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Archivio per agosto 2004

6 agosto 2004 3 commenti

Da oggi, ore 18 circa, si chiude.


FINALMENTE.



Giusto il tempo per le ultime commissioni, una giornata al lago, un pranzo con mia nonna, preparare lo zaino e imbarcarsi.


Lunedì si parte.




























 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Milano – Parigi – Miami – San Josè – Puerto Viejo – (Panama?) – San Juan del Sur – Isla de Ometepe – Granada – Masaya – ? – San Josè – Miami – Parigi – Milano


 































 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


La teoria applicata dice che: si riapre il 6 settembre.

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5 agosto 2004 5 commenti

da “La gang del pensiero” di Tibor Fischer


 


La mia memoria è oltremodo zelante su questo punto, come se si fosse concentrata tanto su questo istante che ha finito per gingillarsi troppo a lungo e si è abbuffata a tal punto su questa scena che poi ha dovuto prendere una scorciatoia per arrivare subito al mattino seguente.


*


Accadde in pieno clima di cameratismo pendolaristico su un treno.


*


“Non è stata una mossa un po’ arrischiata?”. Non che fossi preoccupato, avevamo ormai superato la fase in cui preoccuparsi serve a qualcosa – come una bottiglia d’acqua in fondo all’oceano.


*


… molti dei miei colleghi di stravizi erano ormai crollati e avevano smesso di mostrare in pubblico l’interno delle loro scatole craniche.


*


Ma in fondo i cliché tendono ad essere verità che ci sono venute a noia.


*


“Ti sei mai sposato?”.


“Ecco uno sbaglio che non ho mai fatto. La vita è troppo breve per farli tutti. A meno che non si resti svegli fino a tardi e  ci si alzi presto la mattina.


*


Suppongo che in vita mia io abbia smarrito di tutto, tranne la strada, nel senso topografico della parola. Anche se non sempre ho saputo distinguere il bene dal male, ho sempre distinto correttamente una svolta a destra da una a sinistra. In vita mia ho smarrito via via (in ordine sparso) penne, portafogli, libri, documenti, valigie, automobili, uno zibetto e una condanna a quindici anni di reclutamento, ma mai una volta il senso dell’orientamento.


*


Quando stava già per uscire dalla porta, si è fermata e si è messa a studiarmi come se sulla mia fronte scorresse uno spettacolo di varietà. Dopodiché mi ha mollato una gransberla.


“E questa che c’entra?”


“E’ solo un anticipo. Prima o poi farai qualcosa che mi deluderà e allora può darsi che tu non sarai a portata di mano per fare una cosa del genere”.


*


E persino i segugi di dati che raccolgono per noi i fatti non ce la fanno più. C’è un sovrappiù di parole. Scaffali di libri dimenticati che implorano che qualcuno li legga. Scaffali su scaffali su scaffali. Le foreste si nascondo nelle biblioteche.


*


Il guaio del perdere la calma è che raramente ha altro effetto se non quello di farci apparire ridicoli.


[...]


Perdipiù Hubert sembrava imperturbato e la cosa mi ha provocato ulteriori sussulti di rabbia.


Ma Hube sapeva quel che faceva, si è limitato a guidare, molto più consapevole di me del fatto che quando non si va da nessuna parte, non si ha nessun’altra parte dove andare.


*


“Se la gente non paga per certe cose, non le apprezza a fondo. Solo le minacce possono essere gratuite. Non costano niente, ma funzionano lo stesso”.


*


Ho cercato di farmi forte con esempi tratti dalla mia vita in cui ho superato ostacoli apparentemente insuperabili, ma non sono riuscito a trovarne neanche uno. Passando in rassegna la mia vita, ho scoperto che c’era stato solo un problema che avevo risolto, ma siccome era un problema che mi ero creato da solo, non sono tanto sicuro che conti davvero.


 


Postilla squisitamente PERSONALE:


un bel libro divertente, dove alle scene di piani e ladri, si frappone un filosofeggiare continuo e mai invadente.

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da “La marina del mio passato” di Alejandro Torreguitart Ruiz


 



Un soffio di vento accarezza il mio viso, scavando i sentieri percorsi dal tempo. Mattina d’un inverno tropicale che passa dolcissimo sul mio corpo invecchiato. E io non sono più quello di una volta, anche se il mare accompagna i miei passi verso il domani. E questo è importante.


Ho attraversato pericoli e stagioni su quest’oceano che si affaccia davanti alla mia casa e sono ancora con lui a raccontargliele, nonostante tutto.


*


E vivo, come mi hanno insegnato a fare, in questa solitudine che non ha rimpianti, perchè è la mia solitudine.


*


Non tradire il senso della mia vita.


Solo questo conta ormai.

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3 agosto 2004 4 commenti
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“Ho sempre scritto molto, in tante forme, per lo più inconcludenze, l’unica forma onesta di scrittura – giacchè tramare è da assassini.
Così ho evitato con cura ogni tentazione di attribuire un orizzonte, un pubblico, una necessità a questi testi, la cui unica virtù è nell’essere prescindibili.”

 

Celan

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da “Una Mercedes bianca con le pinne” di James Hawes


 


Era sabato sera, verso le 9.45, cielo basso e arancione, strade umide e tiepide. Londra era in movimento, stava radunando le sue molecole per la corsa notturna, iniettava morfina nei condotti neurali di sette milioni di guide telefoniche e di fax; centomila tribù, ognuna con il suo territorio, le sue regole, le sue tradizioni, i suoi capi, i suoi eroi, i suoi nemici e i suoi buffoni di corte, si raccoglievano su macchine, autobus, taxi e vagoni della metropolitana. Il mondo intero aveva finito di lavorare e di far compere e di mangiare, i cinema del primo spettacolo serale si stavano svuotando, tutti aspettavano di divertirsi, impazienti di mettersi in moto e di continuare a correre fino a tarda ora, era per questo che la città viveva dal lunedì al venerdì, dalle nove alle cinque, per questa lunga notte che sarebbe continuata finché la settimana non fosse stata sepolta e la domenica in agonia.


*


La paura mi aveva restituito le ali e le palle.


*


Se non cambiamo, invecchiare è solo decadere.


*


Devo dunque pensare molto molto intensamente all’alternativa, cioè a me che invecchio nella mia baracca, e la fatto che non sarà un’immagine di me come vecchio rudere, ma sarò io quale veramente sono, io con una vera testa calva da sbattere contro un vero muro di mattoni.


*


Vaffanculo, okay fa male, ma quel rumore non era latro che le mie zone d’ammortamento che stanno cedendo, io non voglio, non voglio, non voglio tagliarmi i capelli e riempirmi la faccia di rughe in una banca o in un ufficio, non ne sono capace, come non sono capace di respirare sott’acqua, mi dispiace mamma, mi dispiace papà, voi non siete mai stati così bene, voi avete avuto l’entusiasmo e JFK e il pieno impiego, Cristo, voi sapevate di poter cambiare lavoro ogni anno e di poter cambiare il mondo negli intervalli. Noi invece siamo delle retropersone che vanno a ritroso senza giungere da nessuna parte, siamo la generazione ironica, possiamo tirarci indietro e guardare e ridere di tutto, come se ogni cosa fosse soltanto un’inserzione pubblicitaria cretina e furbastra, ma in realtà l’ironia è una gran palla, è ciò che tu fai per non sentire il male prima che cominci a farti male, è un attacco preventivo al vivere. Dobbiamo essere ironici perchè non c’è niente per cui valga la pena rischiare di star male, e non è star male che ci fa paura, ma star male senza una ragione, non abbiamo una grande immagine di dove sta andando tutto quanto e di chi sta volando appeso a un filo e perchè. E così ce ne stiamo qui seduti, a vegetare per un anno o due con i nostri cani la guinzaglio cercando d’avere qualche prospettiva, e aspettando che il lavoro, quello vero, ci venga incontro pian piano. Ma quale lavoro? Non lo sappiamo. Qualcosa che ci permetta di dire sì, è questo che io faccio, è qui che io esisto, ci sono io sotto il riflettore, senza dover abbassare lo sguardo sul mio drink e fare discorsi del genere bè, dopo tutto non va tanto male. Qualcosa che ti faccia rotolare giù dal letto al mattino e pensare, ah sì, gnam gnam, andiamo anche oggi a fare cose, invece di sentire la sveglia che ti riporta violentemente alla superficie e subito ti scarica, smarrito, a pensare oh cazzo, ancora senza lavoro! Sei giovane, Gesù, le notti passano in fretta, puoi tenere duro, anche se non capita niente per un pezzo, e allora? puoi tener duro e ascoltare il meccanismo che fa girare il mondo e cercar di elaborare nuova mappe per sapere da che parte voltarti.

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