da “Una Mercedes bianca con le pinne” di James Hawes
Era sabato sera, verso le 9.45, cielo basso e arancione, strade umide e tiepide. Londra era in movimento, stava radunando le sue molecole per la corsa notturna, iniettava morfina nei condotti neurali di sette milioni di guide telefoniche e di fax; centomila tribù, ognuna con il suo territorio, le sue regole, le sue tradizioni, i suoi capi, i suoi eroi, i suoi nemici e i suoi buffoni di corte, si raccoglievano su macchine, autobus, taxi e vagoni della metropolitana. Il mondo intero aveva finito di lavorare e di far compere e di mangiare, i cinema del primo spettacolo serale si stavano svuotando, tutti aspettavano di divertirsi, impazienti di mettersi in moto e di continuare a correre fino a tarda ora, era per questo che la città viveva dal lunedì al venerdì, dalle nove alle cinque, per questa lunga notte che sarebbe continuata finché la settimana non fosse stata sepolta e la domenica in agonia.
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La paura mi aveva restituito le ali e le palle.
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Se non cambiamo, invecchiare è solo decadere.
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Devo dunque pensare molto molto intensamente all’alternativa, cioè a me che invecchio nella mia baracca, e la fatto che non sarà un’immagine di me come vecchio rudere, ma sarò io quale veramente sono, io con una vera testa calva da sbattere contro un vero muro di mattoni.
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Vaffanculo, okay fa male, ma quel rumore non era latro che le mie zone d’ammortamento che stanno cedendo, io non voglio, non voglio, non voglio tagliarmi i capelli e riempirmi la faccia di rughe in una banca o in un ufficio, non ne sono capace, come non sono capace di respirare sott’acqua, mi dispiace mamma, mi dispiace papà, voi non siete mai stati così bene, voi avete avuto l’entusiasmo e JFK e il pieno impiego, Cristo, voi sapevate di poter cambiare lavoro ogni anno e di poter cambiare il mondo negli intervalli. Noi invece siamo delle retropersone che vanno a ritroso senza giungere da nessuna parte, siamo la generazione ironica, possiamo tirarci indietro e guardare e ridere di tutto, come se ogni cosa fosse soltanto un’inserzione pubblicitaria cretina e furbastra, ma in realtà l’ironia è una gran palla, è ciò che tu fai per non sentire il male prima che cominci a farti male, è un attacco preventivo al vivere. Dobbiamo essere ironici perchè non c’è niente per cui valga la pena rischiare di star male, e non è star male che ci fa paura, ma star male senza una ragione, non abbiamo una grande immagine di dove sta andando tutto quanto e di chi sta volando appeso a un filo e perchè. E così ce ne stiamo qui seduti, a vegetare per un anno o due con i nostri cani la guinzaglio cercando d’avere qualche prospettiva, e aspettando che il lavoro, quello vero, ci venga incontro pian piano. Ma quale lavoro? Non lo sappiamo. Qualcosa che ci permetta di dire sì, è questo che io faccio, è qui che io esisto, ci sono io sotto il riflettore, senza dover abbassare lo sguardo sul mio drink e fare discorsi del genere bè, dopo tutto non va tanto male. Qualcosa che ti faccia rotolare giù dal letto al mattino e pensare, ah sì, gnam gnam, andiamo anche oggi a fare cose, invece di sentire la sveglia che ti riporta violentemente alla superficie e subito ti scarica, smarrito, a pensare oh cazzo, ancora senza lavoro! Sei giovane, Gesù, le notti passano in fretta, puoi tenere duro, anche se non capita niente per un pezzo, e allora? puoi tener duro e ascoltare il meccanismo che fa girare il mondo e cercar di elaborare nuova mappe per sapere da che parte voltarti.