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Archivio per luglio 2003

31 luglio 2003 6 commenti

Il Neurone di bradpizza” è il pilota, un po’ come per le serie dei telefilm o dei programmi d’intrattenimento “seriali”, di un nuovo spazio. Il pilota non perché verrà giudicato dall’audience ricevuto, bensì perché si basa sull’affidabilità del suo curatore: bradpizza.

 

Chi è ?

 

bradpizza è un PICCOLO grande
bradpizza è peloso
bradpizza è un’enorme candela che brucia
bradpizza è un porno divo
bradpizza è quello che ti tira fuori la battuta:
“Lo sai cosa mangia un uomo con il cazzo di 40cm ?”
“No”
“Allora, oggi ho mangiato …”
bradpizza è uno sperimentatore del verbo
bradpizza è bradpizza

 

Sperando nella sua prolificità, lo rileggerete a settembre.

 

Il Neurone di bradpizza – numero 0

 

PAXI

 

Avevo deciso che avrei iniziato a parlare dei risvolti psicologici che avrebbero condizionato negativamente la vita del povero Paxi (credo che si scriva così). Paxi, per chi non se lo ricorda, è il figlioletto della Famiglia Adams, quell’essere grassoccio con la faccia che sembra un uovo sodo tranne che per i capelli neri unti e gli occhi sottili da maiale affamato.
Con l’infanzia che ha passato – non esiste un programma o serie televisiva più desessualizato della Famiglia Adams anche se il marito continuava a consumare a furia di leccate il braccio della moglie, capirete perché – con tutti quei giochi di morte velati da uno strato di buonismo spicciolo in cui non moriva mai nessuno, il bambino quantomeno avrà avuto grossi problemi ad avvicinare qualunque donna che non sia sua madre o sua sorella, con le quali era innocuo, direi inesistente. Mai che capiti una puntata in cui ci sia una ragazzina per Paxi, sicuramente le avrebbe messo un candelotto di dinamite nel culetto per riempire il pomeriggio di polvere da sparo artigianale (seguendo la ricetta di Zio Fester) prima le avrebbe legato i polsi alla gogna e via, su la gonna. Con l’immancabile espressione più che da ebete.
Paxi si sveglierà mai la mattina con una donna di fianco che possieda ancora tutti gli organi interni?
Non credo. Magari, come i migliori avvocati, perderà i capelli, ma una vita sentimentalmente o solo sessualmente appagante se la deve dimenticare, basta guardarlo negli occhi per capire che una slinguata per lui si ridurrebbe ad un puerile metodo per avere tra i denti la lingua di un essere umano con cui fare esperimenti di resistenza al dolore e di trapianto di organi costituiti da muscoli volontari striati e pseudo-involontari.
Diventerà un notaio con l’ufficio polveroso, una specie di UNA-BOMBER a tempo perso, che impesterà i supermercati di gel all’acido solforico, privato del mistero: con una genealogia del genere sarebbe il primo sospettato di qualunque denuncia ad ignoti del quartiere – anche perché il personaggio in questione non è adatto ai grandi spostamenti (anche Riky Cunningam, mi sembra, avesse dovuto alla fine trasferirsi per lavoro) invece il sedentario Paxi non ha approfittato della scusa-college per schiodarsi da casa e adesso lo incontro ad una festa di laurea.
Ue Pax, tutto beeeneeee?
…Lasciami…
I tre laureati privi di materia prima l’hanno buttata sulla pacchiana generica simpatia paesana che le donne devono essere nude per forza e la torta alla frutta di conseguenza riporta l’effige di una gigetta con le zinne di fuori. ERRORE se non conosci gli invitati.
Paxi la osserva, con disinvoltura comincia a menarselo incurante degli occhi addosso. Gli invitati prima ridono poi rimangono inorriditi quando si slaccia la cerniera e inizia ad ansimare davanti alla torta rettangolare-fragolosa – a parte la trovata erotica mi sa che è anche buona – nessuno ha il coraggio di avvicinarsi finché si riversa sbrodoloso, non è che l’abbia presa in pieno ma comunque voglio vedere chi oserà mangiarsela adesso. I festeggiati vorrebbero riempirlo di legnate ma per manifesta inferiorità mentale rinunciano all’aggressione puntando i loro sforzi sulle scuse con gli invitati, inutilmente perché la massa si è gia dileguata.
Con chi era Paxi? Era arrivato da solo nella sua Volvo-cimiteriale che non trova mai parcheggio.

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30 luglio 2003 5 commenti

“Stamattina ho pensato per un’ora intera, ossia ho aggravato un po’ di più le mie incertezze.”
E.M. Cioran

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29 luglio 2003 2 commenti

“Estha era sempre stato un bambino silenzioso, così nessuno fu in grado di stabilire con qualche precisione (L’anno, se non il mese o il giorno) quando esattamente avesse smesso di parlare. Smesso del tutto, cioè. Il fatto è che non c’era un “esattamente quando”. Estha aveva chiuso bottega calando a poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inavvertibile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non gli restasse altro da dire. Il suo silenzio non era mai scomodo. Né invadente. Né rumoroso. Non era un silenzio d’accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di estivazione, un letargo, l’equivalente sul piano psicologico di quello che fanno i pesci polmonati, i dipnoi, per sopravvivere alla stagione secca; salvo che nel caso di Estha la stagione secca sembrava destinata a durare per sempre. Col tempo Estha aveva acquisito la capacità di confondersi con qualsiasi sfondo – librerie, giardini, tende, vani delle porte, strade – di apparire inanimato e quasi invisibile a un occhio poco addestrato. Di solito gli estranei ci mettevano un po’ prima di notare la sua presenza, anche quando erano nella stanza insieme a lui. Ci mettevano ancora di più a notare che non parlava mai. Certi non lo notavano affatto.

Una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. Gli uscì dalla testa e lo avvolse tra le sue braccia melmose. Lo cullò al ritmo di un battito antico, fetale. Allungò le ventose dei suoi tentacoli furtivi centimetro dopo centimetro dentro il suo cranio, ripulendo come un aspirapolvere le vallette e le colline della memoria, sloggiando vecchie frasi, scuotendole via dalla punta della lingua. Spogliò i pensieri delle parole necessarie a descriverli, lasciandoli nudi e spellati. Indicibili. Intorpiditi. E quindi, agli occhi di un osservatore esterno, quasi assenti. Lentamente, col passare degli anni, Estha si ritirò dal mondo. Si abituò alla piovra irrequieta che gli viveva dentro e che schizzava inchiostro anestetizzante al passato. A poco a poco la ragione del silenzio scomparve, seppellita in qualche punto profondo tra le pieghe consolanti di quella realtà.”



da “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy



… a volte il silenzio, è più importante di mille inutili parole … a volte è meglio fermarsi … chiudere per un po’, senza sapere o voler quantificare quel po’ … a volte …


dal Vangelo secondo me di Subliminalpop


 



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28 luglio 2003 1 commento


- 5 GIORNI … e proprio adesso (ovviamente) tutti vogliono tutto !!



Oggi giornata di statistiche, io odio le statistiche (e dire che sono rimasto ISCRITTO per più di due anni in quella facoltà ).



Arrivi in fondo, alla fine di un estenuante serie di numeri, calcoli, foglietti sparsi, formule, spunte, finestre su finestre e … c’è sempre un 1 che non trovi, quello che ti fa ricominciare daccapo. Quello che mi spinge a chiudere tutto sul ritmo di un incessante VAFFANCULO  che rulla nella mia testa.

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25 luglio 2003 2 commenti

Avrei voluto dirti perché reagisco così …
Avrei voluto spiegarti cosa sto cercando, da tempo, senza averlo trovato
Avrei voluto guardarti negli occhi mentre te lo dicevo


Mi sarebbe piaciuto essere calmo, lucido e deciso
Mi sarebbe piaciuto essere convinto a pieno dei miei vaneggiamenti
Mi sarebbe piaciuto … e forse è ora di abbandonare il condizionale





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SHE’S ONLY HAPPY IN THE SUN

 

Il dito passa veloce sulla superficie scivolosa dello specchio. L’acqua scorre in lontananza, l’aria calda e umida entra ed esce dai polmoni ritmicamente. Cerca di immaginare, dipingere, un futuro senza complicazioni. Dove l’attimo possa consumarsi, eterno.

Spegne la luce e si lascia avvolgere da quel tepore. La pelle si rilassa, gli occhi sembrano illuminarsi alla luce delle candele. Appoggia le mani sui bordi della vasca, stringe la presa. Quasi non volesse abbandonarsi, ricadere in quel passato ancora troppo vivo ed innegabilmente spacciato. Allora perché ci pensa ?

Immerge completamente la testa, il suono si ovatta ed ogni movimento sembra lento. Passa le mani sul suo corpo, quello che adesso le sembra diverso, cambiato. Rivive sensazioni profonde quanto ancora poco chiare. Non è il momento, non è giusto. Apre gli occhi, respira e cerca di non vedere. Appoggia la testa e quasi si addormenta. Troppo stanca ultimamente.

Esce dalla vasca e si infila l’accappatoio appoggiato sul calorifero. Si stringe in quella seconda pelle, troppo avvolgente per non lasciarsi andare. Lo specchio è ancora lì ed è sempre appannato. Il gesto istintivo, il dito scivola, disegna. Ma è un attimo la visione è spazzata dal palmo ormai freddo. Il suo volto, finalmente, quello rigato di lacrime.

 

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24 luglio 2003 5 commenti


Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare il piano. Così scarno, diretto, penetrante, indolente. E poi più di una persona mi ha detto che ho le dita da pianista. Lunghe e affusolate. Io con le mie dita batto comunque, comunque su dei tasti. Invece di far uscire note, nascono lettere, parole. Faccio il mestiere più antico del mondo. Dico bugie !

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24 luglio 2003 6 commenti


How to disappear completely – Radiohead



… io non sono qui … io non sono qui …



Il fumo che oltrepassa la fiamma della candela e sale. La mia testa che scende, si rivolta a se stessa.



L’incomprensione è uno specchio troppo lucido per avere il coraggio di guardarmi.



Se solo cerco di fermarmi un momento i processi rischiano di investirmi. Giudicarmi e assolvermi, per giudicarmi un’altra volta e così via. Mi piacerebbe vomitare e vedere uscire quel piccolo mostro, tirare lo sciacquone e sentire le sue urla: “Non farlo ! Ti prego ! In fondo ci siamo voluti bene.”



E invece sento solo degli angeli malati. Un coro di gente che vuole dire la sua, in ogni angolo di tempo c’è un punto dove c’è qualcuno, dove c’è ancora qualcosa da dire. Dove ho lasciato in sospeso tre puntini …



Posso.
Solo momenti senza essenza d’essere.


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“Attorno a un palazzo
 corre un povero cane pazzo
 presto date un pezzo di pane
 a quel povero pazzo cane”


da Tutti insieme appassionatamente




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Come un’onda che si infrange in continuazione. Stesso rumore, stesse spume bianche, stessa spiaggia inghiottita e restituita all’ombra di un cielo carico di nuvole. La ripetizione dovrebbe diventare abitudine, l’abitudine stanca.



Guardo la lunga lingua di terra, vorrei mettermi a correre, vorrei urlare. Ma è come se ci fosse una presenza alle mie spalle, ad impormi il contegno di giorni migliori. La speranza dovrebbe bastare, oggi non è domani.



Le onde continuano, una sull’altra, tutte uguali.

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da The Raven (edizioni minimumfax) di Lou Reed

Occhi soffusi d’una luce troppo splendente – dita pallide, trasparenti, ceree, d’un bianco tombale. Vene azzurrine sulla fronte altera che si alzavano e si abbassavano con impeto secondo le maree delle emozioni profonde e io capii che doveva morire, che stava lottando con l’ombra cupa.

*
la mente che cede di notte ai rimorsi
e cuoce nel pentolone deliri mai detti.
*
il cielo terrorizzato
che rotola come una cascata
sulla linea dell’orizzonte arroventata
*
e le ore stesse restano senza fiato
*
Usher:
Sarà la mia rovina. Questa deplorabile follia sarà la mia rovina. Temo l’avvenire. Non tanto gli eventi, quanto le conseguenze. L’evento più insignificante mi provoca una grande agitazione nell’animo. Non temo il pericolo se non nel suo effetto assoluto – il terrore. Sono giunto alla conclusione che debbo inesorabilmente abbandonare insieme vita e ragione nella mia lotta contro il demone della paura.
*
Poe da giovane:
Perché dici che sono pazzo? La malattia mi ha affilato i sensi – non li ha distrutti – né intorpiditi.
*
Poe da vecchio:
In quest’ora morta nel cuore della notte m’innervosisco per il terribile silenzio in questa vecchia casa. Questo suono mi suscita un’ira incontrollabile. Credevo che qualcuno l’avrebbe sentito, credevo che il suo cuore sarebbe scoppiato.
*
Dev’essere bello dileguarsi
scomparire per magiaù
guardarsi sempre avanti
e mai guardarsi indietro

 

 

Che bello dileguarsi
sfumare nella nebbia
con una ragazza sottobraccio
che cerco un bacio
*
Fortunato:
Al diavolo gli impegni. Non ho impegni. Andiamo prima che il cielo appassisca e ci caschi addosso.
*
Poe da giovane:
Agiamo per la ragione per cui non dovremmo agire. Per certe menti questa è una tentazione assolutamente irresistibile. La convinzione del torto o della inopportunità di un’azione è spesso una forza invincibile. E’ un impulso primordiale. La irresistibile tendenza a fare del male per il male. Portiamo avanti certe azioni proprio perché sentiamo che non dovremmo portarle avanti.
*
Nella scienza della mente
mi sforzo di spostare un’ombra
Non mi seppellite ancora vivo
La scienza della mente è inflessibile
La scienza della mente è inflessibile
La scienza della mente è inflessibile

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21 luglio 2003 6 commenti

“… voi bevitori tristi e voi bevitori allegri, tutti voi che cercate nel vino il ricordo e l’oblio, e che non trovandolo mai completo quanto vorreste, contemplate il cielo solo attraverso il fondo della bottiglia …”
C. Baudelaire


E’ così bello, melanconico, stressante, intrigante, fuorviante, intenso, disperato, necessario, osservare il cielo attravreso il fondo di una bottiglia. E’ così … scoprirmi a contemplare una stella e il collo che si allunga fino ad essa.


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Tu credi di essere dissimile
dagli altri
invece non sei che un’onda
dopo altra onda.
Il mare va
e cancella,
poi suscita
poi ricancella.
Ma tutto è questione
di un istante.
Non esiste
che il mare.

E. Marani

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18 luglio 2003 6 commenti

Ore 00.39



Penso che vorrei …



Un aspiratore gigante per aspirare tutto il fumo in casa prima di andare a letto.



Vedere il sole per un momento, un passaggio, rapido ad illuminare e poi, di nuovo, la notte. Così, tanto per cambiare, saltare di soprassalto sulla sedia per lo shock.



Sdraiarmi sul divano, senza dover provare quella sensazione di appiccicoso, e sentire delle abili mani sciogliermi i muscoli della schiena. Spezzati dopo qualche ora su questa sedia troppo scomoda, nel tentativo di scrivere un pezzo sugli scrittori americani e il perché della loro egemonia.



Leggere le prime righe del nuovo libro di Dave Eggers che non ho ancora comprato.



Trovare una Coppa del Nonno in frigorifero (ma se guardo ci sono: una pizza, una scatola di prezzemolo surgelato, cubetti di ghiaccio e un paio di fette di petti di pollo).



Non smettere di scrivere.



Scendere per uno scivolo così lungo da farmi girare attraverso tutto quello che è stato.



Un paio di boxer a temperatura regolabile.



Addormentarmi e trovare, domani, che il mondo è cambiato, veramente.

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LE ISOLE FORTUNATE

 

Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.

 

E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.

 

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.


Fernando Pessoa

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16 luglio 2003 2 commenti

PENSIERI cattivi & grandi PAROLE



“Disprezzo me stesso e il mondo perché non sono capace di accettare i limiti personali e quelli che mi vengono imposti dalla vita. Quindi, l’accettazione dei propri limiti è una condizione mentale sana, o comportamento non deviante. Il successo e il fallimento sono semplicemente la soddisfazione o la frustrazione del desiderio. Il desiderio può essere in prevalenza intrinseco, basato sui nostri impulsi personali, oppure estrinseco, stimolato soprattutto dalla pubblicità o dai modelli di comportamento sociale che ci vengono proposti dai mass media e dalla cultura popolare. I miei concetti di successo o fallimento funzionano solo ad un livello individuale, ma non sociale. E quindi, siccome mi rifiuto di accettare un riconoscimento da parte della società, il successo e il fallimento posso essere per me soltanto esperienze momentanee, perché non possono essere sostenute dall’accettazione di altri valori di tipo sociale, come il benessere materiale, il potere o una posizione sociale.
Non serve a un cazzo venirmi a dire che sono andato bene agli esami, che ho un buon lavoro o che sto con una bella ragazza; perché per me questo tipo di riconoscimento non serve a niente. E’ chiaro che mi fa piacere quando succedono queste cose, e che hanno un valore in se stesse, ma è un valore che non può essere sostenuto senza un riconoscimento da parte mia della società che lo considera tale.
Così torna in ballo la mia alienazione dalla società. Questa situazione provoca in me depressione, scarico tutta la rabbia che provo verso me stesso. Però la depressione provoca anche una mancanza di motivazione. Mi cresce un vuoto dentro. La droga mi serve a riempire il vuoto, e mi aiuta anche il bisogno di distruggere me stesso, e qui torniamo alla rabbia diretta contro di sé.”


Rent Boy
da Trainspotting di Irvine Welsh



“Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infila in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo la vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.”
da Livro do desassossego di Bernardo Soares



“Avevo bisogno di una vacanza. Avevo bisogno di cinque donne. Avevo bisogno di togliermi il cerume dalle orecchie. L’auto aveva bisogno di un cambio d’olio. Non avevo presentato la denuncia dei redditi, accidenti. Una delle stanghette degli occhiali da lettura si era staccata. Nel mio appartamento c’erano le formiche. Avevo bisogno di farmi fare il detartraggio dei denti. Le scarpe erano consumate. Soffrivo d’insonnia. L’assicurazione dell’auto era scaduta. Mi tagliavo tutte le volte che mi facevo la barba. Erano sei anni che non ridevo. Avevo la tendenza a preoccuparmi quando non ce n’era nessun motivo. E quando c’era qualcosa di cui preoccuparsi mi ubriacavo.”
da Pulp di Charles Bukowski



“Tutti hanno lo stesso difetto: aspettano di vivere, giacché non hanno il coraggio di ogni istante. Perché non mettere in ogni attimo una passione e un ardore tali da farne un assoluto, un’eternità? Tutti noi impariamo a vivere appena non abbiamo da attenderci più nulla; fin quando aspettiamo, non possiamo imparare niente, perché non viviamo in un presente concreto e vivo, ma in un futuro insulso e lontano. Bisognerebbe non aspettare nulla, tranne le suggestioni immediate dell’attimo, aspettare senza la coscienza del tempo. La riconquista dell’immediato è l’unica salvezza. Giacché l’uomo è una creatura che ha perduto l’immediato. Egli è dunque un animale indiretto.”
da Al culmine della disperazione di E.M. Cioran



“Avevamo la strana sensazione che ormai poteva succedere qualsiasi cosa, tanto ci eravamo resi conto che era già successo di tutto.”
da Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver



“E’ possibile sentire l’odore delle lacrime ?”
da Mirrors di Cheeslaw Kiriowski









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15 luglio 2003 2 commenti

[Wilco on air]

Stamattina qualcuno mi ha detto “Ciao … sono due euro e ottanta, buona giornata”

Al lavoro l’argomento centrale è stato il matrimonio di Valeria, una nostra collega. Al quale mi sono gentilmente negato. Già ne ho per cinque giorni alla settimana, sentir parlare di lavoro anche al sabato ! Per di più ad un matrimonio ! E poi le storie che ai matrimoni si scopa , o quantomeno si fanno conoscenze interessanti, non mi convincono … e poi diventerei sicuramente la famosa eccezione … e poi …

Nell’ora di pranzo mia nonna è stata taciturna, una domanda sulle zucchine e un imprecazione per i rumori dall’appartamento di sopra. Il caffè è finito, lei in camera a fare la settimana enigmistica e io sul divano a cercare di concentrarmi su Brodkey.

A metà giornata, in una chat di MSN, stavo parlando di una gita ad un GS di Torino. La motivazione erano le cassiere !! Per poi perdermi in un paio di partite a Trivial. Troppo lavoro debilita l’uomo (ah ah).

Mentre stavo tornando a casa mi sono messo a parlare da solo. Ma non avevo granché da dirmi, alla seconda svolta leggevo su dei fogli stampati questa frase: “Preferivo quando l’aria della sera era calda e profumata di nostalgia.” Mi sono fermato, ho inspirato profondamente. Per poco non soffocavo. Ho ripreso a camminare, più svelto.

Ho aperto la porta di casa e per un attimo mi sono spaventato, c’era Bukowski ad aspettarmi. Seduto sulla MIA poltrona, con la MIA birra in mano e quel SUO fottuto e puzzolente sigaro tra i denti, gli ho detto:

“Che cosa ci fai qui ?”
“Non vedi, mi faccio i cazzi miei e adesso va’ al diavolo via di qui.”
“Non fare l’impertinente, amico.”
“L’hai chiesto tu.”
“Ma non era necessario che diventassi cattivo.”
“Se pensi che quello che ho detto era cattivo, prova a restare qui.”

Mi sono girato e sono entrato in bagno.

Mentre aprivo l’acqua avevo già deciso, domani cambierò tabaccaio.

 

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NON DITE CAZZATE !!

Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac

La conversazione sale e scende come un’altalena cinematografica, in apertura, per farti capire quanto sia vario e precario tutto questo.

Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac

Saranno una decina di persone, tra appuntamenti saltati e incontri casuali. Si accendono sigarette e scivolano i bicchieri, ma tutto sembra così immobile o forse è solo la visione reiterata della stessa scena, stesso posto, stesse facce.

Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac

K. è seduto in posizione angolata, leggermente fuori centratura. Cerca disperatamente di partecipare al gioco, ma non riesce a trovare l’entrata. Sembra tutto chiuso questa sera. Cerca di riconoscere qualcosa di familiare, tra tutte queste intenzioni, questi gesti. Qualcosa che possa riscaldare la sua anima fradicia.

Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac

Il presente, l’adesso, il momento vengono intrappolati in un castello di pensieri. K. si perde, senza l’intenzione di voler ritornare. I suoni in lontananza sono stantii, vecchi film muti fuori tempo massimo. Meglio cadere dentro se stessi e continuare a credere di aver in pugno tante mosche da attaccare all’amo, sta pensando K. Si gira e guarda fuori, in strada. Macchine, gocce di pioggia sui vetri, rumori sciacquati e luci in debito d’ossigeno.

Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac

La lista dei nomi, date e fatti, scorre come sottotitoli in lingua incomprensibile. E’ un lampo, K. ha un ricordo. Una scritta in mezzo a tante altre sul muro di un parcheggio per biciclette, davanti ad una scuola Svizzera, lungo la strada per andare a Lugano. L’avrà letta per la prima volta qualche me se fa e gli è rimasta impressa. Semplice e diretta. C’è scritto: NON DITE CAZZATE !

Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac … pioggia … Tic-Tac

[31.05.03]

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11 luglio 2003 2 commenti

SOVRAPPOSIZIONI

 

Momento
trema

Diapason stonato

Scale
rompono

Effetto a catena

Salto
Vuoto

Circonda sotto assedio

Re e regina
tremano
Drappi d’ermellino

Araldi svolazzanti
Una notte
inizia a bruciare

Urla & Confusione

[Lotta & Sangue]

 

***

 

Partita a scacchi ? Vince il Re o la Regina ?

 

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S.T.A.R.T.

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