“Vedi adesso allora” Jamaica Kincaid

Jamaica Kincaid - Vedi adesso  alloraVedi adesso allora
Jamaica Kincaid
– Adelphi –
(traduzione di Silvia Pareschi)
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… le mie labbra che hanno la forma del caos prima che gli venga imposta la tirannia dell’ordine è dove trovo me stessa, la vera me stessa ed è da lì che scrivo;
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… perché l’adesso è sempre incompleto, o almeno così ci sembra, ed è una fortuna, perché trasforma l’allora in quello che verrà, in tutto quello che verrà, anche se tutto quello che verrà deve contenere l’adesso e l’imperscrutabile desiderio dell’allora…
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Oh, il suo cuore batteva così pericolosamente forte che batté fino quasi a uccidersi…
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Essere abbandonata è la peggiore umiliazione, l’unica vera umiliazione, ed è per questo che la morte è così imperdonabile, perché la vita ti ha abbandonato e sei rimasta tutta sola, per conto tuo, separata da tutto, e così non sei neppure un niente, ciò che eri abituata a soggiogare, persona o cosa o avvenimento, è perduto nella morte, e nessuna commemorazione, nessun epitaffio, nessun monumento può cancellare il fatto che da morta sei incapace di agire,non sei più nell’Allora e nell’Adesso, non sei più niente ed esisti solo per volontà degli altri ed esisti solo se gli altri desiderano la tua esistenza, perché potrebbe essergli utile, e poi quando non lo è più vieni di nuovo abbandonata, messa da parte per qualcos’altro, e quello sarebbe ancora l’Adesso, perché l’Adesso è in corso e non finisce mai, l’Adesso è inesorabile, impervio a tutto ciò che è noto, e anche ignoto, impervio a tutto ciò che si può afferrare e tener fermo: ed essere abbandonata è la vera, autentica natura dell’umiliazione ed essere in uno stato di umiliazione equivale alla morte ed essere morta equivale a essere umiliata, perché allora non puoi neppure conoscere la tua situazione e compatirti. L’Adesso, l’Adesso, l’Adesso, che rappresenta il vivere, che rappresenta la vita, ti respinge e ti trasforma in spazzatura, in uno scarto, in una cosa trasportata dal vento in una strada deserta, senza meta, senza meta. Adesso, Adesso e di nuovo Adesso: perché quell’istante è pieno di tutto ciò che forma la tua vera vita ma è sempre appena fuori portata, e lo sforzo ti logora però lo vedi appena fuori portata e provi di nuovo a prenderlo ma è appena fuori portata, è sempre fuori portata, e tu provi e riprovi ma gli istanti si accumulano e sono sempre fuori portata, e poi anche la morte è un istante che non è mai fuori dalla tua portata ma con la morte non riesci più a fare lo sforzo di prenderla.
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Oh, Adesso, adesso, si disse la signora Sweet, perché allora stava guardando dentro un abisso, ma quella sarebbe letteratura; perché adesso stava guardando dentro una profondità superficiale, una depressione strutturale, ma quella sarebbe geologia; e in fondo a questa metafora o rappresentazione veritiera giaceva la sua vita, quel che ne restava, i fatti, la sostanza, il riassunto, la finalità, l’arrivederci per ora e il magari ci vediamo, la fine nel suo inizio, e la signora Sweet pianse, perché aveva tanto amato la sua vita;

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Postilla PERSONALE
Un matrimonio in crisi (ammesso non lo fosse già fin dall’inizio), un piccolo marito, un moglie che arriva da un’isola e due figli (a volte contesi, altre usati come tiro a segno/scudo).
Un romanzo/flusso di coscienza (autobiografico?*) non semplice: per la lingua usata, il continuo andare avanti e indietro nel tempo e per come l’autrice si dipinge nei panni della signora Sweet (per chi fare il tifo? Nessuno? Tutti?), eppure coinvolge, a volte stupisce, di certo suscita continue reazioni.

* Come sempre, tuttavia, la sua corrosiva, inconfondibile prosa è più estranea all’autobiografi­­smo di quanto non appaia a prima vista: la stessa Kincaid ha del resto dichiarato che «il protagonista di questo romanzo è il Tempo». – dalla quarta di copertina insolita, periferica e sfocata, costantemente avvolta dalla nebbia, fatta soprattutto di Motel e vie residenziali.
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“La casa di nebbia e sabbia” Andre Dubus III

Andre Dubus III - La casa di nebbia e sabbiaLa casa di nebbia e sabbia
Andre Dubus III
– BEAT –
(traduzione di Luciana Crepax)
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È passata la cameriera e ci ha versato dell’altro caffè. Lester Burdon le ha rivolto un sorriso, ma era un sorriso un po’ triste, come se sapesse qualcosa di brutto sul suo conto.
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Mentre aspettavo Lester all’Eureka Motor Lodge, ho capito, forse per la prima volta, che mio marito se n’era andato davvero, che un giorno avrei ricevuto una telefonata o una lettera dal suo avvocato. E forse perché avevo appena fatto l’amore con un altro, ho capito che quel giorno era molto vicino, più vicino persino di quando mi ero svegliata quella mattina, in automobile, davanti alla nostra casa, come una profuga.
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Ogni tanto ripensavo a Lester Burdon, con gli occhi tristi, il baffo storto e la station-wagon che era sparita nella nebbia, rivedevo quella oscura richiesta nel suo sguardo. Gli uomini che ti guardano così, di solito vogliono morderti come una prugna fresca e, dopo aver morso, succhiato e masticato, si aspettano che i tuoi succhi siano ancora abbondanti e dolci come la prima volta. Ma negli occhi di Lester c’era anche dolcezza, pazienza. Forse la sua non era una richiesta, ma una mancanza.

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Postilla PERSONALE
Due coppie, una sedimentatasi lungo decenni di matrimonio e un’altra tanto, forse troppo, recente. Diversissime tra di loro, ma che in comune hanno la difficile, costante ricerca di una stabilità e il ritrovarsi ad essere in lotta per la stessa casa. Ricordo affettivo per alcuni, speranza verso un nuovo futuro per altri.
Gli avvenimenti diventeranno sempre più veloci e inevitabili, fino a una conclusione rocambolesca, tragicamente umana.
Romanzo molto valido e solido, per trama e scrittura, dove compare anche una San Francisco insolita, periferica e sfocata, costantemente avvolta dalla nebbia, fatta soprattutto di Motel e vie residenziali.

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“Il liuto e le cicatrici” Danilo Kiš

Danilo Kiš - Il liuto e le cicatriciIl liuto e le cicatrici
Danilo Kiš
– Adelphi –
(traduzione di Dunja Badnjević)
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Ogni giovane sensibile, soprattutto se plasmato dalla cultura e dalla musica – ed era il suo caso – è propenso a considerare le torbide passioni del corpo e dell’anima, questo magma lirico della gioventù, come un precoce segno di talento. Tuttavia, più spesso si tratta di un segreto vibrare della sensibilità, di un impuro associarsi di secrezioni ormonali con gli spasmi del nervo simpatico, di una simbiosi tra la struttura organica e la musica dell’anima – che sono il dono della giovinezza e dell’esuberanza spirituale, e che, simili alla poesia nelle loro vibrazioni, si possono facilmente confondere con la poesia vera. Una volta catturati da questa magia – che con gli anni diventa una pericolosa abitudine, come il fumo o l’alcol, si continua a scrivere, con mano abile di versificatore, sonetti ed elegie, versi patriottici e di circostanza, ma ormai si tratta soltanto di un meccanismo che si è messo in moto in gioventù e ora procede solo per forza d’inerzia o d’abitudine, basta che ci sia un minimo alito di vento, come un mulino che gira a vuoto.
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Dalle esperienze amorose degli altri non s’impara niente. Ogni incontro tra un uomo e una donna inizia come se al mondo non ce ne fosse mai stato un altro. Come se da Adamo ed Eva a oggi non ci fossero stati miliardi di incontri simili. Vede, l’esperienza amorosa non si trasmette. Questo è un grande male. E anche una grande fortuna. […] Cerchi di essere prudente. Le ferite d’amore sono quelle che incidono più profondamente nell’anima. E non permetta che la letteratura prenda il posto dell’amore. Anche la letteratura è pericolosa. Nulla può sostituire la vita.
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Lo scrittore deve osservare la vita nella sua totalità. Deve far intravedere il grande tema della morte perché l’uomo sia meno superbo, meno egoista, meno malevolo e, d’altra parte, deve dare un senso alla vita. L’arte è l’equilibrio di queste due visioni contraddittorie. Il dovere dell’uomo, soprattutto dello scrittore – lei dirà che parlo da persona anziana -, è di andarsene da questo mondo lasciando dietro di sé non l’opera, tutto è opera, ma un po’ di bontà, un po’ di conoscenza.

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Postilla PERSONALE
I migliori racconti di questa raccolta postuma: “Jurij Golec”, “Il liuto e le cicatrici” e “Il poeta”.
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“Cattivi” Maurizio Torchio

Maurizio Torchio - CattiviCattivi
Maurizio Torchio
– Einaudi –
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Ma fuori non c’è niente di organizzato: ti devi scansare in continuazione. Senti la fretta di chi ti sta attorno. Hai la sensazione che siano tutti in coda, dietro di te, e si stiano chiedendo: Chi è, quell’uomo rallentato? E a volte è vero. Hai la sensazione che abbiano capito da dove vieni. Ma questo non è mai vero, perché quelli di fuori al dentro non ci pensano mai.
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L’isolamento è la prigione della prigione. Perché ogni posto deve avere una prigione. Se sei già all’ospedale e ti senti male, cosa fanno? Ti mettono in terapia intensiva, che è l’ospedale dell’ospedale. Se sei in prigione e vogliono punirti è uguale: deve esserci qualcosa. Dev’esserci sempre qualcosa da togliere, altrimenti tutto si ferma. A volte ti danno delle cose perché ti venga paura di perderle. Dove stavo prima distribuirono delle televisioni solo per minacciare si spegnerle. Per farti provare la sensazione di cadere ti sollevano, ogni tanto. Altrimenti dopo un po’ arrivi al centro della terra, e da lì non vai più da nessuna parte.
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Perché il male c’è, Comandante me l’ha ripetuto tante volte. Cammina sulla terra, in mezzo a noi. Non si può estinguere, bisogna recintarlo, per evitare che si dappertutto. E se a un certo punto non riesci più a distinguerlo dal bene la colpa è solo tua: il male continua a esistere, a essere diverso dal bene, a camminare e calpestare.
Servono luoghi per contenere il male.
Chiavi per chiudere i luoghi.
Uomini che sopportino l’incandescenza di quelle chiavi.
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Qui c’è la mania degli oggetti nuovi. È come se fossero fosforescenti. Chi non riceve pacchi da casa vive in celle più buie. Ed è più facile che le guardie lo picchino, più facile che un prepotente se lo prenda in moglie, perché una cella senza oggetti ti fa pensare: Di questo non importa a nessuno.
Gli oggetti nuovi proteggono.
Tutto quello che arriva da fuori protegge.
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E parlerai. Parlerai. Devi svuotarti la bocca. Far uscire un po’ di carcere. Se non parli, non c’è spazio per altro.
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Scrivono lettere alle mogli che hanno ucciso, ai bambini che non hanno allevato. Il cemento rimbomba perché non vuole assorbire questo sospirare, queste emozioni fuori tempo.
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Io li sento.
Sento le loro zampette di topi che vanno a picchiare. La porta richiusa. Li sento camminare, poi passare al trotto, quasi senza accorgersene. A forza di stare fermo, qui sotto, mi sono radicato nel cemento, innervato per tutto il carcere. Se uno cammina nel corridoio sotto il cortile è come camminasse sul mio braccio sinistro.

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Postilla PERSONALE
Due mondi: quello di fuori e quello dentro. Gli appartenenti al primo però, se non per necessità, è difficile pensino ai secondi, mentre questi altri… Eppure facciamo tutti parte di un’unica società (qui scollata dalla realtà dei giorni nostri, seppur piena di rimandi attuali), riunita sotto quell’ammasso di istituzioni che dovrebbe proteggere, regolare ed eventualmente punire con neutralità e lungimiranza, e invece…
Ed è proprio un appartenente al dentro ad accompagnarci nelle viscere di una struttura dove anche le guardie, pur libere, finiscono per diventare degli emarginati, dei rinchiusi. Si va fino in fondo, fino alle celle di isolamento, “il carcere del carcere”, dove un rapitore in erba, tramutatosi in ergastolano dopo l’uccisione di una guardia, diventerà il cicerone della sua storia e di quelle di quanti come lui vivono principalmente di ricordi.
“Cattivi” è proprio un gran bel romanzo, in grado di isolare il lettore, portandolo lungo le strade indicate da Torchio che, con una scrittura essenziale e precisa, è capace di cogliere tantissimi particolari, offrire altrettanti spunti e creare una sensazione avvolgente, ben definita.

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“Notizie del mondo” Philip Levine

Philip Levine - Notizie del mondoNotizie del mondo
Philip Levine
– Mondadori –
(traduzione di Giuseppe Strazzeri)
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Dell’amore e altri disastri

L’operatore di presse del Nord
incontrò l’assemblatrice del West Virginia
in un bar vicino allo stadio. Venerdì, tarda ora,
eppure troppo presto per tornare a casa da soli. Nessuno
aveva in mente chissà che, perciò chiacchieravano
della stagione di baseball in arrivo
che a nessuno importava. Potremmo
essere una coppia, pensò lui, ma lei
era un disastro, decisamente troppo magra. Per anni
aveva avuto un’idea di come una donna
dovrebbe essere, e non era lei, non era
nessuna che avesse conosciuto, e tantomeno
la sua ex moglie tornata al Nord
a vivere con il suo antico amore del liceo.
Per poco c’era rimasto secco. Non ho bisogno di stronzate,
disse quasi ad alta voce per poi rendersi conto
che lei stava parlando con qualcuno, forse
proprio con lui, di come non riuscisse a curarsi
le mani, di come il grasso la penetrava
così profondamente nella pelle da diventare
parte di lei, e rovesciando un palmo
all’insù, sul bancone indicò
con la sigaretta i solchi profondi
scavati dal lavoro. “La linea della vita”
disse lui “qual è?” “Nessuna”
rispose lei e lui notò che aveva occhi
nocciola disseminati di pagliuzze
d’oro, e poi – imbarazzato – tornò
a guardarle la mano che pareva piccina
e delicata, le dita ingiallite
dai calli, ma snella e affusolata.
Lei prese un tovagliolo dal bancone,
ci sputò sopra e gli disse di non muoversi
mentre gli levava piano gli occhiali,
lasciandolo mezzo cieco, per pulirgli
qualcosa che aveva sullo zigomo
sinistro. “Ecco” disse restituendogli
gli occhiali, “fatto”, e anche
con gli occhiali, ciò che lei gli mostrò
non era nulla che lui fosse in grado di vedere, forse
al massimo credere alla cieca. E pensò: “Meglio
filarsela prima che sia troppo tardi”, ma
sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava.

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Capodanno in ospedale

Puoi odiarlo il mare quando inonda
i ciottoli, si ritira, risale
ancora; va avanti così giorno e notte
per tutta la vita, e quando la vita
è conclusa, ancora dura. Un giovane prete
si è seduto accanto al letto e mi ha chiesto se sapevo
cosa diceva il cardinale Newman
del mare. Questo festoso ragazzetto,
le paffute manine rosee intrecciate,
mi ha detto che dovrei cambiare vita.
“La mia vita mi piace” gli ho detto “Le festività
sono stressanti nel nostro tipo di mestiere”
ha detto lui. In settimana era stato
a Carmel a guardare il mare andare e venire
e andare e venire, come ha scritto Newman.
“Io odio il mare” ho detto, ed era vero
in quel momento, il modo in cui le onde
vanno e vengono con tanta noncuranza.
In silenzio abbiamo guardato la notte
diffondersi dagli angoli della stanza.
“Dovresti cambiare vita”
ha ripetuto. Gli ho chiesto se per caso
stesse leggendo Rilke. L’uomo nel letto accanto,
un giardiniere in pensione di Chowchilla,
ha sbuffato girandosi di lato,
la faccia al muro bianco. Mi è spiaciuto
per il pretino: noi,
che lui chiamava “figli miei”, gli venivamo entrambi meno
scivolando sgraziatamente dalla nostra vita
per lasciarlo da solo di fronte all’eternità
che andava e veniva e andava e veniva.
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“Luna di miele con nostalgia” Molly Antopol

Molly Antopol - Luna di miele con nostalgia Luna di miele con nostalgia
Molly Antopol
– Bollati Boringhieri –
(traduzione di Costanza Prinetti)
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Io però avevo cercato di risolvere il problema – se non per noi due, almeno per Beth. Avevo proposto un consulente matrimoniale; Gail aveva preso un aereo per Burlington e si era scopata un architetto in pensione conosciuto online.
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Dopo la guerra, diceva sempre tuo nonno, avrebbe raggiunto i fratelli nella comune che avevano fondato, e avrebbe nuotato in mare ogni giorno e mangiato pompelmi e limoni dagli alberi. Puoi venire con me, mi diceva, sempre con un attimo di ritardo…
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Quando erano insieme, anche solo seduti a leggere uno accanto all’altra o diretti al negozio di alimentari, il cielo sembrava un po’ più luminoso, il sole un po’ più caldo, il mondo un po’ migliore. Erano entrambi fissati sul proprio lavoro, introversi di natura, e quando si erano sposati Sveta aveva sentito che non avrebbe più dovuto cercare di piacere ad altri, che non aveva più importanza cosa la gente pensasse di lei. Certo, uscivano ancora con gli amici, ma verso la fine della serata c’era sempre un momento in cui i loro sguardi si incrociavano sopra il bancone del bar, una tacita intesa che fosse ora di andarsene, di tornare a essere loro due soli. Era uno sguardo che conoscevo bene, uno sguardo che io e Gail avevamo notato tra altre coppie durante cene o feste, uno sguardo che ci aveva sempre fatto sentire sulla difensiva, esposti. Dopo quelle serate, ci ritrovavamo a dissezionare le relazioni dei nostri amici, smontandone le dinamiche fino a sentirci più sicuri della nostra, mentre ci lavavamo i denti in bagno, ognuno al proprio lavandino.
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“Tua madre è la persona più preoccupata del mondo, eh?”
Daniela sembrò confusa, o infastidita, come se cercasse nelle mie parole la battuta di spirito senza però trovarla. Sapevo che criticare sua madre non mi avrebbe fatto guadagnare punti. Katka e io ci eravamo impegnati a rimanere amici, soprattutto per il bene di Daniela; a volte avevo l’impressione che per lei sopportarmi fosse solo una voce del lungo elenco di cose da fare per la figlia, subito dopo assicurarsi che l’allarme nel suo caseggiato funzionasse e che la sua dieta contenesse abbastanza proteine.
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È seduto lì, batte un ritmo veloce e regolare con il piede e ha la testa schiacciata contro i cuscini. Ho come l’angosciosa e rassicurante sensazione di vederlo a dieci, venti, trent’anni, passare da un divano all’altro di tutti gli appartamenti in cui ha vissuto. Sento di colpo il suo dolore, la sua vita, appoggiarsi al mio cuore.
Si schiarisce la gola. “Probabilmente a quest’ora dovresti già essere a letto”.
“Pa’” dico. “Guarda che non ho un orario”.
Ci alziamo entrambi e lui mi mette le mani sulle spalle, guidandomi lungo il corridoio. “Facciamo finta, solo per stasera” dice, “che mi sono ricordato di dartelo, un orario. Va bene?”
“Va bene” sussurro. E, prima di lasciarmi andare in camera mia, tiene per un momento le mani appoggiate sulle mie spalle: come il cappotto più pesante e caldo del mondo.
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Passò un’intera settimana a letto a leggere, e quando finalmente, l’ottavo giorno, uscì per andare al negozio di alimentari, gli venne in mente una cosa: nessuno si era accorto che era rimasto in casa per tutto quel tempo. Fu allora che capì di essere davvero solo. E quando sei solo, sai che se vuoi rientrare nel mondo devi comportarti come un ospite – la gente ti fa un favore invitandoti a casa sua per riunioni di famiglia e feste nazionali, e tu puoi solo mostrarti allegro e tranquillo, anche quando sei così depresso da avere appena la forza di lavarti i denti, presentarti con vino e fiori e offrirti di sparecchiare.

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Postilla PERSONALE
Ottima raccolta di racconti d’esordio (anche se per maturità di scrittura e narrazione non si direbbe), dove non uno dei singoli episodi è al di sotto del “molto buono” (i miei preferiti ‘Luna di miele con nostalgia’ e ‘L’uomo più silenzioso’).
C’è tanta Storia e tantissime storie in queste pagine, il lavoro dietro ogni vicenda si sente e, cosa ben più importante, arriva al lettore. Occhio attento, ma di ampie vedute, scrittura molto classica, al limite dell’impeccabile, che spazia nei luoghi e nel tempo: ebrei emigrati in America, maccartismo, kibbutz in Israele, Europa e Russia.
Potrà sembrare esagerato, ma Molly Antonpol è già un’autrice che non ha nulla da invidiare ai grandi maestri di natura ebraica del racconto.

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“Lamb” Bonnie Nadzam

Bonnie Nadzam - LambLamb
Bonnie Nadzam
– Edizioni Clichy –
(traduzione di Leonardo Taiuti)
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Scrutava l’orizzonte e il terreno alla ricerca di qualcosa di verde, un posto dove poter posare la guancia sull’erba calda, o sulla terra, un appiglio, una scappatoia, una via d’uscita.
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C’è una parte di lui che vorrebbe raccontare tutto a Tommie e poi un’altra che schiaccia quei desideri come lattine di birra vuote contro un muro di cemento. Lamb non è stupido. Sa come finisce la storia. Sa che manterrà la sua promessa, l’unica che può mantenere. La riporterà in quel parcheggio dopo che Linnie se ne sarà andata. La riporterà nel punto esatto in cui l’ha trovata. E quando lei si allontanerà e si guarderà indietro tra un anno, due anni, o tre, se mai si guarderà indietro, lo odierà. Ma lui l’avrà salvata. La chiuderà in un bozzolo di luce argentata e la riporterà da sua madre. Di nuovo tra le braccia di sua madre.
Se ne starà seduto lì sul suo pick-up, le mani sul volante, con un sorriso da orecchio a orecchio, a guardarla allontanarsi. E il vento gli soffierà la polvere tra i capelli e nel suo cuore non ci sarà più posto per la bellezza perché in questo vano rincorrersi, l’avrà estirpata, raschiata via, e nulla sarà in grado di riempirlo ancora tranne le parole, che lui renderà il più possibile meravigliose. Frasi che recheranno con sé qualcosa, spera, come se fossero il vento, come se dentro ci fossero semi di iris. Come se l’alfabeto avesse il potere di riaggiustargli le ossa, di far ripartire la sua vita.

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Postilla PERSONALE
Strano e sorprendente l’andamento del romanzo d’esordio di Bonnie Nadzam (autrice sostenuta da commenti più che favorevoli da colleghi quali Aimee Bender e T.C. Boyle). Parte molto bene, sembra poi concedersi momenti ripetitivi, quasi al limite della noia nella parte centrale, ma recupera tutto, riuscendo ad andare pure oltre, nelle ultime 50 pagine circa. È proprio in quel momento che si svela appieno come le scelte stilistiche della scrittura di Bonnie Nadzam, composta per lo più da dialoghi diretti e piccole ma perfette descrizioni ambientali, siano state in grado di costruire i due personaggi principali (un uomo in crisi, esasperante nelle sue manie e le continue domande, alla ricerca di certezze, e una timida bambina che fa “spallucce”, entrambi in fuga), la loro relazione e quel senso di tensione che sembrerebbe non avere mai fine, nemmeno (o soprattutto) quando il libro verrà chiuso.
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“Le scimmie” José Revueltas

José Revueltas - Le scimmieLe scimmie
José Revueltas
– Edizioni SUR –
(traduzione di Alessandra Riccio)
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La lotta era silenziosa, d’agguato, precisa, senza un grido né un lamento. Colpivano a morte o a ferirsi nei punti più vivi, con i piedi, con i manganelli, con i denti, con i pugni, intenzionati a strapparsi gli occhi e a farsi scoppiare i testicoli. Gli sguardi, gli atteggiamenti, la respirazione, il calcolato movimento di un braccio, l’avanzare o il retrocedere di un piede, consacrati interamente alla tenace volontà di un solo e univoco fine implacabile, trasudavano morte nella sua presenza più completa, più incredibile.
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Durante la visita dei familiari, il cortile del Braccio si trasformava in uno strambo accampamento, con coperte stese per terra e altre, attaccate alle pareti fra le porte delle celle, come una tettoia, dove ciascun clan si riuniva, spalla a spalla, donne, bambini, detenuti, in una specie di aggregazione primitiva e indifesa, di naufraghi estremi l’uno all’altro o di gente che non aveva mai avuto un tetto e ora sperimentava, per puro istinto, una specie di convivenza distorta e nuda.
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… il pacchettino per alimentare il vizio di suo figlio, come prima nel suo ventre, ancora dentro di lei, lo aveva nutrito di vita, dell’orribile vizio di vivere, di trascinarsi, di franare come il Coglione franava, godendo fino all’inverosimile di ogni scheggia di vita che cadeva a pezzi.

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Postilla PERSONALE
Racconto lungo ambientato in un carcere dove tre detenuti devono farsi recapitare della droga da altrettante donne in visita. Poca umanità, o forse troppa, nel precipitare fulmineo degli eventi, merito soprattutto della scrittura di Revueltas, instancabile nel suo ritmo vertiginoso, quasi pruriginoso, facendo così aprire (spalancare) gli occhi del lettore anche là dove forse sarebbe meglio non guardare, non sapere.
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“L’appartamento” Mario Capello

Mario Capello - L’appartamentoL’appartamento
Mario Capello
– Tunuè –
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Non era successo nulla. Avrebbe potuto, però. Questo avrei voluto dirgli. Che questa possibilità conficcata a forza da qualcuno nell’ordine delle cose era ciò che faceva la differenza. Tutta la differenza del mondo.
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Ferreo si muoveva con calma, un passo lento, ma non stanco, quasi a riempire gli spazi della sua presenza.
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Contenti. Soddisfatti. A me, come incaricato, spettava una mensilità. Cinquecento euro per una mezza mattinata di nulla. E a loro, la sensazione di aver fatto un passo in più in quella che era, all’apparenza, una strada tracciata, senza curve, in cui non è possibile smarrirsi. Solo due anni prima avrei trovato il loro atteggiamento asfittico. Li avrei rubricati in quella categoria di persone – la sostanza stessa della provincia – con un orizzonte limitato. Ma ora quello che vedevo, guardandoli salire in macchina, era la totale aderenza dei loro gesti alla realtà, la scioltezza delle giunture nel prendere forma adatta a entrare nell’abitacolo, nella chiarezza elettrica di quella mattina che profumava di ozono per il temporale della notte. Vedevo degli ingranaggi perfettamente congegnati, innestati senza traumi.
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Dopo pranzo, ci sdraiammo su una coperta, le mani intrecciate a sostenere la nuca, gli occhi pieni di una luce capace di attraversare le palpebre eppure dolce. Mi voltai a guardare mio figlio. In quella postura da adulto, era un nodo di possibilità, di pure energia. Tutto quello che sarebbe diventato, mischiato a ciò che era stato, il neonato con la fronte bombata e il profumo di talco e il neolaureato che abbraccia sua madre in una foto sui gradini di un’università.
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Era un bell’uomo, i quella costituzione densa che, almeno a me, fa pensare agli adulti di un tempo.
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La scissione che si era creata, tra noi. Come se avessimo imboccato due strade diverse, parallele fino a un certo punto, ma destinate a separasi. Per un po’ ci eravamo salutati dai finestrini, poi, quando l’altro era diventato troppo piccolo, quando le fattezze si erano fatte confuse, avevamo smesso, coscienti dell’inutilità del gesto.

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Postilla PERSONALE
Da Torino alla provincia, da una famiglia alla solitudine, dal mondo dell’editoria a un’agenzia immobiliare, tanti cambiamenti nella vita di Angelo, il protagonista di questo romanzo breve. L’evento cruciale sarà però la conoscenza con il signor Ferrero, probabile acquirente di un appartamento, e con il manoscritto, contenente una parte del suo passato, che costui chiederà venga letto per una valutazione (personale? narrativa?).
Scrittura ben conscia di sé quella di Mario Capello e tanti spunti, quasi troppi in così poche pagine, anche se alla fine credo non sia tanto lo spazio a disposizione, quanto il rapporto di tutto il resto con l’evento cruciale sopra descritto a non supportare fino in fondo l’equilibrio generale del libro.

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“Ballata per mia madre” Julián Herbert

Julián Herbert - Ballata per mia madreBallata per mia madre
Julián Herbert
– Gran Vía Edizioni –
(traduzione di Maria Cristina Secci)
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La Huerta era il primitivo crossover di Acapulco, un labirinto/laboratorio di quello che oggi il Messico rappresenta per l’American Way of Life: un enorme bordello pseudoesotico con la struttura di un sobborgo gringo, pieno di carne a basso costo a cui puoi ficcare un dito nel culo prima di gettarla dall’altro lato della cinta.
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Pay sparì quando Marisela, ormai leggermente raffinata, riuscì a sedurre un bellissimo narcotrafficante: le parole vincono sulla bellezza ma un gangster armato vince su qualunque cosa si muova.
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La mia formazione ideologica e i miei traumi infantili hanno molto a che vedere con questa angoscia maschilista dell’ano. Nel posto da cui vengo (ma immagino anche in qualsiasi altro posto) l’ano è il dio Giano, il fiore a due facce dell’ingannevole mascolinità. Quando ero adolescente, sentivo spesso dire dagli uomini del mio quartiere che l’unico vero maschio era il “maschio testato”.
“Il vero uomo” diceva il signor Carmelo la sera del giorni di paga, cadendo a terra ubriaco, “è quello a cui gliel’hanno messo e a cui non è piaciuto”.
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C’era una sottigliezza terapeutica in quei primi orgasmi chiarificatori, la boccata fresca della salute che imponeva il suo profumo senza retorica sulla mia arrogante solennità di periferia e sulla zaffata di bigottismo cattolico che la mia amante secerneva ogni volta che, sollevando e girando leggermente il collo all’indietro, sussurrava:
“Non pensare male di me”.
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Che una notte le ho detto che mi stava fottendo la vita. Che mi chiedeva soldi. Che passava i giorni depressa per aver perduto la bellezza: sprofondata su una poltrona a marcire a spese del mio stipendio guardando orrendi film messicani degli anni Settanta trasmessi su canali in chiaro. Che mi dava la colpa di darle la colpa di tutto. Che mi disse se te ne devi andate vattene grandissimo figlio di puttana ma tu non sei più mio figlio sei solo un cane rabbioso. Che l’ho odiata da settembre del 1992 al dicembre del 1999. Che durante quegli anni mi sono religiosamente concesso ogni giorno un istante di odio verso di lei con la stessa devozione con cui altri recitano il rosario. Che l’ho odiata di nuovo qualche volta nel decennio successivo ma senza più metodo e solo per inerzia: senza orari. Che l’ho amata sempre come nella luce intatta del mattino in cui mi insegnò a scrivere il mio nome.
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Mi permise di capire che i sentimenti profondi non ammettono distinzioni categoriche tra sostegni sublimi e banali, e che questa scomoda condizione della bellezza sarà sempre cinicamente fruttata da dilettanti e burocrati del gusto. È facile manipolare gli smorfiosi pseudocolti con un paio di giambi stentati, mentre tutti ci vergogniamo dell’ignoranza, della straziante notte buia della lingua.
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Non ho mai sperimentato nulla di più estenuante della paternità. Arrivo quasi sempre alle otto di sera che mi restano solo le forze per trascinarmi a letto. Ciò che più mi affatica non è l’impegno in sé, ma lo stimolo nevrotico di cercare di immaginare ogni percezione di mio figlio.
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Molto tempo fa, il giorno del suo ottavo compleanno, mi invitò alla sua festa. Fu un evento un po’ triste: sua madre aveva organizzato la festa in una piscina ma Arturo un paio di giorni prima era caduto dalla bicicletta e si era fratturato un braccio. Passammo gran parte del pomeriggio conversando. Voleva sapere cosa fosse ciò che il suo sacerdote predicava insistentemente: il libero arbitrio. Cercai di spiegarglielo onestamente nella convinzione che, se ne fossimo usciti vivi, parlare di sesso in futuro sarebbe stato un gioco da ragazzi.
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C’è qualcosa di ripugnante nell’abbraccio di chi piange la perdita di una vita: ti stringono come se fossi un pezzo di carne.
Non so nulla della morte. Conosco solo la mortificazione.
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“Ti amo. Sono il figlio di mia madre”.
Riuscì soltanto a stringere la mia mano nella sua. Era una stretta senza gratitudine, senza rassegnazione, senza perdono, senza oblio: solo un perfetto riflesso di panico. Quello fu l’ultimo pezzetto di insegnamento che mi lasciò in eredità Guadalupe Chávez. Il più importante di tutti.

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Postilla PERSONALE
Guadalupe Chávez, madre e prostituta, ora malata di una leucemia incurabile, e il foglio Julián, giorno e notte al suo capezzale, in una stanza d’ospedale con il laptop sulle gambe a scrivere la storia. Un terzo protagonista tra di loro, un’altra madre per entrambi, il Messico.
Pur saltando, nei vari racconti che compongono il romanzo, tra fatti, tematiche e tempi molto diversi e distanti, sono quasi sempre quelle tre figure a muovere l’intreccio, alle quali fare ritorno: l’infanzia e i continui spostamenti, i fratelli e sorelle (da padri diversi) e i quartieri malfamati, la squadra di calcio di un bordello e gli innumerevoli uomini della madre, la violenza e la cocaina, la vita adulta, il primo e il prossimo figlio di Julian (tutti da donne diverse), un festival letterario a Cuba e una presentazione a Berlino, non fanno differenza.
Un libro non completamente riuscito, forse a causa di questa estrema varietà (es: proprio l’episodio ambientato a Cuba il più ostico), ma che in buona parte ripaga con una scrittura molto personale, dolce e rabbiosa allo stesso tempo, poetica senza esserlo mai fino in fondo, dove invece è ben riconoscibile una certa ruvidezza, nella quale convivono amore e odio.
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P.S. In alcuni tratti mi ha ricordato qualcosa di “Bambina mia” di Tupelo Hassman, anche se il romanzo di Julián Herbert sembra voler essere molto più pretenzioso.
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IN VISIONE: Cobain: montage of heck, Mad Max: fury road, Leviathan, The gambler, It follows

3 giugno 2015 2 commenti

 

IN VISIONE
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Cobain: montage of heckCobain: montage of heck
(U.S.A. – 2015)

di Brett Morgen

Postilla PERSONALE
Forse un po’ confusionario, ma di certo molto interessante.
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Mad Max: fury roadMad Max: fury road
(U.S.A., Australia – 2015)

di George Miller
con Tom Hardy, Charlize Theron, Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Nicholas Hoult, Riley Keough

Postilla PERSONALE
Ok, è divertente e fatto molto bene, non si discute, ma i tanti che in questo periodo parlano di film dell’anno, non so cos’abbiano visto d’altro fino ad oggi.
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LeviathanLeviathan
(Russia – 2014)

di Andrei Zvyagintsev
con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova

Postilla PERSONALE
Impegnativo.
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The gamblerThe gambler
(U.S.A. – 2014)

di Rupert Wyatt
con Mark Wahlberg, John Goodman, Jessica Lange, Brie Larson, Michael K. Williams

Postilla PERSONALE
Boiata della settimana.
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It followsIt follows
(U.S.A. – 2014)

di David Robert Mitchell
con Maika Monroe, Keir Gilchrist, Jake Weary, Olivia Luccardi, Daniel Zovatto, Lili Sepe

Postilla PERSONALE
A metà tra la ‘boiata della settimana’ e ‘senza infamia e senza lode’ (nel suo genere).
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“Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura”

Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticulturaVite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura
a cura di Giovanni Gregoletto
– Edizioni SUV –
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Finita la guerra, in un paesino del trevigiano, Castello di Codego, dopo l’editto governativo contro l’alcolismo, il sindaco radunò in comune i suoi concittadini per spiegare la circolare e alla fine disse:
“Cossa v’importa dell’alcool? Lasciatelo stare, avete il vino e la graspa, bevete quelli, ostia”.
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Trovandomi in una casa ove si servivano pasti e vino, il padrone mi si accosta con un cerino di gran compiacenza e dice: “Adesso, Dottore, voglio farvi provare un vino particolarissimo, che ho fatto proprio io con le mie mani”. Dopo averlo assaggiato, non ho potuto far a meno di rispondergli: “Sarà che io non me ne intendo, ma bevo più volentieri quei vini che fanno gli altri coi piedi”.
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Una famiglia di clienti abituali viene qui una volta all’anno e mette una piccola scatola di legno sul tavolo, quindi ordina un giro di bevande e ne mette una accanto alla scatola che contiene le ceneri del nonno, il cui ultimo desiderio fu di tornare ogni anno nel suo locale preferito a bere una tequila.
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Discussioni sul vino che adesso xe tutto sofisticà e alla fine tutti concordano che il vino si divide in due sole specie: quel che xe bon e quel che non xe bon.
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Mano a mano che invecchiamo, nei nostri incontri lasciamo perdere progressivamente i discorsi su ciò che sappiamo, sulle cose e sui fatti. E ci abbandoniamo a quella che Roland Barthes definisce “[…] con un nome illustre, antico e un po’ démodé, Sapienza. Nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza e quanto più sapore possibile”.
Il vino qui ritorna.

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Postilla PERSONALE
Se non bastassero i tantissimi testi e le altrettante testimonianze, ad accompagnare la lettura di questo prezioso volume si aggiungono manifesti d’epoca, carteggi, fotografie, etc.
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“Troppa importanza all’amore” Valeria Parrella

Valeria Parrella - Troppa importanza all'amoreTroppa importanza all’amore
Valeria Parrella
– Einaudi –
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Il treno partì puntualissimo dalla stazione, era ancora uno di quei treni che facevano rumore: si sentivano portelloni sbattere, e risate, bussare sui vetri, lo sbuffo dei freni, e il fischio del capotreno. Un treno vero, con i finestrini che si abbassano per stringersi le mani, o per poggiarci su il mento e vedere la città allontanarsi.
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La strada di insoddisfazione che si sarebbe portata dentro di me portava su una piazzola di sosta per gente senza fortuna, che aveva bisogno di far la pipì a troppi chilometri di distanza dalla meta.
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Si erano ammalati poco dopo essersi conosciuti, alle olimpiadi di Sidney. Perché di quello si trattava, di una lieve malattia dell’anima, che viveva in loro a tratti manifesta nel corpo e a tratti latendo: se lo erano detti tante volte, sperando di morirne o di guarirne, intanto soffrendo.
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Solo con Jude mi sono potuto permettere la ricchezza del silenzio perfetto: perché sapevo che non stavamo perdendo nulla. E questa cosa qui se non l’hai mai sentita, non la puoi capire.
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– Ma tu non ti senti mai in colpa Buddy?
– In colpa?
– Eh, in colpa.
– In colpa come quando sbaglio una manovra, dici?
– …
– In colpa cioè che è colpa mia, tua, che Brandon sta così?
– …
– No, – aveva detto sinceramente. Allora lei era scappata via in un’altra stanza a piangere. E io avevo capito che quel mio “no” la stava lasciando sola, e volevo far venire anche lei da questa parte, dove non ci si sente in colpa. Allora le ero andato dietro e l’avevo abbracciata come se la stessi incontrando per la prima volta dopo tanti mesi.
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Forse non era amore. Bisognava dirsi questo. Che era sesso, perché avevano entrambi bisogno di un corpo nuovo di cui fosse possibile anche fidarsi. E allora avevano condito quel sesso con tutto il romanticismo di cui erano capaci, ma no: non era amore perché non era disposto a sacrificare nulla sul suo altare, piuttosto a riempire un vuoto. Ma l’amore apre gli spazi, mica li riempie. Il cerchio non si sarebbe mai chiuso, non poteva perché era una relazione che non si costruiva e niente costruiva: procedeva solo, andava avanti. Lui diceva: – Ci prendiamo il meglio, – lei diceva: Ci perdiamo il meglio.
– Le lettere più o meno sono le stesse.
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… scoprivo che alla fine siamo tutti buoni a partecipare, ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo.

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Postilla PERSONALE
I migliori racconti della raccolta: “Il giorno dopo la festa”, “Behave” e “Troppa importanza all’amore”.
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“L’uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006″ Mark Strand

Mark Strand - L'uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006L’uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006
Mark Strand
– Mondadori –
(traduzione di Damiano Abeni)
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Ah, chissà! Stiamo già viaggiando più veloci di quanto la nostra
immobilità apparente possa sopportare, e se continua così
tu sarai anni luce lontana quando comincerò a parlare.

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L’UOMO SULL’ALBERO

Sedevo tra i rami freddi di un albero.
Ero senza vestiti, soffiava vento.
Tu eri lì sotto, con un cappotto pesante
il cappotto che hai adesso.

E quando l’apristi, scoprendoti il petto,
tarme bianche presero il volo, e ciò che dicesti
in quel momento cadde a terra in silenzio,
la terra ai tuoi piedi.

La neve scendeva dalle nuvole fin nelle mie orecchie.
Le tarme del tuo cappotto volarono nella neve.
E il vento, sotto le mie braccia, sotto il mento,
piangeva come un bambino.

Non saprò mai perché
le nostre vite volsero al peggio, e neanche tu.
Le nubi mi affondarono nelle braccia e le braccia
si sollevarono. Si sollevano ora.

Oscillo nell’aria bianca invernale
e lo strido dello stormo mi si stende sulla pelle.
Un campo di felci mi copre gli occhiali, li pulisco
per poterti vedere.

Mi giro e le foglie mutano coloro con me.
Le cose non sono solo se stesse in questa luce.
Tu chiudi gli occhi e il cappotto
ti cade dalle spalle,

l’albero si ritrae come una mano,
il vento si adatta al mio respiro, ma nulla è certo.
La poesia che mi ha rubato queste parole dalla bocca
potrebbe non essere questa poesia.

*

La sua ricerca era una forma di evasione:
più cercava di svelare
più c’era da nascondere
e meno capiva.

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TINTARELLA DI LUNA

L’azzurrognolo pallido
volto della casa
si alza su di me
come una parete di ghiaccio

e il remoto,
solitario
verso di un gufo
vola verso di me.

Socchiudo gli occhi.

Sull’umida
oscurità del giardino
fiori oscillano
avanti e indietro
come palloncini.

Gli alberi solenni,
ciascuno sepolto
in una nuvola di foglie,
paiono persi nel sonno.

È tardi.
Sdraiato sull’erba
a fumare,
mi sento a mio agio,
fingo che la fine
sarà così.

La luce della luna
mi cade sulla carne.
La brezza
è un bracciale al polso.

Vado alla deriva.
Rabbrividisco.
So che presto
arriverà il giorno
a lavare via la macchia
bianca della luna,

e che io camminerò
sotto il sole del mattino
invisibile
come chiunque altro.

*

Sarà sempre così.
Io me ne sto qui in piedi, con la paura
che tu scompaia,
con la paura che tu rimanga.
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IN VISIONE: Ex Machina, Mommy, Hungry hearts, Shaun Vita the sheep, Run all night

 

IN VISIONE
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Ex MachinaEx Machina
(U.S.A., U.K. – 2014)

di Alex Garland
con Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Alicia Vikander, Sonoya Mizuno

Postilla PERSONALE
Pochi effetti, tanta sostanza; fantascienza come piace a me, non solo per gli occhi
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MommyMommy
(Francia, Canada – 2014)

di Xavier Dolan
con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon

Postilla PERSONALE
Laurence Anyways non mi aveva convinto del tutto, questo invece decisamente sì.
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Hungry heartsHungry hearts
(Italia – 2014)

di Saverio Costanzo
con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Shaun the sheepShaun the sheep
(U.K., Francia – 2014)

di Mark Burton, Richard Starzack

Postilla PERSONALE
Carino.
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Run all nightRun all night
(U.S.A. – 2015)

di Jaume Collet-Serra
con Liam Neeson, Ed Harris, Joel Kinnaman, Vincent D’Onofrio, Genesis Rodriguez

Postilla PERSONALE
A metà tra la ‘boiata della settimana’ e ‘senza infamia e senza lode’ (nel suo genere).
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“I nuotatori” Joaquín Pérez Azaústre

Joaquín Pérez Azaústre - I nuotatoriI nuotatori
Joaquín Pérez Azaústre
– Codice Edizioni –
(traduzione di Paola Tomasinelli)
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Adesso tutto si concentra nel pennello intinto di schiuma che gli percorre il viso, che affonda nell’acqua caldissima, i pori della pelle aperti alla lama sottile del rasoio, senza sapersi spiegare cosa l’abbia portato ad aprire quel set da barba: gliel’avevano regalato i suoi genitori forse durante l’adolescenza, non l’ha mai usato fino ad ora perché utilizza rasoi usa e getta, ha sempre eluso la liturgia della linda rasatura quotidiana; e, proprio questa mattina, inspiegabilmente, se ne ricorda e lo prende dal fondo dell’armadietto del bagno, ancora intonso, e strappa la plastica trasparente e prende l’astuccio nero, apre la cerniera e impugna il pennello, sembra d’avorio o di madreperla, l’etichetta sostiene essere pelo di tasso, e si insapona, e analizza il proprio volto nello specchio confrontandolo con l’espressione profuga e dura di suo padre, com’è possibile anticipare la stanchezza futura sul viso segnato del padre? Come può essere il suo stesso volto tanto simile all’altro, allora giovane, quando lui non aveva più di quattro o cinque anni? I tratti così puliti sfumati dal vapore, le guance coperte di schiuma, il torso muscoloso sotto la canottiera bianca, come se suo padre fosse un peso massimo e lui un peso piuma, il sorriso sicuro nello specchio, in un bagno minuscolo in cui il rumore ciclico del mondo entrava soltanto attraverso la radio.
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“Non è che non mi sorprende. È che non siete mai stati troppo convenzionali. Almeno, così sembrava dal di fuori. Davate l’impressione di andare ognuno per la propria strada”.
“Ci piaceva così… Abbiamo solo cercato di essere felici”.
“Sì, ma questo non è vivere in coppia”.
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Probabilmente nessuno dei due si era mai sentito tanto realizzato in vita sua, tanto sicuro delle proprie possibilità, di quella proiezione sul presente che non colmava le loro aspirazioni, ma che assomigliava abbastanza alla promessa di quanto sarebbe potuto accadere.
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Si assopisce in uno stato prossimo alla veglia, in perenne tensione, come se fosse in attesa di un segnale telefonico, di un insolito scampanellio alla porta o di una qualsiasi chiamata di soccorso o d’emergenza, e non volesse abbandonarsi a un sonno troppo profondo, come se dovesse vegliare su tutti quelli che conosce, coloro che fanno parte della sua vita, e lui stesso avesse paura di scomparire.
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“Ricordarmi di” Yves Pagès

Yves Pagès - Ricordarmi diRicordarmi di
Yves Pagès
– L’Orma Editore –
(traduzione di Massimiliano Manganelli, Eusebio Trabucchi)
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Di non dimenticare che, secondo il grado di sofisticazione del taglio, alla mola o con il laser, i diamanti possono avere da otto a centosettantasei faccette, contrariamente alla pietra angolare della psiche umana, che il più delle volte si accontenta di essere bipolare.
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Di non dimenticare che, secondo la sua personale nomenclatura psicosomatica, mio padre classificava l’orgasmo tra i comportamenti riflessi involontari, alla stregua dello sbadiglio, della risata isterica, del pianto, dello starnuto, e che per quanto questa ipotesi mi facesse gelare il sangue, non potevo controbattere nulla perché la cosa era già stata dimostrata per la maggior parte dei mammiferi.
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Di non dimenticare che la prima volta che sono stato invitato da una biblioteca comunale in qualità di scrittore è stato in occasione di una tavola rotonda dedicata allo “sfoltimento” del fondo a rotazione lenta, cioè il miglior modo per liberare spazio sugli scaffali sbarazzandosi delle opere meno consultate, triste destino che toccò poi in sorte anche alla maggior parte dei libri che ebbi l’ardire e la compiacenza di aggiungere alla mia bibliografia personale.
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Di non dimenticare che, tra tutti i muscoli dell’anatomia umana, il più potente è quello denominato “piccolo zigomatico”, il quale regola la pressione delle mascelle sulle commessure labiali, permettendoci così di tritare la nostra sbobba quotidiana, di rimasticare la doppia articolazione delle parole, ma soprattutto, a bocca chiusa e guance vuote, di sorridere in tralice.
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Di non dimenticare che, nella massa degli iperattivi dell’auricolare e degli altri maniaci del telefono in dialogo con interlocutori ipotetici su una banchina della metropolitana, la panchina di un giardinetto o un passaggio pedonale, non sappiamo più distinguere i veri logorroici in stato di crisi acuta che vent’anni fa facevano voltare i passanti, dei quali ormai possiamo solo supporre che abbiano dovuto disertare la pubblica via o cambiare sintomo manifesto, rimuginando altrove la loro solitudine sovrappopolata.
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Di non dimenticare che, secondo recenti studi neurologici, un ottuagenario avrà passato in totale sei anni della propria esistenza a sognare, e che questa iperattività notturna, che insinua in ciascuno di essi svariati destini paralleli, è ben lontana dall’essere messa nel calcolo della pensione.
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Di non dimenticare che senza la facoltà dell’oblio non saremmo nient’altro che archivi della memoria, a tal punto saturi di onniscenza del passato che nelle nostre zone di immagazzinamento neuronale non resterebbe più alcuno spazio libero per pensare a vivere il seguito.
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IN VISIONE: Forza maggiore, Good kill, Il nome del figlio, Lettere di uno sconosciuto, Vivan las antipodas!

 

IN VISIONE
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Forza maggioreForza maggiore
(Francia, Danimarca, Germania – 2014)

di Ruben Östlund
con Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren, Vincent Wettergren, Kristofer Hivju

Postilla PERSONALE
Molto bello, non solo per la coppia protagonista e la tensione emotiva e relazione che li descrive, ma anche per tutto il contesto attorno.
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Good killGood kill
(U.S.A. – 2014)

di Andrew Niccol
con Ethan Hawke, January Jones, Zoë Kravitz, Jake Abel, Bruce Greenwood

Postilla PERSONALE
Non male, anche se certi tratti, come ad esempio un’insolita e quieta Las Vegas diurna, sarebbe stato meglio rafli risaltare maggiormente.
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Il nome del figlioIl nome del figlio
(Italia – 2015)

di Francesca Archibugi
con Alessandro Gassman, Micaela Ramazzotti, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Lettere di uno sconosciutoLettere di uno sconosciuto
(Cina – 2014)

di Zhang Yimou
con Gong Li, Dao Ming Chen, Huiwen Zhang, Guo Tao, Peiqi Liu

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Vivan las antipodas!Vivan las antipodas!
(Germania, Argentina, Paesi Bassi, Cile, Russia – 2011)

di Victor Kassakovsky

Postilla PERSONALE
Pretestuoso in alcuni punti (come l’inizio) e un po’ fastidioso in certi effetti visivi insistiti, nel complesso però ha un suo perché.
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“Questo buio feroce. Storia della mia morte” Harold Brodkey

Harold Brodkey - Questo buio feroce. Storia della mia morteQuesto buio feroce. Storia della mia morte
Harold Brodkey
– Fazi Editore –
(traduzione di Delfina Vezzoli)
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Attento soltanto al respiro, senza poter pensare ad altro, nel mio morire forse ero vivo in modo reale e completo, in modo umano, per la prima volta dopo dieci o quindici anni di duro lavoro.
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Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quella che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare – questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. Ma è il fondamento dell’America – questo guardare al futuro.
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Penso che la malinconia per la mia morte la assalga soprattutto quando siamo sdraiati vicini da basso, sui due divanetti del bovindo, o quassù, a letto, nel bovindo corrispondente al piano di sopra, e leggiamo fianco a fianco circondati dalle finestre. Quello che la intristisce è che l’elettricità fisica e la competizione, io che giravo le pagine a un ritmo più veloce e snobistico del suo, e gli scambi verbali che portavano a un gesto affettuoso, sono stati scambiati con una forma di pathos gentile, una debolezza straordinaria ma inutile. Questa inutilità porta a scoppi di felicità assolutamente straordinaria ma inattiva. Di fatto, è difficile spiegare quanto siano profondamente soddisfacenti e pacifici, quanto siano veramente monumentali e persino barocchi questi momenti di intimità domestica, quando sono gli ultimi e non fanno più parte di un dialogo coniugale che riguarda giorni e settimane, il futuro.
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Credo che alla fine, a ucciderci, sia il dolore per il mondo e per il fatto di non essere creduti. È vitale invece il riconoscimento della propria verità effettiva, la verità della propria vita.
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Ero vivo in un’immobilità quasi totale mentre mia moglie, i medici e le infermiere sembravano muoversi a una velocità spropositata: avevano una vita da vivere, loro.
Di punto in bianco, la mia percezione del tempo cambiò. Ero vivo, ma non era una vita vera e propria quella a cui ero tornato. Era interessante, ma arida. Ecco cosa mi aveva rivelato il mio destino: che nessuno si riprende da una batosta del genere, dalla consapevolezza di essere stato distrutto. Correvo ancora il rischio, e avrei continuato a correrlo, di morire da un momento all’altro. Tutta la mia forza era stata spazzata via. Per contro, percepivo un aumento di forza in tutto ciò che mi circondava o che aveva a che fare con me – la gravità planetaria, il respiro di Ellen, la fortuna dei nemici, il vuoto ipnotico della luce sulla parete della stanza d’ospedale.
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… la malattia ti guarda dagli angoli bui della stanza. Torni a essere una specie di bambino, che di nuovo ha paura del buio.
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La morte non parla delicatamente, non gironzola nelle vicinanze. È lì in corridoio. La debolezza non mi scivola addosso per poi scomparire, ma rimane. Ha un’aria stagnante. Dilaga in me, e la piena invade tutta l’anima.
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Essere malati in questo modo combina lo sgomento – questa volta morirò – con un dolore e un’angoscia del tutto sconosciuti, che mi fanno uscire di senno. È come andare al proprio funerale, come visitare la perdita nella sua forma più pura e più monumentale, questo buio feroce, che oltre a essere sconosciuto, è un buio in cui non puoi entrare come te stesso. Ormai appartieni interamente alla natura, al tempo: l’identità era un gioco. Non è crudele quel che succederà dopo, è semplicemente un modo di essere intrappolati. Il ricordo, così completo e nitido o così sfuggente, dev’essere interrotto, messo da parte, come se stessi lasciando una cappella, portando a termine una preghiera silenziosa. È la morte che scende giù al centro della terra, in quella gran chiesa sepolcrale che è la terra, e poi fino ai ricurvi confini dell’universo, allo stesso modo della luce.

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Postilla PERSONALE
Ironia e dolore, accettazione sgomento e ancora accettazione, sono i punti fermi di questo memoir di Harold Brodkey. Non solo la malattia (AIDS diagnosticata nel 1993) e lo spettro della morte imminente (sopraggiunta tre anni più tardi), ma anche e soprattutto il suo passato, i ricordi di tutto quello che lo ha portato ad essere quell’uomo ora spesso costretto in un letto, senza forze, e ancora l’amore, la gratitudine verso la moglie Ellen per averlo accettato.
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“Stop-Time” Frank Conroy

Frank Conroy - Stop-TimeStop-Time
Frank Conroy
– Fazi Editore –
(traduzione di Matteo Colombo)
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La mia fede nell’uniformità del tempo scivola via a poco a poco. Comincio a credere che il tempo cronologico sia un’illusione, e che a organizzare l’esistenza sia un qualche altro principio. I miei ricordi si accendono come spezzoni di pellicola privi di un nesso. Mi domanda, tutt’a un tratto, se sono vivo. So di non essere morto, ma questo significa che sono vivo? Frugo tra i ricordi in cerca di rassicurazione, di segni di vita. Trovo qualcuno che si muove. Sono io? Mi si stringe il petto.
Questo fluttuare mi provoca un tale disagio che accolgo quasi con gratitudine l’illusione di aver vissuto un’altra vita, ora lontanissima, e di essermene completamente scordato. Da qualche parte tra gli angoli e le crepe della memoria si annidano indizi.
*
In un piccolo distributore del Delaware gli insetti turbinavano intorno a una lampadina nuda appesa a un palo e una porta a zanzariera cigolava al vento sollevato dal traffico. Gli autotreni transitavano come navi, baluginando di luci, fendendo l’aria con i loro gas di scarico. Rombanti mostri da lunghe percorrenze facevano tremare la terra, ciascuno sollevando al proprio seguito una danzante coda d’aquilone di rifiuti dal bordo della strada.
[…]
Al primo distributore mi fermai a prendere una Coca e controllare la pressione delle ruote. I distributori mi piacevano. Potevi starci quanto volevi, e nessuno ci faceva caso. Seduto per terra in un angolo, con la schiena appoggiata al muro, sorseggiai piano la Coca-Cola, facendola durare.
È la spensieratezza dell’infanzia a dischiudere il mondo? Oggi nei distributori non succede più nulla. Ho sempre fretta di ripartire, di arrivare dove devo andare, e il distributore, come un grande sagomato di cartone o un set di Hollywood, non è che una facciata- Ma a tredici anni, seduto con la schiena contro il muro, era un luogo meraviglioso. L’odore squisito della benzina, le macchine che andavano e venivano, il compressore che potevi usare gratis, le voci percepite a malapena che risuonavano in sottofondo… tutte quelle cose fluttuavano musicalmente nell’aria, colmandomi di benessere. Nel giro di dieci minuti, la mia psiche era piena come i serbatoi delle automobili.
*
Se Jean fosse stato meno orgoglioso avrebbe potuto continuare a vivere in quel modo senza danneggiarsi, ma di fatto la sua rabbia aumentava di anno in anno. Un po’ di quella rabbia usciva, ma il grosso gli rimaneva dentro. Si costruì un labirinto interiore per mantenere la rabbia in movimento, per continuare a farla rimbalzare in testa, intrappolandone l’energia in un ciclo dinamico. Si trasformò in una specie di flipper delle emozioni.
*
Nonostante la confusione, al segnale siamo tutti pronti a scattare. I libri li abbiamo riposti. Ci siamo infilati le giacche. Ci riversiamo oltre la porta e nel corridoio con un sospiro collettivo. Corriamo verso le scale, zigzagando per dribblare i compagni più lenti. Il rumore è pazzesco. È sulle scale che ci scateniamo davvero. Dai piani inferiori salgono urla e strepiti. I pugni battono contro i pannelli metallici alle pareti producendo un tuono continuo. Giù, giù, giù, oltre i muri dipinti, svoltando come schiocchi di frusta a ogni pianerottolo, saltando gli scalini quando la via è libera, spingendo quelli davanti a noi, facendoci spingere da quelli dietro, tutti pazzi di libertà. Giù, giù. È tutto così facile, così leggero. Il flusso ci trascina sicuro oltre il terzo, il secondo, primo piano, e poi fuori nella calca immensa che dalla file di porte aperte defluisce in strada. Scorriamo sul marciapiede, attraverso le macchine in sosta e in mezzo alla strada. Al buio le facce si confondono. Fiammiferi brillano per accendere sigarette. Oltre l’angolo, il viale splende di neon. Quasi tutti abbiamo già dimenticato le cinque ore passate dentro la scuola, perché per quasi tutti la scuola è meno di niente. Ci allarghiamo come un liquido nel quartiere e scompariamo nelle metropolitane.
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Ridemmo tutti. Una risata vuota, breve, come se qualcuno ci avesse dato un colpetto sulla pancia. Una risata di shock.
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“Gesù Cristo, ma sei proprio Frank?”, disse con una voce grave che non conoscevo.
Abbassai lo sguardo. Nel profondo di me c’erano cancelli che si stavano chiudendo, uno dopo l’altro, a proteggere un’area vitale che non potevo permettermi di perdere tutta d’un colpo, sigillando il mio affetto in un’oscurità privata. Quando ebbero finito, alzai la testa e lo affrontai. “Be’”, dissi, indicando con un gesto la casa, “è uguale a come la ricordavo.” Tentai di mantenere un tono disinvolto come il suo.

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Postilla PERSONALE
Una storia d’infanzia, adolescenza e crescita.
Una storia di solitudine, libertà e ricerca.
La storia è una parziale autobiografia di Frank Conroy: scrittore, critico e direttore per quasi vent’anni del famoso workshop di scrittura presso l’università dello Iowa.
Un padre spesso ricoverato e ben presto scomparso, una madre evanescente e un patrigno volubile, nonostante tutto questo Frank riuscirà a costruirsi una sua stabilità, minacciata anche dai continui spostamenti sull’asse New York – Fort Lauderdale.
Un ottimo romanzo che parla di ricordi e un po’ insegna anche come si faccia a ricordare, che non si lascia prendere la mano da facili e scontati sentimentalismi, preferendo siano i fatti, i luoghi e le sensazioni ad essi legati a parlare prima di tutto il resto.
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