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Archivio per febbraio 2006

28 febbraio 2006 15 commenti
MA DOVE VAI, SE IL CARNEVALE SOTTO CASA CE L’HAI
 
Una domenica pomeriggio non hai un cazzo da fare, o meglio non ha voglia di… ma nemmeno potresti, considerati i livelli assordanti dei vari Hung Up-Grease-Ma la notte no che giungono dalla strada, allora dalla finestra osservi il carnevale sfilare sotto casa tua e fai qualche foto con la digitale (pessima lei e pessime le mia mani, il mio occhio arrossato).
 
Altro che Rio De Janeiro e i suoi sambodromi strapieni di tette, culi nudi ballonzolanti e chissà cos’altro là sotto… altro che Notthing Hill con i suoi ritmi in levare… altro che Viareggio vestita da satira di cartapesta…
 
L’immancabile banda e vendetta al seguito.
La pubblicità miete vittime, ovunque.
Per la serie: mi metto il cappellino rasta, può bastare? se non si fosse capito, basta?
Non fanno parte di nessun carro, sono due autonomi e pericolosi, però sfilano tutti gli anni.
Una diavolessa, una strega, due trans e un bambino. Di chi cazzo sarà figlio?
Babbo SubPop: bicicletta e tuta da sportivo della domenica, nella mano sinistra toscano d’ordinanza e la sinistra all’orecchio per sentire meglio l’auricolare sintonizzato su “Tutto il calcio minuto per minuto”.
Como è sempre sul pezzo!
Per la serie: un tocco di colore, può bastare? se coordinato, sì.
E invece, forse, da Notthing Hill vogliono carpire i segreti del nostro carnevale.
Il carro più bello!
Volevamo stupirvi con effetti speciali.
Semplici ed efficaci, ma soprattutto avevano “Sciamu a ballare” dei Sud Sound System come musica!
Per la serie: rischio l’osso del collo, ma sono simpatico.
Per me i vincitori! Non avevano carri, nessuna musica, una sbandieratrice solitaria in testa al piccolo gruppo e uno striscione bianco con scritte fatte a mano: “Srilankesi di Como”.
Il finale è con il botto. “Signora ottantenne rischia la morte per soffocamento da coriandolo,” titolerà il giornale locale il giorno dopo “sventata la tragedia grazie alla tempestività dei soccorsi”.
  
[Anch’io mi travesto e, se non si fosse capito, non è la prima volta che faccio il gufo. L’anno scorso è finita così (click destro-salva oggetto con nome)]

28 febbraio 2006 Nessun commento
“C’è molto spazio per pensare, una cosa che disturba la gente.”
 
Gus Van Sant in un’intervista su Last Days.

“Infiniti peccati” di Richard Ford

27 febbraio 2006 Nessun commento
Infiniti peccati
di Richard Ford
– Feltrinelli - 
(prima parte)
 
Più tardi, disteso sul letto da solo nella calda e tranquilla oscurità, Henry pensò che dividere il futuro con qualcuno avrebbe sicuramente voluto dire che le ripetizioni dovevano essere gestite più abilmente. O altrimenti voleva dire che dividere il futuro con qualcuno non era un’idea molto buona, e che forse lui avrebbe dovuto cominciare a rendersene conto.
*
“Tu pensi mai a quello che pensa la gente sui pullman quando guarda fuori dal finestrino e ti guarda?” disse, guardando il veicolo vibrante che, scalando le marce, si arrampicava verso l’insegna blu di una concessionaria della Ford.
“No” rispose Tom, sempre scrutando le foto delle case in vendita.
“A me viene sempre voglia di dire: ‘Ehi, qualunque cosa tu stia pensando di me, ti sbagli. Io sono fuori posto come te’.” Si mise le mani sui fianchi, assaporando la sensazione che si prova quando uno parla e nessuno ti ascolta. Si sentiva di nuovo isolata, incompresa: come se per quel breve istante avesse avuto l’impressione di trovarsi in sintonia con le cose. Era una magnifica impressione, anche perchè alla sua origine non c’erano stimoli apparenti, e senza dubbio non sarebbe durata a lungo. Eppure, eccola lì.
*
Suo padre diceva sempre che non contava chi sapeva quello che facevi, ma soltanto quello che facevi.
*
Mack non era in collera: Era, invece, in uno stato che con la collera non c’entrava niente, o almeno dal quale la collera mancava da un pezzo, uno stato simile alla spossatezza, dove le parole che dici sono le sole parole sincere che puoi dire. Personalmente, non credo di essermi mai sentito così. Per me c’era sempre stata una scelta.
*
Avrebbe voluto, però, che non gli tremassero le mani, poiché quello era il momento migliore, dopo aver fatto l’amore, in cui tutto sembrava possibile, facile, in cui potevano sorprenderti con un’occhiata, cambiare quasi tutto con una frase buttata lì. Non c’entrava niente con lo svelarsi.
*
“O ho avuto paura di essere di essere deluso. Mi andava tutto bene, nella vita, poi, improvvisamente, non ce l’ho più fatta a immaginare un sistema per semplificare le cose. Così, sono riuscito solo a complicarla.”
*
“Tante cose sono altrettanto vere.”
“Okay” disse Howard “Ma non sono certo di averlo mai saputo.”
“Leggi la parte scritta in piccolo” disse Frances. Era un’altra delle massime polacche di suo padre. Ogni volta che una cosa non ti piaceva, o che avevi una sorpresa, voleva dire che non avevi letto la parte scritta in piccolo. matrimonio, figli, lavoro, invecchiare. Era nella parte scritta in piccolo che si trovava la verità delle cose, e non era mai quella che ti aspettavi.
*
Eppure, perchè altri uomini non fossero all’altezza non era un mistero. La vita non era giusta. Nessuno aveva mai detto che lo fosse o che lo dovesse essere.
*
Era ricca, moglie e madre, e forse per questo – pensava Wales – aveva poca esperienza del mondo, non abbastanza per sapere che cosa non fare, per questo era solo se stessa…
*
Fu allora che Steven la colpì. La colpì prima di sapere che l’avrebbe fatto, ma non prima di sapere che voleva farlo. La colpì col rovescio della mano aperta senza nemmeno guardarla, la colpì in pieno sul viso, sul naso. E forte. In un certo senso, fu più un gesto che una percossa, anche se era, senza dubbio, una percossa. Steven sentì la molle punta del suo naso, e poi la cartilagine sporgente contro le dure ossa del dorso delle sue dita. Non aveva mai picchiato una donna, fino ad allora, e non aveva neanche mai pensato di picchiare Marjorie, sempre immaginando di non essere capace di picchiarla quando leggeva sul giornale le cronache di queste cose che accadevano nelle vite infelici degli altri. Aveva percosso altre persone, era stato percosso da altre persone, un mucchio di volte: coriacei ragazzi del Maine sulle piste di pattinaggio. Le ragazze erano escluse tuttavia.
*
Mi chiedevo perchè mai si lasciasse apostrofare così. Anche se, naturalmente, c’era una ragione. Poche cose, sulla terra, sono veramente misteriose. Per la maggior parte hanno, dietro, spiegazioni deludenti, per strane che possano sembrare a prima vista.
*
Io non credo che al passato si possa rimediare, lo si può soltanto superare.
*
E domani come si sarebbero comportati? Non l’eterno domani, ma quello promesso, concreto.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Una conferma dell’abilità di Ford a narrare di uomini, vite e solitudini mascherate da relazioni instabili, quanto rituali, anche se credo che la sua prosa si addica di più alla forma romanzo (Sportswriter). Questi racconti sembrano essere troppo densi, ricchi, lasciando poca aria al lettore per respirare.
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“Boys dont’t cry” di Ilja Stogoff

24 febbraio 2006 4 commenti
Boys dont’t cry
di Ilja Stogoff
– Isbn Edizioni - 
(prima parte)
 
E poi iniziò la primavera. Ghiaccioli come falli e via dicendo. Non c’era più neve sui marciapiedi, ma sull’erba, sotto gli alberi, ce n’era ancora: sporca, mocciosa. Guardarla era imbarazzante come guardare i capi del Reich impiccati a Norimberga. Sulla Fontanka galleggiavano gli ultimi blocchi di ghiaccio con l’immondizia incastrata dentro. Su alcuni saltellavano corvi sfacciati. Bambini con gli zainetti sulle spalle minute stavano appoggiati a delle grate di ghisa e scommettevano su quale blocco di ghiaccio sarebbe arrivato per primo al ponte.
*
Il tempo ricordava un vergine che per sé aveva già stabilito tutto, ma non aveva ancora trovato qualcuno con cui andare a letto.
*
Tirai fuori una bottiglia per ciascuno. Loro bevevano con lentezza, io invece velocemente. La birra non faceva nemmeno in tempo a raffreddarsi in freezer. Se il giorno prima hai bevuto, la vista comincia ad annebbiarsi già dopo un paio di bottiglie. Hai come la sensazione che ti abbiano imbottito la testa con la lana sudicia di un materasso.
*
Fece una smorfia con aria sprezzante. E’ il grugno che ostentano i pugili di seconda categoria trasformati in killer su commissione.
*
Il secondo autunno insieme i rapporti tra loro non erano più allegri e spensierati. Voleva sempre sentire le parole conclusive, quelle che chiarivano tutto. Insisteva, le esigeva, e lei non capiva che cosa volesse. Dopo un istante urlavano l’uno contro l’altra. Non gli importava dove fossero, a casa, a teatro, in strada o in un pub. A stento riusciva a trattenersi dal non cambiarle i connotati, si girava a effetto e se ne andava… ma poi si spaventava e rallentava il passo.
Ribolliva dalla rabbia, ma desiderava che lei gli urlasse: “Fermati!”. Si sforzava di andare più piano, di percepire con la pelle della schiena il più piccolo segnale. Che non lo urli, che non lo sussurri, ma che almeno lo pensi: lui l’avrebbe capito! E dopo, tutto sarà fantastico, che lo urli allora! Ma lei a sua volta si girava a effetto e se ne andava nella direzione opposta. In quel momento lui sapeva che sarebbe stato lontano da lei di molti passi.
*
Facevo fatica a mettere a fuoco come si allacciavano le scarpe. L’ultima volta che aveva fatto uno sforzo del genere era stato durante l’esame di trigonometria.
*
Per due anni aveva riposto con attenzione tutte le uova in un paniere, addirittura in una buca da biliardo. Qualunque cosa succedeva lui sapeva di averla accanto e tutto andava benissimo. Ed ecco che lei non c‘è più. Che cosa deve fare adesso? Che cosa, vi chiedo? Quella era stata davvero la sua vita, e quanto era stata stupida quella vita! Come avrete notato parlando di loro non ho mai usato la parola “amore”, neanche una volta, e anche se l’amore nella vita del giovane c’era stato, la sua storia è quella che avete davanti a voi. Scusatemi, ma QUELLO era forse amore? Probabilmente lui doveva ancora imparare che cos’era l’amore, come a scuola aveva studiato la matematica, senza però averci capito ancora niente.
L’aveva incontrata due primavere e tre autunni prima, aveva mollato tutto e si era sentito un eroe dei film d’azione, di quelli che, un secondo prima dei titoli di coda, si avvinghiano a una bellezza dagli occhi grandi. Come poteva sapere che dopo il bacio finale, a tutto schermo, era soltanto all’inizio? Al di là dello schermo, rimanevano troppe serata in solitudine, troppe urla gettate contro un volto un tempo amato, troppo alcol e terzi incomodi di entrambi i sessi.
*
Era di nuovo come un bambino che scopriva gli angoli appuntiti della vita infilando le dita in una presa elettrica.
*
“Non ho mai combinato niente in autunno. La colpa è dell’autunno, io non c’entro niente. Quello che è GIUSTO lo sappiamo fin da piccoli. Ma poi cresciamo e abbiamo paura di prendere atto che nel mondo circostante non c’è niente di giusto. Le parole escogitate intorno ai nostri rapporti con le donne, con gli amici, con i genitori… si può dire qualunque cosa! Il mondo in cui viviamo non è cattivo. Gioca solo secondo regole che si sono dimenticati di dirci…”
*
Alle spalle, nelle rovine, giacevano dozzine di giorni, di cui erano rimasti solo ricordi incredibili. In compenso adesso era importante ogni singolo minuto. Non si poteva rimandare niente e lui cominciò a sfilarle i jeans stretti nel primo portone sottomano. Non aveva la forza di condurla fino a casa, aveva molta fretta e non gli importava di quel che avrebbe provato tra qualche minuto, non c’era più né passato né futuro. Solo il suo morbido seno tra le mani, l’umido respiro leggermente sopra l’orecchio… Forse, pensò socchiudendo gli occhi, era davvero finito tutto.
*
Le onde si infrangevano a riva senza fretta. Flemmatiche e consapevoli della propria dignità. Come si conviene alle onde di un oceano, detto Pacifico, e tuttavia Grande. Sulla riva… una pausa di un secondo… dalla riva. E così nell’arco dell’ultimo miliardo d’anni.
*

In ogni storia non è importante l’inizio, ma la fine.

Postilla squisitamente PERSONALE
Tre libri in uno, perchè questo romanzo si suddivide in tre parti nettamente distinte e abbastanza diverse tra loro. Un grande pregio, sopratutto in relazione a un andamento autobiografico che alla lunga potrebbe magari anche stancare. E poi, non so perchè, ma come già capitato con altri autori russi precedentemente letti (indipendentemente dal periodo), ho avuto la conferma che sembrano possedere una visione tutta loro del mondo e delle cose che gli appartengono.
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23 febbraio 2006 Nessun commento

DORMIAMO
di Bradpizza

Non so mai niente…mi arrampico sui vetri.

E adesso che sto scomparendo vorrei lasciare queste due righe, più per compiacermi di quanto sono stato capace di soffrire stanotte, di quanto tempo ho passato a credere nell’amore eterno e nel bene incondizionato, per quante notti ho passato a girare topo impazzito nelle tue vie per trovarti, per sentire il tuo respiro nel tuo ascensore freddo, accucciato fuori dalla tua porta con il cuore in gola…a fare cazzate, a parlare e parlare e parlare, e ancora parlare…sempre pronto a incazzarmi e a sbraitare per quello che mi serviva il mondo sul piatto freddo della vita. Ogni giorno… sempre pronto a sputare sui piedi del prossimo per inseguire i tuoi, a scavare l’asfalto e la terra, a inseguire le lancette per essere il Perfetto Orario Spaccato dietro il vetro di quell’orologio che non hai mai guardato e mi hai sempre guardato bene dall’osservare perché tanto i minuti e i quarto d’ora volano via dalle mani impegnate a truccarti a sistemare fogli e allacciare reggiseni e provare e scegliere e scartare.
Vorrei che almeno stanotte nessuno pensasse più a niente a quello che sta per accadere domani solo sui quotidiani, a convincersi e a convincere chi gli sta vicino della sua fedeltà, della sua integrità, mostrando la faccia più sincera, quella adatta a rifilare l’enciclopedia di turno o la batteria di pentole in omaggio.
Stanotte i legami sono scomparsi, non c’è alcuna possibilità di comunicare, completamente isolato dalla realtà, mi sono ricordato di quel pomeriggio passato ad osservare un ragazzo di cent’anni che palleggiava nel piazzale, incurante della luce drammatica del sole e dell’aria appena tiepida che entrava ovunque, nelle orecchie fra i denti, come se fosse normale uscire di nuovo il pomeriggio, come se fosse normale ricominciare a fiorire dal nulla di questo ghiaccio, di questo universo grigio scuro che ci divide da mesi di incomprensioni in cui l’unico scopo è stato lasciare perdere che tanto la fine sta arrivando, degna conseguenza dell’inseguimento serrato dei sogni di caldo diffuso che si susseguono, di magliette e giornate passate al Sole, come un biglietto lasciato sul parabrezza che su tutti e due i lati dovrebbe aver stampata la stessa solita pubblicità di supermercato pensato per voi, per voi che siete stanchi dei prezzi gonfiati e delle code dal salumiere. Siamo tutti stanchi di viverci addosso, licheni, parassiti con un retrogusto di sigaretta acida abbandonata da giorni nel posacenere della vita dove hai raccolto e accumulato tutto lo schifo del mondo convinto che fosse finito lì o che fosse così grande da fagocitarlo. Invece il fardello è ingombrante e non vedi la fine… Raschia!! Raschia con insistenza tutti i fondali ma la fogna è sempre pronta a spurgare, a far morire i pesci che hai cresciuto con gioia…ti dava fastidio che boccheggiassero di notte ma era il loro modo di divertirsi, adesso non preoccuparti e dormi. Abbracciami e dormi che ho acceso il gas, quello che non riscalda opssss…che trapassa. Sarai immune da questa pazzia notturna…come quando volevo che ci annegassimo nelle acque della baia, travolti dalle correnti notturne. Dopo aver abbandonato la macchina al chiaro di Luna scendiamo per la scogliera e intanto ci leviamo i vestiti convinti che non ci sarà mai più niente di così pazzo e di così unico come la notte che ci siamo incontrati e ci battevano i denti. Nel locale faceva caldo e si sudava alcol, ma noi due ci siamo guardati e ci è venuta la febbre, la smania di trovarci da soli…per toccarci e baciarci per sdraiarci per terra e senza rumore continuare a tremare sotto il lenzuolo che ci rubiamo ogni notte …la trapunta che cade e le tue braccia si stringono e cadono e poi nulla.
Respiro contro respiro. Respiro in un mondo a parte, contro ogni aspettativa dormiamo.

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23 febbraio 2006 12 commenti
Avrei dovuto preparare un 3 x 2 dal sottotitolo “gioco d’anticipo sulla primavera”, ma il tempo di questi giorni mi ha obbligato a cambiare idea, allora lo volevo fare con il CD che sto ascoltando, invece… una non recensione al concerto dei Clap Your Hands Say Yeah @ MI – 22.02.2006
 
Dopo una bottiglia di Traminer (c’era qualcosa con la W prima nel nome, ma non ricordo) in compagnia di un esule bolognese d’adozione, è tempo di partire (seconda volta consecutiva e non ultima della settimana) in direzione Milano. Di fretta perché anche se non lo sono, avverto il ritardo, sento le orecchie e la coda del bianconiglio che stanno spuntando. Ed è proprio la fretta che fa saltare con gesto olimpico il cellulare fuori dalla tasca della giacca e ricadere con precisione svizzera nel punto basso, chiuso, della saracinesca di un negozio lì vicino. Dal di fuori, rido come un pazzo, a vedermi piegato contro la vetrina, fasciato da fari come luci di un set di una candid camera e nel tentativo di ridurre il mio braccio a puro scheletro. Dentro penso che un cellulare l’ho perso solo pochi mesi fa e allora no, che due palle. Non credevo, ma nel contorsionismo me la cavo egregiamente, qualche minuto e con dita, trasformatesi all’occorrenza in pinze, recupero l’aggeggio.
In autogrill non ne vogliono sapere di accettare la mia carta straccia e allora con la ragguardevole cifra di euro 3.45 devo comprare da mangiare, bere e fumare. Come al solito le scelte di mezzo sono sempre le migliori! Per fortuna al distributore sono messi meglio e riesco a passare da una luminescenza intermittente a due tacche, quasi tre.
Il concerto dei CYHSY lo liquido con una sola, quanto spero efficace, parola: distanti. Colpa di un soundcheck troppo veloce, della stanchezza da tour o del pubblico milanese un po’ freddino (non che loro…)?
E allora potrei dire che ho fatto in tempo ad innamorarmi un paio di volte (ah ah, ahi!), perdermi (non sia mai che mi nego una partita al mio sport preferito) nel bel mezzo del concerto e tra tutte quelle persone in un ragionamento del tipo: che avere dipendenze su altre persone a me proprio non piace, infrangere la legge Sirchia nell’ennesimo locale, farmi convincere da un perfetto sconosciuto a picchiare Manuel Agnelli in caso avesse risposto affermativamente alla domanda che gli voleva porre, negarmi per una foto di gruppo (strano!?) dove se non ho capito male c’era anche lei, sentire nomi-titoli-collegamenti e annuire in continuazione come il picchio di una famosa (almeno per me) puntata dei Simpson, fare  la strada del lago (io abito in città?!?) ascoltando in repeat e a volumi da deficiente questa canzone (forse l’unica valida del cd), arrivare a casa, aprire un file di word, scrivere quattro cazzate (queste qui sopra) e constatato l’orario, 2.15, pensare che se già oggi alle cinque di pomeriggio in ufficio vedevo il dottor Gonzo sul video, domani cosa succederà? e dopodomani con sulle spalle anche Laura Veirs?

Salvo il file e, nel silenzio innaturale della casa (in mezz’ora nella via non è passata nemmeno una macchina), dallo stereo recepisco con fin troppa chiarezza queste due parole: still waiting

N.B. questo post si aggiudica il primato per “il titolo più lungo e inutile” e per “il maggior numero di parentesi aperte e chiuse”

22 febbraio 2006 Nessun commento
X & Ben Gibbard
(Death Cab For Cutie @ MI 21.02.06)
 
X: Iuuu esss eiii.
 
Ben Gibbard: Fuck that!
 
…per ben due volte…
 
°°°
 
[tra le due canzoni suonate con chitarra acustica, l’unica solo chitarra e voce, penultima di un concerto inaspettatamente molto elettrico, è stata questa

Love of mine some day you will die
But I'll be close behind
I'll follow you into the dark

No blinding light or tunnels to gates of white
Just our hands clasped so tight
Waiting for the hint of a spark
If heaven and hell decide
That they both are satisfied
Illuminate the no's on their vacancy signs

If there's no one beside you
When your soul embarks
Then I'll follow you into the dark

In Catholic school as vicious as Roman rule
I got my knuckles brusied by a lady in black
And I held my toungue as she told me
"Son fear is the heart of love"
So I never went back

If heaven and hell decide
That they both are satisfied
Illuminate the no's on their vacancy signs

If there's no one beside you
When your soul embarks
Then I'll follow you into the dark

You and me have seen everything to see
From Bangcock to Calgary
And the soles of your shoes are all worn down
The time for sleep is now
It's nothing to cry about
Cause we'll hold each other soon
The blackest of rooms

If heaven and hell decide
That they both are satisfied
Illuminate the no's on their vacancy signs

If there's no one beside you
When your soul embarks
Then I'll follow you into the dark
Then I'll follow you into the dark
 
L’inizio di questo post mi riporta a un altro, la fine inevitabilmente (colonna sonora portante) arriva qui.]

°°°
 
Qui, il resoconto di Bolla.
Qui, cosa ne pensa Dietnam.

21 febbraio 2006 Nessun commento
DI TUTTO UN PO’P
 
* L’avevo aperto qualche mese fa, ma poi era andato alla deriva perché mi sembrava inutile. Adesso non è che abbia cambiato idea (continuo a credere che solo chi faccia musica, più o meno conosciuta, possa trarne vantaggio), ho solo aggiunto varie band che ascolto. Anyway… qui, c’è il mio MySpace.
 
* Aggiornamenti alla sezione Leggo…
 
* Questa frase mi sembra fotografare benissimo una parte del momento che si percepisce nel mondo.
 
* Nella colonna di sinistra c’è un traduttore del blog in inglese, non funziona granché e appena avrò un po’ di tempo cercherò di capire i motivi o trovare altri servizi più precisi.
Se nel frattempo qualcuno avesse dei suggerimenti, si faccia avanti.
 
* Ieri sera prima di crollare dal sonno, ho letto, come faccio ormai da quasi tre anni, qualche pagina dei quaderni di Cioran (sono a circa pag. 550 su 1104). Capita che passino settimane senza che io legga nemmeno una riga, come d’altronde ne legga anche cento di fila, cosa assai rara però, ogni periodo di questo libro porta a una deviazione, uno stop, una caduta libera, uno spunto, insomma una mirabolante evoluzione della mia povera cabeza già fritta di per sé… nell’ultimo periodo però, stranamente visto il tenore della lettura, traggo soprattutto consapevolezza, quasi consolazione, dalle sue e dalle altrui parole citate.
Ieri sera ho riletto decine di volte questa:
 
“Noi usiamo per le passioni la stoffa che ci è stata data per la felicità”
Joubert

… condivido e faccio mia.

  
* Stasera c’è il primo appuntamento del trittico settimanale.

21 febbraio 2006 14 commenti

Roma - quartiere Coppedè - Piazza MincioDANTE’S SPECHEES – I
di wormholeseeker

Quando ho premuto il campanello della porta di casa non s’aspettavano certo me, dritto sulla soglia, col sorriso preimpostato di chi ha avuto bisogno di un “aiuto” per affrontare una mezz’ora come tante, come le tante già passate e accatastate nell’angolo della mia vecchia stanza. Ho fatto un passo, dapprima incerto sul da farsi, ma poi all’improvviso sicuro….implacabile e determinato ad interpretare la mia parte, la mia solita parte. L’odore, quello che si attacca alle pareti, quello che ti impregna i vestiti è arrivato dritto al cervello…piccola leva che ha smosso sensazioni depositate sul fondo, come foglie marcite che affollano i marciapiedi autunnali della mia città…L’odore, dunque, ma già non c’è tempo; lui si avvicina col suo solito sguardo sospeso a mezz’aria che ormai riconosco per averlo visto già troppe volte riflesso nello specchio del mio bagno; mi rivolge domande di rito alle quali altrettanto ritualmente mi sforzo di rispondere; le mie frasi sconnesse e artefatte, formulate impastando vocali e consonanti in un’unica brodaglia di cui non avverto il sapore però si sgonfiano lungo il traggitto…Le sue, invece, arrivano dritte al bersaglio, sicure e rigide…compresse tra un <<allora come và!?>> e un <<secondo me, dovresti organizzarti meglio, basterebbe già solo svegliarti prima per riuscire a combinare qualcosa>>…l’aria comincia a farsi rarefatta, mi sembra di stare in quota, ma sono i sensi ad essere rovesciati e come al solito, senza rendermene conto, inizia la discesa…Controllo, con un’occhiata obbliqua, l’ora deformata dai fumi che evaporano dalla pentola che borbotta sul fornello…è passata mezz’ora, è il momento di voltare le spalle e salutare. Di nuovo dritto sulla soglia, alzo a stento il braccio, col sorriso appoggiato sulle labbra, ma stavolta non posso fare a meno di notare i suoi occhi che mi fissano dal piano inclinato dove è stata accovacciata per tutti questi interminabili minuti…Sembra una bambina, non c’è finzione nascosta nel marrone delle sue iridi…non c’è finzione nascosta nel marrone delle mie iridi, ora, ora che ho smesso i panni dell’attore e osservo nel cristallo liquido dell’ascensore famigliari somiglianze…

“Eleanor Rigby” di Douglas Coupland

20 febbraio 2006 6 commenti
Eleanor Rigby
di Douglas Coupland
– Frassinelli - 
(seconda e ultima parte)
 
Non c’erano altri pedoni in strada – quella dove abito non è un quartiere in cui passeggiare – né auto, né, come ho visto guardandomi in giro, persone che stessero guardando la strada dal loro appartamento. Quel piccolo evento era mio e soltanto mio.
*
Che cosa vediamo, quando chiudiamo gli occhi? Nulla e tutto. Spesso mi sono chiesta che sogni faccia chi è cieco dalla nascita. Sogna suoni e temperature?
*
Immagino che per tutti gli esseri umani arrivi un momento in cui ci si rende conto che non si riuscirà mai ad avere molto più di quello che si è raggiunto fino a quel punto, che si tratti di amore, denaro o potere. Un momento in cui si deve fare la pace con chi si è e chi si è diventati. Pensavo che quella di scegliere la pace invece della prevedibilità fosse una semplice decisione contabile che mi avrebbe riconciliato senza difficoltà con la mia vita. Pensiero stupido.
*
Il mio interlocutore mi ha guardato con un espressione cupa. “Miss Dunn, l’inconscio non è stato inventato. E’ stato scoperto.”
“Oh, scusi. Non ci avevo pensato. Ho sempre creduto che avessimo la nostra personalità quotidiana e poi anche quel grande nido di topi dentro di noi chiamato inconscio.”
“Che cosa le fa pensare che sia un nido di topi?”
“Be’, se il nostro inconscio fosse una bella cosa, non la dovremmo seppellire dentro di noi. Sarebbe solo un altro tratto del nostro viso, come il naso.” Herr Bayer pensava che forse stavo scherzando, ma non era così. “Si parla spesso dell’inconscio come se fosse il Polo Sud e fossero necessarie tecnologie sofisticate e grande determinazione per raggiungerlo. Come facciamo a sapere che non ci sono cinque o sei personalità nascoste dentro di noi? O sessantadue?”
“Io penso che siano quattro.”
“Come le chiamerebbe lei?”
“Miss Dunn, lo sa già – l’io pubblico, l’io privato e l’io segreto.”
“Sono solo tre.”
“Il quarto è l’io oscuro – è lui che è al volante, che ha la carta stradale, è lui che è avido o fiducioso o pieno di odio. E’ così forte che è difficile parlarne.”
*
Un uomo ricco è sempre e soltanto un uomo ricco, ma una donna ricca è solo una povera donna alla quale è capitato di avere del denaro.
*
Per tutta l’infanzia il povero Jeremy era passato da una famiglia all’altra, come un romanzo pornografico in un campo estivo.
*
Rimasi zitta, ricordando le parole di William in occasione dell’ultimo pranzo di Pasqua. Aveva alzato il gomito e parlava della futura carriera scolastica dei suoi due ratti imbevuti di TV: “Solo i perdenti prendono decisioni quando le cose vanno male. Il momento giusto per riconvertire la propria vita è quando tutto fila apparentemente liscio. Bisogna sfruttare i brevi momenti di calma per ricollocarsi in un altro posto che sia altrettanto valido”. William ovviamente non crede che la sofferenza renda le persone migliori, ma solo diverse. Non sono d’accordo, ma tenni la bocca chiusa.
*
Qualcuno molto più saggio di me ha detto che nessuno è noioso se è disposto a dire la verità su di sé. Per essere più precisi, qualcuno altrettanto saggio ha detto che le cose delle quali ci vergogniamo sono quelle che ci rendono interessanti.
*
“Jeremy, accidenti, non ne posso più di tutta la faccenda. Non mi posso arrabbiare con te o entri in crisi; non posso essere allegra in tua presenza o sono ipocrita; non posso cercare di convincerti a prendere le tue medicine o sono Hitler; non posso cercare di essere compassionevole perchè non vuoi la pietà di nessuno. Sono stufa di cercare di essere un foglio bianco in tua presenza. Voglio fare solo cose normali da persona normale.”
*
A volte penso che avere visioni sia un modo di intrufolarsi in un futuro che sospetti non avrai mai. Chi vede la fine del mondo non riesce a immaginare la propria vita dopo la propria morte. Se deve andarsene, lo fa portandosi dietro il mondo intero.
*
Essere alleggerita di tutti i ma e i se della vita – avere tutto programmato ogni giorno e ogni minuto della vita – il carcere è il contrario della libertà e, in quanto tale, altrettanto liberatorio.
*
… ero troppo sola per vivere e troppo spaventata per morire.
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17 febbraio 2006 Nessun commento

COMING SOON… 
 
Da settimana prossima il blog avrà un collaboratore: wormholeseeker. Direttamente da Roma, Caput Mundi, potrete leggere un appuntamento settimanale (ammesso non si venga alle mani dopo la puntata pilota, nonostante il curatore abbia carta bianca) dal titolo DANTE’S SPECHEES.

 
 
 
Colgo l’occasione per comunicare che chi volesse entrare a far parte della grande famiglia, non deve far altro che mandare una mail (colonna di sinistra) con l’eventuale proposta di collaborazione.
Ah! Dimenticavo… ovviamente il compenso è un bel grazie o un gran vaffanculo, a seconda dei casi.

17 febbraio 2006 1 commento
“…Vedi?! Vedi ?! Vedi?!” ridacchiava Dean dandomi gomitate nelle costole.
“Te lo avevo detto che ci saremmo divertiti! Sono tutti uno sballo, vecchio mio!…”
 
Jack Kerouac – Sulla strada
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16 febbraio 2006 Nessun commento

“Eleanor Rigby” di Douglas Coupland

16 febbraio 2006 3 commenti
Eleanor Rigby
di Douglas Coupland
– Frassinelli - 
(prima parte)
 
Una volta ho letto che per ogni persona viva su questa terra, ne esistono diciannove vissute prima di noi.
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Un brutto spettacolo è meglio di nessuno spettacolo.
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Fino ad allora, avevo dovuto usare un setaccio a maglia sempre più fine per separare dal contenuto dei miei giorni le schegge appuntite che mi davano tanto dolore: le cattive idee, le abitudini insensate, il ragionare da robot. Come tutti, volevo scoprire se la mia vita avrebbe mai avuto senso o se sarebbe mai sembrata una storia.
*
“Fantastico. Tante festicciole da quelle parti?”
“Come?” L’anestesista mi premette con forza la maschera sul viso.
“Sai, per rilassarsi e svagarsi un po’.”
“La mia vita non è esattamente la pubblicità di una birra…”
*
Corpi. Oh, groan! Ho sempre desiderato abbandonare questo mio corpo. Che festa sarebbe! Essere un raggio di luce, una piccola cometa, scuotersi di dosso queste misere ossa. La mia bellezza interiore potrebbe finalmente risplendere e librarsi in volo! E, invece, no, il mio corpo è il criterio con cui mi si valuta nella vita.
*
Come a scuola quando entrava in classe qualche ragazzo della squadra di calcio e tutte le ragazze all’improvviso tacevano attorcigliandosi una ciocca di capelli sulle dita.
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Jeremy era la vernice che mi aveva reso visibile agli occhi del mondo.
*
Vorrei tanto che la scienza scoprisse un farmaco che faccia sembrare il tempo molto più lungo, come succede quando si è bambini. Che grande farmaco sarebbe. Un anno sembrerebbe un anno, non dieci minuti. Gli anni della maturità sembrerebbero lunghi e pieni, invece che un giro su una giostra impazzita. Chi vorrebbe prendere questo farmaco? Persona di una certa età – persone il cui senso dello scorrere del tempo preme il pedale dell’acceleratore.
[...]
Penso che l’alcool sia la sostanza che ha gli effetti più simili a quelli di un farmaco che fa volare il tempo. [...] Forse è per questo che sono così diffidente nei confronti dell’alcool: a breve termine fa volare il tempo, a lungo termine oblitera la memoria – un altro modo di cancellare il tempo.
*
“Non capisco chi tinteggia le pareti di una stanza solo ed esclusivamente dello stesso colore – o chi, traslocando in una casa, mette il divano là, il tavolo qui e un quadro alle pareti e poi si dice: Finito. Non dovrò mai più pensare a questa stanza. La casa è viva quanto chi ci abita.”
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Oggi è una buona giornata, ma in un soffio potrebbe trasformarsi in cenere.
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Devo dire che l’Italia sotto l’effetto dei tranquillanti mi parve un bellissimo posto. I muri della metropolitana oppressi dalle scritte mi parvero pieni di allegria; i randagi malconci e vecchi che all’epoca zoppicavano qua e là per la città non mi intristivano; gli edifici neri di smog non mi ricordavano la morte imminente di Madre Natura; le auto parcheggiate sui marciapiedi, simili a balene spiaggiate, sembravano una cosa pittoresca.
*
Mi pareva di essere un prigioniero politico. Il cuscino era delle dimensioni di un chewing gum, il materasso aveva lo spessore di un salatino. Mi raggomitolai e in silenzio piansi, facendo una cosa che solo i giovani sanno fare, cioè lasciarsi andare all’autocommiserazione. Una volta passati i trent’anni, si perde questa capacità e invece di sentirsi dispiaciuti per se stessi, ci si inacidisce.
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… l’unico scopo era organizzarmi la vita in modo da potermene dimenticare nel momento stesso in cui avveniva.
*
Se il tempo è iniziato, dovrà anche finire prima o poi.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
I personaggi, soprattutto la protagonista, sono caratterizzati veramente bene. Coupland ha uno stile narrativo, secondo me, tra i migliori nei romanzieri attuali: veloce, con un ritmo preciso, ma mai leggero, anzi, il contrario. Però… alla fine il libro non mi è piaciuto molto. La prima parte è buona, poi (diciamo da quando arriva una telefonata nel cuore della notte) la struttura del romanzo sembra sfibrarsi, perdersi, senza riuscire ad arrivare a un punto. Ho avuto come l’impressione che l’autore avesse fretta di concludere la storia, lasciando il lettore da solo nell’arduo compito di stargli dietro.
Se non avete mai letto niente di Coupland, iniziate da “La fidanzata in coma”, per me il suo migliore.
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15 febbraio 2006 Nessun commento
Per illepido riso o fatuo pianto
se del mondo dei vivi è poco degno,
questo mio libro e il breve ultimo canto
a te, fabbro di feretri, consegno.
 

Prati

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14 febbraio 2006 4 commenti
da “Quaranta poesie” di William B. Yeats – Einaudi
(terza e ultima parte)
 
Il gatto e la luna
 
Il gatto andava qui e là.
E la luna girava come trottola,
E il parente più stretto della luna,
Il gatto strisciante, guardò in su.
Il nero Minnaloushe fissava la luna,
Perchè, per quanto vagasse e gemesse,
La luce fredda e limpida nel cielo
Turbava il suo sangue animale.
Minnaloushe corre fra l’erba
Alzando le sue zampe delicate.
Vuoi ballare, Minnaloushe, vuoi ballare?
Quando s’incontrano due parenti stretti
Che c’è di meglio di mettersi a ballare?
Forse la luna imparerà,
Stanca delle mode di corte,
Un nuovo passo di danza.
Minnaloushe striscia fra l’erba
Di luogo in luogo illuminato dalla luna,
La sacra luna sul suo capo
E’ entrata in una nuova fase.
Lo sa Minnaloushe che le sue pupille
Passeranno di mutamento in mutamento,
Che vanno dalla tonda alla lunata,
Dalla lunata alla tonda?
Minnaloushe striscia fra l’erba
Solo, importante e saggio,
E leva alla luna mutevole
I suoi occhi mutevoli.

14 febbraio 2006 4 commenti
Già me lo immagino il santo in paradiso, guardare dall’alto verso il basso la gran parte dei colleghi che indossano quelle banali tuniche bianche –che palle! che tristezza!- specialmente poi quegli sfigati che non hanno nemmeno un posto sul calendario.
Lo vedo sfrecciare sulla sua nuova nuvola fiammante, un basco marrone calzato in testa e la tunica blu e argento che svolazza alle sue spalle, facendo apparire e scomparire la scritta a luci intermittenti sul dorso: L’AMORE SI NUTRE DI BACI.
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14 febbraio 2006 Nessun commento

Ricevo by Bradpizza e pubblico
 
Petrolio rosso sangue
 
Riprendo lo stesso titolo dell’articolo apparso ultimamente su (pochi) quotidiani che, oltre alla "valanga olimpica" o alla "sedia di Berlusconi" e la "guerra delle vignette", alzano il braccio per vedere quello che succede lì fuori… lì alla pompa di benzina, Shell-Agip Chevron-Texaco, Total, Exxon-Mobil Statoil e potete aggiungere voi gli altri nomi senza il mio aiuto.
- Mi avete rotto con le accuse alle multinazionali! - Una risposta legittima, anche io mi sono rotto di sentire rivendicazioni sulla colonizzazione culturale della Coca Cola e del Baffo Nike.
Voglio fare un passo in avanti senza banalizzare, prendendo spunto da eventi di cronaca: "Si torna a sparare nel Delta del Niger: la scorsa settimana tra manifestazioni represse nel sangue dalle forze di sicurezza e scontri tra le varie comunità locali per il controllo del territorio, i morti sono stati almeno 11. Unico comune denominatore tra le due vicende, il petrolio. Dagli anni 70 la Nigeria ha ottenuto qualcosa come 320 miliardi di dollari in proventi petroliferi, ma i 7 milioni di abitanti che della zona del delta vivono ancora in condizioni di estrema povertà. In Nigeria per ora l’oro nero ha portato solo inquinamento, sottosviluppo e tanta violenza." [Matteo Fagotto]
Un professore diceva che è sbagliato fare cooperazione in zone dove non è garantita l’incolumità. Allora è legittimo fare affari? Le regioni del Delta del Niger, uno dei fiumi più grandi e più importanti della Terra è in mano a Multinazionali che pagano Bande armate per riuscire a lavorare al di fuori delle regole che non esistono, dei patti, della moralità. Un flusso di denaro a senso unico che ha la povertà come denominatore, schiavo e schiavista e servo sono la stessa persona materialmente, chi pratica il grosso foro nella terra succhia energia e lascia un vuoto istituzionale, la legge sono loro senza volto, PETRO-oliati dall’occidente armati e inondati di nulla con ORDINI PRECISI. Dollari e Petrolio sottobanco.
Voi tenete calma la popolazione – no giornalisti! – no comunità internazionale! – no Nazioni Unite! – Meno si sa MEGLIO è …noi intanto lavoriamo su questo costume africano di corruzione e riti voodoo che è solo CONVENIENTE. Nascondere BENE BENE i bilanci sotto il fango del delta. Una scintilla sulle chiazze infiammabili che accendono la jungla nella notte…e la pioggia di acidi continua a cadere.
Con le informazioni a conta-gocce che riceviamo le Compagnie Petrolifere a volte diventano le vittime – e allora IL CARNEFICE chi è?
Possiamo anche stabilirlo con carta e penna, un istogramma con i soldi del Monopoli…hanno deciso di giocare ai "piccoli petrolieri" in una terra senza leggi scritte, senza regole – questo è il pedaggio minimo che era da mettere in conto per intascare montagne di milioni di dollari "Le grandi compagnie si sono spesso sostituite allo stato fornendo i servizi essenziali che le istituzioni non riescono ad assicurare, con l’intento di conquistare i cuori dei locali e guadagnarsi una licenza ad operare nei modi preferiti. Ma la strategia non funziona più. Le forze di sicurezza delle multinazionali non vanno molto per il sottile e alle tensioni inter-tribali si aggiunge il record poco lusinghiero delle compagnie in tema di diritti umani."
Prendi un luogo socialmente difficile tipo villaggi con scontri tribali…mettigli sopra degli impianti di estrazione, espropria le terre raffinerie tubi ecc…recinti case ville per i tuoi operai navi macchine… anche a occhi chiusi il risultato non sarà dei migliori.

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“Il minotauro esce a fumarsi una sigaretta” di Steven Sherrill

13 febbraio 2006 2 commenti
Il minotauro esce a fumarsi una sigaretta
di Steven Sherrill
minimumfax - 
 
Dal bancone, dove i camerieri stanno seduti e il minotauro in piede, sgorga il silenzio. Sale dal pavimento sui suoi polpacci magri, si arrampica sulle pareti, sopra la sua cintola, gli si infila in bocca e nei polmoni, riempie il ristorante. Il Minotauro non può fare altro che attraversare col suo corpo quel silenzio, uscire dalla porta ed entrare nella notte.
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Il Minotauro è curioso per natura, ma con gli anni ha imparato a tenere a bada la curiosità, ha imparato che nella gran parte dei casi porsi le domande è molto più soddisfacente e molto meno pericoloso che scoprire le risposte.
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Nell’attimo in cui le loro mani si toccano, il Minotauro capisce che sarà possibile che lui e David non parlino mai della notte passata a casa sua. Anche dopo migliaia di anni la capacità umana di rimozione, la capacità di ammantare così completamente di rifiuto, vergogna o paura un certo istante, di avvolgerselo dentro tanto stretto da renderlo quasi irreale, lascia il Minotauro confuso. Volta per volta ha imparato che non è affatto impossibile condividere con qualcuno le esperienze più intime o terrificanti e il giorno successivo sentir negare tutto. Sa che David non parlerà mai di quello che è successo. Sa anche che questo non vuole necessariamente dire che non passeranno un’altra notte insieme in futuro. Così funzionano le interazioni umane. Ma per ora, sarà un certo periodo di precarietà – cose dette o fatte, non dette o non fatte – a dare forma agli sviluppi futuri del loro rapporto. Nella casa dei comportamenti umani le porte si aprono e si chiudono secondo un criterio tutto loro. In definitiva, il Minotauro lascerà che sia David a decidere come andranno le cose.
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Solo quando ha fatto mezzo giro intorno al bancone che separa la cucina dalla sala da pranzo il Minotauro si accorge dei due bambini seduti a terra accanto al divano. Loro quasi non danno segno di aver percepito la sua presenza, come se una creatura del genere gli girasse per casa tutti i giorni. Un maschio e una femmina, tanto pallidi da apparire quasi privi di lineamenti, di non più di otto anni, tutti e due pelle e ossa e sporchi lerci. Quello che colpisce di più il Minotauro è l’assenza di giovinezza che dimostrano. Hanno gesti e abilità da bambini, ma l’atteggiamento è quello degli adulti: svigorito, affaticato, rassegnato. I due bambini giocano in silenzio con un metro da falegname, allungandolo e ripiegandolo, allungandolo e ripiegandolo. Mangiano cereali da una scatola ormai quasi vuota.
Sopra il lavandino di bicchieri non ce ne sono. Tutti i bicchieri, a quanto pare tutti i piatti e le scodelle e i coltelli, i cucchiai e le forchette sono ammucchiati in equilibrio precario nei due scomparti del lavandino, sporchi.
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… che le minuzie della vita a volte cedono il passo alla follia; che anche nella vita più noiosa e interminabile si affaccia, di tanto in tanto, la speranza. Bisogna solo aspettare e tenersi pronti.
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Il Minotauro sogna la brevità dei cuori in un labirinto di giorni
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Alla fine questo romanzo non mi è piaciuto granché. Non è che sia un brutto libro, la scrittura è buona e abbastanza fluida, però la storia non è molto interessante e anche la figura stessa del Minotauoro, caratterizzata, sfruttata troppo poco.

11 febbraio 2006 4 commenti

X & Y
(il nuovo di Capossela)

X: Vinicio si è definitivamente bevuto la testa… e non è l’unico…

Y: L’hai sentito eh? A mascellate d’asino!

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