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Archivio per novembre 2005

“La fame che abbiamo” di Dave Eggers

30 novembre 2005 3 commenti
La fame che abbiamo
di Dave Eggers
– Mondadori -
(traduzione di Matteo Colombo, Giuseppe Strazzeri)
 
La luna era solitamente di un giallo sotto vaselina.
*
Una volta finirono a letto da sobri e fu strano; non erano amanti, ma amici che giocano a Twister. La sera dopo ripiegarono sulla strategia iniziale. Bevvero un po’, poi andarono a letto, appena sotto la superficie della coscienza, senza la percezione dei confini. Qualcuno, osservandoli da lontano, avrebbe potuto chiedersi: come si parlano? Risposta: con il calore degli amici di lunghissima data, sebbene non fossero ancora vecchi. Lui come la toccava? Goffamente, perchè era goffo, e lei piuttosto critica. Lei come lo baciava? Disperatamente, tirando e spingendo, come una donna che cerca di raggiungere il fondo di una piscina profonda, senza saltare.
*
La bocca di Adam si piega troppo. Non è mai stato capace di sorridere senza sembrare beffardo, o di ascoltare senza un ghigno sciocco. Ma non è colpa sua. Il fatto è che lì, in quella zona intorno alla bocca, ha troppi muscoli.
*
Basil e Helen non si parlano da circa vent’anni, ma sono ancora amici, amici pigri.
*
Era un vezzo nuovo e non spontaneo – a che età bisogna arrivare per lasciarsi alle spalle gesti affettati come quello? – e sperai che non lo rifacesse più, perchè altrimenti avrei dovuto chiederla di smetterla.
*
“Mica posso preoccuparmi delle intenzioni di tutti quelli che conosco” rispose lei.
“Errore” dissi io. “Devi preoccuparti delle loro intenzioni. Quando incontri un uomo, le sue intenzioni nei tuoi confronti sono stabilite nei primi tre minuti.”
*
Palazzi di uffici anni Sessanta in vetro e acciaio che parevano costruiti col meccano, fragili e dimenticabili.
*
… l’anguria, affettata in sottili e precisi triangoli, piccole barche verdi dalle vele rosse posate su un lago d’argento.
*
Cerca di uscire il più silenziosamente possibile dalla tenda, ma il rumore della cerniera interna, come del resto anche di quella esterna, è troppo forte. Nello stesso istante in cui mette la testa fuori, Rita si rende conto che Shelley si è svegliata.
Vede il proprio alito sotto forma di compatte nuvole e intorno tutto quanto è blu. La luna è viva, adesso, e ha inondato ogni cosa d’azzurro. E’ come se tutto fosse sott’acqua, attraversato da ombre di un nero inconcepibile. Ogni roccia ha sotto di sé un buco nero. Fa un passo fuori dalla tenda, dentro l’aria fredda.
*
Quel viaggio in macchina ti fa venire voglia di congelare il mondo e mandarlo in frantumi con un cazzo di martello.
*
Anni prima era convinto di poter in qualche modo influire sulla vita di Adam, ma adesso sa di essere semplice spettatore, un genitore che assiste a una gara sportiva del figlio, con le mani contratte a pugno, incapace di influenzarne il risultato.
*
… il suono stridente che si produce quando si picchia la testa contro lo spigolo di un armadietto aperto. Un suono repentino, acuto, rabbioso. Un suono che esprime la stupidità del dolore.
*
Mi si seccò la bocca e finsi di continuare a sorridere. Perchè diamo la caccia a informazioni del genere, che poi non riusciremo più a toglierci dalla testa? Stavo invitando a casa un ospite fisso, violento. Avrebbe defecato nel mio letto. Fatto a brandelli i miei vestiti. Appiccicato fuoco alle pareti. Potevo vederlo risalire il vialetto e me ne stavo fermo davanti alla porta, sapendo che sarei stato uno stupido a farlo entrare. Eppure aprivo la porta lo stesso.
*
DIO: Sei mio come mie sono le caverne.
L’OCEANO: Non hai la minima chance. Non c’è paragone.
DIO: Io ti ho creato. Io posso domarti.
L’OCEANO: Una volta, forse. Adesso no.
DIO: Verrò date, ti congelerò, ti spezzerò.
L’OCEANO: Mi dispiegherò come ali. Io sono un miliardo di minuscole piume. Tu non hai idea di ciò che ho passato.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Le aspettative erano tante, ho un debole per Dave Eggers, e sono state rispettate. La cosa che più mi colpisce in questo momento è ripensare alla prima impressione, non così favorevolmente netta. Adesso invece prendendo in mano il libro e leggendo il titolo della raccolta mi dico che più dei singoli racconti, è la raccolta stessa ad essere una grande prova: “Proprio vero, in questi racconti, c’è la fame che abbiamo”.
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30 novembre 2005 Nessun commento
DI NUOVO
  
Ieri sera è successo ancora, sono rimasto vittima di una specie di monogamia musicale (e avevo pure qualcosa come dieci cd nuovi, usciti freschi freschi dal masterizzatore da ascoltare, volendo). Ma questa volta c’è un colpevole oltre al sottoscritto ed è inkiostro. Il cd di Gonzalez l’ho da tempo (è uscito a settembre), apprezzato, ma mai entrato nelle mie grazie fino in fondo. Dopo averlo riascoltato e forse per merito anche delle immagini associate a causa del post di cui sopra, quella canzone è rimasta nel lettore per quasi qauttro ore di seguito! (aggravante la sua durata: 2.40)

“Passa la bellezza” di Antonio Pascale

29 novembre 2005 Nessun commento
Passa la bellezza
di Antonio Pascale
– Einaudi -
 
Questo mondo qua che scorreva fuori dal finestrino (ottanta all’ora, mio padre aveva rallentato) non è mai stato pensato come parte di un bene collettivo, ma solo come territorio da sfruttare a uso individuale.
*
A dire la verità, questa domanda gliel’avevo fatta anch’io, quando l’avevo conosciuta, in un paesino del Molise, lei stava lì per una postulazio:
-Ma a Dio ci credi?
C’era stato un po’ di silenzio, finché:
-… senti, quando ero piccola mi sono fatta la stessa domanda e allora ho scritto un bigliettino indirizzato a Gesù, l’ho messo in un cassetto, così, ho pensato, se Dio esiste, sicuramente vorrà rispondermi, allora manderò l’angelo a prendermi il biglietto…
-Embè?
-Sto ancora aspettando che l’angelo lo venga a prendere.
*
Insomma, si sentiva sotto stress come non mai. Per questo mi sono detto, mo’ tocca a me, fami stare calmo, almeno le rendo la vita più facile. In fondo la democrazia è anche questo, fare un piccolo sforzo per semplificare la vita agli altri. E ho sorriso. Credo di aver fatto il sorriso dell’uomo forte, di quello che sa come controllare la situazione.
*
Nei call-center si lavorava tutti in un’unica stanza open-space, così che magari se uno dei centralinisti individuava una frase convincente, tipo: “Lei a questo punto converrà con me che vale la pena accettare un appuntamento con i nostri promoter”, e quello generalmente conveniva che sì, ne valeva la pena, ecco, non appena si scopriva che questa frase funzionava, tutti quelli che occupavano l’open-space la ripetevano come un mantra.
*
Nemmeno il tempo di elaborare questa immagine che mi è salito al naso l’odore del pullman, il nostro odore, un po’ come quello dei sedili della macchina quando sono inzuppati d’acqua.
Non è che stavamo così sporchi. In azienda c’era la pompa, a lavoro finito ci mettevamo a torso nudo. Doveva essere l’odore della miseria. Una specie di patina di sudore che non andava più via.
*
Per esempio, tre giorni prima, prima del mio peggioramento, dico, stavo seduto sulle gradinate del campo di calcetto a guardare Alfredo che tirava i rigori. Tre calci. E tre ne ha sbagliati. Però era divertente, imitava le facce dei giocatori quando falliscono, le mani nei capelli, gli occhi al cielo. Un recita, ma mica per gli altri suoi amici, quelli nemmeno se ne accorgevano, no, si metteva in disparte e recitava per se stesso. Si stava esercitando, non tanto a fare goal, ma a sbagliare un rigore: voleva fare pratica in anticipo, sulle cose che prima o poi perderà. All’improvviso, però, il vento ha fatto volare centinaia di foglie dai tigli. Via! Tutte per aria che planavano come coriandoli.
E Alfredo ha interrotto sia i rigori sia le facce dell’insofferenza per correre in mezzo alle foglie. Era il solo a inseguirle. Quindi ho pensato: è salvo, finché saprà distrarsi, sarà salvo.
*
- … ma a te piacciono molto i ricordi, ti sento particolarmente lirico.
-Piacciono molto? Insomma, diciamo che l’atteggiamento di chi vive solo sul presente mi sembra sopravvalutato, può essere bello per certi momenti, quando il presente si sparge su di te, accidentalmente, per il resto non puoi essere staccato dal mondo, come le persone sulla spiaggia. Che va bene che ho problemi con il mare, ci vado un paio di volte l’anno, faccio due bagni al massimo, ma questi che stanno tutto il giorno, tutta l’estate, sdraiati sotto l’ombrellone, dimentichi di tutto, non mi convincono. Date un futuro ai miei ricordi!
*
-Per tuo fratello non sono preoccupata,- m’aveva detto, -è più egoista, non avrà sensi di colpa nella vita. E farà bene, perchè i sensi di colpa o li usi bene, oppure finisce che prima si impossessano e poi abusano di te. Se li usi bene, vivi meglio, se no, li porti in famiglia.
*

Alla Città del sole, Piera aveva puntato un caleidoscopio.
-Ti prego, tutto, guarda, pure i trenini di legno, ma il caleidoscopio, no.
Per inciso, ero contrario ai giochi di legno, perchè erano diventati oggetti di design per bambini ricchi.
-Il caleidoscopio è il gioco d’infanzia che gli artisti ricordano di più, lo sai? Mostrano al bambino un altro mondo.
Io l’avevo provato e posato subito, perchè tutte le combinazioni di colore che vedevo erano rosse, invece di un altro mondo possibile mi ricordavano i miei eczemi.
-Compriamo, che so, una fionda, così uccide le lucertole, è assurdo che un bambino a quattro anni deve già essere di Greenpeace, da grande diventerà un nazista.
*
Risposta che già immaginavo. La cosa più terribile del matrimonio è che puoi prevedere le domande e le risposte, da mo’ a dieci anni.
*
-Guarda, a quarant’anni ho capito questo: il sesso che fai con tua moglie non ti permette di toccare le tue zone oscure.
-Be’, perchè dici questo? Non è mica una cosa statistica.
-No, per carità, sono contento, ti fai la scopata, poi ti addormenti e stai bene, come dire, c’è una domesticità congeniale, ma quel tipo di sesso è ragionato, e con la ragione non si possono illuminare le zone oscure, anzi, meglio se restano buie (come il bagno di casa mia). Cioè, le nostre mogli ce le siamo scelte con la ragione. Tu l’hai fatto, no? Pure io. E infatti è andata bene, grazie a questa scelta razionale siamo persone produttive, contente, abbiamo fatto i figli, ci siamo presi delle responsabilità. Finalmente è finito il tempo delle stronzate, di quando stavamo a Caserta, io e te davanti al bar a fare gli scemi. Tu lo rimpiangi? Io no! Non è un problema di rimpianti. E però le zone oscure esistono ancora, e per quelle la testa non serve a niente, ci puoi entrare solo con il sesso, perchè il sesso, in fondo, usato bene, è discreto, è uno strumento conoscitivo.
*
Voleva finire ma il suo cellulare s’era messo a vibrare (la vibrazione è un esempio di civiltà, anche se quando la batteria non regge più, si trasforma in un gracchio. Quello fu un gracchio, appunto). Non erano buone notizie, si capiva dalla faccia, allora con la coda dell’occhio ho visto Alfredo che si avvicinava a Riccardo per giocare e gli ho fatto segno di stare fermo, e nemmeno a farlo apposta, Piera aveva fatto lo stesso. Eccoci qui, mi sono detto (e ho sorriso, ma al vuoto), ci siamo scelti per questo, per la capacità di prevenire gli eventi, di arrivare prima degli altri, un’utopia: la fisiologia dell’amore, sapere come funzione per evitare il malfunzionamento. Un’utopia, evitare il gesto in più che ingolfa, il dolore di scarto. A che serve la sofferenza. Ma allora come è che poi stiamo soffrendo?
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Mi piace come scrive Antonio Pascale, diretto, con ritmo, equilibrato (tra descrizioni, discorsi diretti, ecc) mai troppo esterno al libro e alla storia che intende narrare. Però questo romanzo, corale sì come recita la quarta di copertina, alla fine da l’impressione di perdersi proprio tra tutte queste voci, vicissitudini. A fine lettura resta un’immagine troppo sfocata per poter dire che l’autore ha fatto centro.
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29 novembre 2005 1 commento
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Il mio pensiero è monocorde. E tuttavia i mali che lo hanno alimentato sono quanto mai vari. Esso li ha assimilati tutti, conservandone solo l’essenza che hanno in comune.
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Se ho capito qualcosa nella vita lo devo alla mia condizione di vinto. Il fallimento, sul piano filosofico, è tanto di guadagnato.
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L’uomo passerà.
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La paura di soffrire è l’ostacolo principale al compimento di un essere umano, all’ambizione e al desiderio di avere un “destino”.
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Quando si è tormentati da troppi impulsi contraddittori, non si sa più a quale cedere. E’ quel che si dice mancare di carattere.
*
Quando ci riportano un giudizio negativo o calunnioso nei nostri confronti, invece di arrabbiarci dovremmo pensare a tutto il male che abbiamo detto degli altri, e ammettere che è giusto se si fa altrettanto con noi. Ma questo non succede mai. E i maldicenti sono gli individui più vulnerabili, più suscettibili e inclini a pensare ai propri difetti. Basta riferire il minimo pettegolezzo su di loro perchè perdano la bussola e si scatenino.
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La vera eleganza morale è l’arte di mascherare da sconfitte le proprie vittorie.
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Mi interessa sempre di più la Mongolia, il cui corso storico è di quelli che mi attraggono. Difficilmente si troverà un altro esempio di gloria così grande seguita da una decandenza così penosa.
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Il più delle volte il cafard è una fatica che ignora se stessa.
Il più delle volte il cafard è il bel nome di una fatica che ignora se stessa.
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L’accumulo di trovate è un accumulo di debolezze.
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Poter visitare la Terra dopo una guerra atomica in piena regola è un desiderio legittimo, però…
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Il mio amico X – mi chiedono che ne è di lui. Amministra la sua gloria – è stata la mia risposta.
*
E’ ridicolo morire.
*
5 giugno. Ieri sera cena dai Bosquet, con Beckett che non ha quasi aperto bocca e se ne è andato precipitosamente dopo mangiato. Sarà stata la loquacità di Jaqueline Piatier a esasperarlo? Non so. Era ubriaco? E’ penoso vedere sotto un aspetto odioso uno che si rispetta. Per tutta la sera ha avuto gesti bruschi, come un nevropatico in preda a tic, che mi hanno fatto letteralmente star male. Angoscia o esasperazione che fosse, me l’ha trasmessa – e mi ha rovinato la serata.
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Mi piace che uno stile abbia la chiarezza di certi veleni.
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In me “l’orrore e l’estasi della vita” sono assolutamente simultanei, un’esperienza di ogni attimo.
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Il segreto di Charles de Gaulle è di essere una mente al tempo stesso chimerica e cinica. Un sognatore senza scrupoli.
*
Per quanto mi ribelli alla passione, devo ammettere che senza di lei tutto è vacuo in questo mondo; essa è un soffio che attraversa il vuoto e ce lo maschera. Appena si placa, il vuoto è più terribile di prima. Come fare?
*
Ognuno di noi deve esaurire la dose di follia che gli è stata dispensata alla nascita, e poi sparire.
*
Alla vigilia della morte, Socrate stava imparando un’aria per flauto. “A cosa ti servirà?” gli chiedono. “A sapere quest’aria prima di morire”.
*
Mi ci vuole ogni giorno la mia razione di dubbio: Me ne nutro, letteralmente. Non c’è mai stato uno scetticismo più organico. Eppure tutte le mie reazioni sono tipiche di un isterico. Datemi dubbi e ancora dubbi. Più che il mio cibo, sono la mia droga. Non posso farne a meno. Ne sono intossicato a vita. Perciò, quando ne trovo uno, uno qualsiasi, mi ci avvento sopra, lo divoro, lo incorporo nella mia sostanza. Perchè la mia capacità di assimilare i dubbi è sconfinata; li digerisco tutti, sono ciò che mi tiene in vita e la mia ragione d’essere. Non riesco a  immaginarmi senza di loro. Datemi dubbi, ancora e sempre dubbi.

28 novembre 2005 3 commenti

!

28 novembre 2005 Nessun commento

Eels – Ugly Love
(Blinking lights and other revelations)
 
Dear cousin,
I got your letter
It was more than i thought i deserved
Well she sounds perfect, all i dream of
And i dream about so much it is absurd
But when i get there and she sees me
I’ll be impressed if she does not run screaming

My kind of love is an ugly love
But it’s real and it lasts a long, long time
 
I had a thought while i was sleeping
And i dreamed about a place for us to rest
Eternity under the old oak tree
But i go too far i guess
Maybe i’ll think about tomorrow
And maybe i can get her to stay that long
 
’cause my kind of love is an ugly love
But it’s real and it lasts a long, long time
 
And if she finds me so repulsive
She wouldn’t be the first to wretch
Well i decided one day long ago
I was never gonna be the greatest catch
And if she cares about the car i drive
Then she can get in hers
The moment i arrive
 
’cause my kind of love is an ugly love
But it’s real and it lasts a long, long time

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28 novembre 2005 7 commenti

IN VISIONE NEL WEEKEND

Be Cool
(U.S.A. – 2005)
di F. Gary Gray
con John Travolta, Uma Thurman, Vince Vaughn, Cedric the Entertainer, André Benjamin, Steven Tyler, Christina Milian, Harvey Keitel, The Rock, Danny DeVito

Postilla squisitamente PERSONALE
Qualche battuta fa anche ridere, poi c’è Uma Thurman che sta sempre bene dovunque, ma nel complesso è un film molle e abbastanza perevedibile. 

Personaggio clou: la guardia del corpo nera e effemminata e il gangsta rapper rincoglionito.

Old Boy
(Corea del Sud – 2004)
di Chan-wook Park
con Choi Min-sik, Ji-tae Yu, Gang Hye-jung

Postilla squisitamente PERSONALE
Consigliatissimo !!

 Scena clou: la lotta nel corridoio.
 

Audition
(Giappone – 2000)
di Takashi Miike
con Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Renji Ishibashi

Postilla squisitamente PERSONALE
Il film non è male, o meglio forse l’idea che sta alla base, sicuramente però un po’ più di ritmo nella parte iniziale avrebbe giovato alla resa finale.

Scena clou: la "scoperta" del contenuto del sacco e conseguenze…

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28 novembre 2005 11 commenti
Perchè? Perché? La domenica mi lasci sempre sola…
 
Fare le pulizie in casa e ascoltare quasi sempre la stessa traccia in repeat, sta diventando il mio sport preferito della domenica.

(Grazie a Zub per la foto)

“Si spengono le luci” di Jay McInerney

27 novembre 2005 Nessun commento
Si spengono le luci
di Jay McInerney
– Bompiani -
 
Per quanto sofisticati apparissero, avevano in comune una specie di dimensione ultraterrena, poiché erano persone attraenti ormai da tempo al riparo dal dolente mercato dell’amore e avevano trovato quasi subito la risposta a quella grande domanda.
*
Non c’è più nessuno che voglia cambiare il mondo. Vogliono soltanto possederlo.
*
Raramente guardava qualcuno negli occhi; evitava i saluti e ignorava le domande: un comportamento che gli inferiori tendevano a interpretare come arroganza e gli ammiratori come la goffaggine imbranata del genio.
*
Nato nel Midwest e, trasferitosi all’est, Russell condivideva tutti i classici sospetti nei confronti della California. La vedeva come il quartiere generale dei culti religiosi, delle manie salutiste e della decadenza babilonese; comunque quest’ultima caratteristica costituiva anche la sua principale attrattiva. Non capiva come ci si potesse occupare seriamente di qualcosa con quello stupido sole che splendeva sempre. Ciononostante, sperava che la West Coast rappresentasse sia un’evoluzione rispetto alla malafede, alla cattiva coscienza e alla sofisticheria presuntuosa di New York, sia l’estremo limite della migrazione dalla storia, dalla cultura, dall’Europa.
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… si sentiva come un uomo che avesse sposato da giovane una donna bellissima e, ormai sazio del suo fascino, trovasse piacere solo negli sguardi famelici degli altri uomini.
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Tornata in camera, riprese a rifarsi gli occhi. Le finestre dell’anima. Be’, le finestre hanno bisogno di infissi e tende, no? Ecco l’ombretto. Tapparelle di Chanel.
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All’aperto, Corrine cominciò a sentirsi meglio. Frizzante e graffiante freddo di gennaio. Il cielo era limpido e luminoso perchè, a differenza di Corrine, si era coricato a un’ora decente.
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“Cosa?” disse Nikki.
“Cosa ‘cosa’?” chiese Glenda. Quando Nikki faceva una domanda, era difficile stabilire fin dove si dovesse risalire con la risposta. Partire con una definizione base delle singole parole? Riandare la big bang e, poi, spingersi gradualmente fino al momento in cui il pesce strisciò sulla terraferma, gli spuntarono lunghe gambe e lunghi capelli, arrivò a New York e fu scoperto dall’agenzia Ford?
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Corrine bevve e si leccò una catena di bollicine sulle labbra. “Rimpiangi mai di non aver sposato Caitlin?”
“Eravamo sposati quanto chiunque altro. Mi piace considerarlo un ‘matrimonio d’inconvenienza’. Litigavamo quanto qualsiasi coppia sposata, e ciascuno di noi si era specializzato nelle debolezze dell’altro… Direi che vale come matrimonio, no?”
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Sostanzialmente, penso che gli uomini parlino alle donne per portarsele a letto, e le donne vadano a letto con gli uomini per riuscire a parlarci.
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Russell rifletté sulla circostanza che entrambi avevano fatto più di quanto avessero il diritto di aspettarsi, anche se il risultato raggiunto non era quanto avevano sempre considerato la loro meta. Eppure, aveva pensato che sarebbe stata una sensazione più piacevole.
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Dai fatti risultava che la moglie fosse l’unica che non avesse bisogno di attenzioni extra, forse in base al principio che tanto ci sarebbe sempre stata.
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“Quello che molti non capiscono,” riprese, dopo che si furono rimessi in cammino, “è che dovunque ci siano dei perdenti esistono anche dei vincitori, giusto?” Rallentò vistosamente l’andatura, bloccando quasi il corteo. “Il trucco,” concluse, “è quello di piazzare il culo tra i vincitori.”
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Durante un pranzo con un attore giovane e celebre, si sentì snobisticamente superiore agli individui goffi che si trovavano agli altri tavoli: questo non perchè considerasse un privilegio mangiare con quell’attore, ma perchè, a differenza di tutte quelle persone, non gliene importava gran che. Era soltanto lavoro. Ed era una cosa da raccontare a Corrine, così tanto per dire, proprio perchè neanche lei ci avrebbe fatto caso: gli orizzonti culturali di entrambi erano ben più diversi.
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Qualcuno che conosceva – non ricordava più chi -, una volta le aveva detto che sentire la mancanza di qualcuno è un modo per stargli vicino.
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L’estate era calata sulla città come una banda giovanile che sbuchi all’improvviso da dietro un angolo: aggressiva, compatta, odorosa ed eccitante, carica di elettricità. Sarebbe potuto succedere di tutto. C’erano miraggi, perfide dicerie, una maggior consapevolezza al piacere e all’omicidio.
La fuga era il sogno di quasi tutti gli abitanti; ma, nelle strade che si liquefacevano, aleggiava anche un certo piacere caustico. L’aria vischiosa sembrava funzionare da superconduttore per le correnti sessuali di milioni di pedoni fumanti, le cui occhiate torpide e languide, come le giornate, si protraevano più a lungo che nella altre stagioni. Nonostante i segni dell’epidemia, l’odore acre e denso del desiderio fuorilegge ristagnava nell’aria; di notte, le coppie coniugate e quelle di cui si diceva: “E’ come se fossero sposati” giacevano sulle lenzuola madide, in precario equilibrio, cercando di mantenere l’acme del piacere. Di giorno, si trattavano affari nei grattacieli con l’aria condizionata.
*
Sul pianerottolo la signora Oliver aprì la porta per quanto glielo consentiva la catena e sbirciò fuori; aveva il viso secco come una prugna, incorniciato tra porta e stipite, la catena di ottone premuta sopra il labbro come un paio di baffi e il suo yorkshire che le uggiolava alle spalle. Da quando suo marito si era iscritto a quel club per anziani signori in cielo. la signora Oliver passava tutta la giornata dietro la porta, aspettando di sentire dei passi sulle scale, come se il suo più ardente desiderio fosse quello di essere una testimone d’accusa prima di lasciare questo mondo infestato dal crimine. Per tutto il giorno, apriva e chiudeva la porta come un mollusco bivalve che tragga nutrimento dall’oceano.
*
Mentre si recava in taxi dal West Village allo Sherry Netherland per consumare il pasto di mezzogiorno in compagnia del suo editor, Victor Propp affrontò la questione da varie prospettive, con la scogliera gessosa della fronte corrugata per lo sforzo cerebrale. In senso letterale, al ristorante gli scrittori non pagano mai. Pagano agenti, editor e giornalisti. Si usava così; era una convenzione sociale che aveva quasi lo status di verità universale. Secondo Victor, era necessario che l’artista rimanesse per certi versi bambino, viziato e dipendente; una creatura porosa, orale, bisognosa di tutto; una bocca aperta; un ego mostruoso per il quale ogni realtà oggettiva è composta di specchi e capezzoli.
*
“Sogno sempre di vincere alla lotteria, amico, ma non comprò mai il biglietto.”
“Come dice la pubblicità: ‘Se non giochi, non vinci.’”
“Lo so che, per vincere, devo giocare. Bastano un dollaro e un sogno, dice il tizio. Be’, il sogno io ce l’ho, eccome. Adesso mi serve solo il dannatissimo dollaro.”
*
Tra loro vigeva una delicata etichetta di stoicismo virile, che veniva infranta solo in occasione di un’estrema violenza emotiva o di ubriachezza: due circostanze spesso concomitanti.
*
“Ci staresti?”
Jeff esalò un anello di fumo ondeggiante dalle labbra strette. “Certo.” Questo era uno dei motivi per cui Russell rimpiangeva il fumo: la possibilità di usarlo come corsivo e punteggiatura.
*
Cominciò a singhiozzare. Sembrava impossibile che avesse potuto trattenere in sé quella tristezza tanto a lungo senza esplodere, senza nemmeno riconoscere la natura di quell’oppressione. Tutte le cellule stagne del tormento e del rimorso furono improvvisamente disigillate; avvertì il dolore accumulato per ogni ferita, sgarbo, offesa, imbarazzo, insulto e rifiuto che avesse mai patito, e che credeva di aver dimenticato; nessuno di essi era minimamente sufficiente a giustificare la pena che stava soffrendo, un’afflizione immensa per appartenere esclusivamente a lui che lo riconduceva la pozzo senza fondo della sofferenza umana e, soprattutto, al dolore delle persone che aveva ferito nel corso della sua breve vita spericolata. Tutto il male che aveva fatto agli altri era ricaduto su di lei; si vergognò delle centinai di cose crudeli, arroganti, superficiali che aveva pensato, detto o scritto.
*
Getto il sacco sul tavolo da pranzo e si versò una robusta dose di vodka, da compleanno. Un tempo, avrebbe considerato romantico bere per dimenticare il dolore. Adesso gli sembrava soltanto un analgesico.
*

Un’ora dopo, lui aveva finito il vino e si era addormentato con la testa appoggiata la divano e la bocca aperta, come un uccellino che aspetti il cibo dal cielo. Purtroppo, questo rammentò a Corrine il padre, un uomo altrettanto incline ad addormentarsi davanti alla tivù, lasciando le donne sole con tutto quello che avevano da dire. Alla fine, se n’era andato nel periodo in cui Corrine si trovava la college, ma erano già anni che non c’era più.
Come la città intorno a lei, Corrine era sveglissima. Spense il videoregistratore; sentì una sirena sulla Seconda Strada, i clacson, le voci e la musica. Andò alla finestra, a guardare le luci che, come le stelle, rappresentavano ciascuna un mondo a sé. E se qualcuno, laggiù in quel grattacielo nuovissimo, stesse guardando questa luce, cosa penserebbe? Niente. Sentì filtrare qualche lenta goccia di panico, non sapeva nemmeno se ci fosse un posto per lei, in questa galassia gelata; non sapeva neanche se, in quel preciso istante, esistesse.
“Russ, svegliati,” disse, tirandolo per un braccio. Lui sbadigliò, scosse la testa e si alzò.
“Cosa?” disse. “Che c’è?”
Adesso si sentiva sciocca ma, un attimo prima, aveva avuto la sensazione di essere sul punto di scomparire. “Niente,” disse, stringendogli la mano e cercandosi nei suoi occhi.
*
“bel vestito, il tuo,” disse Russell, per alleggerire l’atmosfera. Quando Whit diventava personale, era come vedere il proprio padre piangere. Rigido com’era, dava l’impressione di potersi sciogliere in una pozza ai tuoi piedi, se non avessi tenuto sotto controllo la temperatura della conversazione.
*
“Fumi?” chiese.
“Ho smesso.”
“Dio, che noia. Non voglio saperne niente. Immagino che fai anche ginnastica. Vai in palestra eccetera. Usi il preservativo e ti lavi i denti dopo ogni pasto.”
“In realtà, sono un drogato bisessuale, con un igiene personale scarsa e una forte propensione per la schiavitù.”
“Sorridi quando lo dici, tesoro, o mi vedrò costretta a chiederti di sposarmi.”
Russell invece dovette chiedersi quale di quelle qualifiche l’avesse attratta maggiormente.
*
Era la prima volta che tornava a casa da settembre, otto mesi addietro. La distesa anonima del paesaggio lungo la strada gli rammentava il commento di un ragazzino di New York con il quale, da matricola, condivideva la stanza al college: “Una volta, sono stato nel Midwest. Non c’era niente da vedere, e niente che ti impedisse di vederlo.”
*
“Cresci, Jeff.”
“Mi sembra che tu stia diventando vecchio abbastanza per tutti e due.”
*
“I tempi hanno allontanato il realismo, Harold. Cerca di coltivare un tocco di assurdità. Forse ti aiuterebbe a non restare indietro. Non trovi che questo Montrachet sia lievemente acido?”
*
Come accadeva quando avevano appena smesso di litigare, Russell e Corrine tendevano a fare troppa scena nel tentativo di risparmiare agli altri la loro infelicità. [...] Ma quello che veramente non capiva era perchè dopo tanti anni Russell non poteva essere un po’ più sensibile ai suoi umori e ai suoi desideri, più svelto a cogliere i segnali. Perchè ogni volta che aveva bisogno di qualcosa, lei doveva essere costretta a tirar fuori un fottuto cartellone? Russell esprimeva capricci e desideri man mano che gli saltavano in mente. Non gli sarebbe mai venuto in mente che lei potesse comunicare in modo meno diretto.
*
… il bicchiere di scotch di Jessie che sudava sul davanzale…
*
E, mentre anche lui scivola nel sonno, ha un’intuizione che gli pare importante e che spera di ricordare il mattino dopo, anche se è uno di quei pensieri che difficilmente sopravvivono alla traduzione del linguaggio delle ore diurna. 
 
Postilla squisitamente PERSONALE
New York + il mondo dell’editoria + un’abilità magistrale nei dialoghi = un gran bel romanzo (anche se un gradino sotto rispetto a “Le mille luci di New York).
Una delle scene più belle del libro, quando Trina Cox va al Raquet Club (donne non ammesse), per comunicare che Aldridge da oggi sarà il suo ex-capo.
Da questo libro ho deciso di non leggere più le quarte di copertina, ti svela il finale !! (che non è tutto, ma tanto).
.

24 novembre 2005 Nessun commento

P.S. Per chi volesse fare una vera e propria indigestione di good vibes, dalle 19 presso il Circolo ARCI di Mirabello – Cantù (CO), c’è un aperitivo reggae con selecta a cura di RJS SOUND.

°°° UPDATE 28/11/05

Warm My Mind desidera ringraziare tutta la gente presente venerdì per il calore e la voglia di muovere le chiappe dimostrati.

24 novembre 2005 Nessun commento
Il manuale del debuttante russo
di Gary Shteyngart
– Mondadori - 
(terza e ultima parte)
 
Così aprirà gli occhi e spalancherà la porta. Darà inizio alla sua giornata lavorativa di dieci ore. Chiacchiererà cordiale con le segretarie e userà i suoi minuti liberi per informarsi sulla classifica delle squadre sportive locali nelle ultime pagine del “Plain Dealer”, notizie indispensabili per i bizzarri rituali camerateschi del dopo lavoro. [...]
Poi, finalmente, la giornata si riavvolgerà all’indietro e lui tornerà da Morgan… al sottile respiro che le esce dalla bocca, alle orecchie arrossate per il calore, come se dentro vi fossero nascoste braci ardenti, al suo corpo gravido che la notte lo abbraccia con l’ansia di una futura madre.
E che cosa dire di quel bambino?
Vivrà come ha fatto un tempo suo padre: un’esistenza stupida, grandiosa, estatica?…
No, pensa Vladimir. Perchè riesce già a immaginare suo figlio. Un maschio. Che cresce alla deriva in un mondo personale di folletti elettronici e tranquilli bisogni sessuali. Opportunamente protetto dagli elementi da controfinestre e stucchi. Serio e non troppo intelligente, ma libero da malattie, libero dalla paura e dalle follie delle terre orientali di Vladimir. In combutta con la madre. Un parziale estraneo, per suo padre.
Un americano in America. Ecco chi è il figlio di Vladimir Girskin.
*
… il passato, il presente di ieri…

23 novembre 2005 Nessun commento

3 x 2

1

&

2

&

3

Tag: ,

23 novembre 2005 Nessun commento
The Decemberists
- From my own true love (Lost at sea) -
(Picaresque)

 
Four score years
Living down in this rain swept town
Sea salt tears
Swimming round as the rain comes down

Mr Postman, do you have a letter for me?
Mr Postman, do you have a letter for me?
A letter for me
From my own true love
Lost at sea
Lost at sea

Mr Postman, do you have a letter for me?
Mr Postman, do you have a letter for me?
A letter for me
From my own true love
Lost at sea
Lost at sea

Tag:

22 novembre 2005 9 commenti

DI TUTTO UN POP

Aggiornamenti alle sezioni Leggo… & Ascolto…
 
Qui, trovate una interessante intervista a Matteo Galiazzo e in particolare sul perchè ha deciso di smettere di scrivere.

Se vi state chiedendo cosa diavolo ascolta il sottoscritto, quiqui e qui, trovate qualcosa tratto dai dischi della sezione Ascolto…

Tempo fa ne avevo segnalato uno letterario, qui invece si parla anche di Musica e Cinema.
(via Lo scaffale)

Qui, come sempre, tanti links utili. Io vi consiglio: Devendra Banhart, Eels, Beck, Beastie Boys, Joanna Newsom.

Help ???
Qualcuno sa indicarmi qualche posto (Milano e dintorni) o sito internet, dove si possano acquistare magliette con le seguenti caratteristiche: girocollo – cotone – colori non accesi (es: verde militare).

22 novembre 2005 Nessun commento
da “Il pugile a riposo” di Thom Jones – minimumfax
 
Il venerdì pomeriggio mi porto a casa quanti più manoscritti è possibile dalla pila di quelli arrivati per posta e li leggo a letto durante il weekend. La maggior parte fa schifo. Novantanove volte su cento mi arrendo dopo il primo paragrafo. Schiaffo una lettera di rifiuto standard sopra il manoscritto, lo metto nella busta già completo di indirizzo che lo accompagna, lecco la mucillaggine sui risvolti della busta fino a che il sapore della colla mi fa venire il mal di stomaco. So che laggiù, nel cuore del Paese, ci sono aspiranti scrittori che restano devastati da queste aride comunicazioni di rifiuto e forse si suicidano pure, ma il mio piccolo mal di stomaco per me è più importante di qualsiasi essere vivente. Eppure sono troppo pigra per andare a prendere una spugnetta in cucina.
*
Un mio amico del pronto soccorso mi ha detto che la coscienza animale è fatta solo di qui e ora, e che un essere umano può grosso modo riprodurre quella condizione bevendo cinque martini di fila mentre sta a mollo in una vasca d’acqua bella calda. Una condizione che si raggiunge il sabato sera, se tutto va bene. Il resto del tempo… be’, basta leggere i giornali per capire cosa intendo. Il comportamento umano, per i novantotto per cento, è un abominio.
*
Bisogna capire cosa vogliono e come trattarle. Devi fare in modo che siano loro a venirti a cercare, e non devi farti coinvolgere emotivamente. Voglio dire, quando fai così il coltello dalla parte del manico ce l’ha lei: quando cominciate a chiamarvi coi vezzeggiativi, a sapere qual’è il colore preferito l’uno dell’altra, e lei inizia a tirarti fuori piccoli anniversari a ogni piè sospinto. Prima ancora di accorgertene sei diventato papà, con tutta la responsabilità che questo comporta. No, bisogna tener duro sulla strada del non-coinvolgimento, e lavorarci su. Dagli un po’ di James Dean, di Montgomery Clift o di Rodolfo Valentino, e quando capiscono che non possono averti veramente, ti vogliono ancora di più: e a quel punto sei tu il vincitore. E’ molto semplice. E’ solo questione di stile.
*
Il mio vero padre, J.Z. Magill, non realizzò mai il suo sogno di diventare campione dei pesi massimi. Finì nel manicomio statale di Salem, Oregon, quello dove hanno girato Qualcuno volò sul nido del cucuolo. Lo misero nel reparto per i criminali con infermità mentale. Aveva cavato un occhio a un teppista con un solo colpo del suo “destro dinamite” durante una rissa in un vicolo, e si era beccato dieci anni. Andai a trovarlo subito dopo aver prestato servizio come marine in Vietnam e mi ricordo quel reparto. Il puzzo di urina, l’orrendo rumore e la tensione e i malati di mente violenti che si aggiravano per il reparto come grandi squali bianchi in acque turbolente e insanguinate. In effetti, in quel posto la pazzia somigliava molto a quello che avevo visto in Vietnam. Era una pazzia intensa, psichedelica.
*
Finché non perdoniamo noi stessi non possiamo amare nessuno né fare un briciolo di bene in nessun posto e in nessun modo.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Tra i migliori racconti della raccolta: Break on Through, Libera il mio cuore, Voglio vivere!, Rocket MAN.

21 novembre 2005 Nessun commento
Per un istante d’estasi
 
Per un istante d’estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
Proporzionata all’estasi.

 
Per un’ora diletta
Compensi amari d’anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni pieni di lacrime di saperlo.
 
Emily Elizabeth Dickinson
(Amherst – Massachusetts, 1830 – 1886)

21 novembre 2005 3 commenti

Non è molto sano pensarci adesso, soprattutto per il periodo, ma qui si stava proprio bene !!

21 novembre 2005 Nessun commento
Il manuale del debuttante russo
di Gary Shteyngart
– Mondadori -
(seconda parte)
 
“Lo so” rispose Vladimir. “Me l’ha detto mia mamma.”
“Tua mamma è bella” confessò timido Lionja. “E’ l’unica a stare attenta che non mi picchino. Dice che diventeremo grandi amici.”
Qualche ora dopo, mentre erano sdraiati sulle stuoie, durante il sonnellino, Vladimir abbracciò la creaturina rannicchiata che aveva accanto, il suo primo amico del cuore, proprio come aveva promesso la mamma. Forse l’indomani, con le rispettive nonne, sarebbero andati insieme alla fossa comune di Piskarjovka a portare i fiori per i morti. Forse sarebbero diventati insieme Pionieri Rossi. Che fortuna, non avendo fratelli né sorelle, aver trovato qualcuno di così simile… Adesso c’erano, l’uno per l’altro! Come se la mamma avesse cercato qualcuno soltanto per lui, come se avesse capito quanto si era sentito solo nel suo letto di dolore in compagnia della giraffa, mentre i mesi di dipanavano nella luce crepuscolare finché non arrivava un nuovo giugno, quando lo portava nell’assolata Yalta a guardare i delfini del Mar Nero saltare felici.
*
Laszlo uscì dal camerino. Era un gentiluomo magro e troppo alto per la toga da giudice che gli arrivava fino alle cosce, una specie di minigonna giudiziaria. Dalla testa gli spuntavano ciuffi spettinati di capelli grigi che formavano una sbilenca corona. “Sei tu il cliente?” domandò a Vladimir in un inglese eccezionalmente chiaro. Doveva aver passato anni a limare l’accento ungherese con lana d’acciaio ed era arrivato al punto in cui non sapeva più pronunciare la parola “paprika”.
*
… magliette di varie tonalità cupe: bigio ospedale, grigio narcolettico, nero come il nulla.
*
Le lezioni americane cominciarono l’indomani. Il kasino era stato sistemato come un auditorium con file di sedie pieghevoli in plastica. Quando le sedie furono tutte occupate, Vladimir diede una seconda occhiata: gli uomini di Marmotta erano in numero pari a quello dei parlamentari di una repubblica di discrete dimensioni.
Né conosceva meno della metà. Oltre alla base di soldati e ladri, c’erano gli autisti dell’armata di Bmw, le spogliarelliste che fornivano manodopera ai locali più clandestini, le prostitute che lavoravano la kasino e che in tempi di vacche magre facevano il turno di notte in piazza Stanislao, i cuochi delle mensa che per arrotondare la paga gestivano il contrabbando internazionale di caviale, i giovanotti che vendevano gli enormi cappelli di pelo con l’insegna della Marina sovietica agli aficionados della Guerra Fredda sul ponte Emanuel, i ladruncoli che derubavano i vecchi tedeschi che si allontanavano dal gregge turistico; e quello era soltanto il personale che Vladimir riusciva a identificare grazie alla combinazione di caratteristiche come età, sesso, aspetto e portamento. La maggioranza dei congregati rimaneva per lui una massa indistinta di poveracci dell’Europa orientale con i loro vestiti maltagliati, le giacche a vento di nylon, le pettinature da gallo e i denti anneriti dalle Sparta senza filtro, tre pacchetti al dì come prescritto dalla vita.
*
Il tipo scarabocchiava in fretta su un quaderno, le canoniche bottiglie vuote allineate sul tavolo, la sigaretta che si consumava con il pilota automatico nel posacenere e, di tanto in tanto, percorreva con lo sguardo il ristorante sfiorando come per caso il tavolo affollato di rappresentanti del sesso debole.
*
E così Cohen raccontò a Vladimir la storia di suo padre. Si conoscevano ormai da un paio di minuti; una penna era passata di mano, i legami etnici erano stabiliti, qualche battuta era stata scambiata. Bastava – l’equivalente di due crani che si annusano a vicenda il sedere – per spingere lo scrittore Cohen a raccontare la storia di suo padre?
*
Passarono alcuni minuti. Valdimir la pungolò nella pancia. La loro era la relazione più silenziosa che Vladimir avesse mai avuto, e gli stava bene: la mancanza di parole implicava una mancanza di conflittualità, abbracci assonnati e gargarismi mattutini esprimevano un tipo di amore più semplice e proletario. Tuttavia c’erano occasioni in cui il silenzio di Morgan sembrava sbagliato, quando lo fissava con la stessa incertezza che si riserva al gatto, un randagio maltrattato che grazie alla sue cure era cresciuto fino a proporzioni occidentali e ora conduceva una malinconica vita segreta sul davanzale.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Io sinceramente il nome di Shteyngart non l’avevo mai sentito e nemmeno letto da qualche parte la notizia dell’uscita del suo libro(*). L’ho scoperto grazie ad uno dei documentari Scrivere NY (collaborazione tra minimumfax-media e Cult Network), uno di quelli che più mi è piaciuto. Quel suo modo schietto, divertito, ma al tempo stesso malinconico di descriversi, raccontare la sua vita e le sue origini, si ritrova nella sua scrittura. Se pensate che si tratta di un russo/ebreo emigrato a NY, potete farvi qualche idea.
 
* tempo fa Cassini (direttore editoriale di minimumfax) mi ha detto che una volta Shteyngart, dopo un anno passato a Roma, si lamentava con lui perchè il suo libro nelle librerie non lo vedeva mai, mentre quelli di minimumfax erano presenti e bene in vista ?!?!

17 novembre 2005 2 commenti

GREETINGS FROM BIRGUM

La battuta di oggi è stata: "Vado a fare una select tra gli antipasti". Allora, insieme ad una delle poche persone che non parla in continuazione di Bit, Connessioni, Permessi, Query, abbiamo seccato mezza bottiglia di grappa!

Questa sera mi rendo conto del perchè uno dei motivi principali nella scelta del mio attuale lavoro, è stato il poter raggiungerlo a piedi… però non mi sento particolarmente buono, quindi la chiudo qui.

16 novembre 2005 2 commenti

AVVISO AI NAVIGANTI

Come successo oggi, sarà difficile che giovedì e venerdì io riesca a postare qualcosa. Sarò infatti (sempre come oggi) nella bergamasca per un corso SQL e giustamente un’aula che dovrebbe essere attrezzatissima, usa WIN2000 come sistema operativo client e non c’è accesso alla madre di tutte le reti. Come se non bastasse vi dico solo questo, oggi a pranzo la battuta che più ha fatto sbellicare dalle risate i miei compari di tavolata è stata: "Buone queste pappardelle, facciamone il backup per domani". Io alla scena non ho resistito, ho preso per un lembo della giacca il cameriere e, guardandolo con occhio pallato, gli ho intimato di portarmi immediatamente altre due caraffe di vino.

A.I.U.T.O!

Ma nonstante tutto, mi sento buono, e almeno il 3 x 2 …

3 x 2

1 & 2 & 3