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Archivio per giugno 2005

Ci sono giornate in cui, così, aspetti… domani?

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da “16 vitamine” di Ivano Bariani – minimumfax
 
Era quella una terra talmente rigogliosa che la tristezza non era più legale. Era quello un paese dove, anche volendo, non era ammesso che qualcuno passasse i suoi pomeriggi o le sue serate da solo, perchè allora tutti i locali e i circoli sociali e le osterie che ci stavano a fare?
Era quello un luogo dall’orizzontalità irrimediabile, dove ci si occupava degli animali e si faceva abbondante uso di soprannomi, dove la gente lavorava sodo e il denaro scorreva consistente ma dove la felicità si era come snervata, e in tanti passavano il loro tempo a ripetersi gli uni con gli altri che adesso erano assolutamente contenti, naturalmente, ma che Una Volta Si Stava Meglio – che non c’era da mangiare ma ci si sapeva accontentare, che c’era la guerra ma non l’inquinamento, che ci si sposava a quindici anni ma ci si voleva bene anche dopo le prime botte, che si moriva di appendicite ma non di AIDS, “da chè indreè” – e che insomma dov’erano finiti i Valori? Cosa stava succedendo a quella loro patria di ricchi e di vecchi?
Era quello un posto dove ci era abituati a tracciare una riga tra Chi-va-in-chiesa e Chi-vota-comunista, e allora se tua figlia va in parrocchia con la minigonna e tuo figlio in sezione con il cellulare non ti resta che un pensiero: “Colpa della Droga”.
Era quella una zona dove i giovani erano pochi ma confusi, le ore pro capite di esposizione al teleschermo raggiungevano la soglia della radioattività e i tre settori che secondo le ultime statistiche non conoscevano crisi erano:
° l’allevamento dei maiali,
° l’allevamento delle mucche,
° la cura degli anziani.
*
… pozzanghere cromate dal chiaro di luna …
*
Fu lì che Nice si accorse che l’imbarazzo – il momento anche brevissimo ma incapace di ironia – era la sola distanza alla quale gli amici di suo cugino Simòn riacquistavano i contorni. Meno che “imbarazzati” erano troppo vicini; appena più in là e tornavano macchie neanche troppo colorate. L’imbarazzo, decise di aver capito Nice, era la distanza focale giusta per descriverli. Detto questo: li guardò uno per uno, seduti o in piedi a palleggiarsi occhiate strabiche che dovevano stabilire chi avrebbe parlato per primo e quindi risolto il momento, e decise che non ne valeva la pena – poteva descriverli anche tutti in una volta sola. Nessuno di loro lavorava, pensò Nice.
*
… scoprivamo che la notte era una sorpresa.
*
Una cosa è sposare la donna che hai messo incinta, la donna che ti sei sentito d’amare e di volere al tuo fianco per sempre, la donna che hai visto risalire la navata centrale come un salmone albino mentre tutt’attorno amici e parenti sorridevano o frignavano fra i banchi, e tu pensavi: “Dunque. Eccomi qua”, nel completo migliore che mai t’è capitato di possedere – una cosa è quello. Un’altra cosa è doverle dare retta sempre  e per forza, a partire da quel giorno.
*
Nice girò la prima rampa e cominciò a correre. Ossigeno si infilò in tasca la banconota e scese a sua volta. Nice era già alla seconda rampa quando Ossigeno si era aggrappato alla ringhiera del piano superiore e gli aveva urlato che lui, però, era meglio solo perchè loro erano peggio, non si credesse un cazzo.
“C’è che sei uno stronzo, Nice“, urlò Ossigeno dentro la tromba delle scale. “Tu hai bisogno di quelli come me, stronzo!”
Nice prese l’ultima rampa due scalini alla volta.
“Scappa, dai! Scappa sempre, eh, mi raccomando”, urlò Ossigeno dall’alto, mentre Nice saltava nell’atrio, schivava una signora allibita e s’infilava nel portone ancora aperto. Una volta fuori, pensò che la luce e la strada e la gente che se ne fregava erano una benedizione oppure un regalo inatteso – qualcosa così, insomma.
Poi: si impose di respirare.
Poi: si raddrizzò.
Poi: si infilò le mani in tasca.
Quindi: respirò ancora, e cominciò a camminare lungo il marciapiede (intanto che, molto più in alto e poco più indietro, la finestra di un certo appartamento si spalancava di colpo, e la testa ossigenata di quel ragazzo che concimava le piante di se stesso sbocciava sulla facciata del palazzo per ripetere a tutti quanti che era meglio di loro solo perchè loro erano peggio di lui, e che allora c’aveva poco da fare il furbo) lui, il Grande Nice Dei suoi Maroni.
*
Allora la ragazza chiamata Sab’ (che Nice dopo diverse ore passate assieme nella stessa camera aveva classificato come: “triste e bella”, ma di quella tristezza che si respira nelle stazioni al lunedì mattina, e di quella bellezza che si vede passare in aperta campagna in giornate non troppo calde, su di una vecchia bicicletta  da uomo se chi la guida è una ragazza coi pantaloni corti oppure la coda di cavallo)…
*
E’ probabile che una strada sia il posto migliore per incontrarsi proprio perchè in strada c’è sempre altra gente che deve farlo a sua volta, e perchè la strada non è nessun posto in particolare e quasi tutti in generale.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
ho pensato a lungo su come impostare questa postilla e la stronzata che mi è venuta in mente è questa: 16 vitamine è un libro simpatico, con lo stesso tono di una vostra amica che cerca di convincervi ad uscire con una compagna di corso e la sensazione, la risposta data che ben sappiamo tutti, quando sentiamo quelle parole… anche se magari avremmo passato una piacevolissima serata.
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Il tempo che passa, senza avere un perchè.
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da “Ho un debole per i cowboy” di Pam Houston – La Tartaruga edizioni
(seconda e ultima parte)

Una relazione, hai deciso, non è qualcosa di cui hai bisogno come di una droga, ma un viaggio, una circostanza, una scelta che si può fare in un giorno particolare.
*
Eravamo entrambe coinvolte con uomini non disponibili: uno per colpa della droga, l’altro per via dell’alcol, tutti e due per natura.
*
Non riesco a immaginarmi quelle donne che scoprono di essere incinte e non fanno altro che scivolare nella maternità come se avessero passato l’intera vita a aspettarla. La loro voce comincia a cambiare e si mettono a sferruzzare come se ci fossero nate. Come succede? Perchè a me non è successo?
*
Ti avrà attirata a casa sua strappandoti alla sapiente indipendenza che ti eri coltivata per mesi…
*
Ci raccontò dei suoi allievi; come, alla fine del suo corso, venisse loro richiesto di passare tre giorni da soli; come a ciascuno di loro consegnasse un coniglio vivo da portarsi dietro in modo di assicurarsi almeno un buon pasto. Sperava che ne avrebbero fatto seccare un po’ al sole. Sperava che si sarebbero ricuciti meglio una mano con il filo ricavato dai tendini delle zampe del coniglio.
“Ma non funziona mai,” disse,“perchè la compagnia è una cosa molto speciale.”
Tutti quanti aspettammo che stesse per fare una battuta sporca e aspettammo che prendesse una lunga sorsata dalla bottiglia.
“Qualche volta il secondo giorno vado a controllarli,” disse. “Non ce n’è uno che non abbia costruito una casa di sassi per il coniglio, certi usando una cassetta delle lettere. Non ce n’è uno che non abbia dato un nome all’animale e inciso le sue iniziali su un pezzo di corteccia che ha poi appeso alla porticina.”
*
E, per qualche strano verso, ero sempre colpita dall’ambivalenza dei suoi atti di violenza; atti aggressivi e protettivi insieme, come se la sua intenzione fosse non di ferirmi, ma semplicemente di contenermi, non di spezzarmi ma semplicemente di bloccarmi.
*
Ecco cosa hai imparato all’università: l’uomo desidera la soddisfazione del suo desiderio; la donna desidera la condizione del desiderare.
*
Evidentemente essere depressi non era come quando ti va storta una giornata e neppure come quando di brutte giornate te ne capitano una serie: la depressione clinica somigliava piuttosto alla casa degli specchi, a una stanza tappezzata di vetri che ti rimandano solo la tua immagine.

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La provincia doveva essere un po’ tutta così, fosse America, Russia o la nostra città. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali.

Luciano Bianciardi – Il lavoro culturale

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“… io do gli occhi al cielo
come chi ha perso le mani tra le pietre…”
 
J.Rodolfo Wilcock

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Eels – Railroad Man
(Blinking lights and other revelations)

Feel like an old railroad man
Ridin’ out on the bluemont line
Hummin’ along old dominion blues
Not much to see and not much left to lose
And i know i can walk along the tracks
It may take a little longer but i’ll know
How to find my way back

I feel like an old railroad man
Who’s really tried the best that he can
To make his life add up to something good
But this engine no longer burns on wood
And i guess i may never understand
The times that i live in
Are not made for a railroad man

I feel like an old railroad man
Getting on board at the end of an age
The station’s empty and the whistle blows
Things are faster now
And this train is just too slow
And i know i can walk along the tracks
It may take a little longer but i’ll know
How to find my way back

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da “Ho un debole per i cowboy” di Pam Houston – La Tartaruga edizioni
(prima parte)

C’era tanta quiete che riuscivo a immaginare una pace senza noia.
*
Insieme seminiamo l’orto, anche se è decisamente prematuro. Lo facciamo non perchè non ci intendiamo di stagioni, ma perchè il nostro bisogno di un simbolo supera di gran lunga la preoccupazione per le piante.
*
Ecco che cosa hai imparato all’università: in ogni premessa è contenuta la possibilità del suo contrario.
*
Forse era il tipo d’uomo che prima aveva bisogno di vedere la morte in faccia, forse avrebbe acceso un fuoco per asciugarci e poi mi avrebbe fatto la sua proposta e io avrei detto di sì perchè, quando si sono raggiunti i trent’anni, la libertà si è ripiegata su se stessa e ha finito per significare qualcosa di totalmente diverso da quel che significa a ventun anni.
*
… ma credo che uno dei più grossi tiri della vita sia di darci precisamente quello che vogliamo due settimane dopo che abbiamo smesso di volerlo…
*
Lui dice questo: sei una donna complicata. Persino quando dici che non vuoi nulla, vuoi qualcosa di più.
*
Ricorda che la necessità è madre dell’invenzione.
*
Digli che le cose non sono così semplici, digli che la parola libertà non è che un sinonimo di niente da perdere.
*
“Non sono proprietà tua,” disse e in quell’’istante era come se sentissi l’eco della sua voce che stava dicendo le stelle parole a Karen, a Stephanie e a tutte le altre che c’erano state prima, a tutte le donne con cui era stato da quando aveva venti, sedici o dodici anni. E pensai a Karen, a quanto Stephanie ci assomigliasse, e immaginai cinque o sei di noi in fila e sorridenti come un ritratto di famiglia ascoltare il suo ritornello vecchio di quarant’anni, la risposta più semplice nella sua vita così ben delineata. E, al di là di noi, pensai a tutte le altre donne che avevano sentito uscire quelle stesse parole dalla bocca di altri uomini: donne dalle facce cesellate come sculture, dagli abiti firmati, con ottimi titoli scolastici. Donne che potevano avere tutti gli uomini che volevano. Donne che con pena assoluta, una volta sentite quelle parole, si rendevano conto di quale abisso avrebbero dovuto scavalcare per stare con quell’uomo. Donne che cominciavano a piangere, a tirare schiaffi, che se ne andavano.
*
Quando parla della sua vita sembra che sia vuota di presenze e avvenimenti, soltanto un mucchio di energia in movimento, che gira e cambia di mano. Dà veramente le vertigini; il sesso diventa religione e la religione arte.
*
“Il problema,” dice lui, “di vivere da soli è che si deve andare così lontani per raggiungere il posto dove si possa fare il proprio lavoro e quando si è finito non c’è nessuno a dirti se sei tornato indietro o no”.
*
Classifica tutte queste conversazioni alla voce futuro anteriore, ma non aspettarti che il presente le raggiunga.
*
Non riesco a ricordare come sia cominciato il litigio o su cosa ci fossimo trovati in disaccordo. Mi ricordo soltanto il momento in cui, come succedeva sempre, eravamo usciti da noi stessi per entrare nei ruoli dai quali ci scontravamo.
*
Gli dissi che le parole erano tutto quello che avevamo, una cosa che mi aveva detto Charlie e a cui avevo creduto, perchè mi lasciava cadere in un vuoto nel quale non avevo il dovere di dare una giustificazione alla mia esistenza.

Postilla squisitamente PERSONALE:
quello che più mi ha colpito leggendo questo libro è stata l’estraneità con la quale ho affrontato l’ambientazione di vari racconti. Un’estraneità affrontata con piacere grazie a uno stile secco e pulito che contraddistingue la scrittura della Houston. Tra i migliori episodi della raccolta: Come parlare a un cacciatore, Acqua alta, Qualche volta parli dell’Idaho e Nella mia prossima vita. Premio speciale della giuria per una delle copertine più brutte mai viste.

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La fine del mio inizio che non ha un fine dal quale ripartire.

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Rilo Kiley – My Slumbering Heart
(The execution of all things)

In my dreams
I see myself hitting a baseball
In a green field somewhere near a freeway
I’m all tan and smiling and running from 3rd base
And it’s hot and
The kids keep on playing the driving game
And they’re singing the same goddamn refrain
And the sky is a blueish grey.
And its become just like a chemical stress
Tracing the lines in my face for
Something more beautiful than is there
I’ve barely been gone.

In my dreams
I see you at the foot of some mountains.
And we’re taking some pictures or something
And we’d better hurry up
And it’s late and
The sun keeps on shooting through pine trees
And the grass stains are wet on your new jeans
And we’d better hurry up
And I’ve become just like a terrible mess
searching the lines in my face for
something more beautiful than is there
the crowds keep me coming back. Cheering.

In my dreams
I see you asleep on a twin bed
The covers pulled up over your head
Am I asleep or awake?
And it’s morning
And the captain is playing the radio
And hes just put the paint on his new boat
Am I asleep or awake?

And it just feels good when you’re waking up
And it just feels good when you’re next to me
And it just feels good when you’re coming home
And it just feels good when you’re waking up

And I’ve become just like a chemical stress
Tracing the lines of my face for
Something more beautiful than is there
I’ve barely been gone
and I’m not a failure
I swear
I wish you could see it from over there
I’ve got a lot over here without you
I’ve barely been gone
gone
dreaming

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Lo schermo leggermente ballerino e i tasti che rimangono muti, inanimati. Perso dietro il filo immaginario di una logica dei particolari. Le domande srotolano le loro bocche affamate su tappeti rossi, privilegiati.

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da “Vite minime” di Daniele Boccardi – Stampa Alternativa
(seconda e ultima parte)
 
Questa mia tranquillità mi mette in agitazione.
*
Ti somiglia tutta; sono a casa tua  e sembra casa tua: l’ordine. Tu sai che simpatizzo con chi turba l’ordine; sono contro il dottore che mi ordina le medicine; non tengo le cose in ordine, non ordino mai un caffè… trovo l’armonia e la bellezza nel disordine, e i filari ordinati di cipressi mi sembran tutti manichini come le forze dell’ordine ben ordinate; odio le parole d’ordine.
Ti somiglia tutta, è precisa e metodica, ha sempre la disposizione logica delle idee… non adopera mai il silenzio.
Avete la medesima ostinazione, che tu chiami fermezza, lei costnaza.
*
Non conosco bene Dio, ma non mi piacciono quelli che si fanno pregare.
*
Se la legge rispettasse la logica non sarebbe così facile non rispettare la legge.
*
In seguito, quando il sindaco lo convocò per una pergamena e una medaglia se ne uscì con: “Con la carta pulitevici il culo, con i soldi della patacca datemi un fiasco di vino”.
*
Quante volte Silvia ha definito i miei progetti “obsoleti futuri”, e “consunte novità” le mie affermazioni!
*
Non è vero che ti abbia dimenticata, ogni tanto ti dedico una masturbazione.
*
Tutto ciò che scrivo ha odore di chiuso, di aria viziata.
*
La maggior parte della filosofia – di gran lunga la maggior parte – è completamente inutile. E questa è, credo, una situazione nota. Ma il peggio è che la maggior parte della filosofia inutile – di gran lunga la maggior parte – non è neanche un po’ divertente.
*
Il gesto della zia non era necessario e non fu imitato. Lei era capace di simili slanci, aveva le lacrime in tasca.
*
Dal trillo ti ho riconosciuto; ho riconosciuto non la tua delicatezza, ma il tuo timore: quello sfiorare appena il pulsante come tu mettessi il dito nella piaga… pigia, pigia, perdio, è un campanello…
*
Ci sono momenti in cui il silenzio dura troppo a lungo per cui ogni cosa detta sembra un ripiego, una scusa per togliersi l’impiccio, meglio allora dare il via alla bocca…
*
Non ha senso piangere sul latte versato; importante è gestire con intelligenza la propria stupidità.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
in certi racconti, quelli più lunghi e forse per questo più “pensati”, si riesce a capire che il potenziale c’era, ma nell’insieme questa ampia (racconti, fiabe, poesie e aforismi) raccolta non convince più di tanto, lasciando solo un senso di dispersione a fine lettura.
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“Portar via solo ricordi.
Lasciare nient’altro che orme.”

Chief Seattle

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da “Vite minime” di Daniele Boccardi – Stampa Alternativa
(prima parte)

Mero Amore
La ragazza del lava-stira
col ragazzo del forno,
sotto casa di lei,
ascoltano in macchina
‘tutto il calcio minuto per minuto’.

Proprio Ora
Mentre sto sognando
mentre lo sto dando
mentre lo sto aprendo
mentre stavo entrando
mentre stavo uscendo
che stavo partendo
che mi stavi accanto
che ti raccontavo
che già lo sapevo
che quasi finiva
che stavo per dirti
che devo provare
che volevo stare
che non posso andare
che ti voglio amare?

Piccolo Valzer
Dio si approfitta di un cieco
e lo veste a colori stonati.
Ma il cieco sa il gioco di Dio,
non conosce i colori
e lo lascia giocare.

E tu, non pienz a me
Non solo rimandare.
Aspetto idee più chiare
se un sonno le può dare.
Magari domattina
magari ce la faccio
magari mi decido
su quello che si può
e quel che devo fare,
se ancora voglio stare
qui per ricostruire,
oppure se ho finito
finito di volere
e allora devo andare
per quanto mi dispiaccia
per quanto sia vigliacco
per quanto ancora m’ami
e nascere vorrei.

Una Domanda
Dove deve arrivare
l’anima mia che nasce
e nasce e nasce e nasce
ed ogni volta è un pianto
e non t’aspetteresti
e non puoi aspettarti
che ce ne sarà un altro
finché non ci sarà.

Autogolgota
E la sua
anima?
Qualcuno
l’ha vista
salire?
qualcuno è
sicuro che
è scesa?
oppure è rimasta
dov’era, di
sopra, di sotto,
mai sua?
Dio ficcatelo
in culo, questo
calice amaro!
vengo, vengo!
hai furia?

Intertempo
Oggi un giorno è passato così,
a premiare il protrarsi di ieri,
che per niente da fare parlai
fino ad oggi inoltrato.
Oggi un giorno è passato dormendo
stamattina e stasera:
un pensiero levato.

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… è anche per questo che amo Greta: quando è felice, è felice: ed è una prerogativa delle persone che amo. Io, che non riesco mai a godermi veramente tutto il presente che mi capita, finché non l’ho ripensato.

Giordano Meacci – Salùn

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Eels – In The Yard, Behind The Church
(Blinking lights and other revelations)

In the yard, behind the church where
Butterflies and blackbirds search for
A safe place to rest the night away
We will go down to the brook and
Sit upon the overlook then
Forget about the troubles of the day

We will walk among the graves of
Men long dead with presidents’ names and
Listen to the water flow softly by
I will kiss you on the lips now
And as the sky grows dark we’ll strip down
And let the water wash away all lies

In the yard, behind the church where
Butterflies and blackbirds perch on
Gray stones as the garden’s growing dim
We will lay down on the ground and
Put our cheeks against the dirt down
Where it no longer matters
Where you’ve been

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20 giugno 2005 1 commento

IN VISIONE NEL WEEKEND: 
 
Hotel Rwanda
Canada, Regno Unito, Italia, Sud Africa – 2004
 
di Terry George
con Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, David O’Hara
 
Trama:
La vera storia di Paul Rusesabagina, gestore di un albergo in Rwanda, e dei rifuggiati che ha accolto, durante la guerra di dieci anni fa.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
uno schiaffo in faccia difficilmente digeribile. Più volte la bocca rimane spalancata e le parole che non riescono ad uscire si ghiacciano come l’indifferenza descritta.

The Woodsman – Il segreto
U.S.A. – 2004
 
di Nicole Kassell
con Kevin Bacon, Kyra Sedgwick, Mos Def, Benjamin Bratt, Eve
 
Trama:
Walter fa ritorno nella sua città natale, dopo essere stato dodici anni in prigione per pedofilia, per iniziare una nuova vita. 
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
un film guardabile ma niente di più.

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“La ragazza che non era lei”
di Tommaso Pincio
– Einaudi -
(terza e ultima parte)
 
C’era una nazione invisibile là fuori, dispersa ai quattro venti e lungo le strade. Impossibile dire quante fossero con esattezza le anime in fuga. Si parlava di milioni, a volte di decine di milioni di fuggitivi.
Nessuno ha mai provato a contarli sul serio. Sarebbe stato impossibile. Non agitavano certo la manina urlando: “Ehi, eccomi qua”.
Si spostavano solitari da un posto all’altro, cambiando ogni notte letto, divano, seminterrato, androne. Viaggiavano sotto falsi nomi. Tenevano nascosto il proprio passato. Erano irriconoscibili come le spie e gli agenti segreti. Magari ti capitava di incrociarne uno seduto sul ciglio di una strada o in un emporio, intento a frugarsi le tasche nella speranza di trovarvi abbastanza spiccioli per una barretta di cioccolata e una Coca, e non ci facevi caso. Non ti veniva in mente che quel ragazzo potesse essere uno di loro.
*
Finiti gli anni Sessanta iniziò la diaspora di coloro che erano accorsi a San Francisco inseguendo sogni di pace, amore e sbomballamenti lisergici. Molti se ne andarono in orbita e non fecero più ritorno, le molte vittime degli horror trip. Altri diventarono barboni o spacciatori o delinquenti o disadattati. Alcuni morirono, in Vietnam o per una dose tagliata male o per mano di Charlie Manosn o di un angelo dell’inferno. Altri ancora, e furono i più, semplicemente si arresero e come tanti prodighi figlioli riemersero dalla clandestinità e fecero ritorno a casa dove trovarono un sistema pronto a perdonarli, perchè il sistema perdona chiunque, quantunque a modo suo. Li aspettava infatti a braccia aperte, il sistema, un sinistro sorriso stampato sul volto, il classico sorriso di chi ti guarda e pensa: “Ma che ti eri messo in testa? Dove credevi di andare? Cosa credevi di fare?”
Costoro, coloro che fecero ritorno, sono quelli che barattarono la possibilità di cambiare il mondo con le fredde consolazioni della vita postmoderna, il conforto di un lavoro discretamente retribuito, un’utilitaria con qualche optional, la televisione via cavo, un paio di carte di credito, un numero di codice fiscale, un’assicurazione sanitaria che copre anche le malattia da raffreddamento e poi lei, la cosa più importane di tutte, il conforto di sapere che nella tua lavatrice c’è un cestello pronto a vorticare vorticosamente solo per te, per lavarti i panni tuoi in famiglia e fanculo i panni degli altri.
*
Le voci dei compagni le giungevano da molto lontano. Ma quanto lontano? Che buffo, pensò. Sapeva che gli amici erano lì, a pochi metri da lei, ma le loro voci le facevano ciao ciao con la manina. Le sentiva galleggiare sulla superficie dell’oceano. Cominciò a muovere la testa al ritmo del rumore delle onde strusciandola sulla sabbia. I capelli sfrigolavano, schiacciati tra la scatola cranica e il terreno. Percepiva distintamente la consistenza di ogni singolo granello, lo spessore di ogni capello. Le onde le dicevano più cose delle parole e le parole dei compagni erano solo un brusio attutito. Poi un brusio attutito e amplificato insieme. Poi amplificato ed elastico. Adesso erano l’eco di un boato da stadio che dava vita a una lunga prospettiva di archi dorati al termine della quale si stendeva la volta celeste. Le stelle brillavano in un modo che non aveva mai visto prima. La loro luce era così intensa che alcune di esse si staccavano dal cielo per scendere in picchiata su di lei. C’erano centinaia di lapilli argentati che puntavano dritto contro i suoi occhi. Pensò di farsi schermo con il braccio ma non poté muoverlo. Non era paralizzata. E’ solo che in quel momento non ricordava come si facesse a muovere un braccio. Rise e ridendo vide quello che vedeva il blu scuro del cielo. Com’era trasparente quel blu. Era buio e trasparente e da lassù vide dieci sagome scure sulla sabbia. Dieci giovani corpi. Cinque giovani coppie. Cinque ragazze. Cinque ragazzi. Vide loro. Lei. Jimmy Grink. Gli altri. Vide gli intrecci di materia che determinavano la loro identità. Vide trame di molecole dare forma ai loro corpi di esseri umani che sembravano pietrificati come oggetti scolpiti. Alcuni di essi sfuggivano all’immobilità per rotolarsi sulla sabbia e gridare di essere morti. Altri allungavano le mani verso al cielo distendendo le dita, urlando di disperazione o esaltazione. Sentì un peso allo stomaco e d’un tratto si ritrovò a terra. Uno dei compagni, non sapeva dire chi con esattezza, stava con l’orecchio poggiato per ascoltare la sua pancia che brontolava.

Meglio la confusione di un movimento che giorni statici in serie.

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Eels – Suicide Life
(Blinking lights and other revelations)

You think you’ll get under ol’ monsieur’s lid
And try to imagine all the things that he did
You don’t know where i’m gonna go
You don’t know where i’ll go

I’ll go none too bravely
Into the night
I’m so tired of living
The suicide life
That ain’t no reason to live

Wake up in the night and think of all the years
Falling from the ceiling and covering your ears
You don’t know how you’re gonna get out
You don’t know how you’ll get out

I’ll go none too bravely
Into the night
I’m so tired of living
The suicide life
That ain’t no reason to live

Call up your best friend
And tell him a lie
You’ve got to be kidding
I’m not really high
I dont know where i’m gonna go
I don’t know where i’ll go

I’ll go none too bravely
Into the night
I’m so tired of living
The suicide life
That ain’t no reason to live

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