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Archivio per gennaio 2006

31 gennaio 2006 9 commenti
GREETINGS FROM FIESOLE
 
Ieri sera dopo la prima porzione di tagliata, non contento ne ho divorata anche un’altra mezza del mio compare di tavolo (ovvero Pierangelo, che ci tiene ad essere nominato), sosteneva che la sua fosse troppo viva. I fiumi di vino sono stati costanti, ma non eccessivi.
 
La camera è piccola e troppo calda (ho dormito con le finestre aperte e un vento incessante a sibilare fuori), il letto lo è ancora di più (i piedi balzano fuori stile tavolo da obitorio) e come se non bastasse ha lenzuola di cartapesta e cuscino ad altezza torcicollo assicurato. Ciò nonostante, dopo quella della buonanotte, sono durato cinque pagine del nuovo Coupland e un paio di tracce di Ane Brun.
 
Stamattina a colazione (che solitamente non faccio, ma che qua è stata consumata abbondantemente) la battuta per iniziare bene la giornata è stata: “Oggi: AMMINISTRAZIONE Letto – GESTIONE Risveglio – PIANIFICAZIONE Pranzo”. Quando l’ho sentita, avrei voluto mettermi a urlare e iniziare a correre giù per il colle che c’è davanti al nostro albergo… aaaaaaaaaaahhhhhhhhhh!

Oggi c’è un cielo blu compatto e io devo rimanere chiuso in un aula senza finestre, quelle di windows non contano, anzi…

[questo post è stato pensato con strati abbondanti di noia e pennellate di fastidio]

“Il grande sogno” di Sam Shepard

31 gennaio 2006 Nessun commento
Il grande sogno
di Sam Shepard
– Feltrinelli - 
 
Sopra le ali di pollo fumanti c’è appeso un cartoncino scritto a mano che dice: LA VITA E’ QUELLO CHE TI SUCCEDE MENTRE PENSI AD ALTRO.
*
Non si vincevano soldi. Non c’erano premi di nessun genere. In linea di massima non si faceva il minimo accenno alla cosa. Per la verità non ricordava che fosse mai stata formalizzata una competizione vera e propria. Era nata così, nel corso degli anni, da tutte le giornate e le notti passate assieme. Restava tuttavia quella sensazione di vittoria. Inconfondibile. A volte la sentiva nei piedi, un calore che saliva lentamente per i polpacci e dietro le ginocchia. Oppure la sentiva nel petto e nelle braccia, e in un mattino carico di elettricità l’aveva sentita direttamente alla sommità del capo. Gli si era accesa tutta la testa. Se lo ricordava bene. Si era accesa proprio come il neon sopra il lavandino del bagno, un bagliore vivo che gli aveva riempito il cranio, era sceso giù per la nuca e la colonna vertebrale e poi gli era parso illuminare tutto il suo corpo. Era una luce che non aveva mai conosciuto prima di allora e l’unica cosa a cui la poteva paragonare era un sogno sul paradiso, che aveva fatto quando aveva una decina d’anni. In quel sogno gli era parsa una luce simile e ricordava ancora la sensazione di essere collegato a una fonte di energia potente come il sole.
*
“E allora perchè lo rifai?” Lui non sa rispondere. Non ha risposte. Le vacche intonano una lunga serie di muggiti disperati, poi ricadono nel silenzio. La puzza intensa e il caldo gli fanno lacrimare gli occhi. Ci passa sopra una manica e per un istante si convince che sta piangendo veramente; si convince che sia segno di una qualche sofferenza. Vede se stesso come dal di fuori, dall’alto, con gli occhi: un piccolo uomo in uno spazio sterminato, con un pezzo di plastica nera in una mano. Lontano com’è non sente più nemmeno il proprio respiro. Non sente nemmeno il proprio cuore.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Alcuni racconti sono anche molto belli, Da qui a Coalinga – Il grande sogno del paradiso – Gli alberi sono spogli, ma nel complesso la raccolta non mi è piaciuta. Non sempre per sottrazione si arriva a una sorta di purezza ritmica e secondo me questo libro ne è la riprova.
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“La vita agra” di Luciano Bianciardi

30 gennaio 2006 Nessun commento
La vita agra
di Luciano Bianciardi
– Bompiani - 
(prima parte)
 
Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perchè vado chiacchierando?
*
E’ vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perchè mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perchè questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.
Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa si scansa appena per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perchè i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perchè questo ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conoscevi restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi. Fai testamento, ci scrivi chi vuoi a seguire il tuo carro, come vuoi il trasporto, ti raccomandi che non ti facciano spirare negli scantinati, ma poi, a ripensarci, vedi che quest’ultima tua volontà è fatta soltanto di rancore beffardo.
*
No, è brutto concludere cos’, ma veder gente non serve a nulla e anzi è una perdita di tempo. E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perchè si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all’esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati). Dicono: “Scusa ho premura, ho una commissione, scappo” e subito scappano davvero riscivolando taciti sul marciapiede- Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perchè tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto un’immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: “Fatti vedere”.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Faccio mie le ultime parole della prefazione a cura di Geno Pampaloni, perchè secondo me centrano in pieno l’essenza di questo libro che descrive un’Italia di qualche decina d’anni fa, ma non poi tanto diversa da quella d’oggi: “La vita agra racconta un’idea di vita, una passione di vita, e perciò non si esaurisce né nella satira, né nello scherno, né nella rabbia: -io-, l’-io- autobiografico, è una riserva di vitalità, che crea la propria maniera, e perciò le resiste, la sopravanza, si fa riconoscere nella sua identità vera, ci tocca in profondo con la sua umanità.”
Da segnalare l’accelerazione nel penultimo capitolo di questa edizione.
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28 gennaio 2006 13 commenti

Questa mattina mi sono svegliato e una delle prima idee è stata quella di condividere (condividere!) una compilation di solo voci al femminile (qui la prima parte, qui la seconda, sopra la copertina), perché?
 
Perché sì!
Perché ti alzi e se le prime tre canzoni che ascolti hanno qualcosa in comune, allora è fin troppo semplice tirare i fili e rimanerne intrappolato.
Perché buttarsi nella neve e osservare i fiocchi che cadono è una delle cose più belle da fare (basta ricordarsi di alzarsi prima di rimanerci sotto, nel vero senso della parola).
Perchè è l’unica cosa che hai voglia di fare mentre giri per casa in felpa, pantaloni del pigiama e cappellino di lana (le finestre spalancate perchè "l’aria da neve" ti piace troppo).
Perché ultimamenete faccio fatica a distinguire indiani e cowboys (e non so nemmeno da che parte vorrei stare).
Perché odio la puciacca*.
Perché settimana prossima mi trasformerò nel "vostro" corrispondente da Firenze.
Perché me lo sentivo che…
 
 
* quando nevica, nevica, nevica e poi smette, magari inizia pure a piovere e camminare diventa un percorso ad ostacoli subaqueo e arrivare dove devi con i piedi asciutti è impossibile, soprattutto se le tue “scarpe da neve” sono un paio di Adidas scasciate.
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27 gennaio 2006 1 commento
da “Mirrors" (Diari – VIII parte) di Cheeslaw Kiriowski
 
Non è volere, ma semplicemente sentire. Peggio! Sentire quello che non vuoi.
 
Pensiero e emozione, si possono scindere? Ma soprattutto, io sarò in grado di farlo?
 
E’ possibile essere convinti di non aver controllo sulle proprie azioni?
 
Io che non vorrei mai far ricadere l’attenzione su di me, inevitabilmente e involontariamente spesso riesco nell’effetto contrario.
 
Quando passi tanto tempo a parlare con te stesso, fai fatica a trovarne per gli altri.
 
La voglia di annullarsi, fino a non avere più sostanza.
 
Che differenza tra cercare conferme e confermarsi sempre?
 
Le persone non si cercano, si trovano.
 
Nessun successo raggiunto senza sforzo è un vero successo.
 
Vivo sul filo del rasoio impugnato dalla mia mano.
 
Per me la scrittura è un’ancora. Alla quale aggrapparmi, sulla quale dondolare, sempre più forte, per vedere cosa c’è più in là.
 
Cosa muove i sentimenti? Forse non dovrei, ma nonostante mi imbottisca la bocca, i gesti, la carne, continuamente con varianti di questo termine, continuo a cercare la risposta.
 
Quando il mondo decide di cagarti addosso, tu sorridi, ma a denti stretti!
 
01.01.06 – Stavo cercando, forse, di arrestare il tempo, perchè per la prima volta in vita mia, ho veramente avuto paura del suo correre?
(dopo aver scritto questa frase, mi sono sentito l’uomo più stupido di questo mondo)
 
Un piccolo gesto può diventare la più grande delle affermazioni.
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27 gennaio 2006 12 commenti

3 x 2*
(Special snowing edition)

 
 

00.48 –1°
 
30 kmh e volante come un serpente.
Nella mente parole e cifre che se volessi si trasformerebbero in un attimo in un futuro immaginato, nel quale credere sognando. Davanti la neve cade ignara delle gomme che arrancano, ma anche del fatto che dovrebbe coprire e invece porta alla luce collegamenti fin troppo semplici per la mia testa che ronza come una stufa malfunzionante. Dallo stereo esce “insegnami come si fa a non sentirsi di troppo e a non avere sempre dentro il mare d’inverno”. Parcheggio, due passi e mi sdraio nella neve, tanto lei continua a cadere…

* Per gli storditi, clikkare sulle foto !!

26 gennaio 2006 3 commenti
Una volta si diceva che gli eletti
“vedranno il regno dei cieli”;
io mi augurerei piuttosto
di vedere la terra per sempre.
 
Peter Handke

[D'accordo sulla prima parte, ma io invece mi accontenterei di vedere la terra finché sento di avere occhi per vedere.]

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26 gennaio 2006 4 commenti
DI TUTTO UN PO’P
 
Aggiornamenti alle sezione Leggo…
 
Finché ci saranno persone come queste, il mondo potrà essere ancora un posto vivibile.
(via Giò) 
 
Con questo sono arrivato fino alla terza domanda, sulla quale mi sono arenato venti minuti prima di chiudere il tutto. Poi sono andato su google a cercare le risposte della prima parte, solo per vedere fino a dove può arrivare la follia umana.

I dissidenti di Nazione Indiana si sono riorganizzati e adesso li trovate qui.
 
Qui, uno dei migliori album di inizio 2006 (anche se era già in rete in varie versioni da mesi).
(via The Sad Pandas) 
 
Arrivano i giorni della Merla
 
Dopo quasi quattro mesi, finalmente ieri sera ho scritto qualcosa di NUOVO. Tre ore filate, foglio bianco davanti agli occhi, testa bassa e tichettare.
(voi direte “e allora”, ma per me è molto importante, quasi vitale, soprattutto in un periodo come questo)
 
Due tris di concerti nel mese di febbraio che, economie permettendo, andrò molto probabilmente a vedere: 16/2 Devics – 17/2 Arab Strap – 18/2 Piano Magic – 21/2 Death Cab For Cutie – 22/2 Clap Your Hands Say Yeah – 23/2 Laura Veirs
 
Qui, un’interssante pezzo su Letteratura-Realtà-Finzione.

“Ragazzo di zucchero” di Ken Harvey

25 gennaio 2006 Nessun commento
Ragazzo di zucchero
di Ken Harvey
– Playground - 
(seconda e ultima parte)
 
Veronica guardò il rifugio dei leoni. “Amavo questo zoo. Mi ha sempre fatto sentire felice, qualunque cosa stesse accadendo nella mia vita. Mi faceva tornare bambina. Ora non ne resta più nulla.”
“L’altro giorno ho letto che ci sarà uno zoo che esporrà degli esseri umani,” intervenne Stephen. “un po’ come noi in questo momento. Saranno una coppia. Eterosessuale, ovviamente. Un uomo e una donna.”
“Forse cercheranno di far sposare Lyle e lo butteranno in una gabbia,” dissi.
“Sono stufa di Lyle,” esclamò Veronica. “Troppa bellezza mi deprime.”
“E’ meglio che ci fai l’abitudine,” aggiunse Stephen. “Se cominceranno a clonare qualcosa di più delle pecore, il mondo sarà pieno di Lyle.”
“Allora quelli come noi diventeranno unici e molto richiesti,” dissi.
“Non illuderti Peter,” Veronica scosse la testa. “Di gente come noi ce ne sarà sempre in quantità.”
“Se mi sforzo abbastanza,” disse Stephen, “riesco quasi a trovare confortante questo pensiero.”
*
Stephen si avvicinò con la sua sedia a rotelle a Veronica e le prese la mano. “E’ difficile trovare un lavoro come commessa se non hai esperienza. Cerca di non essere troppo delusa. Forse è solo questione di aspettative più realistiche.”
“Aspettative?” esclamò Veronica. “Cristo, non possono essere più modeste di così. Voglio solo essere una di quelle persone che dividono il loro tempo. Come quando leggi sulle sopraccoperte dei libri di una scrittrice che divide il suo tempo tra San Francisco e Boston. E’ questo il mio problema. Non ho nulla tra cui dividere il mio tempo. Qualcuno potrebbe dirmi come mai la mia vita è andata a finire così? Non ho nemmeno avuto un’infanzia difficile. E’ così deprimente.”
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25 gennaio 2006 2 commenti
3 x 2
(monografia * / **)

1 & 2 & 3
 

The Night’s Disguise

the clouds are holding up the dawn / they’re stilts or crutches I can’t tell which one / to keep the short days looking longer or to keep the sunlight from falling on broken legs / but the night’s disguise is wearing thin / caught me looking through your eyes / no I’m not doing alright / I’m just as stupid and desperate as I’ve always been / all the uselessness I write just come at me with a knife / come cut this sickness from my mind / help me forget about a shattered lie / bleed my failure into something right / the boss man said there’s no more work this winter / so go on home now and check back in the spring some dreams turned out to be a nightmare that you can’t afford so it’s coming in on a credit card / get yourself all prettied up my love / come here close let me tie that ironed ribbon / on the dress I bought you it’s the perfect one / for the perfect night with the perfect woman / but the night’s disguise is wearing thin

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24 gennaio 2006 2 commenti
IN VISIONE
 
THE TEXAS CHAIN SAW MASSACRE (Usa 1974)
 
di Tobe Hooper
con Marilyn Burns, Allen Danzinger, Paul A. Partain, William Vail, Teri McMinn, Edwin Neal, Jim Siedow, Gunnar Hansen, John Dugan

Postilla squisitamente PERSONALE

Decisamente non il mio genere, ma la scena della cena a tavola è a dir poco ossessionante.

LENNY (USA 1974)

 
di Bob Fosse
con  Dustin Hoffman, Valerie Perrine, Jan Miner, Stanley Beck

Postilla squisitamente PERSONALE

Bello, vivo, vero.

IN THE CUT (Usa 2003)

 
di Jane Campion
con Meg Ryan, Mark Ruffalo, Kevin Bacon, Jennifer Jason Leigh

Postilla squisitamente PERSONALE

Pessimo.

THE GATEWAY (USA 1972)

con Steve McQueen, Ali MacGraw, Al Lettieri, Ben Johnson
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Il film non è niente di che, guardabile di certo e poi lui è un grande e lei una delle donne più affascinanti che io abbia mai visto (già dai tempi di Love Story).

“Il manuale del contorsionista” di Craig Clevenger

24 gennaio 2006 1 commento
Il manuale del contorsionista
di Craig Clevenger
– Mondadori - 
 
Ciò che indossano dice ciò che vogliono mostrare, e ciò che mostrano dice ciò che vogliono nascondere.
*
Se un paziente psichiatrico riceve una visita, invece, in genere vuol dire che è vecchio e facoltoso. Se osservate i suoi visitatori, e fate attenzione ai loro orologi e alle loro scarpe, capirete da dove vengono i quattrini. Gli eredi spuntano come cavallette, e cominciano a spendere prima ancora che il giudice abbia sollevato il martelletto.
*
Ray era in prigione, così per la roba mi ero dovuto rivolgere altrove. Il tipo aveva detto: E’ roba buona, viene direttamente da Bakersfield, neanche tagliata. Solo perchè mi sei simpatico. Aveva ragione, era roba ottima, ma non sarei tornato da lui. La gente a cui sei simpatico senza che ci sia una ragione, prima o poi ti chiede sempre qualcosa in cambio.
*
Stetti seduto nella sala visite ancora per qualche minuto, lo sguardo fisso sulle mie dita, perso e indifferente, finché una guardia non mi disse di alzarmi e andarmene. Nella cella, mi infilai sotto la testa un rotolo di carta igienica a mo’ di cuscino, chiusi gli occhi e cercai di pensare a qualche buona ragione per odiare mamma è papà. Inginocchiato a quattro zampe, grattai ogni pezzetto d’odio che riuscivo a trovare sulle assi del pavimento della mia memoria, me li infilai tutti in bocca e masticai, ingoiando il succo per avvelenare e affogare ogni minimo sentore di dolore o tristezza o debolezza.
*
Tre settimane dopo, mi stavo lavando le mani nel lavandino del suo bagno, quando mi innamorai di lei. Vicino alla finestra c’era uno scaffale coperto da un foulard cashmere: sopra c’erano delle candele, un vaso di sali da bagno, e una foto in bianco e nero diciannove per ventiquattro deformata per i ripetuti e prolungati assalti dell’umidità. Ritraeva Keara su un divano in mezzo ad altre due donne. Teneva in mano un bicchiere di vino, aveva uno scintillio negli occhi e un sorriso da Gioconda che dava l’impressione di essere più pronunciato di quanto in realtà fosse. Non le chiesi mai dove fosse stata scattata, in che occasione, da chi – un ex fidanzato o no, non mi interessava -, non le chiesi chi fossero le altre due donne, né perchè avesse scelto di metterla proprio lì. Non le dissi che la vista di quella foto aveva fatto precipitare qualcosa dentro di me. Che stare con lei diventava altrettanto importante che cambiare nome, far smettere gli spaccadio, o imparare tutto ciò che potevo per stare alla larga dagli ospedali. Solo, non riuscivo a quantificare la sua importanza, non potevo assegnarle una misura. Quel desiderio bruciò nella mia testa e nel mio petto improvviso e rapido come un fiammifero, e non mi lasciò mai. Il mio cuore fa tutto da solo. Su queste cose non sono io che decido.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Il libro non è male. Si legge bene perchè la trama, forse un po’ ripetitiva in certi punti, scorre con un ritmo narrativo abbastanza veloce, però non è sicuramente il miglior libro degli ultimi dieci anni e nemmeno un libro perfetto.
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23 gennaio 2006 2 commenti
X & Y
 
X: Secondo te s’incazza?
 
Y: Nooooooo.
 
X: Ma sei sicuro?
 
Y: Siiiiiii.
 

X: Bene.

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“Viaggio al termine della notte” di Louise-Ferdinad Céline

23 gennaio 2006 Nessun commento
Viaggio al termine della notte
di Louise-Ferdinad Céline
– Corbaccio - 
(terza e ultima parte)
 
Andavamo lungo i viali dove tutti avevano l’aria di essere scesi in passeggiata dopo il tramonto. La notte martellata di gong era dappertutto, tutta tagliuzzata di canti contratti e incoerenti come il singhiozzo, la grossa notte nera dei paesi caldi col suo cuore brutale a tam-tam che batte sempre troppo in fretta.
*
Ma non esisteva portinaia a casa sua. La città intera era priva di portinaie. Una città senza portinaie, non ha storia, non ha gusto, è insipida, come una minestra senza pepe, né sale, una ratatuglia insomma. Oh! quel gustoso raschiare la pentola! Rimasugli, sbavature che stillano dall’alcova, dalla cucina, dalle mansarde, per sgocciolare a cascatelle attraverso la casa custode, nel bel mezzo della vita, che inferno saporito! Certe portinaie delle nostre parti sono travolte dalle loro mansioni, le si vede laconiche, tossicchianti, compiaciute, stranite, è perchè sono rintronate di Verità quelle martiri, consumate da Lei.
*
E la musica è tornata nella festa, quella che senti fin dove arriva il ricordo dai tempi che eri piccolo, quella che s’arresta mai qua o là, nei cantucci delle città, nei posticini della campagna, dovunque i poveri vadano a sedersi alla fine della settimana, per sapere quel che sono diventati. Un paradiso! gli dicono. E poi fanno andare della musica per loro, un po’ qui un po’ là, da una stagione all’altra,ha un rumore metallico, macina tutto quel che l’anno prima faceva ballare i ricchi. E’ la musica meccanica che vien giù dai cavalli di legno, dalle automobiline che non lo sono, dalle montagne che non sono russe e dal palco del lottatore che non ha bicipiti e non viene da Marsiglia, dalla donna che non è barbuta, dal mago che è cornuto, dall’organo che non è in oro, dietro il tiro a segno con le uova vuote. E’ la festa ingannapopolo di fine settimana.
*
Era scuro nella mia sala d’aspetto, la grande casa dall’altra parte della strada scolorava ampiamente prima di cedere alla notte. Dopo di che, non ci furono che le nostre voci, tra noi, e tutto quello che hanno sempre l’aria di stare per dire, le voci, e non dicono mai.
*
Mi tenevo sull’orlo pericoloso dei folli, ai loro margini per così dire, a forza d’esser gentile con loro, per carattere. Non scuffiavo ma tutto il tempo mi sentivo in pericolo, come se loro m’avessero attirato subdolamente nei quartieri della loro città sconosciuta. Una città con strade che diventavano sempre più cedevoli via via che avanzi tra le loro case bavose, dalle finestra sgangherate e mal chiuse, su quei rumori equivoci. Le porte, il suolo che non stanno fermi… Eppure ti prende la voglia di andare un po’ più in là per sapere se avrai comunque la forza di ritrovare la ragione, tra le macerie. Cambia presto in vizio la ragione, come il buon umore o il sonno dei nevrastenici. Puoi pensare solo alla tua ragione. Rien ne va plus. Basta scherzi.
*
Voleva seminarmi nella notte, il più in fretta possibile. Era regolare. A forza d’essere spinto a quel modo nella notte, si deve comunque finire per arrivare da qualche parte, mi dicevo. E’ una consolazione. “Coraggio, Ferdinand, ripetevo a me stesso, per tirarmi su, a forza di essere sbattuto fuori dappertutto, finirai per trovarlo di sicuro il trucco che gli fa paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. E’ per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte!”
*
I tramonti di quell’inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c’era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un’ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all’altro d’uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s’innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l’orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi stracci alla centesima replica. Ogni giorno verso le sei era esattamente così che andava.
*
E’ forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Forse le parole iniziali del romanzo sono anche le migliori per la fine: Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. E’ un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai.
E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.
E’ dall’altra parte della vita.
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21 gennaio 2006 11 commenti

MANIGLIONE ANTIPANICO
 
Dov’è l’uscita di sicurezza ?

P.S.
Stranamente oggi è stato un risveglio NO e l’ho capito quando, dopo aver letto Io Donna ed espletato le mie funzioni corporali, mi sono ritrovato al pc a scrivere una mail alla redazione perchè chi cura la rubrica Libri, ha avuto il coraggio di asserire in una recensione sull’ultimo libro di racconti di Dave Eggers: "è anche l’autore di un romanzo, non ancora tradotto in Italia, dal titolo per nulla pretenzioso, che è il seguente: L’opera struggente di un formidabile genio". Ah! sicuro ? ?
Vabbè… adesso vado che devo andare a vedere come procedono i lavori di riasfaltatura di piazza Verdi, i miei compari del ’28 saranno già tutti lì a guardare e fregarsi le mani.

20 gennaio 2006 Nessun commento

20 gennaio 2006 4 commenti
5 STRANE ABITUDINI

Di solito non mi piacciono molto queste catene di Sant’Antonio telematiche, ma stasera non ero in vena per scrivere altro, la prima puntata del Grande Fratello proprio no, uscire uguale e poi se la palla la passa Jago

 
Quando mi trovo a parlare con qualcuno, chiunque esso sia, non riesco a tenere ferme le mani e quasi sempre queste finiscono sulla mia faccia. Tra i vari gesti che compio ritualmente, ci sono il ripassare il profilo del mio naso con il pollice e l’indice, stesse dita quando mi alliscio la barba, ma quello che inconsapevolmente uso di più, è un altro. Mano destra, palmo a contatto e dita ben allargate. Parto dalla fronte e accarezzo tutta la testa per terminare sul collo, dove mi soffermo un po’ più a lungo, passando sulla differenza, per me gradevole visto che ho sempre i capelli molto corti, tra dove il pelo c’è e dove invece sento solo la pelle liscia.
NOTA: quest’ultimo gesto però lo faccio anche quando sono da solo, anzi l’ho appena fatto!
 
Anche se molte persone che mi conoscono so che mi definirebbero ordinato, io non lo credo, semmai sento che potrei essere considerato metodico, e una delle sfumature di questo tratto del mio essere, sono le liste.
Quella della spesa, dall’alto verso il basso, rispecchia l’ordine dei reparti che attraverserò durante la mia gita al supermercato. Qui però è d’obbligo una precisazione, prima che chiamiate la neuro: da quasi cinque anni, la stragrande maggioranza delle volte, vado sempre nello stesso posto, l’unico in zona che accetti i buoni pasto per fare la spesa.
Oppure le liste delle “cose da ricordarsi” nella giornata: mp3 da scaricare, argomenti su cui approfondire, siti da vedere, aggiornamenti da fare, termini da controllare, bozze da stampare, ecc. Compilate la notte, prima di andare a dormire, e sempre sui ritagli dei fogli A4 usati per stampare le copertine dei cd, gli stessi delle liste della spesa e anche quelli dove compaiono nomi di album e numeri di tracce contraddistinti da vari segni: _ O / *.
Ho anche una lavagna, vicino al frigorifero, dove dovrei segnare le commissioni di carattere pratico da svolgere, come pagare la bolletta del gas, informarsi quando scade l’assicurazione della macchina, passare in discarica, ma credo che questa (le altre liste funzionano per la mia testa sconclusionata) serva a ben poco… all’ingresso di casa mia riposano ormai da anni, come in un cimitero d’elefanti: un pc, una televisione, un videoregistratore, un lettore dvd, una stampante… per non parlare di un acquario di quasi due metri di lunghezza mai messo in funzione.
 
La prima volta che mi ricordo di aver voluto attribuire al destino (o come si voglia chiamare quel qualcosa) alte competenze matematiche e probabilistiche, è stato da bambino, quando facevo nuoto agonistico e mi avevano regalato un cronometro verde militare e semiprofessionale. Prima delle gare, in camera mia, facevo scattare la rincorsa ai numeri, credendo che se avessi raggiunto una determinata cifra senza respirare, avrei vinto.
Adesso mi capita di farlo fermo al semaforo, mentre aspetto di attraversare, decidendo che se le macchine rosse che sfrecceranno davanti ai miei occhi saranno X, allora il premio in palio arriverà. Oppure mentre sto scrivendo a pc questo post, se quando avrò terminato, i minuti dell’orologio in basso a destra saranno compresi tra X e Y… o ancora in coda in posta/banca/bar, se indovino la prima parola che mi dirà la persona allo sportello, allora…
Un po’ di mesi fa ho scoperto che c’è un film dove la protagonista coltiva questa mia stessa insana mania: Una lunga domenica di passioni.
 
Compro sempre lo stesso calendario da quasi dieci anni. Quadrato nel suo complesso, quadrati e ampi i giorni per segnarci compleanni-concerti-impegni-amenità_varie, modello teNeus. Spesso Keith Haring, una volta Andy Wahrol, un’altra volta con dei fari, quest’anno ho cambiato completamente: LS Lowry. Già questa sarebbe una mania, alla quale però se ne aggiunge un’altra, segnare i giorni con una X a pennarello punta grossa, nero-rosso-verde a seconda del primo che ho sottomano. Non lo faccio ogni giorno, capita che ci siano serie di quattro, anche di più, X tracciate con lo stesso pennarello, nello stesso momento. Non so di preciso perchè lo faccia e quando qualcuno me l’ha chiesto in due secondi ho risposto: “Così anche da lontano ho un’idea, più o meno vaga, in che periodo del mese siamo”. La notte stessa della domanda mi sono sdraiato per terra e tra le tante cose che mi sono passate per la testa, c’era anche questa, le X sul calendario. Non è una risposta al perchè quella che ho trovato, ma forse un’interpretazione tra le tante possibili: se traccio tante X in una sola volta, vuol dire che il periodo appena passato è stato intenso, magari caotico, ma pur sempre pieno, se invece mi trovo a segnarla giorno per giorno vuol dire che il periodo è piatto, i momenti non passano con la conseguente semplicità che dovrebbe competergli. 
 
La mania invece più recente, è quella di scrivermi, prima di uscire alla sera, una frase sul palmo della mano. Sono frasi che nella teoria dovrei leggere nei momenti in cui sento che sto entrando in un campo che conosco fin troppo bene, ma che in realtà leggo veramente solo una volta tornato a casa, quando ormai il senso mi è sfuggito e una serie di lettere può fare ben poco.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Cinque a casaccio tra le tante, ma una mania che invece mi dovrei far venire, è controllare se la notte precedente ho finito le cartine. O quantomeno istituire una scorta di monetine, ho un distributore automatico proprio sotto casa, diverse da quelle da 1/2/5 centesimi presenti in un salvadanaio a forma di mucca (una volta le ho pure usate, rischiando la paralisi di una mano).
UpDate 24.15 – Vestirsi (leggere uscire in panta bracalone e giacca sopra la maglietta), prendere la macchina, andare al Bistrot e rimanere come sempre incuriosito dalla fauna presente, tornare, svestirsi. Tempo netto: 6 minuti e 20 secondi (cazzo! se ci avessi messo qualche decina di secondi in più, domani sarebbe successo…).
 
°°°
Passo, ammesso vogliano, la pelota a:

19 gennaio 2006 5 commenti

DI TUTTO UN PO’P feat. ME, MYSELF AND I

Oggi posto in ritardo, perché dove lavoro c’è qualcuno che non ha ancora capito che gli allegati a mail che arrivano da contatti come coglione@staminchia.salcazzo e con oggetto “CALDE E BAGNATE SOLO PER TE” non vanno aperti e qualcun’altro ancora che non vede l’ora di scoprire cosa si è mandato (ah! che sbadati), quando gli arriva una mail dal suo stesso indirizzo con oggetto “APRI SUBITO L’ALLEGATO”.  Fosse uno, fossero due, no! Allora passi la mattinata a scoprire COME? e poi portare quel COME? su una cinquantina di pc, qualche server e rincorrere i portatili per vari stabili (capita anche di trovarli in uscita dai bagni e allora i guanti in lattice sono d’obbligo prima di metterci le dita sopra).

Come se non bastasse poi, quando stai per uscire dall’ufficio dove sei in quel momento, ti dimentichi della regola base e dici: “mi raccomando non fare questo e quest’altro fino a quando non ti do l’OK”. La regola base è quella che in questi casi ti dovrebbe ricordare che se pensi di far presente una cosa al collega, dovresti invece dirgli l’esatto contrario. Perché appena hai detto quella successione di parole e stai per andartene, con la coda dell’occhio lo vedi che inizia ad agitarsi, sbavare e muovere le dita frenetiche verso la tastiera del pc come sotto effetto di una  macumba.
E allora il circolo vizioso non ha fine… domani però, visto che al secondo giro istituisco la legge del taglione, si dovrebbe tornare alla normalità.
 
Aggiornamenti alle sezioni Leggo… & Ascolto…
 
Qui, una canzone che ultimamente ascolto spesso.
(click destro – salva con nome)

 

18 gennaio 2006 4 commenti
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18 gennaio 2006 8 commenti
IN VISIONE

Sin City

U.S.A. – 2005
di Frank Miller, Robert Rodriguez
con Bruce Willis, Jessica Alba, Clive Owen, Mickey Rourke, Brittany Murphy, Rosario Dawson, Nick Stahl, Elijah Wood, Benicio Del Toro, Jaime King, Devon Aoki, Alexis Bledel, Michael Clarke Duncan, Carla Gugino, Josh Hartnett, Michael Madsen
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Nell’esagerazione, godibile.
  
It’s alla about love
(Le forze del destino)
U.S.A. – 2003
di Thomas Vinterberg
con Joaquin Phoenix, Claire Danes, Sean Penn
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Troppa carne al fuoco, inconcludente.