Guida ragionevole al frastuono più atroce
di Lester Bangs
– minimumfax -
(traduzione di Anna Mioni) (prima parte)
Sì si, bei tempi, quelli! Era il 1965 e io ero un pivello impetuoso, mi ero appena preso la prima cotta adolescenziale, e lei mi allontanava la mano dicendo: “Mi piacerebbe, ma non voglio diventare una sgualdrina”. Le ragazze erano davvero così a quei…
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E così mi hanno preso e mi hanno arrestato, per aggressione da ultimo anche per possesso di droghe pericolose, e mi hanno messo al gabbio. Mi sono seduto e ho acceso una sigaretta, e un nero sulla trentina con l’aria da duro me ne ha scroccata una. “Perchè stai dentro?”
“Perchè sono troppo avanti per i miei tempi”.
Mi ha guardato. Per un attimo ho creduto che si sarebbe messo a ridere, ma non l’ha fatto. “Sì”, mi ha detto. “Anch’io”.
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… ma io credo che, anche se non bisogna restare ancorati alla propria adolescenza come se fosse uno stato di grazia, bisognerebbe lasciarsi la libertà d’azione per scatenarsi ogni tanto.
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E’ stato uno di quei concerti per descrivere i quali tutta terminologia critica utilizzabile, come per esempio l’aggettivo elettrizzante, è del tutto patetica e inadeguata, e dopo la fine ho capito quanto sarebbe stato futile chiedere a Strummer quell’intervista sull’”elemento politico” della situazione che continuavo a rimandare. La politica del rock, in Inghilterra,in America on in qualsiasi altro posto, è che un bel po’ di ragazzi vogliono farsi elettrizzare a morte dalla propulsione più rovente che riescono a trovare, per una sera che possono fingere che equivalga a tutto il resto della loro vita e, anche se il giorno dopo torneranno a lavorare nei negozi o alla noia del sussidio di disoccupazione o alla depressione dei programmi tv americani nel salotto dei genitori, niente può cancellare la realtà di quella sera passata tra le fiamme rinvigorenti, in cui una volta tanto, o forse l’unica volta della tua vita, sei stato catapultato a suon di musica fuori da te stesso e dalla monotonia che caratterizza la maggior parte delle vite ovunque e in qualsiasi epoca: in cui ti sei cibato di fulmini, e nessun’altra cosa nel regno dei vivi e dei morti aveva più alcuna importanza.
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… finalmente è uscito dalla notte dell’inerzia per raggiungere una sua strana età virile della pazzia…
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Fino a quel momento non c’è tanto da ridere e quindi fa’ lo spaccone con gli amici, vantati, guarda le gambe delle donne che passano, smanacciati il coso la sera a casa, il giorno dopo torna dai ragazzi e stonati con loro, erba, anfe, tranquillanti, Romilar, chi se ne frega, qualche bullo del college ci pagherà la birra, e poi te ne vai a casa e fissi il muro e hai freddo dentro e ti senti stupido e pensi: che cazzo, che cazzo. Mi odio. Era lo stesso l’anno scorso, orca miseria, e lo sarà quest’anno, e poi ancora e ancora, sempre che ci arrivo. Cazzo. Stanotte mi sa che mi trombo la fica della mia fantasia erotica alla pecorina.
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A volte credo che di semplice ci sia solo una cosa: provare dolore.
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Guarda, voglio essere diverso, proprio come tutti.
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Per amor di precisione, vorrei specificare a tutti gli interessati che io non penso che la vita sia un eterno tuffo in picchiata. E, anche se è davvero spaventoso, credo che il fascino per la morte che prova Richard Hell sia semplicemente stupido. Io stesso sospetto quasi tutti i giorni di vivere invano, mi deprimo e mi sento autodistruttivo e la maggior parte delle volte non mi piaccio. Per di più, spesso la vicinanza con altri esseri umani mi riempie di un’ansia incontenibile, ma credo che anche questa precaria facoltà di sentire sia tutto ciò che abbiamo e, per quanto possa sembrare semplicistico, una persona ha il dovere di sfruttarla meglio che può, per rispetto alle potenzialità della propria anima. Siamo tutti costretti a stare su questa terra spesso triste in cui la vita essenzialmente è tragica, ma ogni tanto arrivano preziosi barlumi di bellezza e di gioia in fondo che ricordano a chi li sa cogliere che esiste qualcosa di più grande e più elevato di noi. E non parlo delle vostre divinità in putrefazione, parlo di un senso di miracolo rispetto alla vita stessa e della sensazione che esista un fattore di redenzione che uno ha almeno il dovere di cercare, prima di crepare per cause naturali.
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… è vero che abbiamo solo un’occasione per esprimerci sul serio, nonostante la gente di buonsenso ci dica che è da pazzi provarci.
Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante molti dei riferimenti (a mode, usanze, gruppi, personaggi) non facciano parte del mio bagaglio culturale, la lettura di questo libro non ne ha risentito. Che era un grande giornalista musicale si sa, che era un pazzo pure, ma che scrivesse così bene, per me, è stata un gran bella sorpresa.
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