da “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem – Marco Tropea Editore
Il tempo, in effetti, era una serie di giorni, e il film del mutamento di quella via era statico quanto una serie di fotogrammi dipinti a mano, esaminati uno a uno.
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Quel giorno Rachel parlava e Dylan ascoltava. Lei spruzzava parole come l’idrante aperto dai bambini portoricani all’angolo di Nevins Street nei giorni più caldi dell’anno spruzzava acqua, inarrestabile, a fiotti.
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Non era colpa loro se erano cinesi, e se glielo chiedevi loro si stringevano nelle spalle: sapevano che non era colpa loro. Tutti lo sapevano. In terza stavi a malapena cominciando ad abituarti alla tua pelle e non si poteva pretendere che tu ne fossi responsabile. Il resto era lasciato all’immaginazione di ciascuno.
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E’ la prima mattina dopo l’ultimo pomeriggio della seconda media. La primavera è libera di andarsene, e lui anche. La I.S. 293 è alle spalle di Dylan Ebdus, per il momento, può passare tre mesi senza attraversare Smith Street, se vuole. La terza media è una diceria lontana, una questione rinviata, e Dylan sa per esperienza che quell’estate potrebbe cambiare qualsiasi cosa, tutto. Lui e Mingus Rude, inoltre, e persino Arthur Lomb se è per questo, sono liberi dalla pagina “colora-secondo-i-numeri” dei loro giorni di scuola, dai loro ruoli prestabiliti di carnefici o vittime, pronti per un’estate incontaminata, quel terreno invitante per crogiolarsi nell’autotrasformazione. Chissà come finirà, a che cosa assomiglieranno quando sarà finita? Dylan sa solo che è in preda alla vertigine, sciolto, in volo.
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Le ristrette ora di luce in inverno erano anch’esse una forma di pazienza, una risposta stoica a nessuna domanda.
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La madre di Arthur calcolava la presenza di Dylan e preparava sempre una doppia dose di sandwich, ormai. Era penosamente facile cadere nella routine del frequentare abitualmente un ragazzino, se tu eri il suo unico amico e sua madre lo spaeva.
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Quella giornata era simile a una telefonata senza risposta, con il marciapiede muto che trillava.
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Gli scrittori non scrivono, se ne stanno in scena, invece, a recitare tra loro, emulando Mailer e Ginsberg. Abbiamo perduto una generazione. Arrivano giovani nel mio studio che dichiarano di voler vivere sotto una cupola geodetica e allevare api o comporre musica corale in esperanto. Di darsi all’improvvisazione. La tradizione è kaputt.
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Le auto si muovevano come meduse, appena distinguibili nel loro ambiente, un’increspatura dove il catrame incontrava l’aria.
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“Ma finirà mai di…?” riuscì ad abbozzare qualcuno. La domanda sulla bocca di tutti. Quella caduta incompiuta aveva spezzato molti cuori, non solo il mio.
“Preferirei non fare congetture” disse Abraham. “Quello è il compito di ogni giorno, a mio parere. Rifiutarsi di fare congetture, solo disporsi all’incontro. Solo capire.”
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Camden pullulava di privilegi al punto che era facile dimenticare che alcuni di noi non erano ricchi. Viaggiavamo tutti in cabina di prima classe, anche se alcuni di noi contemporaneamente dovevano spazzare il ponte.
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“Chi? Io?” Il suo tono di gioiosa sorpresa era esattamente quel che desideravo ispirare, in lei e in qualunque altro essere umano, sempre. Quando due corpi provano il crudo e arcano impulso a unirsi, quando ancora non si ha avuto il tempo di farsi del male a vicenda, è facile per uno far sorridere l’altro.
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Lei sbadigliò: “Perchè poi devi fermarti lì una notte?” Abby contava sulla noncuranza da risveglio per risolvere lo stallo della sera prima. Eravamo nel pieno di una guerra del silenzio, peggiore del solito. Valeva la pena provarci: tifavo per lei, anche se non potevo cooperare.
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Qualunque animale maschi, probabilmente, ha un’idea di quel che farà di sé la sera del giorno in cui rientrando a casa la troverà vuota: stanze che, come le mie, mostrano segni del primo passaggio affrettato verso un allontanamento definitivo. Forse ogni uomo ha una fantasia consolatoria e di autonegazione pronta per quel momento, una tana di coniglio in cui tuffarsi. Io, per lo meno, l’avevo. Dovevo solo stendermi sul divano per qualche ora, a sonnecchiare mentre fuori la luce tra gli alberi sfumava nel buio, le schegge di cofanetto della collera di Abby che ancora decoravano il pavimento ai miei piedi, per avere la mia occasione. Una volta che la sera fosse calata avrei solo avuto bisogno di cambiarmi la camicia, di lavarmi la faccia e di camminare per qualche isolato verso sud nella fresca serata per mettere in atto il mio piano. A tal punto il mio progetto di autoaffondamento era a portata di mano, a tal punto ero pronto all’uso.
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Naturalmente, bisognava capire, prima di poter credere.
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A vivere all’alba del crepuscolo, ostaggio della pipa.
C’era una sola salvezza possibile in quegli anni, l’arresto. Dose giunse a bramarlo come un cambiamento di stagione, l’occasione per smettere di morire di fame sotto gli occhi di tutti. Si affumicò fino a ridursi a quarantacinque chili, poi a canali di scolo, e cominciò a implorare che lo arrestassero: Per carità di Dio, rimandatemi a Riker’s Island, prima che crepi!
Invisibile in una moltitudine di uomini invisibili, Dose doveva farsi notare per ottenere quello di cui aveva bisogno. Offrire roba a un agente in borghese o seguire una routine, lo stesso luogo ogni giorno, una maratona nel vicolo dietro la Tower Records o all’ingresso della OK Harris Gallery, finché qualcuno non chiedeva alla polizia di cancellare quella sbilenca firma umana dall’arredo urbano.
Postilla squisitamente PERSONALE:
un gran bel romanzo che tocca tante tematiche, ambienti, sottofondi. Si parla di giochi infantili, fumetti, droga, mode e tanta musica. L’adolescenza e la vita che avanza, le differenze razziali ed economiche, i rapporti familiari e gli scontri sociali sullo sfondo di una Brooklyn dai primi anni ’70 in poi.
Anche qui, trovate una recensione di Dario Voltolini apparsa su I Miserabili.