che conosco forse meglio di chiunque altro. Anche quando sono in compagnia di altre persone, durante un colloquio insignificante, oppure mentre leggo un libro, mi assale una paura misteriosa e terribile, non so nemmeno io di che cosa, una pena che sembra volermi spezzare il cuore, e poi di nuovo una sensazione di quiete interiore – senza alcun motivo. Questo è il mio stato d’animo fin dalla giovinezza, e ho imparato a nasconderlo con mille maschere e menzogne, poiché nessuno mi capirebbe. Prendo parte a un’allegra conversazione, sorrido, mentre dentro di me infuria una tempesta e il mio cuore cessa di battere. Proprio in questi momento mi sforzo di apparire indifferente. Ma quando sono solo, allora queste battaglie sono terribili. Quante volte, mentre scrivevo, ho dovuto improvvisamente lasciare la penna, assalito da questa paura dell’ignoto! So che in una fede rigorosa troverei la pace, ma sono e rimango un incredulo.
*
Quando la sera siedo solitario fra le mie scartoffie, spesso mi accorgo di parlare ad alta voce. Dal momento che sono sempre quasi solo – soprattutto quando sono con altre persone – penso involontariamente a un ascoltatore superiore e critico, per il quale provo rispetto. E’ per un uomo così che io devo raccontare.
*
Mai qualcosa di leggero che si libri sopra le cose, che dia per scontate, come ovvie, profondità e ampiezza di vedute!
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Il tratto decisivo della personalità di Spengler non è affermativo, bensì regressivo, difensivo, mimetico: è “ferreo autocontrollo”, “ostinazione disumana” e “volontà d’acciaio” nel dissimulare i suoi tormentosi accessi di paura e di vigliaccheria, talora prossimi al suicidio.
[...]
Il tema della menzogna e della maschera vi ritorna in modo martellante, ossessivo: il timore di stare sulla scena, il disgusto per ogni forma di vita pubblica, l’estraneità al mondo, l’abisso di una ribollente interiorità, richiedono a forza “mille maschere e menzogne”.
[...]
Egli si sente non un uomo del destino – forma compiuta, radicata nel tempo – bensì uomo di un’epoca di trapasso – forma ibrida, incompiuta, indecisa, sospesa nel nulla di un “frammezzo”. Il melanconico si trasforma solo in apparenza, poiché la sua unica realtà è paura, disgusto, solitudine.
- dalla postfazione di Giovanni Gurisatti
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27 aprile 2006 3 commenti
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27 aprile 2006 2 commenti
“La sofferenza dello scrivere coincide con la sofferenza di vivere, cerca di sanarla, ma si aggiunge ad essa e ne è quasi la rappresentazione materiale”
  
Attilio Bartoli Langeli

“Vita precaria e amore eterno” di Mario Desiati

Vita precaria e amore eterno
di Mario Desiati
– Mondadori -
 
Il tempo correva come un lampo, come tutte le cose belle di questa vita orrenda in cui nulla di bello appena tale da raccontarlo resta un solo secondo. Mi mordeva le nocche delle mani e masticava la pelle delle mie dita.
*
Telefonando tutti i giorni a mezza Italia si ha una fotografia chiara di che razza di pisciatoio sia il mondo in cui vive la gente. Non ci sono vie di mezzo, o pensano che li stai per fregare oppure sono tipi a cui puoi rifilare qualsiasi pacco. A nessuno passa per la testa che anche chi chiama ha il loro stesso interesse nel liquidare il contatto. Le voci dopo un po’ diventano tutte uguali, incamerate dentro una gamma esatta fatta di toni: da quella flautata e provocante sino a quella rauca e greve.
In tutto questo ascoltare e parlare fino al prosciugamento dell’ultima stilla di saliva sul palato, quello che più inizia a mancarti è proprio la tua voce, quella non impostata e falsa, quella da usare per parlare degli affari tuoi, per dire tiamo, che belloèiltempo.
*
Per lui la chiesa era un posto dove scucivano soldi e potere alla gente italiana. La croce era la legittimazione di uno stato apparente delle cose. Tutto resta uguale, tanto verrai ricompensato nell’alto dei cieli. E loro se la spassano. Mio padre era di quella filosofia.
[...]
Quando mio padre è fuori dalla chiesa mi impalo davanti a lui con gli occhi di fuori, un misto di curiosità e interrogazione, ma anche stupore e rimprovero. Un rimprovero ancestrale, un senso di gelosia verso qualcosa che in quel momento appare come un mistero.
*
Il suo limite è il tram: la lingua di scoppi al magnesio e fili conturbanti di metallo lucente. Si snoda segando il confine preciso del quartiere come un cane in calore che spande piscio e ciuffi di pelo.
*
… la sua normalità era stata completamente assorbita dal particolare.
*
“Non sarebbe certo sufficiente limitarsi a considerare al mera promozione della tua lingua come astratta categoria di lavoro da sofferenza negativa.”
Parlavi tutto difficile, il succo del discorso era “leccami”.
E tu ancora.
“E’ il cristianesimo che ridefinisce il significato di astrazione, amore come riproduzione e basta, niente godimento e felicità.” Poi mugolavi poi mormoravi dentro di te una frase senza significato. E infine mi abbagliavi con gli occhi chiusi, le dita serrata sulla pelle della mia schiena: “Perdio, adesso stammi dentro Martino!”, con tutto il mio corpo cercavo i segnali del tuo piacere, le orecchie tese, gli occhi spalancati, il battito cardiaco rallentato.
E finiva con io che ti morivo dentro.
Cadevo dentro. Precipitavo dentro.
Affondavo dentro la tua pancia la mia civiltà, la mia percezione del gusto, i miei principi democratici e quasi trent’anni di mio senso del pudore.
*
Davanti all’esecuzione del notaio, dei notai, esulteremo come gli straccioni della Rivoluzione francese davanti alle teste regali ruzzolanti per il selciato parigino. Nessuna libertéfraternitéégalité, ma solo l’illusione di vivere un giorno come loro. Materialisti e immorali, daremo una testa per un giorno di benessere.
*
Un palazzo squadrato di tre piani piange edere e arbusti rampicanti.
*
Ma cos’è un libro? E’ il parto di un malato di mente, Di un pervertito, di un disadattato, un aspirante suicida, un pazzo, un uomo bisognoso di cure. La sua storia verrà confezionata ad uso e consumo di altri pervertiti, disadattati, aspiranti suicidi, pazzi e uomini bisognosi di urgenti cure. Un signore molto ricco prenderà questo parto del malato di mente, lo schizzo furioso e consolatorio di un pazzo, medicina e droga per altri pazzi. Si arricchirà, illuderà autore e lettore di averli resi un po’ migliori di quello che sono e poi se la godrà.
*
Minuti di autocoscienza spietata. Quelle che ti capitano un paio di volte nella vita. In tutta una vita. Anche di centoventi anni. E in quei minuti ti sembra di affogare, ti dai per spacciato. Ma da lì escono le intuizioni, le grandi rinascite, oppure i grandi pentimenti e le conversazioni, o semplicemente i suicidi.
*
Per quell’attimo infinito mi sentii mancare, capii che Toni era la mia unica unità di misura umana, l’unica relazione con cui valutavo la mia percezione dell’umanità.
*
I morti tornano sempre, noi italiani abbiamo bisogno di tragedie grandi per capire, siamo troppo piccoli per i fatti che accadono: i morti, per esempio, ci servono, e noi serviamo loro, i morti parlano come noi, hanno i denti brillanti e le laringi infuocate. I morti li sogno tutte e notti. Mi vengono sotto forma di eroi, fantocci di inchiostro e parole. I morti tornano nella mente ingiallita con le sembianze dei parenti mai conosciuti, tornano in carne e ossa nei corridoi di un ospedale di provincia, tornano nelle pellicole dei film del cinema. C’è chi è morto e non lo sa.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Comprato appena uscito e subito messo in cima alla lista delle letture. Questo perchè il suo primo romanzo, Neppure quando è notte, secondo me rimane ancora uno dei migliori esordi degli ultimi anni. Purtroppo però sono rimasto in parte deluso dal suo secondo. Ho avuto la sensazione che Desiati abbia messo troppa carne al fuoco, riflettendo questa voracità anche nel ritmo e nello stile di scrittura del libro, troppo alterni. Ci sono tante intuizioni molto buone, pagine veramente intense, ma il tutto sembra essere troppo veloce e frammentario per poter rimanere attaccato e scavare, nonostante il colpo di coda finale.
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23 aprile 2006 2 commenti

Lunedì 24, al Tattoo Live Pub di Lipomo (CO), 1° Sound Clash inna Como.
Warm My Mind (per l’occasione rinominatosi* in Wake Up My Mind in quanto sarò da solo, causa Bradpizza ubicato temporaneamente in Senegal) si sfiderà con Out Of De Kitchen e Psymon Strasc a colpi di ritmi in levare.

* in realtà è solo un errore di chi ha fatto il volantino, ma quel bastardo di Bradpizza sarà veramente in Senegal

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Next selecta with Warm My Mind:

Venerdì 05 maggio – circolo Arci Aguaplano Cantù (CO)
Venerdì 12 maggio – campo sportivo Olgiate Comasco (CO)

21 aprile 2006 9 commenti
TRASLOCO
(anticipazione)
 
Verso la metà di maggio, circa, dovrei cambiare casa. Passando da un monolocale 3° piano (430 euro mensili – · pallino nero) a un bilocale 2° piano (300 euro – · pallino verde). Oltre a risparmiare un bel po’ di soldi, mi sposterò ancora di più nel centro città.
 
 

Ieri sera per la prima volta, forse perché oggi pomeriggio ci sarà il primo e vero atto pratico (smontaggio, trasporto, montaggio cucina), ho sentito nostalgia della mia “futura-vecchia” casa.

“L’amore non guasta” di Jonathan Coe

21 aprile 2006 6 commenti
L’amore non guasta
di Jonathan Coe
– Feltrinelli - 
 
L’autunno è una stagione propizia per i giovani e per chi ha il bernoccolo dello studio: è l’inizio di un nuovo anno, un inizio molto più visibile e molto meno arbitrario di quello che per convenzione ha luogo in pieno inverno. Dirmingham, città gentile frondosa (lo scrivo a beneficio di chi non c’è mai stato), può apparire bellissima in questo periodo dell’anno se la si coglie in contropiede: rami ramati e argentei si protendono contro cieli di un azzurro pungente, luminoso e mesto, e viluppi di foglie secche vengono trascinati e agitati in volo intorno agli spigoli di condomini multipiano e di linde villette rosse.
*
Si avvicinano ora all’entrata del Memorial Park e, mentre varcano quel cancello trapunto di foglie, Ted si rende conto che il momento non si può rimandare oltre; un tentativo va fatto, per il bene di Robin, di scandagliare il pozzo dei ricordi comuni e riportargli alla mente il tempo in cui la loro amicizia era nuova e corroborante; di mostrargli che il passato, se vive in noi, non è irrecuperabile.
*
“La gente dovrebbe pensare molto attentamente prima di parlare. Sei d’accordo?”.
“Scusa?”
“Ho detto: La gente dovrebbe pensare molto attentamente prima di parlare.”
“Cioè?”
Robin era proteso in avanti, per la prima volta assertivo e comunicativo.
“Voglio dire che una parola può essere un’arma letale.” E su questa frase fece una pausa con soddisfazione evidente. “Una sola parola può distruggere ciò che un milione di altre ha fatto. Una parola fuori posto può disfare qualsiasi cosa: una famiglia, un matrimonio, un’amicizia.”
*
Ciò che condividevano ormai, sopra ogni altra cosa, era il pungolo del desiderio fisico, una smania la cui tensione non si poteva più sopportare, come una sontuosa tortura. Si spogliarono l’un l’altro lentamente, armeggiando con le lampo e incespicando nei bottoni, indugiando sulla inattesa familiarità di carni mai viste prima, mai toccate prima, mai baciate prima. I loro corpi intrapresero una conversazione lunga e intricata, impostando con incertezza le loro diverse proposizioni, ricamandoci su, sviscerandole, rigirandole per dritto e per traverso, seguendo senza esitare il filo di ogni piacevole digressione e procedendo, con logica inesorabile, verso un improvviso scioglimento di ogni contraddizione. Rimasero sdraiati in silenzio per più di un’ora, pelle contro pelle.
*
C’era silenzio assoluto nella stanza mentre Hugh leggeva, ed era un silenzio che lui conosceva fin troppo bene. Sapeva che non esiste quiete altrettanto mortale di quella che puoi avere nelle ore che precedono l’alba, quando sei solo a letto e la luce è accesa; e che nulla ti fa udire con maggiore acume questo silenzio quanto la consapevolezza che la neve ha cominciato a cadere nella notte fuori della tua finestra.
*
A volte, quando dopo una lunga assenza si ritorna in un luogo che ha associazioni dolorose, l’esperienza può rivelarsi imprevedibile. Tu nutri alcune aspettative: che quella particolare strada, o stanza, o locale, una volta rivisti ispireranno un particolare sentimento, e ti meravigli quando poi non accade. Ma quello che più ancora ti sorprende è l’improvvisa stilettata di memoria provocata da scenari e ambienti ai quali non avresti mai attribuito un tale potere di ferire.
*
… è il modo peggiore di usare la gente. Prima decidono cosa vogliono che tu sia, e poi ti pigiano e ti ripigiano dentro quello stampino, fino a farti veramente male. Perchè fa male dentro.”
*
“Tanto, non vale la pena che io discuta con te di queste cose,” disse Richard. “Facciamoci un tè.”
“Che cosa vuol dire, non ne vale la pena?” disse Miles seguendolo in cucina.
“Vuol dire che è sempre così quando cerchiamo di parlare di religione. Vado a sbattere ogni volta contro il muro di pietra del tuo stramaledetto cattolicesimo.”
“Capisco. Tu mi ritieni bigotto.”
“Ma quando mai? Senti, non devi offenderti. Non voglio litigare. E’ solo che tu tutt’a un tratto mi diventi scontato. Diventa scontata ogni cosa. Tutt’a un tratto, non è più una discussione: interpretiamo dei ruoli. Io so che cosa posso dirti e che cosa no, e ogni volta che tu dici qualcosa mi viene da chiedermi: E’ quello che pensa veramente, o quello che gli hanno detto di pensare?”
Al rientro in soggiorno Miles si era placato.
“Non sapevo che ci patissi tanto.”
“Non ce l’ho con te, Miles. Sono queste schifezze di compromessi che dobbiamo mandare giù tutti i santi giorni. Non arriviamo mai alla verità perchè siamo sempre troppo occupati a fare concessioni. Finisci per non dire mai quello che pensi, e ti limiti a dire quello che credi che l’altro voglia sentirsi dire. Ti fabbrichi una verità diversa per ciascun contesto. Con un gruppo di conservatori non parlerai di socialismo, e non parlerai di conservatorismo con un gruppo di socialisti. E se vuoi parlare di religione, ti ritroverai a dire cose completamente diverse a seconda che tu stia discutendo con un buddhista, con un cristiano o con un ateo. Se chiedi un’opinione a un professore, l’opinione che riceverai sarà professorale, se la chiedi a un dottore sarà medica, se la chiedi a un avvocato sarà legale. Nel momento stesso in cui diventiamo socialmente attivi sacrifichiamo l’onestà, l’integrità e la neutralità all’impulso di evitare il conflitto.”
*
Cosa ci trovava di così attraente in Kate?
“non so che risposta lei si aspetti da me a questa domanda. Uno concepisce un’ossessione e poi ci si attacca: la ragione non c’entra. Kate era bellissima e intelligente, per quello che può contare, ma il mondo è pieno di donne bellissime e intelligenti, e molte di loro io non le trovo attraenti. Col senno di poi, mi sembra di poter dire che eravamo ben assortiti, e mi brucia non essere stato abbastanza sveglio o coraggioso da capirlo sul momento. Come molte persone, mi piace trascinarmi questo senso dell’occasione perduta, perchè dà alla mia vita una sorta di patina estetica ed è una buona scusa per sentirmi infelice quando le cose non vanno bene. Posso sempre dire a me stesso ‘Ah, se avessi sposato Kate’, e fingere che il problema vero sia quello.”
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante la trama sia molto dinamica, il romanzo scivola via troppo liscio, senza resistenza di qualsiasi tipo, quasi fosse un abbozzo di  sviluppi futuri… molto meglio quindi La casa del sonno o La famiglia Winshaw.
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20 aprile 2006 3 commenti
Dante’s Speeches VI – Ecco l’agnello di Dio…
di Wormholeseeker 

La triade pasquale è finalmente alle spalle; il cervello è annegato in mezzo ai grassi insaturi dell’agnello e dei crostini toscani, alla faccia degli animalisti che immancabilmente polemizzano guizzanti su tutti i giornali in questi giorni di naturale tensione mangereccio-carnivora… Cazzo si mangeranno loro!? Che si metteranno mai ai piedi (forse scarpe di teflon prodotte in fabbriche che inquinando uccidono più animali di quelli che ci vorrebbero per fare un paio di scarpe di pelle!)!? Sarà che a Pasqua dobbiamo tutti espiare le nostre colpe e che quindi risulta fisiologico il proliferare di questi flagellanti dell’era moderna, ma a tutto c’è pur sempre un limite come diceva il mio professore di analisi. Gli spazi televisivi sono traboccanti del faccione sazio e ben pasciuto di questo nuovo papa pseudo-nazista (non fosse altro per quella pronuncia crucca che fa tanto capitano delle SS) che si scaglia contro i “mali” della nostra cara civiltà occidentale: opulenza, pigrizia, sfruttamento della prostituzione, pedofilia, edonismo etc etc…Ma a cosa servono queste ramanzine sparate sulla folla più per dovere istituzionale che per una reale tensione morale!? A cosa servono queste parole emesse dalla bocca di un uomo che si presenta alla folla belante con un involucro tutto oro e lustrini, icona dello sperpero e del lusso più inutile!? La forma è ben diversa dalla sostanza e sorprende l’ingenuità con cui si tenta di camuffare la dicotomia…sorprende l’incrollabile volontà di credere a tutto, ma proprio a tutto senza una minima capacità critica, un dubbio, un interrogativo. Permettiamo a questo stuolo di porporati di metter bocca su qualsiasi argomento, attribuendo alle loro parole un’autorità che mai come in questo caso sembra caduta dal Cielo! Ma che cazzo ne può sapere Ruini del sesso, dell’amore, delle cellule staminali, della contraccezione, dei traumi legati a un aborto, dell’AIDS, dell’omosessualità, delle coppie di fatto e di tante altre amenità di cui puntualmente si riempie la bocca!? Assegnare un qualsiasi fondamento ai suoi discorsi è come chiedere a un meccanico di ripararti il frigorifero: semplicemente non è il suo campo. Per carità, ognuno deve sentirsi libero di esprimere le proprie idee, ma non mi sembra il caso di assecondare i deliri di un folle solo perché si nasconde dietro a una tonaca! Altrimenti il rischio è quello di provocare catastrofi e genocidi come quello che avviene nei Paesi cattolici del terzo mondo anche per colpa della Chiesa: milioni di bambini contagiati dall’HIV, perché porca puttana non si può certo usare il preservativo per prevenire la trasmissione delle malattie veneree, o che muoiono di fame perché per controllare le nascite l’unico mezzo consentito è l’astinenza! Ma insomma, non vi pare che sia giunto il momento di liberarsi da questo baraccone di parassiti ciarlatani che per mantenere il proprio status non si curano affatto di preoccuparsi delle conseguenze delle loro stupide teorie!? Siamo uomini non animali: non abbiamo bisogno di un capobranco per sopravvivere, non abbiamo bisogno degli insegnamenti di chi per pavidità ha rinunciato alla vita e si è barricato dietro il solido portone di una parrocchia…

19 aprile 2006 8 commenti

Next dancehall with WARM MY MIND
 
 
 
Lunedì 24 Aprile @ Tatoo Live Pub – Lipomo (CO)
 
 

 
dalle 22.00 –
free entry

“Il primo dio” di Emanuel Carnevali

Il primo dio
di Emanuel Carnevali
– Adelphi - 
(quinta e ultima parte)
 
Io so che le cose attendono il terribile grido. Il mostro in agguato nelle notti, la caverna da cui la fredda oscurità veleggia verso le nostre finestre e le nostre bocche, la linea più pura dell’orizzonte serale sul lago – quante volte mi sono avvicinato ad esse, sapendo che stavano aspettando, mi sono accostato e fermato bruscamente, timoroso di gridare o per non saper gridare. Il diafano fiore rosa davanti a fantastici occhi al mattino. Il diafano fiore rosa è un occhio scintillante che guarda un orrore di sogni putrefatti, Il cielo, quando è lontanissimo dalla terra, il cielo è più puro, il cielo che è volato in alto in alto, perchè l’aria è così tersa, il cielo avverte la carezza del grido, che con tanta paura noi soffochiamo, come il bianchissimo seno di una donna sente la carezza di un amante disperato. Queste cose attendono il nostro orribile grido.
*
… godeva un mondo a guardare mille finestre incendiate dall’oro del tramonto.
*
Non riesco a dormire. Il buio che, al termine di ogni giornata, sbatte come un gran ventaglio nero non riesce a chiudermi le palpebre.
*
Così, mi rispondo da me. E il mio dolore è il mio odio che voi non sappiate rispondermi, perchè siete irrimediabilmente, tremendamente diversi da quel che sono io.
*
Io, io stesso, sono un dogma; e, se sono un poeta, la mia poesia è solo un grido – grido del mio primo giorno di conoscenza perduta in giorni e giorni di dissipazione, e che diventerà sempre più esigua a mano a mano che anch’io con gli anni diventerò più esiguo.
*
Ma preferisco, piuttosto, legare insieme le mie vergogne quotidiane e buttarle in un sacco e scaricare il sacco nella prima fogna che incontro quando esco di casa a semplificarmi. Le fogne portano via l’immondizia, e questo è semplice.
*
Sono alla ricerca di qualcosa, non voglio dimostrare nulla, dico che odio e che amo.
*
Spegni il fuoco che c’è in me o darò fuoco al mondo.
*
Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre.
Fa’ ch’io non torni con il resto alla fornicazione e all’oblio.
Fa’ ch’io accetti al visione fino in fondo – fino, anche, alla follia.
Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo.
Fa’ ch’io accetti “l’atroce morte dei fedeli e degli amanti”.
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18 aprile 2006 1 commento
Sì, dalla tavola della mia memoria
Io cancellerò tutti i triviali, frivoli ricordi,
Tutti i detti dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni passate,
Che la giovinezza e l’osservazione copiarono quivi.
  
William Shakespeare – Amleto (atto I, scena V)

“Sorvegliato dai fantasmi” di Gabriele Dadati

Sorvegliato dai fantasmi
di Gabriele Dadati
– peQuod - 
 
L’estate in cui mi sono portato fino al mare per due settimane di seguito è iniziato tutto, pensavo aprendo il rubinetto. Quell’estate avevo deciso di lasciare al sole l’opera di cambiare il colore della mia pelle, ingombrarla per così dire, e cioè prima di rendere il mio corpo dorato e poi di ingolfarlo di ombre, farlo scuro, per quella che si chiama abbronzatura del corpo, pensavo all’atto di aprire il rubinetto.
*
Metti, per esempio, che il tempo della nostra vita sia un susseguirsi di fotogrammi, e che noi non possiamo se non fruire per ogni attimo di un determinato fotogramma, sequenziale a quello prima e di presupposto a quello dopo, tutto in un gioco di potenza e atto. Ecco, da quel punto di vista lì, dove l’anima va a stare con Dio, è diverso: è piuttosto come aver tolto i fotogrammi dal caricatore del proiettore e averli messi tutti assieme sul piano della scrivania per guardarli. E allora capisci che se tutto si può avere assieme perchè il tempo non è che un alloggio che impone un ordine, allora proprio il tempo non esiste più.
*
Scrivendo si esegue se stessi, pensavo mentre mi recavo di nuovo dal notaio. Scrivendo, pensavo, si esprime la propria idea di sé attraverso sé, e cioè si è allo stesso tempo sia l’idea che si vuole esprimere che il mezzo a disposizione per farlo.
*
I miei sentimenti sono licantropi, mi rendo conto in questi giorni. E cioè di giorno se ne stanno quieti, benigni, e riesco ad amare Roberto e Vittorio senza problemi, a sentire che Roberto è me, io sono lui e Vittorio è noi e noi siamo Vittorio, cioè sento che siamo una famiglia, una sola cosa. Ma di notte, quando i miei sentimenti sono improvvisamente innescati non dalla luna piena ma dalla piena del corpo di Vittorio che viene a raccogliersi nel nostro calore, di Roberto e mio soltanto, allora desidero perfettamente, assolutamente che non fosse mai nato. Di colpo tutto il mio amore di madre si svilisce, e vedo in Vittorio l’intruso e questo mi spaventa. Però nello stesso tempo sento di amare molto di più Roberto, come lo amavo i primi tempi.
*
Per una settimana i nostri sessi hanno continuato a darsi convegno e a rinunirsi.
*
Non siamo più riusciti ad essere felici a cena. Abbiamo parlato di molte altre cose, di tutte le cose di cui abbiamo parlato l’abbiamo fatto con estrema serenità, ma lo stesso si avvertiva disagio. Verso la fine della cena siamo diventati addirittura cordiali l’uno verso l’altro, anche Carlo e io l’uno verso l’altra, ed era la cosa peggiore che potesse succederci. Neppure l’essere formali, e neppure l’essere stronzi è peggio.
*
… l’uomo non vede gli amici se non come corpi che occupano lo spazio. Non sono persone, cioè creature di sangue caldo e nervi; piuttosto riempiono la sua casa e questo è tutto. Fanno sistema tra di loro con i gesti o i ricordi che si scambiano scherzando, ma tutto sommato sono diversi dai mobili o dai muri.
*
Elide coi capelli allora mi dice cosa c’è là fuori per me: pioggia, polvere, sole, o fantasmi. Io mi sveglio e le sorrido, ci diamo un bacio, c’è il tempo di scambiare pochissime parole che non hanno mai forza e molto spesso poco senso. Con le man ci accarezziamo le facce, è un attimo.
*
A volte non riesco a dormire. Sono stanco e so anche che dormire mi è indispensabile, ma lo stesso non ci riesco. Allora mi rilasso e quasi sempre faccio questa immaginazione: penso che quando si muore non si va né su né giù, si resta qua sulla terra e si ricomincia. Si torna all’inizio, quando siamo nati, solo che invece di nascere nel nostro corpo di adesso, nasciamo nel corpo di qualcun altro. Del vicino, del capofabbrica, del tabaccaio. A decidere in quale corpo dobbiamo finire, e quindi quale nuova vita ci aspetta, sono le azioni compiute nella vita che abbiamo appena lasciata. Se le nostre azioni sono state nel loro complesso azioni che potremmo dire buone, allora si fa un gradino verso una vita più felice; se invece è vero il contrario, bisogna che scendiamo. Poi gli anni riprendono a scorrere uguali, si porta fino alla fine la nuova vita, ci si comporta bene o male e dopo la morte si ricomincia nuovamente. Non lo so per quanto, forse soltanto fino a quando avremo girato un numero sufficiente di corpi. Allora magari riprenderà a scorrere il tempo, noi che siamo qui adesso svaniremo e lasceremo il posto ad altrettanti che devono ancora cominciare il giro, il mondo sarà rinnovato.
*
… e seduto facevo le punte alle parole in bocca.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Decisamente buona questa raccolta di racconti, in grado di toccare molti punti, senza sembrare troppo discontinua. Dadati sa scrivere veramente bene e lo dimostrano racconti come Chi non c’era (per me il migliore), Cara Manuela, Vittorio si è scavato una nicchia e Avventura di due sposi, ma anche in altri che mi sono piaciuti meno per vari motivi (Leros, Quando saremo veri) si notano comunque le sue capacità di narratore. Se si considera poi che l’autore è dell’82! Avanti il prossimo…
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15 aprile 2006 2 commenti

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14 aprile 2006 1 commento

14 aprile 2006 7 commenti

IN VISIONE

Napoleon Dynamite
U.S.A. (2004)

di Jared Hess
con Jon Heder, Efren Ramirez, Jon Gries, Aaron Ruell, Tina Majorino, Haylie Duff

Postilla squisitamente PERSONALE
Delusione, c’è proprio poco in questo film, a parte qualche risata improvvisa.

Il castello errante di Howl
Giappone (2004)

di Hayao Miyazaki
voci Chieko Baisho, Takuya Kimura, Akihiko Miwa, Christian Bale

Postilla squisitamente PERSONALE
Bello, ma un gradino sotto a
Principessa Mononoke e niente a che vedere in confronto a La città incantata.

Batoru rowaiaru (Battle Royale)
Giappone (2000)

di Kinji Fukasaku
con Takeshi Kitano

Postilla squisitamente PERSONALE
Anche se l’audio in giapponese, certo con sottotitoli inglesi, è un po’ alienante, la trama prende e il film è più che guardabile.

“Tutti i racconti – I volume” di Flannery O’Connor

Tutti i racconti – I volume
di Flannery O’Connor
– Bompiani -
(traduzione di Marisa Caramella e Ida Omboni)
 
Il sole era un’enorme palla scarlatta, pareva un’ostia all’elevazione, intrisa di sangue, e quando sprofondò e scomparve lasciò una riga nel cielo, come una strada di argilla rossa che incombeva sui campi.
*
Hazel Motes stava passeggiando giù in città, vicino alle vetrine dei negozi, ma senza guardarle. Sporgeva il collo in avanti come se cercasse di annusare qualcosa che gli veniva continuamente sottratto. Indossava un vestito turchino, abbagliante alla luce del sole, ma violaceo a quella artificiale della notte, e un cappello di lana nera, grande e vistoso come quelli dei predicatori. A Taulkinham i negozi restavano aperti il giovedì sera, e c’era un sacco di gente in giro, a far compere. Il corpo di Haze proiettava un’ombra che ora lo seguiva ora lo precedeva, e di tanto in tanto veniva spezzata da quelle di altre persone; ma quando si stendeva tutt’intera, lunga, alle sue spalle, era un’ombra sottile, nervosa, che camminava a ritroso.
*
Gli uomini che fanno uso delle idee senza misurarle camminano sul vento.
*
Lei si era aspettata che Rufus diventasse un uomo con un po’ di spina dorsale. Be’, aveva tanta spina dorsale quanto lo straccio dei pacimenti.
*
… un donnone con gli occhi verdi che si muovevano nelle orbite come se qualcuno li avesse oliati.
*
Per terra c’era una brinata spessa e i campi somigliavano al dorso ruvido delle pecore; il sole era d’argento e i boschi spuntavano come stoppie aride dalla linea dell’orizzonte. Pareva che la campagna si ritraesse dal piccolo cerchio di rumore attorno al capannone.
*
Suo malgrado, Enoch non riusciva a liberarsi della speranza che stesse per succedergli qualcosa. La virtù della speranza, in Enoch, era per due terzi sospetto e per un terzo bramosia. Aveva solo una vaga idea di quello che voleva, ma non era un ragazzo privo di ambizione: voleva diventare qualcuno. Voleva migliore la propria condizione. Voleva, un giorno, vedere davanti a sé una fila di persone che aspettavano di stringergli la mano.
*
Ho preso il nome di Balordo perchè non riesco a far tornare il conto del male che ho fatto e di quello che ho patito per scontarlo.
*
“Gesù!” gridò la nonna. “Lei ha buon sangue! Io so che non ucciderebbe mai una signora! Io so che è di buona famiglia. Preghi! Gesù! Non deve sparare a una signora. Le darò tutti i soldi che ho!!
“Signora,” sospirò il Balordo, guardando oltre la donna, lontano, nel bosco. “Non c’è mai stato un morto che abbia dato la mancia al becchino.”
*
Il passato e il futuro erano la stessa cosa, per lui, uno dimenticato, l’altro non rammentato: aveva la stessa cognizione della morte che può avere un gatto.
*
Avanzava lungo il viale a paso lento, con la faccia rivolta verso il sole che sembrava in equilibrio sulla cima di una collina.
*
Il signor Head si svegliò e scoprì che la stanza era piena di chiaro di luna. Si alzò a sedere e guardò le assi dell’impiantito, color argento, poi la damascatura del cuscino, che avrebbe potuto essere broccato, e dopo un attimo scorse metà della luna nello specchio da barba, a pochi palmi di distanza: si era soffermata, come aspettando il permesso di entrare. Poi si fece avanti, diffondendo una luce che conferiva dignità a tutte le cose. La sedia, contro il muro, sembrava impettita e attenta, come se aspettasse un ordine; e i pantaloni del signor Head, appesi allo schienale, avevano un’aria quasi nobile, come il manto che un gran signore avesse appena gettato a un servo. Ma il volto della luna era grave. Guardava, attraverso la stanza, fuori della finestra, dove galleggiava sopra la scuderia, e pareva che si studiasse, come un giovane che vede dinnanzi a sé la propria vecchiaia.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante la bravura di Flannery O’Connor nella forma racconto sia palese, gli episodi di questo primo volume non mi sono piaciuti molto (a parte: Il profugo, Il negro artificiale, La lince e Tardivo incontro col nemico). Il più delle volte è stata proprio questa sua estrema capacità a ostacolare la lettura e altre le storie in sé, dalle quali raramente sono stato attratto.
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“Gli inquilini di Moonbloom” di Edward Lewis Wallant

Gli inquilini di Moonbloom
di Edward Lewis Wallant
– Baldini Castoldi Dalai editore - 
(terza e ultima parte)
 
Alle due e mezza del pomeriggio andò a casa per mangiare e riposarsi un po’ in vista del lavoro della serata. Si costrinse a magiare la farina d’avena e la bistecca, rischiò di vomitare mezzo litro di latte, poi si sdraiò sul letto a guardare una macchia di cielo tempestoso alla finestra. La violenza torbida e sottile dei cieli grigio-su-grigio gli diede la sensazione di muoversi su un relitto sballottato dal diluvio. Le finestre tremavano. I contorni degli edifici si ammorbidirono improvvisamente; grossi fiocchi di neve bagnata baciavano il vetro e morivano. I contorni del tetto e dell’aeratore e del comignolo si diffusero via via che la neve rinforzava: per contro, nella stanza tutto appariva molto più distinto e smagliante. Gli balzò all’occhio la foto di lui stesso in calzoni alla zuava gli fece una viva impressione di pietà. Soffrì senza dolore per una vita scomparsa e si domandò cosa le fosse subentrato.
*
Coraggio, Amore, Illusione (o sogno, se preferisce) – colui che possiede tutte e tre le cose, o almeno una di loro, vincerà tutto quanto c’è da vincere: quelli a cui mancano tutte e tre sono dei falliti. E allora adesso io so, e mi chiedo di me…”
Le sue parole riverberarono attraverso Norman e oltre, fuori della città, e oltre, fuori della terra, e oltre. Norman si riparò l’anima dall’immensità di tutto questo…
*
“Tutti noi…” ripeté Sugarman, incespicando nell’inattesa replica di Norman. “Perchè… perchè lei ha un’aria… i suoi occhi sono morti di fame. Non si guarda mai allo specchio? C’è una specie di invito masochista, al centro dei sui occhi da procione. Come il quadratino di confettura in Alice nel Paese delle Meraviglie, si porta scritto dappertutto “mangiami”. Lo so che io per me strillo e sbraito sui treni in corsa, sordo alla mia stessa voce e cieco alle facce che ridono. Solo qui dentro, nella solitudine, la mia voce assurge a suono, e io aspetto che qualcuno ascolti. E poi arriva lei con il suo vestito scuro e il panciotto e la spilla al risvolto e il cappello da Al Capone, ed è come uno strano microfono dove le mie parole represse possono riversarsi. A che scopo? Sa Dio. Forse tutti desideriamo essere incisi in qualcosa. Forse ha un rapporto con l’eternazione della nostra piccola sciocca coscienza. Se ci sbagliamo, è colpa della sua faccia… è un imbroglio. Lei cambi faccia, Moonbloom, o altrimenti ci ascolti e faccia qualcosa per noi.”
*
“Tu stai cambiando, paparino. Cos’hai?”
“Cambiando?” rifletté Norman. “Oppure diventando?”

“Il primo dio” di Emanuel Carnevali

Il primo dio
di Emanuel Carnevali
– Adelphi - 
(quarta parte)
 
NOTTE
 
Notte che sali
dalla terra stanca
al cielo che ti inghiotte
come un uccello enorme che trangugia il cibo.
 
Notte, io brucio
come un pezzo di carta
dentro il tuo cuore.
 
Oppressa sotto il peso del tuo manto
la città dorme.
 
Le tue ibride ombre
dove non si trova freschezza
tagliano la città a fette.
 
La semplice parola “stanotte”
è una dolce promessa,
un giuramento di fede,
un irrevocabile pegno.
 
Tu nascondi qualche cosa in seno,
il tuo corpo è avvolto
da ombra falsamente caste.
Io non ti desidero.
 
Più grande del mare,
più attraente del giorno,
più elevata di Dio,
più indomabile della spuma del mare,
tu, Santa Claus dei sogni,
sposa del vento nero,
non mi porti riposo,
né pace,
né sonno,
né rifugio.
 
Però voglio essere io il tuo enfant terrible,
svelare i tuoi segreti a un branco di imbecilli,
ingannarti, tradirti,
proclamare che la tua nerezza e la tua castità
sono entrambe ingenue storielle.
 
Proclamare che tu nascondi la faccia
perchè non è bella!
 
Proclamare che non sei affatto parente di Dio
e chi lo dice è solo un poetico bugiardo.
 
Proclamare che dai rifugio e sonno
soltanto a chi profana,
col suo modo di vivere,
il giorno.
 
Amante di mille poeti, tu
non mi avrai.
Se loro ti portano, come frutti, nuovi e freschi amori,
io ho con te una vecchia contesa.
 
*
 
SONNO
 
In fondo agli abissi del sonno
dondola una culla nera.
Il dolore, leggero, la spinge
con dita evanescenti.
Sotto la culla c’è la terra
a coprirti e soffocarti
 
*
 
ALBA
 
Il mattino ora
è un cadavere bianco –
gli incubi
l’hanno ucciso.
Invano la brezza
spira una terribile tristezza
sul suo corpo.
 
*
 
QUASI UN DIO
 
Sto morendo in questo caldo,
ma potrebbe essere peggio.
 
Amo mia moglie,
ma dovrei amarla di più.
 
Amo la mia ragazza, ma il suo amore
dovrebbe essere più universale.
Basta una parola per descriverla,
ma io non la conosco.
 
Tutto è più breve di qualcos’altro:
tutto è più simile a Dio di qualcos’altro.
 
C’è una gara nel caos,
e questo è molto stupido.
 
Io sono incerto come un ramo curvo di salice
che fa cenni all’acqua.
 
Ammiro il diavolo perchè lascia a metà le cose.
Ammiro Dio perchè finisce tutto.
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