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Archivio per marzo 2005

SEGNALO:

su RaiLibro uno speciale sul grande John Cheever.

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da “Venus Drive” di Sam Lipsyte – minimumfax
(seconda parte)
 
Ho giurato a mia madre che avrei messo la testa a posto, ma lei era in coma, quindi credo che il giuramento non valga.
*
Le nuove reclute arrivano con una berlina arrugginita, la classica supposta ambulante da periferia, come quelle in cui mio padre mi portava in giro per farmi ammirare tutte quelle atrocità dello stato, le meraviglie naturali costruite dall’uomo vicino alle quali ci sono sempre panchine piene di schegge su cui sedersi a bere chinotto tiepido. Se metti un quarto di dollaro nei tuoi stupidi telescopi di metallo magari riesci a vedere il sangue degli operai sgocciolato sulle pareti della diga.
*
Qui ci sono tutti i palazzoni puntati verso la notte come dita d’acciaio.
*
Quando la ragazza scivola in quello che per la gente come noi passa per sonno, io scendo nel frastuono del viale. Passo sotto le luci e mi incammino verso i luoghi più bui. In cielo non c’è nessuna luna da profanare, nessuna nave appoggio, nessun senso di dominazione imminente. C’è solo la città che si agita sulla sua sedia di cemento. Forse mi dispiace un po’ di lasciare lì la ragazza, ma se resto probabilmente mi lascerà lei.
*
Mi sono nascosto dietro la poltrona della tv. Aspettavo i rumori famigliari, galosce, stivali, il rumore di frusta e di sega del nylon invernale. Ecco la sua voce, quella che aveva una volta, prima dei punti, del secchiello, dell’accavallamento. La voce di mia madre infilzava la pause. Quei loro vecchi ritmi, la pendenza dei discorsi spensierati.
*
Abbiamo considerato un bel po’ prima di chiudere. Per lasciarsi, diceva lei, bisognerebbe impiegare tanto tempo quanto se ne è passato insieme. Altrimenti che senso aveva?
*
Dovevo consegnargli un messaggio, memorizzato in un’occasione precedente. Il messaggio diceva: “Corro per stare al passo”.
*
Mia madre [...] si riparò gli occhi con la mano, mi scrutò come faceva spesso, come se in segreto aspettasse il momento in cui avrei smesso di stupirla con la mia devozione.
*
Fuori in strada penso: “E chi ha bisogno della vita, della gente? Mi fermo da Gupta a comprare le sigarette. Ho di nuovo smesso di smettere.
[...]
C’è chi la fa finita con le sigarette insieme a tutto il resto. Io invece ero abbastanza sicuro che senza nicotina sarei finito appeso al tubo della doccia in un baleno. Devi tenere qualcosa fra te stesso e la verità di te stesso, se no sei morto, io la vedevo così. La vedo ancora così.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
Anima vecchia – Meno catrame – La figlia dei Drury – Inseguite un no – Il gioco più bello del mondo, tra i racconti migliori contro l’unico che proprio non mi è piaciuto, Le pattinatrici dell’obitorio.
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31 marzo 2005 11 commenti

DI TUTTO UN PO’P

Settimana scorsa ho spedito un po’ di racconti a Desiati, sperando siano arrivati (delle Poste Italiane proprio non riesco a fidarmi), e adesso attendo una sua risposta. Nel frattempo ho mandato dei racconti a due concorsi, uno organizzato dal sito Vivimilano e l’altro dal Rotary di Ancona. Tutti e due ovviamente a costo zero e  rispettivi premi: un pc portatle – 1000 euro.
 
Mi è arrivata una seconda recensione del mio primo romanzo, ormai invecchiato di circa tre anni nelle sue parti più anziane, da I Quindici. Oltrepassando la carenza di trama, poca profondità dei personaggi e uno svolgimento troppo piatto (che già ho avuto modo di riconoscere da solo e in altre risposte da alcune case editrici, nonché nella prima recensione di un altro loro membro), fa piacere trovare queste righe nella mail: “Come prima impressione e poi confermata nel corso della lettura devo dire che hai delle buone capacità letterarie e che la materia non ti giunge sicuramente nuova. Usi un linguaggio sufficientemente vario e interessante e riesci a dare l’idea delle emozioni e sensazioni che provano i tuoi personaggi…“
 
Domenica sarò a Milano per la seconda fase di un concorso organizzato da un locale milanese in zona Navigli. Dopo aver passato la selezione puramente letteraria, dovrò affrontare il pubblico ludibrio e farmi valere anche in campo oratorio. Visto che non sono capace di leggere, nemmeno le mie cose, e anche parlare a tavola con mia nonna è fonte di sudorazione abbondanate, dubito di riuscire ad arrivare alla fase finale. Tant’è… quello che conta sono le MIE parole, non come le pronuncio o farei meglio a dire enuncio? Anche se saperlo fare non guasterebbe, anzi.
 
In queste ultime sere però ho scritto proprio poco, forse perchè sono più centrato sul trovare una storia dalla quale partire. Nonostante sulla scrivania abbia l’inizio di almeno tre racconti, non li ho minimamente toccati, evidentemente o fanno schifo o vanno fatti decantare un po’ (a volte capita).
 
[24.36 - ERRATA CORRIGE: e invece qualcosa dal cilindro sembra essere saltato fuori (decantare!). Due racconti di cui sopra, con ingredienti primari uguali e metodi di preparazione diversi, si sono incontrati e sovrapposti. Ho tagliato, aggiunto, corretto, intitolato, spostato, riscritto, eliminato... insomma qualcosa ho fatto e non è poco.]
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da “Poesie” di Simon Armitage – Mondadori
(terza e ultima parte)
 
Alla povertà
(alla maniera di Laycock)
 
Mi sei di nuovo accanto, e lì sei stata
o nei paraggi, per anni. Accomodati.
Riconoscerei quell’ombra ovunque, quella silhouette
senza volto, quella forma. Beh, sii mia ospite.
Vivremo in combutta – fianco a fianco
come fratelli siamesi uniti per la tasca.
 
Ho cercato di sbarazzarmi di te per troppo tempo.
L’inverno scorso quando ti venne l’influenza
avrei dovuto tagliare la corda, svignarmela, e invece
ti ho scaricato addosso la responsabilità, la malattia. Sangue cattivo.
Fa di nuovo freddo; vieni più vicina al fuoco, alla luce,
che possa distinguerti.
 
Mi hai fatto male, vediamo come:
tutte quelle domeniche
in cui mi hai lasciato a mollo, nel buio,
in rosso, a terra, senza lavoro.
Le settimane a non finire di pane senza burro,
di letto senza cena.
 
Quella volta poi in cui sfondai il capanno di Schofield
e mi ruppi tutte e due le gambe,
e Schofield non si poteva permette di staccare
una gamba dal tavolo per farci una stecca.
Sono stato immobile per tredici settimane prima che tornassero a posto.
Cos’altro possono fare i poveri se non aspettare? E ancora aspettare.
 
Come hai fatto ad appiccicarti a me? Ma vai dalla Regina,
fai pressioni sul dottore o sul decano,
alita sul maggiore,
spremi il massone o il manager,
vai a Londra, o almeno trovati un romanziere
da scocciare, salassare, prosciugare.
 
A ripensarci bene, resta dove sei.
Tutti abbiamo bisogno di una persona sufficientemente vicina
per poterla accoltellare alla schiena.
E’ stato Robert Frost a dirlo. E poi
a te è meglio tenerti sott’occhio
piuttosto che averti sempre alle spalle,
a ogni svolta, strada, città.
Siediti. Ho detto, siediti.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
anche la sezione tratta da “Killing time” andrebbe riportata interamente, ma come nella seconda parte…
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PASQUA, PASQUETTA, ORI E SETTEBELLO
(soundtrack: Fiona Apple – Extraordinary machine)

Il weekend di Pasqua sono andato in montagna:
1° perchè nella via sotto casa mia arriva la fiera e c’è tanta, troppa gente. Famiglie isteriche, bambini in preda alle convulsioni e macchine in coda per ore alla ricerca di un parcheggio inesistente. Come se non bastasse da due anni a questa parte, proprio all’altezza del mio numero civico, ha lo spazio quello che vende un sapone inglese in grado di smacchiare qualsiasi cosa, decantando le virtù del suo prodotto tramite un microfono con casse e amplificatori che iniziano a snocciolare anatemi dalle nove di mattina.
2° il bisogno di cambiare aria, visuale, rituali e tempistiche.
3° avevo voglia di fare qualche discesa nel tentativo di impratichirmi con la tavola.
4° passare almeno da una tonalità di verde cadaverico (stile segregazione da neon 24 ore su 24) a un grigio da smog urbano.
 
Peccato che di neve non c’era traccia e il sole se è uscito, l’ha fatto probabilmente quando io me la dormivo come un opossum in letargo. No problema, almeno due punti su quattro sono stati messi a segno e direi che bastano e avanzano.
Nonostante le piste sembrassero delle lingue limacciose a tratti e schiumose in altri, nonostante una pioggerellina fitta o al massimo un cielo grigio come la coperta del mio divano casalingo, i giorni sono passati con estrema leggerezza, semplici e consecutivi come dovrebbero sempre essere.
Segnalo una gita a Rovereto per vedere la collezione permanente del MART, una piano dedicato a Sottass e una mostra intitolata “Il bello e la bestia” (molto interessante e varia).
C’era un piccola parte, della permanente di arte moderna, che aveva le parole come filo conduttore:
Francesco Clemente – Improbus
Mario Rizzi – La stanza di Jung
Chiara Dynys – (?)
Ugo Carrega – Il grande ritmo
Claudio Parmiggiani – Silenzio
Emilio Isgrò – Questo e questo
               Il libro cancellato: l’attacco isterico
 
I “peccati”, ma non…
 
I fuochi d’artificio sprigionati dalla collisione tra un accendino e dei gas corporei che credevo impossibili, e comunque non così ripetutamente, solo come leggenda popolare o al massimo in serie catodiche stile “Porkys”.
 
“Oh ragazze, ci siamo scolate l’inverosimile!”, pronunciato da una ragazza con occhi già sbilenchi, durante una partita a scopa pre-cena-aperitivo tra sole ragazze, e subito diventata la presa per il culo preferita dall’altro campo di gioco masculino, fino a quando grappe multiple post-cena, tre rintocchi di campana e la visione di “Frankenstein Junior”, non hanno zittito tutti.
 
Delle patate alla svedese o scandinava? accompagnate da un  pollo al curry che, se paragonate alla mia solita cena, non lo scrivo nemmeno.
 
L’uomo-dormiente a.k.a. H.F. (tanto il mio blog è stato inibito dalla sua rete aziendale!) che si è ricaricato dormendo per quasi due giorni interi, in previsione di un record in solitaria nel tragitto per tornare a casa in anticipo, causa obblighi lavorativi.
 
Le scene dalla mia sit-com preferita (non rubatemi l’idea, l’ho già depositata in SIAE): una coppia, lui è un bambinone pigro e viziato, lei una mamma sempre pronta a sgridarlo per poi lasciargli passare tutto, con il classico sottofondo di risate preregistrate.
 
Il film comico, suggerito da… vabbè ho detto che non si fanno i nomi, più lento della storia. A fine proiezione, dopo quasi un’ora e mezzo di mutismo nella stanza, si è sprigionata un’energia vitale che neanche a lavorare alla Pfizer.
 
“Così sento la musica penetrarmi” o variante minima (perchè non ero presente, resta comunque il senso), detto da quel qualcuno che dopo grappe multiple (vedi sopra) aveva fatto qualche boccata…
 
Sempre però, si ricomincia…
 
.(PUNTO)
 
[p.s. questo post è dedicato al f’autore]
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da “Venus Drive” di Sam Lipsyte – minimumfax
(prima parte)
 
Quelle vecchiette si riversano fuori dalla porta di casa ogni mattina, arrivano nel corridoio con l’aria imbambolata e le ciabatte di paglia. Se ne stanno lì e mi chiamano a cenni. Qui sono l’unico inquilino senza problemi di disabilità. Il custode del condominio vive dall’altra parte del fiume e i loro mariti sono tutti morti. Le vecchiette mi chiamano per affidarmi i lavori ingrati. Devono essere convinte che non abbia altro da fare, o forse credono che sia mia dovere aiutarle. Fino a poco tempo fa mia madre viveva qui tra loro, era la più giovane di tutte, c’erano anni di differenza. Ora ci siamo solo io e la morfina che mia madre ha lasciato nel cassetto della morfina. E’ da mesi che non bazzico i soliti giri. Una volta provato il bendiddio della farmacia, chi vuole avere ancora a che fare con conti sbagliati e gente sbagliata?
*
Lucy sbatte la bottiglia sul bordo del tavolo. Quando gireranno un film sulla sua vita la bottiglia si romperà, ma ora rimbalza e basta.
*
Ma io me ne sono andato e Gary se n’è andato. Tutti se ne vanno. Il problema non è andarsene.
Quale sia il problema potete immaginarvelo.
Per esempio, Gary ha cercato di diventare una rockstar, ha imparato persino a tenere il plettro della chitarra col pollice malato, ma il rock era morto.
“Qualcuno avrebbe dovuto farmelo sapere”, ha detto.
Di lì a poco eccolo a ciondolare nei paraggi di bar frequentati dai giovani “bene”, con l’aria compiaciuta di uno a cui tutti stanno alle calcagna.
“Mi occupo di beni e servizi”, ha detto. “E’ l’unico giro che è rimasto incontaminato”.
E’ stato allora che ho deciso di comprare i suoi beni, i suoi servizi. Ero in una fase di salda, ma Molly era stufa della mia lucidità. E’ difficile farti la tua ragazza se lei è fatta e tu no. E’ più difficile del tiro a segno che c’era nella sala giochi del centro commerciale, tutta quella sofferenza per vincere un premio peloso.
*
La prima volta che in ufficio qualcuno mi ha chiesto del mio “know how”, ero convinto che si trattasse di un aggeggio elettronico di quelli che si ordina per corrispondenza. Sembra che tutti ce l’abbiano, tranne me. La persone con cui lavoro sono dei curriculum ambulanti. Conoscono benissimo tutti i linguaggi di programmazione, sfoggiano lauree in marketing e in poesia medievale. Fanno snowboard su tutto fuorché sulla neve. Studiano forme esoteriche di arti marziali sudamericane e iniziano diete a base di sola carne di cervo. A volte non so nemmeno cosa stiano combinando, ma so che ne leggerò su una delle entusiastiche riviste sugli stili di vita della nostra città. E’ gente che ti viene naturale detestare, ma hanno così tanta energia, così tanta determinazione.
*
Non è male come vita, se uno non muore o, peggio ancora, non comincia a crederci.
*
Non è una buona epoca per prendere posizione. Quanto dura un’epoca? Forse può stare ad aspettare che passi.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:

dopo Moody (Demonology) e prima di Pascale (La manutenzione degli affetti), tra i migliori libri di questo inizio 2005. Sicuramente era da tempo (sempre escludendo Moody) che un “sotteraneo” non mi colpiva così tanto. Uno stile sarcastico, secco, deciso, caustico eppure così intimo, quasi dolce a tratti.

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Bright Eyes – "We Are Nowhere, And It’s Now" (feat. Emmylou Harris)
(I’m Wide Awake, It’s Morning)
If you hate the taste of wine
Why do you drink it until you’re blind?
And if you swear that there’s no truth and who cares
How come you say it like you’re right?
Why are you scared to dream of god
When it’s salvation that you want?
You see stars that clear have been dead for years
But the idea just lives on

In our wheels that roll around
As we move over the ground
And all day it seems we’ve been in between the past and future town

We are nowhere, and it’s now
We are nowhere, and it’s now
You took a ten-minute dream in the passengers seat
While the world it was flying by
I haven’t been gone very long
But it feels like a lifetime

I’ve been sleeping so strange at night
Side effects they don’t advertise
I’ve been sleeping so strange
With a head full of pesticide

I got no plans and too much time
I feel to restless to unwind
I’m always lost in thought
As I walk a block to my favourite neon sign
Where the waitress looks concerned
But she never says a word
Just turns the jukebox on
And we hum along
And I smile back at her

And my friend comes after work
When the features start to blur
She says these bars are filled with things that kill
And you probably should have learned

Did you forget that yellow bird?
How could you forget that yellow bird?

She took a small silver wreathe and pinned it onto me
She said this one will bring you love
I don’t know if it’s true but I keep it for good luck

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Finalmente, tra un’oretta circa, me ne vado.
Il blog riprenderà le sue attività da martedì 29 marzo.
 
Ma siccome sono bravo,vi lascio qualcosa da vedere:
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da “Poesie” di Simon Armitage – Mondadori
(seconda parte)
 
Novembre
 
A piedi verso la casa di riposo dall’auto parcheggiata male
a tua nonna occorrono quattro brevi passi per due dei nostri.
L’abbiamo portata qui a morire e lo sappiamo.
 
Controlli asciugamani, saponi e ninnoli di famiglia,
le tagli le unghie, le rimbocchi le coperte ruvide
e lei affonda nella sua incontinenza.
 
E’ ora John. Nei loro smorti sorrisi esangui,
nei loro seni cadenti, i cervelli frastornati, le calvizie
e anche in noi John: siamo quasi mostri come questi.
 
Sei a pezzi. Mi dai le chiavi e guido
attraverso il crepuscolo, oltre la famosa stazione
verso casa tua, per stordirci di alcol.
 
Dentro, avvertiamo il terrore dell’imbrunire che avanza.
Fuori, osserviamo la sera che cede di nuovo,
e lasciamo che accada. Non riuscivamo ad aprire bocca.
 
Ci sono volte in cui il sole brilla e ci sentiamo vivi.
E’ una delle cose che dobbiamo tirare fuori, John, da questa vita.
 
*
 
Non ho convincimenti – è questo il mio unico grande difetto.
Nulla che mi spinga a urlare o gridare, nulla
per cui scatenare l’inferno o fare una canzone per poi ballare.
 
Un uomo come me potrebbe essere davvero difficile da contenere,
uno che si impregna di benzina in piena notte,
no che si infiamma per conto del mondo,
il sangue che bolle, i capelli che s’arricciano.
 
Ho un neo tre pollici a sud-estdel naso,
un cuore che può tenere il passo
di qualsiasi orologio da taschino, un pugno
che si apre come il miglior coltellino svizzero,
e certi trucchi che, lo si sa da tempo,
fanno scattare applausi spontanei.
Ma nessuna causa, no, nessuna causa.
 
*
 
Sentite questa
 
C’è nessuno qui che si sia preso in giro giusto
per farsi una risata? Nessuno si è aperto i polsi
con una lametta in bagno? Quelli in penombra
là in fondo fate bene attenzione. Quelli davanti,
gli informati, quelli che tra noi lo hanno fatto, su le mani,
facciamo vedere quei centimetri di pelle lacerata
tra l’avambraccio e il pugno. Mettiamola in questo
modo: una bella bevuta, un contorno cremisi
dentro la vasca, un metro di garza, asciugamani bianchi
lavati una dozzina di volte, rimasti sempre rosa. Sfortuna nera.
Di lì in poi passione per orologi, bracciali e polsini.
Una storia plausibile: ti sei ferito in mezzo ai rovi
raccogliendo le more nei boschi. Venite qui, siate onesti
ripetete con me il verbo decisivo “Proprio come sangue”
quando quelli da dietro corrono in avanti per dire
come un po’ di amore vada molto molto molto lontano.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
notare la poesia “Cinque undici novanta nove”, qui non riportata perchè troppo lunga: 23 pagine!
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Bright Eyes – Landlocked Blues (feat. Emmylou Harris)
(I’m Wide Awake, It’s Morning)
If you walk away, I’ll walk away
First tell me which road you will take
I don’t want to risk our paths crossing some day
So you walk that way, I’ll walk this way

And the future hangs over our heads
And it moves with each current event
Until it falls all around like a cold steady rain
Just stay in when it’s looking this way

And the moon’s laying low in the sky
Forcing everything metal to shine
And the sidewalk holds diamonds like the jewelry store case
They argue walk this way, now walk this way

And Laura’s asleep in my bed
As I’m leaving she wakes up and says
“I dreamed you were carried away on the crest of a wave
Baby don’t go away, come here”

And there’s kids playing guns in the street
And ones pointing his tree branch at me
So I put my hands up I say “enough is enough,
If you walk away, I’ll walk away”
And he shot me dead

I found a liquid cure
From my landlocked blues
It’ll pass away like a slow parade
It’s leaving but I don’t know how soon

And the world’s got me dizzy again
You think after 22 years I’d be used to the spin
And it only feels worse when I stay in one place
So I’m always pacing around or walking away
I keep drinking the ink from my pen
And I’m balancing history books up on my head
But it all boils down to one quotable phrase
If you love something, give it away

A good woman will pick you apart
A box full of suggestions for your possible heart
But you may be offended and you may be afraid
But don’t walk away, don’t walk away

We made love on the living room floor
With the noise in background of a televised war
And in the deafening pleasure I thought I heard someone say
“If we walk away, they’ll walk away”

But greed is a bottomless pit
And our freedom’s a joke
We’re just taking a piss
And the whole world must watch the sad comic display
If you’re still free start running away
Cause we’re coming for you!

I’ve grown tired of holding this post
I feel more like a stranger each time I come home
So I’m making a deal with the devils of faith
Saying “let me walk away, please”
You’ll be free child once you have died
From the shackles of language and immeasurable time
And then we can trade places, play musical grace
Till then walk away, walk away

So I’m up at dawn
Putting on my shoes
I just want to make a clean escape
I’m leaving but I don’t know where to
I know I’m leaving but I don’t know where to

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24 marzo 2005 1 commento

Jack Vettriano

[ringrazio Davide L.Malesi per avermi fatto conoscere questo artista]

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23 marzo 2005 7 commenti
PRIMAVERA
 
Sono veramente solo? o
SOLO fuori dal cerchio dell’attenzione?
 
Strana sera, questa
Quando lo senti, sta risalendo
soffoca il respiro, appanna la vista
distorce ogni possibile passo verso qualcosa,
brividi sulla schiena come autostrade all’alba
Sarò io
Espiare, espiare
Sarà il cambio di stagione come d’abiti
Vorrei nascondermi e invece
spremerò un po’ di polvere
 
Nell’attesa che la notte finalmente arrivi,
piccole lacrime rotolano via
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La manutenzione degli affetti
di Antonio Pascale
– Einaudi -
(seconda e ultima parte)
 
Ho fatto girare le chiavi con una lentezza esasperante, scatto dopo scatto, silenziosamente. All’ultimo momento, quando stavo per aprire, ho temuto per il gancio, ma per fortuna non c’era. La porta l’ho spinta leggermente, come se soffiassi.
*
Mi capita anche di mettere la testa sul cuscino, piegarla da un lato e aspettare che lei la finisca con quei colpi. Tutto il su e giù che le sfigura il volto, lo tende in un ghigno.
A me capita proprio così. Certo, posso anche provare a reagire, spingere, prenderla a parolacce, afferrarle un seno, stringerle una coscia, incitarla, ma se mi guardo vivere, in quel momento, mi sento solo. In fin dei conti più ci si estenua insieme e più si è distanti.
*
Sarà per questo che da adulti le ripetizioni ci sfiancano, e che l’amore finisce alla prima ripetizione.
*
… mi è venuto in mente un punto interrogativo elastico, che si estende così da non fare troppo male, e allora, visto che c’ero, ne ho approfittato per chiedermi se è vero che s’impara una sola volta nella vita, e soprattutto se questa è la volta buona, o un’altra coincidenza che non sapremo mai cogliere al momento giusto.
*
E’ vero, c’era qualcosa di inquietante in questo ex ceto medio che se n’era andato di testa. Sarà per i leoni, che poi hanno venduto e sostituito con visoni, furetti e cincillà. Ma c’era qualcosa di strano pure nel ceto medio a cui appartenevo io. Dicevano che i nappi se n’erano andati di testa, però quanto li invidiavamo, quanto eravamo disposti a partire pure noi con la testa. Fra noi c’era una tensione imprecisata, la stessa che si stabilisce tra due poli che prima erano insieme poi si sono separati. In mezzo si conservava una scia di appartenenza. Una specie di patto venuto meno.
*
Vuole prendere il meglio da tutto, tanto che alle ultime elezioni ha votato Berlusconi e Di Pietro. E’ stata una scelta vagliata, desiderava che il secondo controllasse le cose che solo il primo poteva fare per l’Italia.
*
Ci sono quei giovani ministeriali che prima diventano nervosi e poi si prendono una depressione. Quando meno se lo aspettano, per un volgare accidente, sentono che la loro vita è un accumulo di cose imprecise, di scorie difficile da smaltire. Allora s’innervosiscono e si danno da fare per ripulire tutte le cose lasciate lì a galleggiare, magari cominciano dai cassetti della scrivania. Li scoprono pieni di oggetti di cui nemmeno sospettavano l’esistenza, allora non sanno da dove cominciare. Nell’indecisione rinunciano. Poi riprendono la selezione, ma arriva la pioggia che li distoglie dall’impresa. Troppa fatica. Sono o non sono quelle gocce un accumulo in più?
*
Per regolare la sua vita si preoccupò di non affermare ma suggerire, non dichiarare, ma proporre.
*
Sto sempre a pensare alla mia vita, e facendo un bilancio serio devo dire che non ho mai saputo rispondere la cosa giusta al momento giusto. Mai, nemmeno una volta. Le cose buone mi venivano fuori dopo, magari quando stavo a casa, e così la mia vita è un accumulo di risposte esatte date al momento sbagliato.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
La manutenzione degli affetti – Mi vidi di schiena – Bei giorni domani – La controra: sono piccole perle. Sfumature ed immagini fatte di sensazioni che scivolano lasciando tracce indelebili. E gli altri seppur meno incisivi, per me, sono comunque dei “signor” racconti.

“Certo, le grandi cose si fanno per bruschi salti. E le scoperte che contano spezzano sempre il filo della continuità.”
 
Mario TrontiOperai e capitale
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SEGNALO:

su Medicine Show di Marzo, un bel e condivisibile (almeno per me che il concerto l’ho visto) articolo su Bright Eyes.

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da “Poesie” di Simon Armitage – Mondadori
(prima parte)
 
E tu sai cosa fece il pensiero
 
Potendolo mangiare il gelo, verrebbe da pensare
che sia croccante come una mela. Verrebbe da pensare
 
che si formi nella frutta come un fiocco di neve si forma
nell’aria. Friabile e terso. Non è così.
 
Il gelo dentro la polpa di una mela si fa morbido
e scuro e in California lo snidano con il fumo
 
che esce da certe stufe che bruciano legno,
olio, paraffina o carbone. Strano, allora
 
che le mele californiane siano tanto dolci e fresche
perchè potendolo mangiare, il fumo, verrebbe da pensare
 
che sappia di affumicato, non certo di gelo.
 
*
 
Il mio pezzo forte:
l’accendo, poi, dal momento in cui il fiammifero
dichiara la luce, sino a quando la luminosità si muove
oltre i propri mezzi e muore, io racconto la storia
della mia vita –
 
date e luoghi, le torce che ho portato,
diversi nomi e volti, chi
mi ha dato amore, chi ci è andato vicino,
i cambiamenti fatti, le lezioni che ho imparato –
 
poi trovo ancora il tempo di esitare e arrossire
prima di essere morso dalla fiamma, e bruciato.
 
Un consiglio, a chiunque culli in sé
un’oncia di tristezza, a chiunque sia solo:
non provate a farlo voi stessi; è pericolo,
follia.
 
*
 
La bussola del marinaio
 
Vivendo da solo, attraversando il mondo a vela
senza l’aiuto di nessuno, in una casa in affitto.
Settimana scorsa ho doppiato il Capo di Buona Speranza,
e ne sono uscito tutto intero;
 
questa mattina, pesci volanti
morti sulla veranda accanto alla posta.
Stendo i piumoni e le lenzuola
per risparmiare carburante quando tira il vento,
 
regolo il motore in modo che ronzi tutta la notte
come un frigorifero, corro di sopra
con il pensiero vecchio stile
di tracciare una rotta con le stelle.
 
Gli amici mi salutano con la mano dalle scogliere,
parlano nervosamente dalla stazione della guardia costiera.
Ci sono delle regole, e il contatto ravvicinato
con un’altra anima viva significherebbe squalifica.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
un altro libro che era nella “lista” da tempo, direi anni, e, come Pascale, per fortuna mi sono deciso a leggere. Consigliatissimo. Poesia che ha i piedi ben saldi a terra!
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La manutenzione degli affetti
di Antonio Pascale
– Einaudi -
(prima parte)
 
Neppure l’alba mi piace, mi prende sempre che sto vicino al mare. Allora la luce è bianca, l’acqua sembra evaporare. Il bianco toglie tutti i colori, come il buio.
*
Ma il fatto strano era che mentre il mio corpo si dilatava, i discorsi fra i miei genitori subivano un processo di contrazione. Così a poco a poco restarono solo monologhi che si sovrapponevano in bisticci, e che, se pure erano acuti, lancinanti, e mi costringevano a coprirmi le orecchie e blaterare con la lingua, alla fine erano sempre meglio del silenzio, quello che sarebbe venuto dopo.
In quel silenzio di tomba rimasero solo i rumori di spostamento che avevano toni differenti, e poi mano a mano, nei mesi, negli anni, assolsero la funzione di delimitare il territorio. Quando mio padre diceva con un suono: sto arrivando, mia madre rispondeva con una diversa nota: me ne sto andando.
*
Tutto il resto è niente, come se il tempo accelerasse per fretta di concludere, e tutto si confondesse in una scia sfocata.
*
I miei bambini sono così, quando chiedono qualcosa trascinano l’ultima sillaba. Pure la faccia gli si arriccia tutta. Sembra quasi che lo materializzino, il punto interrogativo. Però è un punto interrogativo strano, si dilata; per questo ai miei bambini non interessa sentire la spiegazione, secondo me stirano l’interrogativo per accogliere una risposta, una qualunque, per loro una risposta è sempre un’avventura.
*
Per questo le cose non le ricordiamo subito, perchè ci devono sorprendere. Sorprendere o ingannare, in fin dei conti è quasi la stessa cosa.
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Fatto sta che per raggiungere la nuova casa sulla Prenestina Marcello e Mimmo presero il tram per la prima volta nella loro vita: venivano da Caserta dove a stento esistevano gli autobus, figurarsi i tram.
Nessuno di loro, abituato agli spazi ampi e a percorrere la città veramente in venti minuti esatti, avevano provato le ristrettezze di un tram affollato di prima mattina. Nessuno di loro sospettava quanto potesse essere schifoso il corpo umano, ribollente di profumi messi in dosi sbagliate, incarognito dalla prospettiva ravvicinata. Perchè, accalcati, si era costretti a guardare in faccia le persone, di più: a guardarle molto da vicino, notare le otturazioni, i brufoli, le cicatrici, le crepe, la barbe malfatte, i peli superflui. E, tram dopo tram, capirono che la città è un’enorme produzione di sguardi non richiesti.
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… insomma sistemare in ogni punto nevralgico un amico, o un parente, che sia fidato, uno che ti faccia da informatore in tua assenza, che sappia intuire ma non interpretare, che ti riferisca puntualmente ma non su ogni cosa. Pagarlo bene senza esagerare, dirgli tutto, ma solo le cose false, usarlo per sapere e non per conoscere…
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La fiamma del gas, accesa per il caffè, è violacea, stenta a prendere il colore arancione, sembra un’alba che fermenta inutilmente.
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Non badare mai ai mezzi agricoli che ti vengono incontro e che ti ostacolano, alle macchine che inseguono e tallonano, perchè quando si corre si affronta la strada e non la si percorre. ci si fa piccoli o grandi a seconda delle occorrenze. Non compire nessun gesto che faccia intuire prima che agli altri a te stesso una qualunque difficoltà: non lampeggiare, non suonare, non attardarti agli stop, guardare non la macchina che ti precede, ma oltre, verso la fine della strada, più in là della curva. Guidare insomma come se si percorresse un rettilineo senza paura di sbandare, senza occhio la contachilometri, non tenere il volante, ma essere il volante.
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Ho sempre avuto paura del vuoto, eppure l’ho sempre guardato nella speranza di vederlo riempito.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Era da tempo che volevo leggerlo e finalmente l’ho fatto. Dico finalmente perchè Antonio Pascale scrive veramente bene, mettendoci l’anima nei suoi racconti, facendoteli vivere sulla pelle. Entra di diritto tra i migliori libri di questo 2005.

18 marzo 2005 7 commenti

BIRTHDAY BASHMENT - BRADPIZZA !!!

da “New thing” di Wu Ming 1 – Einaudi
(terza e ultima parte)
 
Chiudo gli occhi, giungo le mani in preghiera.
Ti avverto là fuori, amica mia, a braccare o farti braccare dalla morte, la morte che non è questa morte.
Ben poco tempo fa, l’elettricità di queste notti l’inseguivo sul tapis roulant, trasformando in accordo ogni sinapsi della città.
Ben poco tempo fa, mi orientavo a New York contando i fuochi fatui, la città era passato e futuro, il suono evocava gli spettri e li faceva muovere, serpenti incantati usciti da una cesta.
Ora il futuro s’inarca sul passato, la notte è attesa dell’alba, la vita è attesa di morte.
Ma la morte, la morte che è questa morte, questa morte è attesa di vita, perciò giungo le mani.
La mente trafora la montagna del dolore per trovare l’orizzonte.
Ti avverto là fuori, armata solo di voci, forse sola, o con un compagno di ventura, ti fai strada nel tumulto dei corpi di stasera, nomadi dell’entertainment.
Chiudo gli occhi, giungo le mani in preghiera.
La mente è con te, amica mia, pensiero trafora il dolore e, diretto all’orizzonte, t’avvolge.
Il corpo, sacco che è pasto di tarme…
tempo di affidarlo a qualcuno.
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proprio non lo so cosa succede alle persone: ti svegli in un giorno che sembra uguale a tutti gli altri, e forse un’azione insignificante, come prendere in mano un bicchiere o ravviarti i capelli di fronte  a uno specchio, rivela che hai superato un limite, hai messo la punta del piede oltre un solco tracciato nella sabbia, un solco che solo tu puoi vedere. Aver superato quel limite ti rende impossibile continuare, così raggiungi il parco a passo di danza, getti la croda oltre un ramo, infili una testa nel cappio, e chissà se è vero che raggiungi i tuoi antenati.
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Era il funerale delle nostre illusioni. Per continuare a vivere, non solo a vegetare, servivano nuove ali, fatte di cera più resistente al calore del sole. Una sfida più alta.
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Puoi cercarla, trovarla… legare zavorra al suo nome, imbrigliare le storie di un reticolo di rughe. Non te lo impedirà, è stanca, lo dice l’epistola a Lucilio.
Oppure puoi lasciarla libera, leggenda spinta dal vento, sorella dei cespugli del deserto: li vedi rotolare e raccogliere polvere, ossicini, cartacce, insetti morti…
Nessuno sa dove vadano a finire.
Sono come libri che raccontano distanze.
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SEGNALO:
 
su RaiLibro lo speciale “American Jewish” e un articolo sul libro di Breece D’J Pancake.

su I Miserabili (qui) un’intervista a Agota Kristof.

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