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Archivio per novembre 2003

28 novembre 2003 Nessun commento

Ricordo che domani, sabato 29 novembre, Warm My Mind (il soundsystem reggae al quale partecipo) suonerà dalle ore 22.30 all’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini in Via Ippocrate 45 – Milano (zona Bovisa).


P.S. Per chi volesse cominciare già da oggi a muoversi, questa sera all coop.va Acqua potabile (piazza Carbonari – Milano), suonano I-Tal sound + D.Y.M. crew + Vito War.


mOOOOre fire !

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28 novembre 2003 1 commento

please bleed



… mi sembra di essere sempre indietro, in ritardo… e intanto piove… e non so bene cosa o come sia… cercare di tornare dove non c’ero e non avrei potuto nemmeno…



… spengo la caldaia perché è troppo rumorosa, mi riparo in un angolo abbracciato a me stesso, cercando di ripetermi che è solo un sogno, un brutto sogno, ma gli occhi non si chiudono e le ferite si riaprono…



… altri due che si riflettono nel buio, mi guardano impietosi, urlando quelle parole che non vogliono uscire dalla mia bocca, mani che afferrano e mi sbattono come un regalo, cercando di capire cosa ci sia dentro…

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“Diari” di Keith Haring

28 novembre 2003 2 commenti

Diari
di Keith Haring
- Mondadori -
(traduzione di Giovanna Amadasi, Giuliana Picco)

Vivere giorno per giorno come se ogni giorno fosse la cosa più importante a cui pensare.
*
Mi comporto come se sapessi quello che voglio e sembra che mi stia muovendo rapidamente in direzione della meta, ma quando arrivo al punto non so neppure cosa sia.
*
… l’arte è tutto e ovunque. Che il concetto di arte viene in mente a ogni persona nella vita di tutti i giorni in forme e idee infinite ed è indefinibile perché è differente per ognuno; che l’arte è la vita e la vita è arte; che tutti, a livelli molto diversi, si identificano con l’arte, non importa se ne siano consapevoli o lo ammettano o lo percepiscano;
*
E’ impossibile separare l’attività dal risultato.
*
Sto cercando con tutte le mie forze di tirare fuori un qualche senso da questa follia. La mia vita, il mio amore mal indirizzato, i miei amici, la sofferenza, il dolore e i piccoli scoppi di assennatezza. Deve migliorare, penso, ma sembra solo andare peggio. Quanto può cambiare? E chi sono io per fare domande? Non è neppure più una questione di comprensione, ma di accettazione. Accetto il mio fato, accetto la mia vita. Accetto i miei difetti, accetto la lotta. Accetto la mia incapacità di capire. Accetto quello che non diventerò mai e quello che non avrò mai. Accetto la morte e accetto la vita. Non ho profonde consapevolezze: è una cieca accettazione di qualche genere di fato. Tutto questo mi sta inebetendo, il che è, in un certo senso, anche più spaventoso. Non c’è più nulla che mi sorprenda o mi dia uno shock. Sto diventando molto duro all’esterno ma anche più tenero all’interno. Devo superarlo. Tutto questo e la mia stessa vita.

Postilla squisitamente PERSONALE
Un Artista su più fronti. Fantastico su tela (o qualsiasi altro materiale possibile) e toccante/profondo/schizzato su carta, umano.

28 novembre 2003 Nessun commento

Manca poco, pochissimo forse. Direi due capitoli e mezzo. Ieri sono riuscito ad andare avanti, un po’ a strappi, ma avanti. Anzi sono convinto che le tre paginette scritte ieri siano tra le migliori dell’ultima settimana, dove a dire il vero ho scritto ben poco.
E poi davanti a fogli sparpagliati, limare, tagliare, cambiare…


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27 novembre 2003 2 commenti

da “I fiori blu” di Raymond Queneau



Io non credo, -disse stern- ma non impedisco agli altri di credere.
*
La via è libera, ricomincia il traffico, i curiosi vanno a curiosare altrove, i passanti ripassano, mantenendosi rari ma qualificandosi come notturni.
*
Sta’ attento con le storie inventate. Rivelano cosa c’è sotto. Tal quale come i sogni.
*
Ci sono sogni che si snodano come incidenti senza importanza, cose che nella vita ad occhi aperti neppure se ne riterrebbe il ricordo, eppure ti occupano al mattino quando li afferri mentre si spingono in disordine contro la porta delle palpebre. Avrò sognato?



Postilla squisitamente PERSONALE:
ovvero come sviluppare una trama ad intreccio… dilettatevi anche con “Esercizi di stile”, divertente quanto arguto passatempo.








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27 novembre 2003 11 commenti

da “brand:new” di Coppola, Piccinini e Robertini



Quando fuori è giorno, nel metrò è sempre notte e sono pronto a scommettere che la notte, quando è chiuso, nel metrò c’è il sole.
*
Penso che la mia libertà finisca dove finisce, e quella degli altri inizia, finisce, gli altri sono liberi di fare, finire, mah.
*
… no scusate, e va bene il mercato e va bene il cauto riformismo e va bene la globalizzazione buona e il McPranzo a due lire però: perché, se io, stanco, alle tre del mattino in autostrada voglio fermarmi a prendere un caffè poi, se bevuto e pagato il caffè io voglio semplicemente uscire e tornare a guidare verso casa no: io devo passare attraverso i gironi infernali dei prodotti tipici, prodotti che di notte assumono un’aria spettrale? Provoloni giganti che mi guardano da sottecchi, prosciutti al pepe originari di nessuna regione italiana che sembrano facce di zombi pronte a sbranarmi, bottiglie di barolo piene di sangue di vergini cassiere sacrificate al dio dell’autostrada, giornali pornografici censurati da bande verdi come spaventosi alieni con tette enormi. E poi quella temperatura da obitorio: un freddo impossibile che rende i volti di coloro che per sventura lavorano in quei luoghi grigi come i neon che non bastano neppure per le riprese del circuito chiuso che moltiplica un unico, ectoplasmico bagliore nerastro. E poi quel cimitero della cultura che sono le cassette a novemilanovecentolire e i bestseller di tre anni fa di scrittori e cantanti oramai morti e sepolti che chiedono l’ultimo briciolo di attenzione col braccio teso e scarnificato dall’offerta speciale e tu, alla fine, sei quasi peggio di loro e torni in auto, ti guardi allo specchietto e vedi solo un’enorme, gigantesca ombra nera: le anime delle liquirizie scadute. E allora metti in moto, schiacci l’acceleratore, scappi, fuggi via finché puoi: Milano 23 km… 22… 21… 20… 18… 15 è fatta, non ha mai guardato nello specchietto, ma nemmeno nel cruscotto cazzo, perché io, a quel cazzo di autogrill non c’ero entrato solo per un caffè, no. Ci ero entrato per la benzina. La benzina. Porca puttana è finita la benzina.



Postilla squisitamente PERSONALE:
non so se consigliarvi la lettura di questo libro, due cose però: la dicitura iniziale “Avvertenza: se doveste avere il sospetto di riconoscervi tra i personaggi di queste storie, sappiate che sì, siete voi. Ma non prendetevela con noi. Noi eravamo zitti in un angolo a prendere nota. Avete fatto tutto da soli.” e il fatto che più volte mi sono sorpreso con un ghigno stampato in faccia mentre lo leggevo.






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26 novembre 2003 3 commenti

Ieri serata Blockbuster. Non c’è niente che esca dalle due categorie: già visto & spazzatura. Nell’indecisione tra rivedermi Summer of Sam o tentare la carta La comunidad, vediamo in un angolino un film Welcome to Colinwood, la prima regia di George Clooney. Lo prendiamo. Niente di eccezionale, ma piacevole, divertente e ben fatto. Descrivervelo: uno strano ibrido tra Fratello dove sei? e Lock & Stock.

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26 novembre 2003 8 commenti

“Lui ha la capacità di sfondare tutte le porte che ho chiuso a chiave, controllando due volte per assicurarmi che nessuno potesse entrare…”



Saltando tra i discorsi, giocando sottilmente con le parole, le persone dicono molto di più di quello che in realtà credono. Consapevoli o meno, sono tutti pronti a seminare indizi nell’attesa che ci sia una persona pronta a raccoglierli e volerli capire, ricomporre.



Vorrebbe parlare, ma non lo fa. Vorrebbe liberarsi, o cercare di farlo, ma non ci riesce. Vorrebbe poter dimenticare e non perdersi in questi inutili silenzi. I suoi occhi si fanno d’acqua, il viso che scompare e riappare dietro la coperta azzurra e la sua mano che timidamente la accarezza. Il dolore è talmente grande da farle morire le parole nella gola, per un attimo vede un sguardo serio, tristemente serio. La stessa persona che in questi mesi gli ha ridato un po’ di leggerezza, un po’ di speranza, sta chiedendo aiuto, calore, una persona nella quale credere e perdersi, ritrovarsi e perdersi ancora. Un aiuto che spera di interpretare bene, cercando di abbandonare un discorso nel quale non c’è né la capacità di essere compiuto, né l’urgenza dell’istante. Non ha bisogno di sapere i particolari, non adesso. Vuole solo sapere come sta, capire come mai questa sera, una come tante altre, proprio non lo è.



Come se dovessero guardare giù, dentro a un buco. Facendo attenzione a non allargarlo per guardarci dentro, perché sarebbe peggio. Quando avranno la forza e la volontà per farlo, si sporgeranno, si sbilanceranno e finalmente guarderanno. Le loro mani che si stringono forte, senza aver paura di cadere, senza aver paura di essere.



Il bagliore della candela che tremola sui muri, piccoli schizzi di pioggia sulle finestre e un’aria gelida che cerca di penetrare tra i loro corpi abbracciati.



Silenzio, fanno silenzio, si scaldano.

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25 novembre 2003 Nessun commento

da “Ballate liriche” di Wordsworth & Coleridge


 


E aprivamo la bocca soltanto,


  Per rompere il silenzio del mare.


 


In mezzo ad un torrido cielo di rame


  A mezzodì il sole iniettato di sangue


Sovrastava l’albero maestro,


  Non più grande della luna.


 


*


 


Vago, come la notte, di paese in paese,


  Dotato d’una strana facoltà di parola;


Non appena vedo un volto


So subito che è colui che mi deve ascoltare,


  E a lui narro la mia storia.


 


*


 


E la vera nobiltà alberga in chi soltanto ,


Nell’ore mute dell’intimo pensiero,


Può tenere in sospetto, ma sempre venerare, se stesso,


In umiltà di cuore.


 


*


 


Le sue ossa son corrose, asciutte le vene,


  Nel desiderio di cancellare il suo passato,


E il suo misfatto, rivelato dall’angoscia che l’opprime,


 Diventa ai suoi occhi più nero ed enorme.

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25 novembre 2003 Nessun commento

Ore 24.20


Completati due pezzi e inseriti. Uno sviluppato, uno iniziato, uno lasciato stare e uno in decisione di abbandono. Procedo a sbalzi, la convinzione pure. Tutto sembra flettersi, allungarsi e dilatarsi, in maniera del tutto casuale. Cosa c’è di strano? Niente. O forse troppo?



Anche se qualcuno dice/commenta/scrive/sussurra: “… in ogni caso le tue parole sono vive e avranno la forza di non cadere, sempre che tu dia loro l’opportunità. Non dico sia facile, ma è raro avere la tua percezione. Non sfruttarla sarebbe stupido.”



Respiro.

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“Qualcuno ha mentito” di Marco Mancassola

24 novembre 2003 Nessun commento

Qualcuno ha mentito

di Marco Mancassola

- Mondadori -
.

La luce. La vita breve del giorno. Come sempre fece buio presto. Già nel primo pomeriggio iniziò un grigio uniforme, sempre più scuro. A guardare dalla finestra, poteva sembrare che la vista si accorciasse, una diottria dopo l’altra, fino a sfiorare la cecità. Poi iniziarono ad accendersi finestre, insegne. Dave restò sul letto, senza toccare la lampada. Si lasciò sprofondare in quel colore eclisse.

*

Le prese le spalle. La tirò indietro, la fece alzare. E la abbraccio troppo forte. Pensava che entrambi ne avessero bisogno. Cercando di stringere e stringere, per trovare un calore, per sentire un contatto, per riuscire a comprimere tutte le sensazioni, in un solo punto, nel centro perfetto e introvabile di quell’abbraccio.

*

A prima vista non sembrava neanche arrabbiata. Ma Dave conosceva quello sguardo sfuggente, e quel modo di rispondere a scatti, come se ogni frase fosse una diga provvisoria usata per contenere qualcosa di nascosto e violento: rabbia, risentimento, o quell’indefinibile corrente che sembrava sempre sul punto di trascinarla altrove, in un luogo distante da lui.

*

Ne abbiamo bisogno capisci? Avevo fatto segno di sì. Non perché avessi capito. Ma perché la sua voce aveva il tono del sussurro, e insieme dell’urlo, e la sua faccia era nuda, così indifesa che il mio solo sguardo avrebbe potuto tagliare la pelle.

*

La fine del concerto lasciò facce soddisfatte, sudore sulla pelle, lattine vuote per terra, un’energia malinconica nell’aria. Restai a guardare un paio di tecnici sul palco, i fili staccati uno a uno dall’amplificatore, e odiavo quel senso di conclusione…

*

Lui aspettava. Il silenzio tra noi si tese e si tese, finché smise di sembrare una pausa. Restammo lì: nel tempo, nell’assenza di frasi.

*

Si svegliò più tardi, da solo, infreddolito, e il sonno non aveva guarito i dubbi, erano lì, profondi, come se qualcuno gliele avesse sussurrati nel sonno, ripetuti fino a renderli indelebili. In bocca aveva un sapore di ossessione, sulla lingua il bruciore delle domande.

*

… quella ragazza sapeva essere misteriosa. Il tipo di ragazza in cui accetti di precipitare, perché sei convinto che in fondo a lei ci sia qualcosa di morbido su cui finire. Ma ormai era chiaro. Anna era un pozzo senza uscita, un passaggio nel nulla, e Dave non poteva che cadere e cadere: all’infinito, senza appigli.

*

Dave fu scosso da un tremito. Poi basta. L’interno dei corpi smise di dare segnali. Restammo lì, pure superfici, curvature della pelle,  le pieghe vuote dei vestiti, il bianco sporco degli occhi… Li vidi girarsi e andarsene.

 

Postilla squisitamente PERSONALE
Un libro, una scrittura, che si legge tutto d’un fiato.

Una storia, un’atmosfera che trasuda la punta di un momento.

24 novembre 2003 7 commenti


Travis @ Vox – Nonantola(MO)
24 Novembre 2003


Il locale è perfetto, nè troppo grande, nè troppo piccolo. Pieno senza spasmi, un palco alto che permette una visuale centrata e chiara da ogni posto e un acustica decisamente all’altezza.


Concerto molto bello, nonostante un gruppo spalla, gli Athlete, un po’ monocorde e il viaggio per arrivarci, confuso all’andata e lungo al ritorno (passeggiando sotto la pioggia lungo l’A4 ?!?!?!).


Il cantante ha la voce anche dal vivo, il nuovo chittarista rende l’impatto sonoro molto più rock e basso/batteria sono precisi. Tanti pezzi dal nuovo album(che ho ascoltatao per la prima volta ieri sera) e i migliori dai primi tre. In mezzo c’è di tutto: il chitarrista che si arrampica sulle casse per far notare la sua bravura tecnica, un applauso al batterista che potevo non essere qui stasera dopo un tuffo malsano in piscina tempo fa, il bassista ancheggiante e immerso nel ritmo ipnotico del suo strumento e il cantante seduto sulle spie centrali per una versione voce e chitarra(senza microfono o amplificazione !!!) di Flowers in the window. Sul finale il ritornello rimbalza nel silenzio tra varie voci nella folla. Emozionante.


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24 novembre 2003 14 commenti

PRIMA DI CENA reprise


 


(Prima, qua sotto,)


 


Stasera


è tornata la polizia


(Guardo giù)


Uno


l’han portato via!


 


Uno picchiava la ragazza


Il ragazzo picchiava uno


 


Lui picchia, lei urla, lui subisce


Ma chi si stupisce?


 


Certamente,


non la polizia


annoiata


nel portarne uno via


 


La finestra chiudo


Dentro nel mio buco

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21 novembre 2003 3 commenti

da "Mirrors (Diari)" di Cheeslaw Kiriowski

"Fidarsi delle apparenze è come un puzzle difettoso, senza qualche pezzo."

"Coltivo i miei sogni come piccoli frutti fuori stagione."

"Saper aspettare è una gran dote."

"Nella vita devi solo scoprire chi sei e cercare di esserlo."

"L’istante muore nell’attimo in cui viene pensato."

"Le persona si incontrano, si conoscono, si lasciano e si ritrovano. Fa tutto parte di questo grande baraccone che in tanti chiamiamo vita."

"Concepisco il mondo come una parte del MIO mondo e non viceversa."

20 novembre 2003 Nessun commento

Nick Cave feat. Kylie Minogue
Where The Wild Roses Grow

They call me The Wild Rose
But my name was Elisa Day
Why they call me it I do not know
For my name was Elisa Day

From the first day I saw her I knew she was the one
She stared in my eyes and smiled
For her lips were the colour of the roses
That grew down the river, all bloody and wild

When he knocked on my door and entered the room
My trembling subsided in his sure embrace
He would be my first man, and with a careful hand
He wiped at the tears that ran down my face

Chorus

On the second day I brought her a flower
She was more beautiful than any woman I’d seen
I said, “Do you know where the wild roses grow
So sweet and scarlet and free?”

On the second day he came with a single red rose
Said: “Will you give me your loss and your sorrow”
I nodded my head, as I lay on the bed
He said, “If I show you the roses, will you follow?”

Chorus

On the third day he took me to the river
He showed me the roses and we kissed
And the last thing I heard was a muttered word
As he knelt (stood smiling) above me with a rock in his fist

On the last day I took her where the wild roses grow
And she lay on the bank, the wind light as a thief
And I kissed her goodbye, said, “All beauty must die”
And lent down and planted a rose between her teeth

Chorus











































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20 novembre 2003 Nessun commento

da “Paterson” di William Carlos Williams



 


Sediamo e parliamo


tranquillamente, con lunghi intervalli di


silenzio,


e io sono consapevole della corrente


che non ha linguaggio, e scorre


sotto il tranquillo cielo dei tuoi occhi



che non ha parole; andare


a letto con te, passare oltre


il momento dell’incontro, mentre le


correnti fluttuano ferme a mezz’aria,


cadere –


con te dall’orlo, prima del


crollo –


afferrare il momento.


[…]


Piano! Piano!


come in tutte le cose un contrario


che sveglia


la furia, fa raggiungere


la conoscenza


con la disperazione che non


ha luogo


dove posare la sua testa lucida –


[…]


Il fuoco brucia; questa è la prima legge.


Mosse dal vento, le fiamme



si propagano. Il parlare


muove le fiamme. L’hanno



sviscerato tanto che lo scrivere


è fuoco e non solo del sangue.


[…]


Paterson è invecchiato



il cane dei suoi pensieri


s’è ridotto


a non più di “una lettera appassionata”


a una donna, una donna che aveva trascurato


di mettere a letto in passato .


E continuò a


vivere e a scrivere


a rispondere


a lettere


e a curare i fiori


del giardino, a tagliare l’erba, a cercare


d’insegnare ai giovani


a prevenire


gli errori nell’uso delle parole che


tanto difficile era stato per lui, gli errori


che aveva fatto nell’uso del


verso in poesia:



 


Postilla squisitamente PERSONALE:


un’Opera.

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19 novembre 2003 7 commenti


Prossimi appuntamenti con il SoundSystem nel quale suono,


Warm My Mind


29/11/03 @ ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (MI)


02/12/03 @ Aula magna dell’Università di Pavia (PV)


05/12/03 @ La Vespa club – Cosio Valtellina (SO)


06/12/03 @ Zion – Chiasso (Svizzera CH)


N.B. In vicinanza alle date, sul blog tutti le info necessarie per raggiungerci.

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19 novembre 2003 4 commenti

da “Giovane Adamo” di Alexander Trocchi



Il tatto sa essere convincente come la vista non è in grado di fare. Mi colpiva il fatto che la vista sia come ipnotizzata dalla superficie delle cose; ancor più, può conoscerne soltanto la superficie: piatta da lontana, e poco profonda da vicino. Ma la sensazione dell’acqua sulla mano e sul polso è ben più intima e convincente del suo colore o persino di qualsiasi piatta distesa di mare. La vista, pensavo, non potrà mai raggiungere il centro delle cose; non c’era nessun legame profondo fra il mio sguardo e la pianta sul davanzale della finestra, né fra il mio sguardo e la donna con cui stavo per fare l’amore.
*
E non riuscivo a staccarle gli occhi dal collo. Era di quel giallo di cui a volte è il collo, e non potevo fare a meno di associarlo alla variazione di colore di un filo d’erba, che è verde e relativamente asciutto, ma poi più in basso, laddove l’erba entra nella terra, ha un aspetto dolcemente lattiginoso. E’ un misto di bianco e giallo levigato, come l’avorio, solo che ha il colore della vita, di ciò che nasce. E se paragoni una donna a un filo d’erba, allora il suo collo è il punto in cui lei entra nella terra e che il sole colpisce solo a intervalli, e sotto il collo spinge, dinamica, verso il basso, verso il centro della terra, come le radici e i germogli delle piante, bianchi, umidi.
*
Era uno sconosciuto. In circostanze normali, c’è una specie di struttura convenzionale che ci si deve costruire nel rapporto con un’altra persona, in base alla quale quella persona avrà effetto su di noi. Al di là questa idea strutturale non c’è nessuna esperienza; la struttura stessa fa da scudo contro di essa. Affinché due persone possano avvicinarsi bisogna che distruggano le strutture convenzionali in base alle quali l’uno percepisce l’altro.
*
… misi la mano sulla pancia di Ella, e come si voltò verso di me sentii le nostre cosce toccarsi mi venne l’impulso di abbandonarmi, me stesso e la mia libertà, al puro potere fisico della donna che, con le mani premute sulle mie natiche, spingeva il suo addome verso di me; di rimettermi alla sua pietà, con parole dette a voce bassa, lì a letto, mentre la violenza delle nostre sensazioni cresceva; ma ogni volta, prima che potessi parlare, l’orgasmo era finito e lei era nuovamente lontana, pesante e lontana e pericolosa.



Postilla squisitamente PERSONALE:
un grande PICCOLO libro scozzese. Da tempo il suo nome era appuntato, grazie a chi mi ha anticipato, regalandomelo. Il suo stile è straordinario e puro come il cristallo, si legge nella biografia finale. “Cosmonauta dello spazio interiore così amava definirsi lui”, ricorda Burroghs.
Dal libro è stato tratto recentemente un film.









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18 novembre 2003 9 commenti

Libro – lavori in corso: i dubbi aumentano più vado avanti. Nonostante ieri sera sia riuscito a scrivere altri due pezzi e incominciarne ben quattro nuovi, non sono riuscito a staccarmi da un paio di considerazioni. Certe esistenti fin dall’inizio (a carattere generico) altre che entrano ed escono a seconda dei momenti, del mio umore. Ci deve essere un centro? o un unico e compatto(ammesso che così possa essere) fluire? Mah! Intanto scrivo, scrivo e scrivo. Come al solito, si vedrà poi.

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18 novembre 2003 10 commenti

da “Ritorna, dottor Caligari” di Donald Bartheleme



Prendi il tuo amore e infilatelo su per il cuore.
*
… la vita della città un tessuto di rumori misteriosi, che vanno e vengono, vanno e vengono, noi conquistiamo il dominio dell’ambiente fisico solo a spese dell’udito, cosa succederebbe se uno fosse impressionabile, cosa succederebbe se uno indietreggiasse nel buio?
*
Possibili emozioni di fronte ad un’evidente sincerità: repulsione, presa di distanza, gioia, fuga, cameratismo, denunciarlo alle autorità (ci sono ancora autorità).
*
Buck ora capiva che la situazione tra lui e Nancy era considerevolmente più seria di quanto avesse immaginato. Nancy mostrava segni inequivocabili di pendere nella sua direzione. L’inclinazione era acuta, talvolta lui pensava che lei sarebbe caduta, talvolta pensava di no, talvolta non ci badava, e in ogni modo tentava di dimostrarsi per quello che era. Per esempio indossando abiti insoliti e abbandonando bruscamente vecchie abitudini. Ma come sarebbe riuscito a infrangere i sogni di lei dopo tutto quel tempo che avevano passato insieme? dopo tutto quello che uniti avevano visto e fatto sin da quando per la prima volta avevano identificato Cleveland come Cleveland?
*
Non voglio pietà Pelly sono già abbastanza pochi i rapporti fra gli adulti senza bisogno di annebbiare la questione col sentimento.
*
Il mondo dei miei sogni era spoglio!



Postilla squisitamente PERSONALE:
devo essere sincero. Questo libro non mi è piaciuto. Forse non sono stato in grado di entrare nel “gioco narrativo” o forse non era il momento per leggerlo. Lascio un spiraglio nell’attesa, se succederà, di leggerlo un’altra volta.












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