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Archivio per aprile 2005

RAGAZZA SULLA SCALA MOBILE

mentre mi dirigo alla scala mobile
un giovanotto e una ragazza carinissima
mi stanno davanti.
lei ha i pantaloni e una camicetta attil-
ati.
nel salire
lei appoggia un piede sul
gradino più alto e il suo didietro
assume una forma affascinante.
il giovanotto si guarda
intorno.
sembra preoccupato.
mi guarda.
io distolgo lo
sguardo.

no, giovanotto, non sto guardando,
non sto guardando il didietro della tua ragazza.
non preoccuparti, rispetto lei e rispetto te.
di fatto, io rispetto tutto: i fiori che crescono, le giovani donne,
i bambini, tutti gli animali, il nostro prezioso e complicato
universo, tutti e tutto.

mi rendo conto che il giovanotto adesso si sente
meglio e sono contento per
lui. lo conosco il suo problema: la ragazza ha
una madre, un padre, forse una sorella o
un fratello, e di sicuro un mucchio di
parenti poco cordiali e a lei piace
ballare e flirtare e le piace
andare la cinema e a volte parla
e insieme mastica la gomma americana e
in tv le piacciono gli spettacoli veramente scemi e
si crede un’attrice sul punto di sbocciare e
non è sempre così bella e ha un
carattere pessimo e a volte va quasi fuori
di teste e riesce a parlare per ore e ore al
telefono e vuole andare in
Europa una delle prossime estati e vuole che tu
la compri una Mercedes seminuova ed è innamorata di
Mel Gibosn e ha la madre
alcolizzate e il padre razzista
e a volte quando beve troppo
russa e spesso a letto ha troppo freddo e
ha un guru, un tipo che ha incontrato Cristo
nel deserto nel 1978, e vorrebbe fare
la ballerina ed è disoccupata e le
viene l’emicrania ogni volta che
mangia lo zucchero o il formaggio.

lo guardo che la accompagna
su
per la scala mobile, protettivo la tiene
un braccio attorno alla
vita, pensando che è
fortunato,
pensando di essere un tipo davvero
super, pensando che
nessuno al mondo ha
quello che ha lui.

e ha ragione, assolutamente
assolutamente ragione, il braccio attorno
a quel caldo contenitore di
intestino,
vescica,
reni,
polmoni,
sale,
zolfo,
biossido di carbonio
e
muco.

che fortuna
sfacciata.

Charles Bukowski

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“Guida ragionevole al frastuono più atroce” di Lester Bangs

Guida ragionevole al frastuono più atroce 
di Lester Bangs
– minimumfax -
(traduzione di Anna Mioni) (seconda parte)

I divi sono sempre esistiti, i dici sono sempre stati creati, e il pubblico ha sempre vissuto attraverso di loro per interposta persona e li ha investiti di tutto quello che personalmente non possedeva, perchè comunque lo scopo è proprio quello di creare miti e fantasie.
*
E allora cosa fai? Be’, i gusti sono gusti. E’ un dato di fatto. E a questo punto neanche a me interessa molto di cosa si tratta purché arrivi dal giro della Festa. E non c’è da preoccuparsi, perchè quel giro non è uno di quelli di cui si entra a far parte o di cui ci si porta in giro la tessera; quel tipo di feste, uno le VIVE. E non importa nemmeno quando uno lo fa, perchè la Festa, anche se la sua fiamma è bassa e tremolante e brilla a malapena in quest’epoca senza sugo, va avanti in eterno.
*
Ma in realtà quel furbacchione di Reg aveva un asso di picche nella manica: era una bomba di maria maghrebina totalmente atomica che aveva comprato a un prezzo ridicolo la settimana prima nel West End da un negro che per tutto il tempo aveva tenuto un sorriso da un orecchio all’altro che sembrava una gola tagliata. E così ora, proprio nel momento in cui il cugino scemo e squilibrato esce dai sotterranei del vecchio castello con l’unico occhio iniettato di vendetta, il vecchio Reg con noncuranza la tira fuori, la accende e ci dà un tiro. Naturalmente Costance, la povera ingenua, vuole sapere che cos’è, quindi lui gliela passa, ma gliene dà talmente tanta che lei non distingue più l’alto dal basso, e nemmeno se il film viene proiettato sullo schermo o è lì che sfreccia tra le stelle! E’ nella drogosfera!
*
Sì, nuotiamo fino a uscire di qui, attraverso la gelatina, fino al calcare.
*
Ho visto Dio, e il vantaggio di aver visto Dio è che si può sempre guardare da un’altra parte. A Dio non importa.
*
La gente a frainteso quello che intendo dire con “Blank Generation” [Generazione vuota]. Per me “vuoto” è uno spazio in cui si può inserire qualsiasi cosa. E’ positivo. E’ l’idea che uno abbia la possibilità di fare di sé tutto quello che vuole, riempiendo quel vuoto. Ed è una cosa che dà un senso di potere unico a questa generazione.
*
Abbiamo tutti sognato di partire all’attacco ma nessuno dei vecchi bersagli va più bene, ergo questo decennio che a me sembra un trogolo da muli, ma noi ce lo beviamo tutti e accidenti quanto si lagna la gente, ma lo fa borbottando, non si sentono grida o strilli o urla. In quest’epoca di fascismo edonista nessuno osa gridare o giudicare quello che sta sospeso a mezz’aria in modo talmente patetico, cioè la vita stessa: o meglio, nessuno ha osato farlo finora. Cioè, bisogna essere pazzi per non arrabbiarsi: ci stanno divorando, anima e corpo, e nessuno combatte. In effetti nessuno se ne accorge, praticamente, ma se ascoltate i poeti lo sentirete, e vomiterete la vostra rabbia.
*
Io non discrimino nessuno, ho pregiudizi contro tutti quanti.
*
… sì, vabbè, quel tipo ha ancora i basettoni e la macchina taroccata e la birra e il panzone da birra e una moglie e tre figli e una bifamiliare e non è mai cresciuto. E allora? In America non sei tenuto a crescere. Sei tenuto a consumare.
*
Allora gli ho chiesto se questo non rischiava di portare a un certo narcisismo.
“Non ho modo di saperlo, perchè non ho niente a cui paragonarlo: non posso conoscere nessuno tanto bene quanto conosco me stesso. Il compito dell’artista è essere narcisista, analizzare se stesso e prestarsi attenzione costantemente per vedere che effetto hanno le cose su di sé.
*
… se uno riesce ad accumulare il coraggio necessario, si può reinventare del tutto. Può essere il proprio eroe e, quando tutti saranno gli eroi di se stessi, tutti saranno in grado di comunicare con gli altri in modo reale, anziché basandosi su un sistema di standard sociali di seconda mano. Se uno ci riesce , è molto più salutare per lui e per il mondo.
*
… potrebbe essere come grattarmi via il silenzio dal cuore.

Postilla squisitamente PERSONALE 
Basta leggere la lettera in apertura del libro, per capire che vale la pena continuare nella lettura.

da “Poeti Africani Anti-Apartheid vol. 4” – Edizioni Dell’Arco

DOMANI

Quando tutto sarà terminato
davvero terminato
Formeremo un cerchio
Uomini donne bambini
Accenderemo un grande fuoco di “okoumé”
E ci abbandoneremo al rito espiatorio.

Quando tutto sarà terminato
davvero terminato
Triteremo manioca
Le donne cantando la melopea
Prepareranno salse e cibi
Il cui segreto era stato interrato.

Quando tutto sarà terminato
davvero terminato
Cattureremo farfalle nell’erba alta
I bambini a piedi nudi ridendo con candore
Coglieranno melograni dopo folli corse
Giocando come un branco di cani scatenati.

Quando tutto sarà terminato
davvero finito
Si rasserenerà il Patriarca da costa a costa
con Chaka Zulù ornato di cipree
Si chineranno l’Azanie e la Namibia ai piedi del Totem
Quando tutto sarà terminato davvero terminato.
Domani.

Konate Nkombe

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Antony and the Johnsons
I am a bird now

You Are My Sister

You are my sister, we were born
So innocent, so full of need
There were times we were friends but times I was so cruel
Each night I’d ask for you to watch me as I sleep
I was so afraid of the night
You seemed to move through the places that I feared
You lived inside my world so softly
Protected only by the kindness of your nature
You are my sister
And I love you
May all of your dreams come true
We felt so differently then
So similar over the years
The way we laugh the way we experience pain
So many memories
But theres nothing left to gain from remembering
Faces and worlds that no one else will ever know
You are my sister
And I love you
May all of your dreams come true
I want this for you
They’re gonna come true (gonna come true)

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“Guida ragionevole al frastuono più atroce” di Lester Bangs

27 aprile 2005 4 commenti

Guida ragionevole al frastuono più atroce
di Lester Bangs
– minimumfax  - 

(traduzione di Anna Mioni) (prima parte)

Sì si, bei tempi, quelli! Era il 1965 e io ero un pivello impetuoso, mi ero appena preso la prima cotta adolescenziale, e lei mi allontanava la mano dicendo: “Mi piacerebbe, ma non voglio diventare una sgualdrina”. Le ragazze erano davvero così a quei…
*
E così mi hanno preso e mi hanno arrestato, per aggressione da ultimo anche per possesso di droghe pericolose, e mi hanno messo al gabbio. Mi sono seduto e ho acceso una sigaretta, e un nero sulla trentina con l’aria da duro me ne ha scroccata una. “Perchè stai dentro?”
“Perchè sono troppo avanti per i miei tempi”.
Mi ha guardato. Per un attimo ho creduto che si sarebbe messo a ridere, ma non l’ha fatto. “Sì”, mi ha detto. “Anch’io”.
*
… ma io credo che, anche se non bisogna restare ancorati alla propria adolescenza come se fosse uno stato di grazia, bisognerebbe lasciarsi la libertà d’azione per scatenarsi ogni tanto.
*
E’ stato uno di quei concerti per descrivere i quali tutta terminologia critica utilizzabile, come per esempio l’aggettivo elettrizzante, è del tutto patetica e inadeguata, e dopo la fine ho capito quanto sarebbe stato futile chiedere a Strummer quell’intervista sull’”elemento politico” della situazione che continuavo a rimandare. La politica del rock, in Inghilterra,in America on in qualsiasi altro posto, è che un bel po’ di ragazzi vogliono farsi elettrizzare a morte dalla propulsione più rovente che riescono a trovare, per una sera che possono fingere che equivalga a tutto il resto della loro vita e, anche se il giorno dopo torneranno a lavorare nei negozi o alla noia del sussidio di disoccupazione o alla depressione dei programmi tv americani nel salotto dei genitori, niente può cancellare la realtà di quella sera passata tra le fiamme rinvigorenti, in cui una volta tanto, o forse l’unica volta della tua vita, sei stato catapultato a suon di musica fuori da te stesso e dalla monotonia che caratterizza la maggior parte delle vite ovunque e in qualsiasi epoca: in cui ti sei cibato di fulmini, e nessun’altra cosa nel regno dei vivi e dei morti aveva più alcuna importanza.
*
… finalmente è uscito dalla notte dell’inerzia per raggiungere una sua strana età virile della pazzia…
*
Fino a quel momento non c’è tanto da ridere e quindi fa’ lo spaccone con gli amici, vantati, guarda le gambe delle donne che passano, smanacciati il coso la sera a casa, il giorno dopo torna dai ragazzi e stonati con loro, erba, anfe, tranquillanti, Romilar, chi se ne frega, qualche bullo del college ci pagherà la birra, e poi te ne vai a casa e fissi il muro e hai freddo dentro e ti senti stupido e pensi: che cazzo, che cazzo. Mi odio. Era lo stesso l’anno scorso, orca miseria, e lo sarà quest’anno, e poi ancora e ancora, sempre che ci arrivo. Cazzo. Stanotte mi sa che mi trombo la fica della mia fantasia erotica alla pecorina.
*
A volte credo che di semplice ci sia solo una cosa: provare dolore.
*
Guarda, voglio essere diverso, proprio come tutti.
*
Per amor di precisione, vorrei specificare a tutti gli interessati che io non penso che la vita sia un eterno tuffo in picchiata. E, anche se è davvero spaventoso, credo che il fascino per la morte che prova Richard Hell sia semplicemente stupido. Io stesso sospetto quasi tutti i giorni di vivere invano, mi deprimo e mi sento autodistruttivo e la maggior parte delle volte non mi piaccio. Per di più, spesso la vicinanza con altri esseri umani mi riempie di un’ansia incontenibile, ma credo che anche questa precaria facoltà di sentire sia tutto ciò che abbiamo e, per quanto possa sembrare semplicistico, una persona ha il dovere di sfruttarla meglio che può, per rispetto alle potenzialità della propria anima. Siamo tutti costretti a stare su questa terra spesso triste in cui la vita essenzialmente è tragica, ma ogni tanto arrivano preziosi barlumi di bellezza e di gioia in fondo che ricordano a chi li sa cogliere che esiste qualcosa di più grande e più elevato di noi. E non parlo delle vostre divinità in putrefazione, parlo di un senso di miracolo rispetto alla vita stessa e della sensazione che esista un fattore di redenzione che uno ha almeno il dovere di cercare, prima di crepare per cause naturali.
*
… è vero che abbiamo solo un’occasione per esprimerci sul serio, nonostante la gente di buonsenso ci dica che è da pazzi provarci.

Postilla squisitamente PERSONALE 
Nonostante molti dei riferimenti (a mode, usanze, gruppi, personaggi) non facciano parte del mio bagaglio culturale, la lettura di questo libro non ne ha risentito. Che era un grande giornalista musicale si sa, che era un pazzo pure, ma che scrivesse così bene, per me, è stata un gran bella sorpresa.
.

SEGNALO:

su I Miserabili, qui, un inedito di THOMAS PYNCHON.

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da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi

La mente funziona soltanto quando si è contrariati. Ogni atto di pensiero deriva da un senso di irritazione.
*
C’è sempre in me una mancanza di convinzioni che spiega tutti i miei fallimenti, e a cui non ho saputo mai porre rimedio.
*
Dopo una notte in bianco, il mondo appare un po’ più scolorito di prima.
*
In un libro sul buddhismo zen di A.W. Watts leggo quanto segue: “Domandarmi con angoscia che ne sarà di me quando morirò, dopo tutto è come chiedermi che ne è del mio pugno quando apro la mano, o del mio grembo quando mi alzo”.
*
Durante l’ultima guerra, a Zurigo, Joyce e Musil abitavano vicinissimi, eppure non hanno fatto alcun tentativo di conoscersi, di incontrarsi. I creatori non comunicano fra di loro. Hanno bisogno di ammiratori, non di eguali.
*
“E’ diventato indifferente” – come pare si dica in alcuni paesi dell’America Latina di qualcuno che è appena morto.
*
Se si smette di aver paura della morte, la vita diventa all’improvviso bella, affascinante, e del tutto inutile.
*
Dopo mezz’ora non avevamo più niente da dirci. La conversazione è durata un’altra mortifera ora. E non c’è niente di peggio di una conversazione che sopravviva a se stessa.
*
Quel tempo deve proprio essere passato, se fatico a ricordarmene.
*
L’ho detto e non mi stanco di ripeterlo: non può esserci felicità in terra se non per quelli che non riescono a immaginare il futuro.
*
“Conosci te stesso”. – Mai è stato espresso in una formula più concisa lo stato di maledizione.
*
“La verità resta nascosta a colui che è pieno di desiderio e di odio” (Buddha).
… Vale a dire a qualsiasi vivente in quanto tale.
*
Non pensare è una fortuna; sapere che non si pensa è una fortuna ancora più grande.
*
La salvezza delle braccia. Nel lavoro manuale c’è qualcosa che redime.
*
Di tutto ciò che appartiene alla sfera “psichica”, niente dipende in realtà dalla fisiologia quanto la noia. La si sente nella carne, nel sangue, nelle ossa, in qualsiasi organo preso isolatamente. Se si lasciasse fare, ci distruggerebbe completamente.
*
Vivere al livello degli oggetti, non c’è altra soluzione.
*
L’assenza di misura nei miei rapporti con me stesso. Mi tratto o troppo bene o troppo male. Non ho ancora trovato la via più breve per il mio centro.

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SEGNALO:

su I Miserabili, qui, un inedito di WLLIAM T. VOLLMANN.

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26 aprile 2005 8 commenti

da “Atti innaturali, pratiche innominabili” di Donald Barthelme – minimumfax

questo è caos sai produrre il caos? chiese Alice certo che so produrre il caos produssi il caos lei rimirò il caos è bello e attraente disse e dura più del rimorso dissi io e nutre più del rimorso disse lei
*
Corde di linguaggio si dilatano in tutte le direzioni per legare il mondo in un tutt’uno impetuoso, scurrile.
*
“A volte mi sembra che non importi cosa faccio, che sia sufficiente esistere, star seduto in un posto qualsiasi, un giardino per esempio, a osservare tutto quello che c’è da vedere, le piccole cose di ogni giorno. Altre volte, invece, sono conscio che altre persone, magari moltissime altre persone, potrebbero subire gli effetti di ciò che io faccio o ometto di fare, che cioè io ho il dovere di fare, come tutti del resto, di fare il miglior uso possibile delle eventuali doti che mi siano state conferite, per il bene comune. Non è sufficiente star seduto in quel giardino, per quanto possa essere piacevole e riposante.
*
UN MOVIMENTO DELLA LAMPO DI ALICE situata nel retro dell’abito di Alice lungo il percorso dal colletto al culetto sì so benissimo che il primo è un attributo dell’abito il secondo un attributo della ragazza ma io l’ho localizzata per voi in modo un po’ approssimativo la lampo perchè la possiate trovare al buio
*
Ma lasciamo da parte questi discorsi deprimenti e in fondo controproducenti. Ho qui alcune autentiche meraviglie di cui mi piacerebbe discutere con lei sia pure in forma succinta. Alcune autentiche meraviglie destinate appunto a lasciare a bocca aperta il profano. Consideri ad esempio le grandi potenzialità di un sistema di controllo computerizzato capace di far evaporare in tempo reale ogni desiderio. Il sistema di evaporazione del desiderio diverrà essenziale al fine di venire incontro alle crescenti speranze delle popolazioni del mondo, che stanno crescendo, come lei sa, troppo in fretta.
[...]
Il perfezionamento dello stomaco pararuminante destinato ai popoli sottosviluppati è uno dei nostri oggetti di studio che dovrebbero maggiormente interessarla. Con lo stomaco pararuminante, essi saranno in grado di ruminare, cioè a dire, saranno in grado di mangiare erba.
*
Allora le spiegai di questo giornale qui spruzzato qua e là di rare bugie e di fotografie dalle didascalie inesatte messe insieme lungo una vita fatta di illusioni e di qualche momento divertente.
*
A: “Se devo essere sincera, mi pare che dimentichi un sacco di cose. Ma le cose che dimentica sono quelle di scarso rilievo. Penso perfino che le dimentichi apposta per avere la mente sgombra. Ha la capacità di sbarazzarsi dei particolari poco importanti. E la sfrutta”.
*
voglio fornicare con Alice ma mia moglie Regina ne sarebbe offesa Buck il marito di Alice sarebbe offeso mio figlio Hans ne sarebbe offeso il mio servizio di segreteria telefonica ne sarebbe offeso un fremito di offesa che percorre questa calma amorevole salutare operosa saldamente unita

Postilla squisitamente PERSONALE:
mi sono avvicinato a questo libro armato di buona volontà, dopo la delusione di quello precedente “Ritorna, dottor Caligari”, ma purtroppo anche questa raccolta non mi è piaciuta per niente. Non riesco a ricavare sensazioni, sentimenti e nemmeno il puro gusto di una prosa ben affilata dalla lettura dei suoi racconti. Dev’essere che anche questa volta ho sbagliato approccio, mi ripeto, visto che scrittori come Carver, Foster Wallace, Bender, Eggers, lo considerano un grande della letteratura. Forse con il terzo… semmai mi verrà la voglia di comprarlo.
P.S. il migliore del lotto, anche se definirlo così sembra eufemistico, è “Il pallone”. Inoltre ammetto, forse per la prima volta in vita mia, di non aver finito fino in fondo ben due racconti.

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22 aprile 2005 2 commenti

SEGNALO NEL WEEK END

Stasera, dalle ore 21.00, potrete ammirare Subliminalinho giocare, tra frigoriferi ambulanti e armadi a quattro ante in ristrutturazione, nel lussuoso campo in terriccio del Cittadella (CO).

Domani pomeriggio invece, tempo permettendo, sarò qua – http://www.sangiorgiofestadeilibriedellerose.it/ – tra lo stand Einaudi e molto più frequentemente allo stand minimumfax.

P.S. a martedì…

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“E’ con l’attività delle nostre passioni che la nostra ragione migliora… Le passioni, a loro volta, debbono la loro origine alla necessità, e la loro crescita al nostro progresso nella scienza”

da Discorso sull’origine dell’ineguaglianzaJ.J. Rousseau

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da “Storie di farfalle” di William T.Vollmann – Fanucci Editore
(terza e ultima parte)

Lui detto me dove vai io dico Hotel Metro, annunciò Joy. Finalmente il semaforo diventò verde, il tassista cambio marcia facendo tintinnare il suo strano pendaglio di conchiglie mentre il taxi superava sfrecciando i cani e le bancarelle con granturco. Un grosso autocarro coperto con un telone si profilò nel buio. Il tassista guardò avanti quando si fermarono di nuovo: aveva le labbra grandi e piene. Le gocce di pioggia brillavano come polvere sui parabrezza delle altre auto. Uno straniero muoveva la mandibole come masticando, sul sedile posteriore di un tuk tuk, poi sparì per sempre mentre il tassista prendeva una rotatoria e si lanciava in mezzo alle colonne attorcigliate, strombazzando nella nebbia. Il portò in albergo traversando vicoli trafitti di segreti…
*
Alle prime ore del mattino un topo squittì al piano di sopra e le piogge monsoniche caddero a dirotto, consumando tutta la luce tranne una desolante luminescenza marrone o cachi che svelò i panni appesi fuori dalle sbarre delle finestre e poi le scale, con sotto il gabinetto sul suo rialzo. Pukki non era rientrata. Le era toccato andare a Pattaya in vacanza con un ragazzo australiano. (Le ragazze sembravano temere quelle “vacanze” come la peste, probabilmente perchè non potevano svignarsela e vedevano sempre le stesse cose, solo spiagge e soffitti d’albergo…). Joy e il fotografo giacevano immobili come statue. Il giornalista spettò più che poté, ogni centimetro del suo corpo fiottava di sudore: seguitavano a dormire; si alzò e si mise i sandali. Fuori il vicolo era ormai un canale con l’acqua marrone alta fino ai polpacci che la gente guadava sguazzando coi sandali ai piedi; le famiglie si lavavano i denti sulle piattaforme all’aperto e sputavano in acqua con la radiolina accanto che andava; pezzi di giornale passavano galleggiando; c’era la solita ammucchiata di mosche, fameliche come i ragazzi (o le ragazze) di Pat Pong: gli uomini sedevano sui loro porticati di legno ormai straformati in moli; le donne sguazzavano imperterrite da una bancarella all’altra, comprando da mangiare; sotto le tende stese sullo stretto cielo quasi a venirsi incontro, scorreva l’irreale città dei canali. Alle dieci di mattina faceva caldo, il sole picchiava, e la strada era secca come un osso scarnificato.

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da “Storie di farfalle” di William T.Vollmann – Fanucci Editore
(seconda parte)

Il sole era una palla rosseggiante sopra il canale dove la nebbia violacea non aveva ancora incominciato a puzzare; una braca a motore si avviò stancamente in mezzo all’acqua marrone densa come sputo, chiazzata d’olio, immondizie e foglie; svanì nella nebbia sotto il ponte prima che il suo rumore si perdesse, mentre gli uccelli mandavano il loro richiami dalle chiome degli alberi ampie come cespi di broccoli; il canale, circondato da baracche col tetto d’alluminio, tavole e travi, andava assottigliandosi di là dai moli e dai banani; mente la madre si vestiva, un bambinetto scuro si accucciò a fare cacca sotto una tenda; sul canale correva una lunga galleria di travi e tavola e dentro la gente era presa dalle sue attività; un cane marrone e uno bianco si mordicchiavano le pulci; un uomo con il sarong a quadri attingeva l’acqua da un barile; un neonato piangeva; un ragazzo si lavava i vestiti. I cani lasciarono impronte bagnate sul marciapiede. Ormai il sole era più bianco, alto e bollente. L’aria prese un odore più acre. Un barca a motore sopraggiunse difilato lasciando una scia; ne partirono altre. L’uomo in sarong uscì dalla sua capanna e si mise la camicia bagnata. La normale attività di quel mattino gli ricordò le serate al bar di Joy quando le ragazze si radunavano alla spicciolata.
*
… la pioggia si condensava dal bollente cielo nero come gocce di sudore…
*
E così il tempo ingoiò se stesso, finché alla fine non spuntò un arcobaleno rosa anche per lei. Fu così che uno sportello si richiuse con enfasi alle spalle della puttana felice. E felice, la coppia sfrecciò dietro l’angolo…
*
Hai assolutamente ragione, disse il giornalista, che come il fotografo dava ragione a tutti su tutto; era molto più comodo.
*
Era seduto a rileggere la lettera sotto la tenda pesante di pioggia dove i ciclotassisti bevevano il loro tè da teiere di ceramica marrone ornate di uccelli; ricontarono i mucchietti striminziti di riel con lo stesso amore che lui mise nel ripetersi quelle parole; si massaggiarono le scure gambette venose e striminzite e lui pensò: Posso ritenermi un uomo arrivato, visto che mi posso permettere il lusso di passare il tempo a struggermi d’amore, oppure sono arrivato e basta?
*
No, lei non aveva niente a che vedere con la straripante sofisticata carnalità delle signorine tailandesi in lustrini sotto la luce verde da fantascienza, coi volti dei travestiti tailandesi simili a gassosi teschi nell’oscurità sfilacciata dei lampi…
*
Il sole apparve all’improvviso come un’opaca manopola girata rapidamente al massimo; cominciò a fare un gran caldo.
*
Mostri ubriachi sorridevano come le verdi facce di rana-sole pronte a inghiottire la luna durante l’eclisse… [...] Magari la sua comparsa era legata in qualche modo a come quelle facce si sarebbero bevute il buio…
*
Stava smantellando sistematicamente la propria realtà. sfocando facce e nomi (a volte non ricordava il nome della donna che gli stava sotto; lei nemmeno ricordava il suo, naturalmente), formando legami reciproci ed esclusivi che lo riducevano a un bugiardo e a un imbroglione privo di legami, stava evitando di fare i conti con se stesso.
*
Ormai, a causa del divisionismo misterioso e inverso di tutte quelle altre influenze, l’immagine di Vanna si era disintegrata disperdendosi nel buio della sua mente come polvere di una protostella in via di sparizione. Quella notte vide in sogno una donna che non vedeva da tanti anni, una donna bianca dal viso bellissimo che aveva sempre amato e che non lo aveva mai ricambiato. Nella visione non gli diceva niente, lo guardava solo con amore, e questo gli bastava e avanzava. Nella vita reale quella donna stavo morendo o era già morta.

Postilla squisitamente PERSONALE:
già apprezzato autore di “Manette. Istruzioni per l’uso” e di un trattato sulla violenza, che non leggerò mai visto le sue dimensioni monolitiche (circa 7.000 pagine !!!), intitolato “Rising Up and Rising Down” che negli U.S.A. è stato pubblicato da McSweeney’s Books.

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SEGNALO:

su I Miserabili, qui, un inedito di Chuck Palanniuk.

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Antony and the Johnsons
(I am a bird now)

Hope There’s Someone

Hope there’s someone
Who’ll take care of me
When I die, will I go
Hope there’s someone
Who’ll set my heart free
Nice to hold when I’m tired
There’s a ghost on the horizon
When I go to bed
How can I fall asleep at night
How will I rest my head
Oh I’m scared of the middle place
Between light and nowhere
I don’t want to be the one
Left in there, left in there
There’s a man on the horizon
Wish that I’d go to bed
If I fall to his feet tonight
Will allow rest my head
So here’s hoping I will not drown
Or paralyze in light
And godsend I don’t want to go
To the seal’s watershed
Hope there’s someone
Who’ll take care of me
When I die, Will I go
Hope there’s someone
Who’ll set my heart free
Nice to hold when I’m tired

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da “Storie di farfalle” di William T.Vollmann – Fanucci Editore
(prima parte)

C’erano una volta un giornalista e un fotografo che partirono per l’Asia per andare a puttane. Il viaggio riuscirono a farselo pagare da una rivista di New York. Si armarono di un tubetto di vaselina morbida e fresca e di una scatola di preservativi a testa. Il fotografo, che conosceva espressioni tailandesi indispensabili quali: Bellissimo! Quanto vuoi? Grazie e Guarda che ti meno! (topsa-lopsa-lei), preferiva il tipo extra forti lubrificati, mentre il giornalista optò per quelli non lubrificati con il serbatoio speciale in punta. Il giornalista non provavo mai i preservativi del fotografo perchè nemmeno usava i propri quanto (a essere onesto) avrebbe dovuto; ma il fotografo, che li provò entrambi, decise che il giornalista aveva proprio preso la decisione giusta del punto di vista dell’attrito e quindi della sensazione; ecco dunque la vera morale della storia, e se vi preme solo quella, non andate avanti a leggere.
*
Rimase a guardare la pioggia piombare come una lancia, crepitava sui tetti di latta, sguazzando per strada, cresceva e calava con rumori striduli sotto l’impulso del tuono, inframezzando le sbarre delle finestre di nuove traballanti sbarre verticali, solide sbarre di pioggia che andavano a inchiodarsi sui davanzali di cemento, da dove rimbalzavano all’istante formando pozze come proiettili deformabili, ormai cadeva sempre più fitta fino a oscurare l’aria; un tremolio, poi il tuono risuonò direttamente sopra…
*
La ragazza dolce lo attirò fra le sue braccia. Lui cercò di divincolarsi, ma lei lo tenne ancora più stretto facendolo sentire meglio. Invece di piangere a calde lacrime come al solito, le vomitò tutto il veleno addosso. Lo aveva salvato.
*
La sostanza della sua anima era composta di dolore passato.
*
Una febbre feroce lo agguantò a ripetizione per la collottola sollevandolo di peso dai suoi sogni per poi lasciarlo cadere sfinito nel sonno.
*
Camminava come le tante venditrici che tenevano il vassoio delle loro mercanzie in equilibrio fra la spalla destra e il palmo della mano all’insù, il cappello a cono appeso all’incavo dell’altro gomito; sembravano muoversi con naturalezza, ma era perchè non potevano camminare in altro modo, quindi non avevano scelta; senza vassoio né cappello a cono, la camminata di Vanna era la stessa, esperta e passiva.
*
Per quanto io non ti soddisfi, tu non mi vuoi diversa.
*
Ma la fine della storia non è la fine della storia; quella capita soltanto ALLA FINE quando ti calano nel buio pesto della tua tomba. La battuta finale dell’episodio che si è chiuso viene meno e intanto l’esperienza va avanti: dev’essere per questo che è così difficile imparare qualcosa.

Postilla squisitamente PERSONALE:
“Deriva anche dalla possibilità tutta conoscitiva e utilitaristica di usufruire delle prostitute come delle migliori guide alla comprensione di un paese e di una mentalità, con una spesa relativamente modesta”, dalla postfazione.

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DI TUTTO UN PO’P

E che ci vuole il TEMPO per scrivere. Non solo, anche il TEMPO per poter pensare a COSA scrivere e COME farlo. E in questi giorni (settimane?) faccio fatica a trovarne.

(soundtrack: Okkervil River – Okkervil River Song)

Down by Okkervil River slow silent thick and black, I stared into the water, and the water it stared back. The night it fell from tangles of the branches on the shore as it had on Okkervil River before. Down by Okkervil River’s cigarettes and rusty tires, we made ourselves an altar, we lit our nightly fires. And the smoke lay thick and smothered all the skunk cabbage and vines where Gods were born and Gods lay down to die. With your hand inside my pocket, you whispered in my ear “We have come from ugliness to find some refuge here. With this bracken for a blanket, where these limbs stick out like bones, we have found a place where we can be alone.” And I tried to tell you, as I kissed your hard dry lips, all the things I dreamed about. I touched your bone white hips. Far away our parents slept in while we watched our fire burn. They dreamed of nothing and got nothing in return. And the water slipped on slowly past our bodies in the weeds, pulling plastic wrap and razors on its current through the reeds. Then I woke up one cold morning, felt an absence at my back, and I searched and stared but only the river stared back.

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19 aprile 2005 1 commento

IERI IN VISIONE:

Before sunset – Prima del tramonto
U.S.A. 2004

di Richard Linklater
con Ethan Hawke, Julie Delpy

Un classico film del genere romantico che non è niente male, soprattutto per i dialoghi, anche se in alcuni casi suonano troppo perfetti, senza esitazioni, ecc.

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da “La gelosia” di Alain Robbe-Grillet – Einaudi

La notte nera e immobile, afosa, è piena del canto assordante dei grilli, che sembra cominciato da sempre.
*
No, i suoi tratti non si sono mossi. La loro immobilità non è tanto recente: quella delle labbra, in particolare, risale alle ultime parole pronunciate. Quel sorriso fuggitivo non doveva essere che un riflesso della lampada, o l’ombra d’una falena.
*
Una finestra della camera – la più vicina al corridoio – s’apre a due battenti. Il busto di A. vi appare inquadrato. – Buongiorno, – dice col tono scherzoso di chi ha ben dormito e si sveglia di piacevole umore: o di chi – almeno – preferisce non mostrare le sue preoccupazioni, se ne ha, e sfoggia sempre, per principio, lo stesso sorriso: un sorriso in cui può leggersi tanto l’irrisione che la fiducia, o l’assenza totale dei sentimenti.
*
Le frasi si succedono, ciascuna al suo posto, connettendosi in modo logico. L’elocuzione misurata, uniforme, rassomiglia sempre più a quella delle testimonianze in tribunale, o d’una recita.
*
Franck scarta d’un colpo, così, tutte le ipotesi che hanno fatto insieme. Queste ipotesi non servono a niente, perchè le cose sono quello che sono: non si cambia niente alla realtà.
*
Dopo un ultimo scambio di monosillabi – monosillabi separati da intervalli sempre più lunghi, e che finiscono per non essere più intelligibili – la loro presenza s’attenua fino a confondersi quasi interamente con la notte.

Postilla squisitamente PERSONALE:
un libro che non mi è piaciuto molto. Se da una parte l’autore riesce a far entrare il lettore in un’atmosfera (vedi postfazione), dall’altra lo imprigiona in essa con una descrizione maniacale degli ambienti (vedi prefazione).

18 aprile 2005 3 commenti

UN SENSO ALLA VITA

L’amore mi si offrì e io
mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta
e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò
ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame
di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna
alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita
può condurre alla follia
ma una vita senza senso
è la tortura
dell’inquietudine
e del vano desiderio
è una barca che anela al mare
eppure lo teme.

Edgar Lee Master

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