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Archivio per luglio 2005

Chi mi difenderà dal tuo bel volto?
 
Michelangelo Buonarroti
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wilcock da “Poesie” di J.Rodolfo Wilcock – Adelphi
(seconda parte)
 
Adesso sono completamente solo
 
Adesso sono completamente solo,
adesso che mi riempi l’universo,
questo allegro universo in espansione
con galassie, cefeidi, supernove,
e tu dietro ogni grado dello spazio,
che a una parola tua si rattrapisce
e si concentra nella tua sola persona
di nuovo come un astro in pulsazione;
non ho più amici, non ho più interessi,
sto qui a studiare la tua cosmografia,
le tue emissioni radio, le tue sizigie,
più esattamente la tua bocca e i tuoi occhi,
più esattamente quel che c’è in fondo agli occhi,
e ancora più esattamente, te.
 
*
 
Risveglio
 
Già, possiamo stupirci di essere ancora vivi!
Ogni mattina il sonno che ci aveva sommersi
come un lago prosciugato si ritira
e ancora umidi ci lascia sulle sponde,
davanti la bosco o fabbrica o luna park
o cimitero di una nuova giornata.
 
*
 
Due
 
Con me il mio mondo sparirà, la rete
che mi sono tessuto come un ragno
che sta fermo in un angolo della tela
e a volte mangia e a volte la rammenda;
ma la sua tela è sempre più squarciata
e il ragno non ha voglia di aggiustarla.
Proseguiranno intanto gli altri mondi
ognuno con il suo insetto in mezzo vigile,
trame lucide oppure matasse grigie,
sferule come gabbie delicate
che non si danno pace e in mezzo il ragno
finché sparisce e nessuno se ne accorge.
Ma tu, già che hai voluto fare anche tuo
questo mondo che fu forse il più bello,
irto di spilli d’oro e fibre fine,
stringiti a me, avvolgiti nella stessa
rete complessa che non si ripete,
filo a filo possiedila e sorreggila
come ho fatto finora ch’ero solo.
 
*
 
Non fuori dal limbo non c’è Eliso
 
La società ti insegna: questo è bello,
è buono, è vero, e non devi far quello.
 
A ciascun uomo offre già pronte l’etica,
la metafisica, la logica e l’estetica.
 
Di quando in quando, però, spunta un veggente
che spiega agli altri che non è vero niente.
 
Poi scompare, e la società si adopera
a travisare i senso della sua opera.
 
E’ strano infatti che essendo lei noi stessi
le stia così a cuore il farci fessi.
 
Quale comunità del mondo animale
insegna ai suoi l’arte di farsi male?
 
Ma gli animali non possiedono, è vero,
la facoltà di esprimere il pensiero.
 
L’uomo invece è un essere straordinario,
gode solo se gode il vocabolario.
 
Prendiamo, per esempio, la parole felice:
se non ci fosse, chi sarebbe infelice?
 
Lo stesso accade con la parola onore,
con la storia, con Dio e con l’amore.
 
Provate a rinunciare ai concetti astratti
e a vivere badando soltanto ai fatti.
 
Vi scacceranno subito dalla società
e tornerete al limbo della prima età.
 
*
 
Ospite cara del mio corpo
 
Come ogni re si fa una reggia nuova
ognuno deve costruirsi una morte
per sé e per i suoi cari.
 
Un padiglione di diporto o caccia,
un mare verde senza avvenimenti
o un luogo di penitenza.
 
Nessuno tollera la decomposizione
dell’anima che non si può pensare
fuori dal corpo vivo.
 
Tessuta di materia e di parole
dove vai, così fragile e labile,
anima quando muori?
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
non ricordo dove abbia letto il suo nome, sicuramente citato da qualche altro scrittore (giurerei Cioran), a me sconosciuto. Soldi e tempo ben spesi, eccome!
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13 luglio 2005 5 commenti
X & Y
 
X: Perchè alla fine cosa pensi sia pubblicare un libro? Vedere finalmente il tuo fottutissimo nome sulla copertina di quel libro.
 
Y si blocca, riflette tra sé e sé un attimo, crede di riuscire a trovare altre motivazioni, forse più alte, sta per ribattere…
 
Y: Hai ragione.
 
P.S. se X trova qualche discrepanza me lo segnali, che sappiamo tutti e due qual’era il tasso alcolico della serata.
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13 luglio 2005 2 commenti
tondelli da “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli – Feltrinelli
(prima parte)
 
Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.
Ora che già di pomeriggio il piazzale della stazione è blu azzurrino con i fari degli autobus che tagliano la nebbia e scaricano gli studenti s’arriva presto, verso le diciassette; ma quando il tempo è buono e il vento spazza i binari e razzola le carte sui marciapiedi si vedono controluce le montagne, giù verso Sud, allora si va tardi, quando ormai solamente i militari di leva pestano i tacchi nell’atrio e qualche marchetta ubriaca, non più la calca chiassosa dei ragazzini e delle magliarine che si litigano i fotoromanzi con quelle dita già callose per i tanti sabati e domeniche e pomeriggi a far rammendi alla cucitaglia delle madri. Ma nel grande atrio, stasera, il vocio scalpicciante è insistente come nel foyer di un granteatro.
*
… lei montanara disambientata, diciottenne alloggiata dalle suore, la prima domenica del mese s’alza alle cinque e sale sul pullman e raggiunge la famiglia sull’Appennino, paese di millecinquecento abitanti durante l’estate, sennò cento duecento e il prete che va a letto con le vecchie e i mongolini a fare i chierici, i bambini della valle tarati, incesti, vita solitaria fra i castagni e le querce e i prati brulli dell’Appennino con le foglie tenere e marce…
*
Così la sera ci vediamo al Rokin con Ibrahim che è venuto per dirci addio ed è una sera un po’ piagnona perchè sembra che non ci si debba mai più rivedere, campassimo pure cent’anni, gli indirizzi si perderanno fra i cassetti e gli inchiostri svaporeranno e le voci si scorderanno e tutto il resto si scioglierà piano piano, per cui sappiamo che sono gli ultimi momenti, però chissà.
*
… penso mi mancava proprio stanotte un cesto di braccia in cui rannicchiarmi…
*
Lacrime lacrime non ce n’è mai abbastanza quando vien su la scoglionatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo come un uovo e manda via il vischioso male, quando ti prende lei la bestia non c’è da fare proprio nulla solo stare ad aspettare un giorno appresso all’altro. E quando viene comincia ad attaccarti la bassa pancia, quindi sale su allo stomaco e lo agita in tremolio di frullatore e dopo diventa ansia che è come un sospiro trattenuto che dice vengo su eppoi non viene mai.
*
Non ci meniamo più ora, ma siamo in piedi uno di fronte all’altro senza parole a leccarci le ferite e io non ho il coraggio di alzare gli occhi e capisco che veramente sono peggio dell’edera, dove m’attacco muoio e forse c’ha ragione lui che non faccio latro che scaricargli addosso tutte le mie paranoie, cioè dire sempre, fai te che per me è lo stesso.
*
… mi fai morire, però lo dico come dicessi mi fai godere.
*
Senti amico mio bisogna gettarsi nelle strade senza tante scene o riflettori, bisogna cercare soltanto una frontiera e un limite da scavalcare, bisogna gettare le nostalgie e i retrò, anco riflussi e aggressioni, via gli interni i teatri gli stabilimenti. Si dovranno invece ricercare periferie, ghetti e marciapiedi, viali lampioni e cantinette, anco però sottoscale soffitte e sottotetti, ok?
*
Non importa… Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
di Tondelli conoscevo solo il nome e qualche anno fa avevo letto “Rimini” (piaciuto). Leggendo questa raccolta sono rimasto piacevolmente spiazzato nel trovarlo così borderline, lontano da quel romanzo (sia per stile e contenuti) e viceversa così vicino alla sua vita fuori confine (poi conosciuta attraverso varie biografie), ma capendo che comunque era già tutto scritto qui dentro. Libri come questi, dove leggendo la vita dei protagonisti sembra quasi di riuscire a sentirne l’angoscia, il sangue che scorre in vene comunicanti, fanno della lettura quel qualcosa di più che troppo spesso nella realtà stenta a decollare.
Tra i migliori episodi: Viaggio, Autobahn e Postristoro.
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wilcock da “Poesie” di J.Rodolfo Wilcock – Adelphi
(prima parte)
 
Spazio
 
Nella mia stanza non c’è nulla
tranne il fonografo e un letto;
e anche nel cuore non c’è nulla
tranne un figlio da me diverso.
 
Così c’è spazio per muoversi
sia nel cuore che nella stanza;
ho buttato gli stracci al fuoco,
i sentimenti li ho buttati in mare.
 
Non tutti hanno vuota la stanza,
non tutti hanno il cuore vuoto:
ci si può lasciare entrare
ogni mattino un mondo nuovo.
 
*
 
Quando tu, mia poesia, leggi poesia
 
Quando tu, mia poesia, leggi poesia,
si oscura il cielo in una luce verde,
la gente sfugge la riva del mare
per un senso remoto di tempesta
o di contrasto tra gli elementi,
vampe si inalberano sui fili dei tram,
e un gran silenzio cala sulla città:
è la poesia che contempla se stessa.
Leggi parole di un tempo scomparso,
di un presente che crolla senza sosta
velocemente nell’informe passato,
leggi di re e corone, giardini e guerre,
tu che sei la corona di ogni impero
e il giardino del mondo sconosciuto
e la guerra dei sensi della natura,
leggi, “chi crederà i miei versi in avvenire
se dico adesso tutto il tuo valore?”
e accade in quel momento che quei versi
come una freccia scagliata nei secoli
raggiungono un giorno chi li ha ispirati.
E allora il buio verde si fa totale,
la gente si rintana, sopraffatta,
e in un silenzio come terremoto
si alza la luna sui Castelli Romani
e lentamente volge tutto all’azzurro,
mentre tu, mia poesia, leggi poesia.
 
*
 
Ah no, sono ridotto all’ineffabile!
 
Ah no, sono ridotto all’ineffabile
dome Dante alle prese con le luciòle,
respiro quel che basta per sopravvivere,
non mangio, manco dormo, sto in un angolo
con la benda sugli occhi per non vedere
che non sei dove sono o peggio ancora
che ci sei e lo spazio si è disciolto,
diventato rovente, radioattivo,
insomma un buco fuso di universo!
Puoi forse attraversare come il neutrino
tutta la terra come se niente fosse?
Puoi viaggiare per l’orlo della galassia
e ritornare più giovane di prima?
Puoi, per esempio, sfiorarmi con la mano
senza causare una catastrofe cosmica?
 
*
 
Viaggio notturno
 
Per un mondo dove tutto è morto,
dove mai più ritornerà la luce,
il mio spirito traversa
l’eternità.
 
Ed è come un viale dove chiamano
le foglie scure e isolate,
nel vento solitario
abbandonate.
 
Oh se tornasse al luogo
della propria memoria nel cielo,
dove ondeggiare in sogno,
ormai confuso!
 
*
Domanda udita in un sogno
 
Come sarà la morte? Vedere
una tigre di ferro che ti salta addosso
e non credere che ti possa toccare?
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
Di fronte a una lingua corrosa e depravata dal luogo comune, nonché dall’inestirpabile malcostume ironicamente chiamato il bello scrivere, lo scrittore giovane sente anzitutto il bisogno di crearsi un nuovo linguaggio. Con lo strumento logoro che un dato ambiente letterario gli offre, egli non può che ripetere, causa la giovane età, ciò che da poco è stato detto, e con le stesse parole; atteggiamenti ovviamente superflui.
Ma una volta distrutta la rete convenzionale del linguaggio fossilizzato, ridotti gli elementi del luogo comune ai singoli termini del vocabolario lavati e chiariti dall’analisi, il giovane poeta è in grado di riordinarli con arte sua e non altrui; soltanto allora si sentirà sicuro. Senza la sistematica riconquista del dizionario, è probabile che il lettore non diventi mai libero proprietario della lingua, bensì condomino, assieme ai più sprovveduti tra i suoi compagni, di un mero gergo.
[dall’introduzione dell’autore alla sezione: poesie spagnole]
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marcus da “Il costume di mio padre” di Ben Marcus & Matthew Ritchie – Alet
 
Quel mattino era umido, orlato di terra schiumosa…
*
Se il sole è stato testimone del nostro comportamento, forse un giorno riappariremo su qualche orizzonte, e cammineremo sulla terra e inaleremo qualche vento tra i più duri del mondo, per tenerlo lontano dai corpi delle persone non ancora nate.
*
Vorrei poter dire il nome di mio padre. Non saprei quale tempo verbale potrebbe adeguatamente coniugare mio padre. C’è una porzione di tempo che il mio linguaggio non sa coniugare. Un limite, probabilmente, della mia bocca. E’ in questa porzione di tempo che si nasconde mio padre. Se imparo una nuova lingua, mio padre potrebbe tradursi in realtà. Se mi affondo la mano in bocca e ne estraggo una grotta più grande. Se mi accontento di meno me, così che lui possa essere di più.
ritchie
*
Forse i responsabili dei rumori che udivamo erano animali, ma vedevo ben poco che avesse vita, solo nitide geometrie di nuvole su un profilo rigido di alberi e una riva che si ritirava quanto più la si fissava. Parlai con le mani, rivolto alle spalle di mio padre, schermando il mio discorso con una maschera di tela.
*
Il giorno in questione non era un granché come giorno. Il sole si soffermò all’orizzonte finché uno sciame di uccelli duri e neri fece irruzione nei boschi lontani. Strapparono nel cielo un sentiero che il cielo poteva riempire, e il sole allora cominciò a tendere lo spazio intorno finché si manifestò qualcosa che si poteva scambiare per la luce del giorno.
*
E anche se non capisco le parole, gusto la loro sconfitta del silenzio.
ritchie1  
Postilla squisitamente PERSONALE:
sinceramente non so dirvi se questo libro mia sia piaciuto o meno, sicuramente stamparlo è stato un atto di coraggio da parte dell’editore. Come sono convinto, soprattutto dopo aver letto la nota finale della traduttrice, che ad avere una conoscenza dell’americano pressoché perfetta, sarei stato in grado di darvi un giudizio completo (i disegni integrati sono di Ritchie).
 
Il vestire è uno dei concetti profondi che ispirano la mia scrittura. Ficco sempre della stoffa nella bocca dei personaggi. Cerco sempre di mitizzare la bocca, di animare il linguaggio così come lo si veda uscire dalla testa della gente, a distruggere gli oggetti. Per me è una provocazione guardare il corpo, e il corpo in azione come una forza della natura. Prenderne certe caratteristiche e alzarne il volume, appena appena, o magari spruzzarci sopra un po’ del gel per le ecografie, così si può vedere meglio cosa ci sta dentro. Nella bugia che racconti ci può essere una parabola, una rivelazione del vero.
Ben Marcus
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Eels – Hey Man (Now You’Re Really Living)
(Blinking lights and other revelations)

Do you know what it’s like to fall on the floor
And cry your guts out ’til you got no more
Hey man now you’re really living

Have you ever made love to a beautiful girl
Made you feel like it’s not such a bad world
Hey man now you’re really living

Now you’re really giving everything
And you’re really getting all you gave
Now you’re really living what
This life is all about

Well i just saw the sun rise over the hill
Never used to give me much of a thrill
But hey man now you’re really living

Do you know what it’s like to care too much
’bout someone that you’re never gonna get to touch
Hey man now you’re really living

Have you ever sat down in the fresh cut grass
And thought about the moment and when it will pass
Hey man now you’re really living

Now you’re really giving everything
And you’re really getting all you gave
Now you’re really living what
This life is all about

Now what would you say if i told you that
Everyone thinks you’re a crazy old cat
Hey man now you’re really living

Do you know what it’s like to fall on the floor
And cry your guts out ’til you got no more
Hey man now you’re really living

Have you ever made love to a beautiful girl
Made you feel like it’s not such a bad world
Hey man now you’re really living

People sing
Do you know what it’s like to fall on the floor
And cry your guts out ’til you got no more
Hey man now you’re really living

Just saw the sun rise over the hill
Never used to give me much of a thrill
But hey man now i’m really living

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11 luglio 2005 8 commenti
Due anni fa si era iniziato così e oggi si ^festeggia^ così.
 
AS IT GOES
 
Come ondate di silenzi che lentamente corrodono, mi sto lasciando andare alla deriva. Non ho più forza, svuotato da sentimenti che fino a ieri erano il perno sul quale far girare i miei giorni.
Il cambio di stagione si porta appresso quello d’abiti, nelle intenzioni liberandoci di inutili pesi, ma oggi questo cielo di panna grava sulle mie spalle, si infiltra fino a sommergermi completamente, dentro e fuori me.
Immobile come uno spettatore di se stesso, disgustato dalla percezione di quel poco che ora posso dire di conoscere.
 
Quando il passo è stato fatto, c’è spazio solo per il rimpianto. Se sia giusto o meno provarlo, subirlo, poco importa, lui bussa alla tua porta e non c’è niente che possa rompere un pugno con un altro.
Inizi a sentirti chiuso, oppresso, e allora corri, rincorri tutti quei momenti che si tendono come fili invisibili in grado di legarti a una persona molto più di quanto credevi solo un minuto fa.
Tanto l’inizio è una fine, vero?
Vallo a dire a me, vallo a urlare qui!
 
Case che diventano gabbie, musiche litanie e tutto si scioglie in una sola massa incandescente, quella che stai perdendo e non hai la forza o volontà di trattenere. Brucia!
Sparire, polverizzarti è l’unica cosa che ti interessa. Essere cancellato da rubriche, registri, citofoni e buche delle lettere. Dalla memoria collettiva e soprattutto quella particolare, quella che sembra riflettersi come uno specchio nella finestra che impietosamente ha due grandi occhi azzurri, acquosi e perplessi.
 
Come improvvisa la marea, tutto sale. Facendoti credere che tanto tu non hai bisogno di nessuno, nemmeno di te stesso. E allora fai un fascio delle cose che ti circondano, osservando il grande falò del tuo passato-presente-futuro  bruciare lassù, al terzo piano di una palazzina anonima nel centro anonimo di una città anonima.
Ma io chi o cosa sono? La proiezione di quello che credo? o soltanto un’ombra dietro la quale nascondermi, perdonarmi?
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8 luglio 2005 5 commenti
X & Y
(07/07/05 tra le 22.00 e le 23.45)
 
X: C’è sempre una virgola e io lo so, la vedo, ma riesco (mi piace?!) comunque a inciamparci!
  
Y: Non so bene a cosa ti riferisci… ma se è una cosa dell’oggi, non ti preoccupare… oggi c’è una strana gravitazione. La luna si avvicina più di quello che dovrebbe alla terra e inverte le proporzioni. Oggi non sei tu che guardi il mondo, è il mondo che guarda te…
 
X: Mi piacerebbe e adesso ci provo, ma è difficile credere che una luna così piccola possa competere con me! Il mondo invece me lo sento addosso come il fiato di un ubriaco.
 
Y: Quello che è piccolo lo è solo perché tu l’hai considerato tale. La luna può essere minuscola come la più grande che puoi immaginare.
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“Appunti di un tifoso” di Frederick Exley

exley “Appunti di un tifoso” di Frederick ExleyAppunti di un tifoso
di Frederick Exley
– Alet - 
 
All’epoca in cui vivevo a Chicago mi sono innamorato due volte. La prima di quella straordinaria città, la mia Onhava, accanto al suo lago azzurro; e poi di Bunny Sue Allorge. Una soluzione ottimale: prima la città e poi la ragazza dei sogni, perchè l’amore, con la terribile intimità che comporta, pretende di essere messo in scena sullo sfondo di paesaggi che ci sono familiari.
*
Ero giovane, allora, e volevo leggere il mondo in termini di botta e risposta, punto e contrappunto e non capivo che in lui potevano coesistere tutte e due quelle personalità e che se volevo farcelo avrei dovuto imparare ad amarle entrambe.
*
Eravamo gente da frasi tipo: “Davvero!” e “Caspita!” e “E’ mai possibile!” e “Ti prego dimmi!”. Nulla di scortese o primitivo ci usciva mai di bocca, e dopo un po’ l’effetto appariva così perfettamente artificiale che iniziai a chiedermi se fossimo abbastanza reali da proiettare l’ombra.
*
Ci arrivavo, immancabilmente, tra le otto e le nove, mi facevo strada a fatica tra i blazer blu che affollavano il bancone, ordinavo una birra da quindici centesimi e mi stampavo sulla faccia il sorriso dell’uomo corredato di implicita fiducia nel futuro. In quel sorriso sembravano annidarsi le opportunità della vita.
*
Seduto la bar potevo pensare alla città come a un luogo della memoria, un luogo ricordato da molto lontano.
*
… la studiata malinconia della giovinezza…
*
Rimasi seduto in quella cabina per un bel po’ di tempo, con la mano ancora stretta alla cornetta ormai al suo posto. La telefonista chiamò e mi disse di depositare quattro dollari e rotti per il costo extra della chiamata. Le risposi che non l’avrei fatto. E lo dissi in tono normale. “No. Non ce li metto.”
Incredula, come solo alcuni di questi automi possono essere quando il Sistema comincia a franare, esclamò con voce tremula di indignazione: “Ma signore, lei ha parlato!”.
“Sì, lo so – le dissi, – ma non ho comunicato.”
*
Sembrare è il segreto, perchè ci sono solo due tipi di tempo (il tempo nel futuro non è altro che il territorio di melanconici profeti, di allegri ciarlatani e cupi bigotti che promettono regni che non hanno diritto di promettere): c’è il tempo vissuto e poi quello stesso tempo che viene vissuto dalla mente cinque minuti, cinque anni, cinque secoli dopo. E poiché gli eventi vissuti in questi tempi diversi non coincidono mai, lo storico (che consulta i suoi tomi ponderosi e le sue pergamene polverose e di conseguenza, a paragone del resto di noi, s’immagina come una creatura dai nobili scopi) vive immerso in una grande menzogna.
*
Sembra sia di moda prendere l’amore così come viene, esaminarlo in tutti i particolari e poi liberarsene, con una certa leggerezza, magari anche con una certa tristezza, e poi procedere verso cose più importanti. Ma io non posso; io non conosco niente di più importante.
*
Ormai era finita. La cosa terribile era che dovevamo ancora passare attraverso tutti quei gesti formali della chiusura; dovevamo ancora, come fanno tutti gli esseri umani, incolparci a vicenda, ucciderci un poco, poi raccogliere i pezzi e andare avanti.
*
Così successe che i giorni della mia gioventù si dispersero come coriandoli volanti spazzati con violenza in tutte le direzioni, e i pallidi brandelli della vita che credevo di vivere si opponevano alle vivide tonalità multicolori di quella che avrebbe potuto essere.
*
Dopo quell’incessante primavera di birra, pasta, Tia Maria e inutilità, scoprii che il mio corpo pesava quindici chili di più e che il mio cervello era intorpidito come il cazzo di un eunuco.
*

Quel reame che era sempre una “fievole iridescenza” – un luogo al di sopra e aldilà del successivo precipizio, ma con la costante certezza che da un momento all’altro, senz’altro quello immediatamente successivo, i colori del mondo sarebbero miracolosamente andati al loro posto e si sarebbero definiti.
*
E comunque per me ormai era tutto risolto, avrei fatto finta di insegnare cercando di non dare ai miei allievi l’impressione che il mio disprezzo fosse rivolto verso di loro. Non essendoci riuscito scoprii che, già a novembre, più o meno nel periodo del Ringraziamento, la maggior parte dei mie allievi mi disprezzava, io li detestavo e tutti ci muovevamo circospetti, soffiandoci contro come gatti selvatici.
*
A.A. era fondamentalmente di spirito evangelico e io non potevo fare quotidianamente appello a Dio perchè mi aiutasse a non bere, pensando che, se un Dio c’era, mi sarebbe piaciuto tenermelo di riserva per grazie molto più interessanti della mia sobrietà.
*
“Non sapevo fossi sposato”.
Il mio problema, gli dissi, era che neppure io l’avevo mai saputo.
*
Guardavo… ma non c’è bisogno di elencarli. Non una volta, durante quei mesi, dallo schermo mi giunse un’idea o un’emozione genuina e arrivai a pensare a quel mezzo di comunicazione come a un fatto sovversivo. Con la sua falsità, le sue bugie esplicite, i suoi bamboleggiamenti, la sua idiozia, la sua violenza insensata e con le disgustose personalità che offre d’esempio ai nostri giovani, nella sua infinita e servile deferenza nei confronti delle nostre fantasie, la televisione mina la forza del carattere, risucchia le energie e corrompe irreparabilmente il senso di realtà. Ma è un mezzo di comunicazione tenero, amorosa, e una volta che ha finito il suo lavoro feroce e ti ha ridotto a un infante bavoso che balbetta, sta sempre lì, come una mammona formosa, pronta a darti rifugio e ad attaccarti allo scuro capezzolo.
*
La signora C., unica infermiera di guardia all’accettazione, sembra uscita da un romanzo di Dickens, una di quelle madri eterne: larga, comprensiva ma non piagnucolosa e di un’efficienza impressionante. Una donna che ti fa sentire meglio per il semplice fatto di essere lì.
*
Poi, ancora, udii alle mie spalle un lungo, lamentoso, gemito di dolore, mi girai e vidi uno con cui avevo fatto conoscenza e che avevo giudicato piuttosto sano, raggomitolato come un feto, in un angolo della corsia vuota, profondamente addormentato, perso nelle visioni del suo inferno personale, che parlava la lingua di un cuore torturato.
*
No, non avevo idea che avrei dovuto provare e inseguito anche esprimere la mia rabbia contro quegli insensibili ciarlatani; che sarei dovuto andare ad Avalon Valley, che avrei dovuto ascoltare il diavolo dentro il Negro, che avrei dovuto ascoltare i singhiozzi degli altri per arrivare a capire che la mia autocommiserazione era ridicola e spregevole, che avrei dovuto vedere Paddy il Duca curarsi da solo, che avrei dovuto fare pace con quest’uomo diverso che sono e che girando intorno al New Parriot Restaurant sarei arrivato a dire: “Voglio vivere!”.

*

Cominciai a rendermi conto che affrontare New York con l’idea di imporle la propria personalità, richiedeva una vanità straordinaria e un desiderio altrettanto divorante.
*
“Non come questi fottuti negri indipendenti di oggi” disse. Diede alle sue parole quel tono semi ironico e vigliacco che alcuni adottano quando non sono sicuri di poter conquistare gli altri, trascinandoli dalla parte della loro malinconica ignoranza.
*
… frequentando locali dove Bumpy era odiato, trattao con condiscendenza e temuto, come un oggetto di divertimento, disprezzo e terrore; ma mai, proprio mai, realmente gradito.
*
Quei recidivi erano di quanto c’è di più brutto, guasto, corrotto. Avevano occhi incrociati, spiritati, incavati. Avevano il piede equino, arti deformi o, a volte, niente arti. Erano grotteschi. Osservando, credevo di aver capito: per loro, nell’America degli anni Cinquanta, non c’era posto. L’America era ubriaca di bellezza fisica. L’America era a dieta. L’America faceva ginnastica. L’America, in effetti, ci metteva una sorta di spiritualità nel dedicarsi alla sua smagliante avvenenza dalle guance rosa, dalle gambe dritte, e dagli occhi limpidi, una dedizione intensa e veemente. Era la spiritualità che la ballerina dedica al balletto, ammesso che la ballerina possa arrivare a quell’esperienza che chiamiamo Arte. Dove, mi chiesi, stava arrivando l’America?
 
Postilla squisitamete PERSONALE
Un romanzo ad alto tasso di autobiograficità, ma che non cade nell’indulgenza che di solito può essere trovata sul fondo dei bicchieri consumati nel tentativo di trovare la forza per affrontarsi. La lucida descrizione di una follia che è sempre lì, una volta sopra e quella dopo sotto, alla linea della fine.
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