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Archivio per gennaio 2005

19 gennaio 2005 Nessun commento
da “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem – Marco Tropea Editore
 
Il tempo, in effetti, era una serie di giorni, e il film del mutamento di quella via era statico quanto una serie di fotogrammi dipinti a mano, esaminati uno a uno.
*
Quel giorno Rachel parlava e Dylan ascoltava. Lei spruzzava parole come l’idrante aperto dai bambini portoricani all’angolo di Nevins Street nei giorni più caldi dell’anno spruzzava acqua, inarrestabile, a fiotti.
*
Non era colpa loro se erano cinesi, e se glielo chiedevi loro si stringevano nelle spalle: sapevano che non era colpa loro. Tutti lo sapevano. In terza stavi a malapena cominciando ad abituarti alla tua pelle e non si poteva pretendere che tu ne fossi responsabile. Il resto era lasciato all’immaginazione di ciascuno.
*
E’ la prima mattina dopo l’ultimo pomeriggio della seconda media. La primavera è libera di andarsene, e lui anche. La I.S. 293 è alle spalle di Dylan Ebdus, per il momento, può passare tre mesi senza attraversare Smith Street, se vuole. La terza media è una diceria lontana, una questione rinviata, e Dylan sa per esperienza che quell’estate potrebbe cambiare qualsiasi cosa, tutto. Lui e Mingus Rude, inoltre, e persino Arthur Lomb se è per questo, sono liberi dalla pagina “colora-secondo-i-numeri” dei loro giorni di scuola, dai loro ruoli prestabiliti di carnefici o vittime, pronti per un’estate incontaminata, quel terreno invitante per crogiolarsi nell’autotrasformazione. Chissà come finirà, a che cosa assomiglieranno quando sarà finita? Dylan sa solo che è in preda alla vertigine, sciolto, in volo.
*
Le ristrette ora di luce in inverno erano anch’esse una forma di pazienza, una risposta stoica a nessuna domanda.
*
La madre di Arthur calcolava la presenza di Dylan e preparava sempre una doppia dose di sandwich, ormai. Era penosamente facile cadere nella routine del frequentare abitualmente un ragazzino, se tu eri il suo unico amico e sua madre lo spaeva.
*
Quella giornata era simile a una telefonata senza risposta, con il marciapiede muto che trillava.
*
Gli scrittori non scrivono, se ne stanno in scena, invece, a recitare tra loro, emulando Mailer e Ginsberg. Abbiamo perduto una generazione. Arrivano giovani nel mio studio che dichiarano di voler vivere sotto una cupola geodetica e allevare api o comporre musica corale in esperanto. Di darsi all’improvvisazione. La tradizione è kaputt.
*
Le auto si muovevano come meduse, appena distinguibili nel loro ambiente, un’increspatura dove il catrame incontrava l’aria.
*
“Ma finirà mai di…?” riuscì ad abbozzare qualcuno. La domanda sulla bocca di tutti. Quella caduta incompiuta aveva spezzato molti cuori, non solo il mio.
“Preferirei non fare congetture” disse Abraham. “Quello è il compito di ogni giorno, a mio parere. Rifiutarsi di fare congetture, solo disporsi all’incontro. Solo capire.”
*
Camden pullulava di privilegi al punto che era facile dimenticare che alcuni di noi non erano ricchi. Viaggiavamo tutti in cabina di prima classe, anche se alcuni di noi contemporaneamente dovevano spazzare il ponte.
*
“Chi? Io?” Il suo tono di gioiosa sorpresa era esattamente quel che desideravo ispirare, in lei e in qualunque altro essere umano, sempre. Quando due corpi provano il crudo e arcano impulso a unirsi, quando ancora non si ha avuto il tempo di farsi del male a vicenda, è facile per uno far sorridere l’altro.
*
Lei sbadigliò: “Perchè poi devi fermarti lì una notte?” Abby contava sulla noncuranza da risveglio per risolvere lo stallo della sera prima. Eravamo nel pieno di una guerra del silenzio, peggiore del solito. Valeva la pena provarci: tifavo per lei, anche se non potevo cooperare.
*
Qualunque animale maschi, probabilmente, ha un’idea di quel che farà di sé la sera del giorno in cui rientrando a casa la troverà vuota: stanze che, come le mie, mostrano segni del primo passaggio affrettato verso un allontanamento definitivo. Forse ogni uomo ha una fantasia consolatoria e di autonegazione pronta per quel momento, una tana di coniglio in cui tuffarsi. Io, per lo meno, l’avevo. Dovevo solo stendermi sul divano per qualche ora, a sonnecchiare mentre fuori la luce tra gli alberi sfumava nel buio, le schegge di cofanetto della collera di Abby che ancora decoravano il pavimento ai miei piedi, per avere la mia occasione. Una volta che la sera fosse calata avrei solo avuto bisogno di cambiarmi la camicia, di lavarmi la faccia e di camminare per qualche isolato verso sud nella fresca serata per mettere in atto il mio piano. A tal punto il mio progetto di autoaffondamento era  a portata di mano, a tal punto ero pronto all’uso.
*
Naturalmente, bisognava capire, prima di poter credere.
*
A vivere all’alba del crepuscolo, ostaggio della pipa.
C’era una sola salvezza possibile in quegli anni, l’arresto. Dose giunse a bramarlo come un cambiamento di stagione, l’occasione per smettere di morire di fame sotto gli occhi di tutti. Si affumicò fino a ridursi a quarantacinque chili, poi a canali di scolo, e cominciò a implorare che lo arrestassero: Per carità di Dio, rimandatemi a Riker’s Island, prima che crepi!
Invisibile in una moltitudine di uomini invisibili, Dose doveva farsi notare per ottenere quello di cui aveva bisogno. Offrire roba a un agente in borghese o seguire una routine, lo stesso luogo ogni giorno, una maratona nel vicolo dietro la Tower Records o all’ingresso della OK Harris Gallery, finché qualcuno non chiedeva alla polizia di cancellare quella sbilenca firma umana dall’arredo urbano.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
un gran bel romanzo che tocca tante tematiche, ambienti, sottofondi. Si parla di giochi infantili, fumetti, droga, mode e tanta musica. L’adolescenza e la vita che avanza, le differenze razziali ed economiche, i rapporti familiari e gli scontri sociali sullo sfondo di una Brooklyn dai primi anni ’70 in poi.
Anche qui, trovate una recensione di Dario Voltolini apparsa su I Miserabili.

 

18 gennaio 2005 Nessun commento
X & Y
 
Driiin, driiin
(anche se è un cellulare)
 
X: Hey, ciao Y, come va?
Y: Wè, ciao. Tutto bene.
 
(Y è da un po’ che non sente X)
 
X: Senti. Ma tu, diciamo quando sei lì che stai facendo sesso, come fai a rallentare l’orgasmo.
(Y si immagina lo sguardo di X e il suo rappresentare il movimento con gesto eloquente della mano)
Y: Hmmm… soffri di eiaculatio precox?
X: Non proprio, è che a volte mi succede e volevo sapere tu come fai.
Y: Hmmm… guarda la prima cosa che mi viene in mente è tratta da un libro di Palahniuk.
X: Cioè?
Y: Praticamente dice che quando sta facendo sesso e vuole ritardare l’orgasmo, inizia ad immaginarsi cose orrende che cerchino di distogliere la sua attenzione.
(Y si ricorda di certe immagini e anche adesso riesce a distrarsi)
X: Tu ci hai mai provato? Funziona?
Y: Forse qualche volta.
X: E allora?
Y: Con me non funziona.
X: Ah!
Y: Secondo me, la cosa migliore è imparare a conoscere il proprio corpo. Ammesso che tu non adotti un classico: sega pre-rapporto.
X: Già provato. Non funziona così bene come possa sembrare.
Y: Già.
X: Dicevi, imparare a conoscere il proprio corpo.
Y: Sì. Credo che la cosa più semplice, naturale e non morbosa sia questa. Imparare a capire quando e come stai per raggiungere l’orgasmo, quei secondi prima di diventare tanto sensibile che il minimo movimento… e così rallentare il ritmo, rallentarlo per poi ricominciare. Mi sembra di aver letto o sentito da qualche parte che imparare attraverso la masturbazione a gestire la propria sensibilità, sia di grande aiuto.
X: Ah sì! Magari adesso provo e poi ti mando un messaggio con i risultati.
Y: Ok.
X: Senti il lavoro tutto bene?
Y: Mah, la solita merda.
X: Capisco. Adesso vado, poi ti faccio sapere.
Y: Bravo.
 
X: Ciao.
Y: Ciao.
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18 gennaio 2005 13 commenti
L’altra sera in visione:
Blue velvet di David Lynch
 
Devo ammettere che non so sbilanciarmi su questo film, l’unica cosa che posso dirvi è che si notano i tratti, molto più e meglio sviluppati nei lavori successivi, dell’opera “lynchiana”. Compreso nel commento precedente anche il grande Angelo Badalamenti. 
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17 gennaio 2005 1 commento

da “Elogio della sbronza consapevole” di Enrico Remmert & Luca Ragagnin – Marsilio
(prima parte)

Il vino mi spinge,
il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio,
e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare,
e tira fuori parola, che sta meglio non detta.
Omero
 
La camera pareva la sede di un disastroso esperimento  zoologico condotto con l’ausilio di whisky e gorilla.
Hunter S. Thompson
 
Vini giovane fermentazione    impazienza friggere nei tini    è ora di uscire dal convitto saltare la corda    scorrazzare imperversare nel mondo-osteria    slatbeccare bottiglia bicchiere gorgozzule stomaco    all’assalto della psiche    occupare i nodi di comunicazione del sistema nervoso dominare la fortezza del cervello il povero uomo ridere piangere tagliare arrabbiarsi    risse domenicali    “ce vedemo de fora”    appuntamento duello    tutti e due sbagliano strada    ritorno a casa(busse di una moglie granatiere) sotto lo scherno dei Lampioni.
Volt
 
Se bevo un bicchiere di Bordeaux mi sento bene. Ma se ne bevo due incomincio a parlare del mio pene.
Iggy Pop
 
Chiuse di nuovo gli occhi, e mentre stava lì in piedi con il bicchiere in mano pensò per un istante con calma glaciale, indifferente, quasi divertita, alla notte che lo attendeva ineluttabile, sia che lui bevesse ancora o non lo facesse: la stanza scossa da orchestre demoniache, i frantumi di un sonno tumultuoso e angosciato, interrotto da voci che erano in realtà latrati di cani, o da visitatori immaginari che gridavano incessantemente il suo nome, l’orrendo urlare, picchiare, battere rimbombare, la battaglia contro nemici insolenti e accaniti, la valanga che sfondava la porta, un uomo sotto il letto che lo trafiggeva dal basso, e fuori, ininterrottamente, le grida e i lamenti, la musica spaventosa, le spinette delle tenebre.
Ritornò al bancone.
Malcom Lowry
 
Cogito, ergo rum.
Cartesio, forse
 
“Se io andassi su così bene come mando giù, a quest’ora sarei già in aria”
Francois Rebelais
 
Mi basta solo un bicchierino per ubriacarmi.
Il problema è che non mi ricordo se è il trentesimo o il quarantesimo.
George Burns
 
Chiunque sopporti la vista del bicchiere vuoto di un altro uomo è un bastardo.
Michael Curtin
 
Bevo per dimenticare, diceva talvolta a Yvette.
Dimenticare cosa?
Dimenticare che bevo.
Jacques Roubaud
 
Mi diverte quando sei ubriaco
e nelle tue storie non c’è senso.
Un autunno precoce ha sparpagliato
gialli stendardi sugli olmi.
 
Ci addentriamo in un falso paese,
ora ce ne pentiamo amaramente,
ma perchè sorridiamo di un sorriso
strano e raggelato?
 
Al posto di una pacifica gioia
volevamo un dolore che mordesse…
no, non lascerò il mio compagno
dissoluto e tenero.
Anna Achmatova
 
Prima tu prendi un drink, poi il drink ne prende un altro, e infine il drink prende te.
Francis Scott Fitzgerald
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
astenersi astemi.
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“Visioni di Gerard” di Jack Kerouac

17 gennaio 2005 Nessun commento
Visioni di Gerard
di Jack Kerouac
– Mondadori - 
 
Nessun anatema, nessuna maledizione scaglierei più contro questa mia dannata terra, ma solo implorazioni, se potessi decidermi a lasciar libero di fuggire da me il suo volto radicato nel mio ricordo.
*
… brevi passo e pesanti sul marciapiede della nostra storia-
*
Ah, e i venti sono freddi e soffiano una polvere che così desolata neanche all’inferno saranno mia capaci d’inventare, qui nel nord della Terra, dove le pur calde speranze umane non riescono ad eliminare lo spiffero, il piccolo spiffero che lavora tutta la notte gonfiando le tende sopra il calore dei radiatori e ti si insinua sotto la coperta, e vorrebbe portarti fuori dove gli uomini dell’alba rugginosa con le mani gonfie come prosciutti screpolate dal gelo segano e martellano sul legno e lavorano e fumano di vapore insieme ai cavalli e maledicono Satana nell’aria che ha esposto tutte le Russie, le Siberie, le Americhe nude alle raffiche dell’infinito.
*
“E il tempo sprona ad andarsene-
[...]
io ho sempre detto che il fatto che gli uomini esistano, è più interessante di qualunque cosa essi possano fare- è solo una misera recitazione su un palcoscenico improvvisato e lo scenario (la contraffazione) lo si vede spostarsi e tremolare, nei fondali, i macchinisti di scena sono maldestri, maldestro lo scenografo, e rapido il tuo occhio- Inadeguate le scene, malpagati i carpentieri- [...] Che ci sia un mondo, anzi, che sembri esserci un mondo, questo è infinitamente più interessante di tutto quello che per un verso o per l’altro può accadervi nel mondo stesso…
.

 

14 gennaio 2005 Nessun commento

 

Dave McKean

 

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14 gennaio 2005 1 commento

“Tenera è la notte”
di F. Scott Fitzgerald
– Einaudi -

 
Nella piazza, quando uscirono, una massa sospesa di benzina cuoceva lentamente nel sole di luglio. Era una cosa terribile: non era come il calore puro e non suggeriva promessa di evasione rurale ma soltanto strade soffocate dalla stessa asma fetida.
*
Forse ci divertiremo ancora quest’estate, ma questo particolare divertimento è finito. Voglio che muoia violentemente invece di sbiadire con sentimentalismo: per questo ho dato questa festa.
*
Il loro punto di somiglianza fra loro e di differenza con tante donne americane, consisteva nel fatto che tutte erano felici di esistere nel mondo di un uomo: conservavano la loro individualità mediante gli uomini e non opponendosi a loro. Sarebbero diventate tutte e tre buone cortigiane o buone mogli non attraverso il caso della nascita, ma attraverso il caso più grande di trovare o non trovare i loro uomini.
*
… uno di quei momenti privi di eventi che lì per lì sembrano soltanto un anello tra il piacere passato e il piacere futuro, ma poi si rivelano come il piacere stesso.
*
La gente crede quasi sempre che tutti provino per essa sensazioni molto più violente di quelle che provano in realtà: crede che l’opinione degli altri oscilli sotto grandi archi di approvazione disapprovazione.
*
… portando la speranza come una cintura che la sosteneva.
*
Lo stetoscopio freddo contro il cuore è il mio sentimento maggiore.
*
L’alcool rendeva le felici cose passate contemporanee al presente, come se stessero ancora avvenendo, contemporanee persino al futuro, come se stessero per avvenire di nuovo.
*
Spesso la gente ostenta un rispetto curioso per un uomo ubriaco, un po’ come il rispetto delle razze semplici per i pazzi. Rispetto, più che paura. C’è qualcosa che ispira soggezione in un uomo che ha perso ogni inibizione, che farà qualunque cosa. Naturalmente gli facciamo poi pagare il suo momento di superiorità, il suo momento di imponenza.
*
C’entrava qualche elemento di solitudine: così facile essere amati, così difficile amare.
*
Pensa in questo momento quanto mi ami; Non ti chiedo di amarmi per sempre così, ma ti chiedo di ricordare. Nascosta dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera.

Postilla squisitamente PERSONALE
Semplicemente… imperdibile!

13 gennaio 2005 Nessun commento

da “Poeti Africani Anti-Apatheid vol. 3” – Edizioni Dell’Arco

 
JOHANNESBURG di Moussa Kanoute
 
In Johannesburg la GRANDE
Il sorriso ironico ed amaro degli sciacalli
Rimbalza sui vetri bagnati
Ed i cani in calore
Urlano a lungo sotto la pioggia
Come un treno in pericolo
 
Su Johannesburg la BELLA
Il coro funebre si eleva
Verso la luna portando il lutto della luce
Verso le stelle che digrignano i denti
 
In Johannesburg la RICCA
Il negro crollato a terra
Sobbalza alle pedate
Della razza che ha fatto fortuna
Sulla carnaccia dei poveri operosi
La frotta dei “Riservato ai bianchi” penetra
Perfora succhia
Sgocciola
Una pozza di pus verdastro
 
“La specie s’imbastardisce”
Mormorano le stelle.
 
*
 
APARTHEID di Armadou Lamine Sall
 
Può darsi che un giorno
Può darsi che un giorno
Perchè è necessario che un giorno un giorno…
Noi abbasseremo le nostre armi
Ma non abbasseremo i nostri cuori
 
*
 
PARLAMI di Kokou Mawuena Ewomsan
 
Parlami di quegli uomini
Fratelli di sangue
Parlami di quegli sguardi
Fermati da sguardi di leopardo
Parlami dei miei fratelli
Essi sono astri strappati e
Prostrati dal sole senza sole
Parlami dei mie fratelli
Che parlano al vento
Nel cuore della notte
Parlano del sole
Che non hanno
Chiamano il sole che brilla
Che non illumina
La loro notte di dolore
Che non riscalda il loro cuore
Intorpidito dal freddo
In quel loro corpo

Che non è più il loro.

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13 gennaio 2005 8 commenti

LA MATTINA DOPO…

Perché gli scrittori raramente sono astemi?
E soprattutto perché non lo sono io?
Forse non ho più l’età?

(post cena casa Cognetti) 

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12 gennaio 2005 5 commenti

“La fortuna sorride ad alcuni e ride di altri”

da: 13 variazioni sul tema di Jill Sprecher (USA-2001)

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“La peste” di Albert Camus

11 gennaio 2005 Nessun commento

La peste
di Albert Camus
– Bompiani -

… le mosche punteggiavano l’aria.

*
Per settimane fummo allora ridotti a ricominciare senza posa la stessa lettera, a copiare le stesse notizie e gli stessi appelli, sì che dopo un certo tempo le parole che dapprima erano uscite sanguinanti dal nostro cuore si vuotavano di sginificato.
*
… gli bastava adattare i bisogni alle risorse.
*
Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi.
*
Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica.
*
Ma quando non si è dormito che quattr’ore, non si è sentimentali; si vedono le cose come sono, ossia si vedono secondo la giustizia, la vergognosa e ridicola giustizia.
*
“Al coraggio. Ora so che l’uomo è capace di grandi azioni; ma se non è capace d’un grande sentimento, non m’interessa”.
[...]
“Ma no, è incapace di soffrire o di essere felice a lungo. Non è quindi capace di nulla che valga”.
[...]
“Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama”.
*
“Ti ho amato molto, ma adesso sono stanca… Non sono felice, se parto; ma non si ha bisogno di essere felici per ricominciare”.
.