Il Neurone di Bradpizza – Numero sei
Stanze
Sei andata via veramente, mentre scavavo con la lingua la gola cercando di capire come sarebbe andata a finire.
Possedere stanze per inglobare vita, legami imparziali in un Mondo-Omicidio incapace di mascherare infiniti indizi con un gesto. Tende tirate, appartati nella luce filtrata non solo dal vetro, sdraiati nella luce perfetta dell’intimità, sperando, urlando nella notte, in compagnia del rumore delle gocce nascosto all’interno di tombini a differente funzione e ingresso unico. Tutti i tubi sono stati sistemati. Ora i collegamenti funzionano. Possiamo stare tranquilli mentre il cielo rimane abbandonato dietro lo strato di grigio inesorabile in questa stagione, nella città creata per coppie affiatate che si completano acquistando una scrivania senza polvere e lucidi rotocalchi di moda.
Non penso che sarò ancora qui quando avrai deciso di tornare. Una stanza in due intreccia legami spezzati da presenze dispari, quattro occhi difficili da gestire.
Finestra illuminata, il muro, il giardino.
- Cosa fai tu qui?
La realtà è affiorata, improvvisamente pura, privata di ogni dubbio che rimane solo per inseguire il mio sogno-ossessione.
Traccio inquieti sentieri attorno ai tuoi simboli, per vederti popolare i miei sogni di personaggi che non appartengono nemmeno al tuo mondo, con tatuaggi di fiabe nordiche, dai quali affiorano, giorno dopo giorno maschere dai tronchi verdi di alberi e vene ingrossate da casuali infezioni.
L’autobus nella notte ci porta al lago salato, invisibile. Con lo stomaco gonfio di frutta.
Comincio a dimenticare.
Non è il momento di smettere di mangiarmi le unghie perché oggi sono preoccupato. La visuale comprime l’angolazione mentale impostata dalle emozioni elementari quando cercavo – grattando le rocce con le dita – di ottenere conoscenza, di raggiungere il centro del problema. Poi mi sono abituato all’odore di zolfo e di limone.
La strada è stata consumata inutilmente senza volontà, evitandola per eccesso di corsie e traffico. Giornate a rilento. Di notte si addensa la coda per il cinema aperto sei giorni alla settimana.
L’ultima volta a fine ottobre correvo da te con l’odore acido dell’uva che marciva abbandonata su una vite macchiata, nel cortile di una stamperia, fra i quadri con i bordi azzurri. Profumava il vicolo di asfalto sbriciolato.
Quell’odore mi aveva agitato alle sette di sera, sudato. I jeans troppo larghi si bagnavano ad ogni passo. Ho continuato a correre nell’aria densa che mi impediva di arrivare prima che fosse stato troppo tardi.
Avrei potuto rimanere a casa sdraiato sul divano, invece di girare accecato, con una patina secca sulle labbra per lo sforzo e il freddo.
Una sera di giugno non ero ancora convinto. Con un fiore in mano tracciavo percorsi inquieti, allungando il tragitto per paura di ritrovarmi lì senza accorgermene. Mentre mi allontanavo sentivo nostalgia dell’odore del tuo detergente intimo, insultandomi per questo.
Ho una collezione di diapositive su quel tratto di strada che scorre finalmente… e io rimango immobile – per vedere – nella frazione di secondo – una luce al terzo piano, o se stai aspettando qualcuno alla fermata dell’autobus. Tutte le mie percezioni aumentano, addensandosi in pochi metri per poi ristabilirsi nella condizione precedente, in cui un uomo verde si taglia un dito e ve lo offre con un tubetto di lucida-labbra – omaggio del mese.
Uscire ad orari insensati non è più un problema.
Eravamo sui gradini bianchi, poi siamo caduti per terra senza sporcarci perché era la sera più pulita e tu hai detto di tacere e non mi hai sposato.
Postilla squisitamente PERSONALE:
per chi ha avuto da ridire sui neuroni precedenti (visioni, mi ripeto, visioni), per chi crede che ci sia ancora qualcosa da sentire-raccontare, per chi non ha paura ad ammettere che è vivo (che è!). Scolpire piccoli tasselli nella propria pelle, pronti a scomporsi per reinventarsi.
Sarà la notte…
Sarà che tutto trema…
Saranno i muscoli all’aria, stranamente indifesi…