Passa la bellezza
di Antonio Pascale
– Einaudi -
Questo mondo qua che scorreva fuori dal finestrino (ottanta all’ora, mio padre aveva rallentato) non è mai stato pensato come parte di un bene collettivo, ma solo come territorio da sfruttare a uso individuale.
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A dire la verità, questa domanda gliel’avevo fatta anch’io, quando l’avevo conosciuta, in un paesino del Molise, lei stava lì per una postulazio:
-Ma a Dio ci credi?
C’era stato un po’ di silenzio, finché:
-… senti, quando ero piccola mi sono fatta la stessa domanda e allora ho scritto un bigliettino indirizzato a Gesù, l’ho messo in un cassetto, così, ho pensato, se Dio esiste, sicuramente vorrà rispondermi, allora manderò l’angelo a prendermi il biglietto…
-Embè?
-Sto ancora aspettando che l’angelo lo venga a prendere.
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Insomma, si sentiva sotto stress come non mai. Per questo mi sono detto, mo’ tocca a me, fami stare calmo, almeno le rendo la vita più facile. In fondo la democrazia è anche questo, fare un piccolo sforzo per semplificare la vita agli altri. E ho sorriso. Credo di aver fatto il sorriso dell’uomo forte, di quello che sa come controllare la situazione.
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Nei call-center si lavorava tutti in un’unica stanza open-space, così che magari se uno dei centralinisti individuava una frase convincente, tipo: “Lei a questo punto converrà con me che vale la pena accettare un appuntamento con i nostri promoter”, e quello generalmente conveniva che sì, ne valeva la pena, ecco, non appena si scopriva che questa frase funzionava, tutti quelli che occupavano l’open-space la ripetevano come un mantra.
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Nemmeno il tempo di elaborare questa immagine che mi è salito al naso l’odore del pullman, il nostro odore, un po’ come quello dei sedili della macchina quando sono inzuppati d’acqua.
Non è che stavamo così sporchi. In azienda c’era la pompa, a lavoro finito ci mettevamo a torso nudo. Doveva essere l’odore della miseria. Una specie di patina di sudore che non andava più via.
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Per esempio, tre giorni prima, prima del mio peggioramento, dico, stavo seduto sulle gradinate del campo di calcetto a guardare Alfredo che tirava i rigori. Tre calci. E tre ne ha sbagliati. Però era divertente, imitava le facce dei giocatori quando falliscono, le mani nei capelli, gli occhi al cielo. Un recita, ma mica per gli altri suoi amici, quelli nemmeno se ne accorgevano, no, si metteva in disparte e recitava per se stesso. Si stava esercitando, non tanto a fare goal, ma a sbagliare un rigore: voleva fare pratica in anticipo, sulle cose che prima o poi perderà. All’improvviso, però, il vento ha fatto volare centinaia di foglie dai tigli. Via! Tutte per aria che planavano come coriandoli.
E Alfredo ha interrotto sia i rigori sia le facce dell’insofferenza per correre in mezzo alle foglie. Era il solo a inseguirle. Quindi ho pensato: è salvo, finché saprà distrarsi, sarà salvo.
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- … ma a te piacciono molto i ricordi, ti sento particolarmente lirico.
-Piacciono molto? Insomma, diciamo che l’atteggiamento di chi vive solo sul presente mi sembra sopravvalutato, può essere bello per certi momenti, quando il presente si sparge su di te, accidentalmente, per il resto non puoi essere staccato dal mondo, come le persone sulla spiaggia. Che va bene che ho problemi con il mare, ci vado un paio di volte l’anno, faccio due bagni al massimo, ma questi che stanno tutto il giorno, tutta l’estate, sdraiati sotto l’ombrellone, dimentichi di tutto, non mi convincono. Date un futuro ai miei ricordi!
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-Per tuo fratello non sono preoccupata,- m’aveva detto, -è più egoista, non avrà sensi di colpa nella vita. E farà bene, perchè i sensi di colpa o li usi bene, oppure finisce che prima si impossessano e poi abusano di te. Se li usi bene, vivi meglio, se no, li porti in famiglia.
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Alla Città del sole, Piera aveva puntato un caleidoscopio.
-Ti prego, tutto, guarda, pure i trenini di legno, ma il caleidoscopio, no.
Per inciso, ero contrario ai giochi di legno, perchè erano diventati oggetti di design per bambini ricchi.
-Il caleidoscopio è il gioco d’infanzia che gli artisti ricordano di più, lo sai? Mostrano al bambino un altro mondo.
Io l’avevo provato e posato subito, perchè tutte le combinazioni di colore che vedevo erano rosse, invece di un altro mondo possibile mi ricordavano i miei eczemi.
-Compriamo, che so, una fionda, così uccide le lucertole, è assurdo che un bambino a quattro anni deve già essere di Greenpeace, da grande diventerà un nazista.
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Risposta che già immaginavo. La cosa più terribile del matrimonio è che puoi prevedere le domande e le risposte, da mo’ a dieci anni.
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-Guarda, a quarant’anni ho capito questo: il sesso che fai con tua moglie non ti permette di toccare le tue zone oscure.
-Be’, perchè dici questo? Non è mica una cosa statistica.
-No, per carità, sono contento, ti fai la scopata, poi ti addormenti e stai bene, come dire, c’è una domesticità congeniale, ma quel tipo di sesso è ragionato, e con la ragione non si possono illuminare le zone oscure, anzi, meglio se restano buie (come il bagno di casa mia). Cioè, le nostre mogli ce le siamo scelte con la ragione. Tu l’hai fatto, no? Pure io. E infatti è andata bene, grazie a questa scelta razionale siamo persone produttive, contente, abbiamo fatto i figli, ci siamo presi delle responsabilità. Finalmente è finito il tempo delle stronzate, di quando stavamo a Caserta, io e te davanti al bar a fare gli scemi. Tu lo rimpiangi? Io no! Non è un problema di rimpianti. E però le zone oscure esistono ancora, e per quelle la testa non serve a niente, ci puoi entrare solo con il sesso, perchè il sesso, in fondo, usato bene, è discreto, è uno strumento conoscitivo.
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Voleva finire ma il suo cellulare s’era messo a vibrare (la vibrazione è un esempio di civiltà, anche se quando la batteria non regge più, si trasforma in un gracchio. Quello fu un gracchio, appunto). Non erano buone notizie, si capiva dalla faccia, allora con la coda dell’occhio ho visto Alfredo che si avvicinava a Riccardo per giocare e gli ho fatto segno di stare fermo, e nemmeno a farlo apposta, Piera aveva fatto lo stesso. Eccoci qui, mi sono detto (e ho sorriso, ma al vuoto), ci siamo scelti per questo, per la capacità di prevenire gli eventi, di arrivare prima degli altri, un’utopia: la fisiologia dell’amore, sapere come funzione per evitare il malfunzionamento. Un’utopia, evitare il gesto in più che ingolfa, il dolore di scarto. A che serve la sofferenza. Ma allora come è che poi stiamo soffrendo?
Postilla squisitamente PERSONALE
Mi piace come scrive Antonio Pascale, diretto, con ritmo, equilibrato (tra descrizioni, discorsi diretti, ecc) mai troppo esterno al libro e alla storia che intende narrare. Però questo romanzo, corale sì come recita la quarta di copertina, alla fine da l’impressione di perdersi proprio tra tutte queste voci, vicissitudini. A fine lettura resta un’immagine troppo sfocata per poter dire che l’autore ha fatto centro.
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