“Amori e disamori di Nathaniel P.” Adelle Waldman

Adelle Waldman - Amori e disamori di Nathaniel P.Amori e disamori di Nathaniel P.
Adelle Waldman
– Einaudi –
(traduzione di Vincenzo Latronico)
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Si alzò e si affacciò alla finestra. La strada era spoglia, gli alberi lungo i marciapiedi erano bassi e macilenti, il fogliame rado persino al culmine della primavera. Erano stati piantati qualche anno prima come parte di un piano di riqualificazione urbana, e avevano un’aria malinconica di fallimento, come se da allora solo qualche impiegato del Comune di fosse preso cura di loro.
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– Dico quasi sul serio, – fece. – Vorrei dire sul serio.
Nate si rese conto che stava realmente discutendo con Hannah – cioè, che non stava inscenando i meccanismi superficiali di una discussione mentre fra sé e sé catalogava i tic e i limiti della sua interlocutrice. In genere, con le ragazze, la sua intelligenza gli pareva un’appendice fastidiosa, incapace il più delle volte di fornirgli ciò di cui aveva bisogno – battute secche e ciniche; galanteria; elogi di certi romanzieri alla moda – e tuttavia pronta a rendersi insopportabile ricordandogli che si stava annoiando. Adesso, però, non si stava annoiando.
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Era poi tanto sbagliato? Perché le donne riescono sempre a fare una patologia del fatto che gli uomini non vogliono una ragazza? Ci sono interi siti web scritti da donne apparentemente intelligenti e “indipendenti” che non si fanno scrupoli a chiamare uomini del genere immaturi, nel migliore dei casi, e stronzi nel peggiore. Nate avrebbe voluto obiettare – se avesse avuto qualcuno a cui obiettarlo – che le donne cercano una storia perché a livello viscerale non stanno bene da sole. Non è che sono persone nobili e magnanime, preoccupate dal benessere della nazione o del futuro della specie. È che vanno in deliquio all’idea di cucinare assieme, al pensiero di un fidanzato amorevole che le sculaccia scherzosamente con un strofinaccio mentre tagliano verdurine e devono vino ascoltando la Npr (possibilmente in un appartamentino intestato a entrambi, d’epoca ma non la cucina rifatta). La loro prerogativa è questa. Ma che diritto avevano di demonizzare una preferenza diversa? Se per lui la cena perfetta era una pizza surgelata consumata al tavolo della cucina leggendo Un eroe del nostro tempo di Lermontov, chi poteva definirlo un ideale peggiore?
*
Ma quell’altro modo di parlare del sesso, quando si parla di cosa ti piace e cosa no – questa cosa del dare istruzioni, dire “toccami così”, “questo sì, questo no”, persino “più veloce”, “più forte” -, lo trovava e lo aveva sempre trovato straziante. La sola idea di imbarcarsi in una conversazione del genere lo faceva sentire osceno e bestiale e, peggio, per nulla sexy, come se il poco di attrazione che era in grado di suscitare derivasse solo dall’immagine studiatissima e ben curata che proiettava di sé.

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Postilla PERSONALE
Ho riletto un paio di volte la quarta di copertina e secondo me i motivi per cui il romanzo non funziona come lì viene descritto, o almeno lo fa solo in piccola parte, sono due punti di rottura mancati o non così marcati: il passaggio da “un’adolescenza di scatenate letture e altrettanto scatenate sessioni di autoerotismo” a “desiderabile trentenne sul mercato sentimentale della scena letteraria di New York” e l’incontro con Hannah, “anche lei aspirante scrittrice, una ragazza intelligente, autonoma, metterà Nate di fronte a una persona che non è disposta a lasciarsi incasellare”, ma che troppo presto invece appare non poi così differente dalle precedenti relazioni sentimentali del protagonista.
Peccato, perché per “una sottile riflessione sul potere e sulle strategie che adottiamo per conservarlo mantenendo la coscienza pulita” qua e là ci sono buoni inizi, persi poi però per strada, tra un “ristorantino di Brooklyn” e l’ennesimo gossip editoriale.
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IN VISIONE: Black hat, Going clear – Scientology and the prison of belief, Tre tocchi, A most violent year, Roaring currents

 

IN VISIONE
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Black hatBlack hat
(U.S.A. – 2015)

di Michael Mann
con Chris Hemsworth, Wei Tang, Viola Davis, Ritchie Coster, Holt McCallany

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Going clear – Scientology and the prison of beliefGoing clear – Scientology and the prison of belief
(U.S.A. – 2015)

di Alex Gibney

Postilla PERSONALE
Ottimo manifesto sui livelli raggiungibili dalla demenza umana.
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Tre tocchiTre tocchi
(Italia – 2014)

di Marco Risi
con Massimiliano Benvenuto, Leandro Amato, Emiliano Ragno, Vincenzo De Michele, Antonio Folletto, Gilles Rocca

Postilla PERSONALE
A tratti meglio del previsto, in altri tutto come previsto.
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A most violent yearA most violent year
(U.S.A. – 2014)

di J.C. Chandor
con Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Albert Brooks

Postilla PERSONALE
Alla lunga noiosetto.
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Roaring currentsRoaring currents
(Corea del Sud – 2014)

di Han-min Kim
con Choi Min-sik, Seung-Ryong Ryu, Jin-woong Jo, Myung-gon Kim, Ku Jin

Postilla PERSONALE
Ricco di spunti WTF, ma si è lasciato guardare fino alle fine lo stesso.
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“Nel nido del cuore” Ángel González

Ángel González - Nel nido del cuoreNel nido del cuore
Ángel González
– Edizioni Polistampa –
(traduzione di Francesco Luti)
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ELEGIA PURA

Qui non accade niente,
salvo il tempo:
irripetibile
musica che risuona,
ormai estinta,
in un cuore vuoto, abbandonato,
che qualcuno prende per un momento,
ascolta
e butta.

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OGGI

Oggi tutto mi conduce al suo contrario:
l’odore della rosa mi seppellisce nelle sue radici,
il destarsi mi spinge a un sonno diverso,
esisto, poi muoio.

Tutto accade ora in un ordine preciso:
gli scorpioni mangiano nelle mie mani,
i colombi mi mordono le interiora,
i venti più gelidi m’infiammano le guance.

Oggi è così la mia vita.
Mi alimento con la fame.
Odio chi amo.

Quando dormo, un sole appena nato
mi tinge di giallo le palpebre da dentro.

Sotto la sua luce, per mano,
tu e io retrocediamo ripercorrendo i giorni
fino a quando finalmente riusciamo a perderci nel niente.

*

RESTA CALMO

Rimanda a domani
ciò che avresti potuto fare oggi
(e hai cominciato ieri senza sapere come).

Che domani sia sempre domani;

che la pigrizia lasci incompiuto
ciò che è destinato a essere transitorio;
che il tempo non intervenga,
e non abbia materia per irritarsi.

Evita che domani ti distrugga
tutto ciò che tu stesso
potresti non aver fatto ieri.

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“Nel mondo a venire” Ben Lerner

Ben Lerner - Nel mondo a venireNel mondo a venire
Ben Lerner
– Sellerio Editore –
(traduzione di Martina Testa)
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Forse tirò fuori l’argomento al museo e non mentre prendevamo un caffè o qualcosa del genere perché nelle gallerie così come durante le passeggiate i nostri sguardi erano paralleli, puntati sulle tele di fronte a noi e non uno verso l’altro, condizione tipica dei nostri scambi più intimi; eravamo soliti elaborare i nostri punti di vista mentre costruivamo insieme, letteralmente la vista che avevamo davanti. Non evitavamo di guardarci negli occhi, e io anzi ammiravo quella parvenza di cielo nuvoloso che c’era nei suoi, epitelio scuro e stroma chiaro, ma quando capitava tendevamo a smettere di parlare. Il che significava che pranzavamo in silenzio o chiacchierando del più e del meno, e solo passeggiando poi verso casa apprendevo che a sua madre era stato diagnosticato un tumore in fase avanzata. Può darsi che ci abbiate visti camminare su Atlantic Avenue, il suo viso un fiume di lacrime, il mio braccio intorno alle sue spalle, ma i nostri sguardi puntati dritti in avanti; o forse mi avete visto durante uno dei miei sempre più frequenti episodi di pianto, con lei che mi confortava allo stesso modo mentre attraversavamo il ponte di Brooklyn, non tanto una coppia di innamorati quanto di gemelli siamesi.
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Uscendo dalla metropolitana scoprii che era calata definitivamente la sera, e l’aria era eccitata da una sorta di presagio e da qualcos’altro, qualcosa di simile alla sensazione che ci dava un giorno di neve da bambini, quando il tempo veniva emancipato dalle istituzioni, quando la neve sembrava una tecnologia per sconfiggere il tempo, o proprio una massa di tempo sconfitto che cadeva dal cielo, ogni particella scintillante di ghiaccio un istante strappato alla routine quotidiana che ci veniva restituito in dono.
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Rimasi quasi allarmato da quella che percepii come una completa dissimulazione da parte di Alena, mi sembrò quasi che volesse farmi passare per matto, come se il nostro rende-vous sul pavimento di quella casa non fosse mai avvenuto. Io ero lì, ancora accaldato per il coito, coi sensi che vibravano all’unisono con la città intera, e non desideravo altro che possederla ed esserne posseduto di nuovo, mentre lei mi guardava con un distacco così totale che mi parve di essere io l’ex geloso che voleva evitare, un borghese bacchettone incapace di concepire l’eros se non tramite il lessico della proprietà. Forse si era staccata da me solo per potermi rincontrare con freddezza, rivendicando la sua capacità di creare distanze insuperabili, nonostante la vicinanza fisica. Da un lato mi sentivo crescere dentro una rabbia gelosa, il desiderio che mi desiderasse, l’unico desiderio che, mi aveva detto Alex durante un litigio, fossi davvero in grado di provare a lungo. Dall’altro lato, ammiravo sinceramente la facilità con cui sembrava capace di prendermi o lasciarmi, di prendermi e lasciarmi al tempo stesso, la trovavo eccitante, perfino esaltante, come se l’energia che avevamo generato fosse ora libera di circolare in modo più diffuso, dando un po’ di carica a tutto quanto: corpi, lampioni, opere in tecnica mista.
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… uno dei motivi per cui amavo la poesia era che la differenza fra realtà e finzione non valeva, che la corrispondenza fra il testo e il mondo era meno importante dell’intensità dei versi stessi, delle possibilità emotive che si aprivano nel tempo presente della lettura.
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Mi chiesero di alzarmi in piedi e si misero a calcolarmi la lunghezza delle braccia, la curvatura del petto e della spina dorsale e l’arco dei piedi, a eseguire così tante misurazioni secondo un programma nosologico a me ignoto che sembrava che gli arti mi si fossero moltiplicati. Il fatto che le tre esaminatrici fossero più giovani di me costituiva un disgraziato spartiacque oltre il quale la scienza medica non poteva più rapportarsi al mio corpo con paterna benevolenza, perché quelle dottoresse avrebbero ormai visto nel mio organismo patologizzato il loro futuro declino e non la loro immaturità di un tempo. Eppure, in quella stanza arredata per bambini, mi ritrovai ridotto allo stato infantile da tre donne di improbabile avvenenza fra i venticinque e i trent’anni, mentre dalla distanza più che letterale della sua sedia Alex assisteva alla procedura con aria comprensiva.
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… niente al mondo, pensai fra me e me, era così vecchio quanto ciò che era futuristico nel passato.

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Postilla PERSONALE
“Nel mondo a venire” è un gioco di specchi continuo; la storia di uno scrittore, alter ego dello scrittore, alla prese con il secondo libro (quello che abbiamo in mano, ma anche un altro), dopo un esordio fortunato e un racconto preparatorio che gli sono valsi un cospicuo anticipo.
Intorno tanti altri piccoli eventi: la migliore amica che sente l’orologio biologico ticchettare gli ultimi battiti, una patologia diagnosticata, un piccolo bambino latino-americano a cui badare, una residenza a Marfa, inaugurazioni di mostre e galleria d’arte, tifoni che si abbattono su New York, etc.
A collegare tutto questo materiale la grande macchina del tempo, lungo il cui percorso si fa avanti e indietro nelle pagine del libro, aumentando così la sensazione di insicurezza su cosa effettivamente stia accadendo o sia accaduto, l’incertezza se l’esperienza che il protagonista stia raccontando sia reale o meno.
Ben Lerner, preciso nella scrittura e abile nella scelta dei momenti da includere nella narrazione, ha uno stile ironico senza essere distaccato, analitico ma mai pesante, riuscendo così ad uscire facilmente dalla classica gabbia “scrittori che parlano di scrittori alla prese con la scrittura” e andando oltre, molto oltre (anche e soprattutto rispetto a “Un uomo di passaggio”, il suo vero esordio).

P.S. Non è semplice, in così poco spazio, rendere l’idea di quanto e cosa ci sia dentro questo libro, segnalo quindi anche questo bel pezzo di Fabrizio Spinelli su minima & moralia.
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“End zone” Don DeLillo

Don DeLillo - End zoneEnd zone
Don DeLillo
– Einaudi –
(traduzione di Federica Aceto)
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Ma per raggiungere un posto qualsiasi, il giocatore di football segue sempre la via più dritta possibile. I suoi pensieri sono improntati a una sana ovvietà, le sue azioni non sono gravate dalla storia, dall’enigma, dall’olocausto o dal sogno.
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È difficile essere belle. Si hanno degli obblighi nei confronti della gente. Si diventa quasi una proprietà pubblica. Si prede il senso di se stessi e la sanità mentale per colpa della natura pubblica della propria bellezza.
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– Ho avuto un flash: finalmente ho capito cos’hai tu di veramente strano, – dissi. – Non trasmetti nessuna sensazione di futuro personale.
– Sono una persona dell’adesso, Gary.
– Meno male, perché io invece sono una persona del prima.
– Lo so, – disse lei. – È per questo che mi piaci. Ho bisogno di un po’ di prospettiva nella vita.
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Si può dire che oggi la guerra sia una prova per tecnologie contrapposte. Possiamo dirlo oggi più che mai appunto perché non è mai stato così vero. Dimmi un po’, che cosa farebbero i nostri vignettisti se volessero fare la satira dei cinesi, se stessimo attraversando un periodo di tensione con i cinesi e i vignettisti dei giornali volessero risvegliare un po’ di patriottismo? Disegnerebbero occhi a mandorla e codini, come negli anni Quaranta facevano i dentoni per raffigurare i giapponesi? No, No, non prenderebbero in giro la gente in questo modo. La loro satira sarebbe rivolta ai macchinari dei cinesi, al loro potenziale nucleare, alle loro armi. Disegnerebbero fuochi d’artificio e aquiloni. La guerra è sempre servita a far capire agli uomini di cosa fossero capaci in situazioni di estrema difficoltà. Al giorno d’oggi questo genere di consapevolezza riguarda i macchinari. È il miglior modo per testare il potenziale tecnologico di una nazione.
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Nutriva ambizioni su di me e più o meno anche a mie spese. Questa è una costante degli uomini che non sono riusciti a diventare eroi: i loro figli devono dimostrare che il seme non si è indebolito.
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La mattina dopo Creed ci fece schierare al completo e ci diede la carica con un discorsetto che riassumeva tutto quello che sapevamo o che dovevamo sapere.
– È solo un gioco, – disse, – ma è il solo gioco che ci sia.
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IN VISIONE: Wild, La foresta di ghiaccio, Exodus, The good lie, Clown

 

IN VISIONE
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WildWild
(U.S.A. – 2014)

di Jean-Marc Vallée
con Reese Witherspoon, Laura Dern, Thomas Sadoski, Michiel Huisman, Gaby Hoffmann

Postilla PERSONALE
Mah…
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La foresta di ghiaccioLa foresta di ghiaccio
(Italia – 2013)

di Claudio Noce
con Emir Kusturica, Ksenia Rappoport, Domenico Diele, Adriano Giannini, Giovanni Vettorazzo

Postilla PERSONALE
Non male.
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ExodusExodus
(U.K., U.S.A., Spagna – 2014)

di Ridley Scott
con Christian Bale, Joel Edgerton, John Turturro, Aaron Paul, Ben Mendelsohn, Sigourney Weaver, Ben Kingsley

Postilla PERSONALE
Gran dormita.
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The good lieThe good lie
(U.S.A. – 2014)

di Philippe Falardeau
con Arnold Oceng, Ger Duany, Emmanuel Jal, Reese Witherspoon, Kuoth Wiel, Corey Stoll

Postilla PERSONALE
Buon film.
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ClownClown
(U.S.A. – 2014)

di Jon Watts
con Andy Powers, Laura Allen, Peter Stormare, Christian Di Stefano

Postilla PERSONALE
La boiata della settimana.
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“Singolare in forma di plurale” Adonis

Adonis - Singolare in forma di pluraleSingolare in forma di plurale
Adonis
– Guanda –
(traduzione di Fawzi Al Delmi)
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In nome del mio corpo morto-vivo vivo-morto,
il mio corpo informe,
il mio corpo con tante forme quanti pori
e io non sono io
tu non sei tu,
correggiamo la nostra pronuncia e il nostro linguaggio,
inventiamo parole a misura della lingua e delle labbra,
del palato
e della gola,
i nostri corpi entrano in una nebbia di sterpi e nozze,
crollano,
si ricostruiscono
nell’abisso
di una cerimonia
informe
lentamente, rapidamente
verso ciò che abbiamo chiamato vita
ed era il preludio della morte.

In nome del mio corpo morto-vivo vivo-morto,
si è levato il cipresso tra il nome e il volto,
la lingua è tornata alla sua prima dimora,
l’amore era tomba, vi sono entrato, ne sono uscito,
la tomba era festa per il riposo delle arterie,
sono morte la grammatica e la declinazione,
ficcate tra le mani della prima e dell’ultima poesia che ho scritto,
la folla ha cominciato a giudicare e dirimere,
assolvere e condannare,
perché venga la notte
fa’ evadere il giorno dal giorno,
perché venga il giorno
fa’ evadere la notte dalla notte,
perché la terra possa conservare il ricordo dell’erba
si copre di paglia.

In nome del mio corpo vivo-morto morto-vivo
il corpo separa il mio corpo dal mio corpo
perché un organo imprigioni l’altro,
una cellula combatta l’altra cellula,
perché coltivi il mio sangue e lo mieta
il corpo sia il mio corpo
contro il mio corpo.

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Il corpo ricorda l’amore dimentica,
nell’amore andiamo nel corpo veniamo,
nell’amore ci illudiamo nel corpo ci confondiamo,
l’amore – questa farsa cosmica,
è perché l’eternità rimanga incrinata,
è perché noi sussurriamo il dubbio.
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“Il grande cielo” A.B. Guthrie

A.B. Guthrie - Il grande cieloIl grande cielo
A.B. Guthrie
– Mattioli 1885 –
(traduzione di Nicola Manuppelli)
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Notò che stava acquistando lo sguardo di un uomo di frontiera, quello sguardo che parlava di distanza, difficoltà, intemperie e una fame che non era quello dello stomaco.
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… agitava le braccia, parlando della libertà come di qualcosa che potevi tenere in mano.
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“Dicono che un mulo ti porta sempre a destinazione,” disse, frustando sulla groppa delle due bestie, “ma chi lo fa davvero è il tempo, che tu lo voglia o meno.”
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La primavera era un dolore buono del corpo. Ti faceva ridere più facilmente, e anche piangere, se non sapevi trattenerti. In una notte mite, ti potevi sedere sotto il cielo a guardare le stelle o la luna e ascoltare l’acqua che scorreva, e sentire qualcosa che premeva dentro di te, un desiderio di cose ancora prive di un contorno – di una donna, forse, che era tutto quello che ti poteva venire in mente, e anche di qualcosa di più di quella serenità che sembrava non arrivare mai, salvo poi guardarti alle spalle e vedere che ci eri passato a fianco, senza averla mai riconosciuta. E allora ti ricordavi dei vecchi tempi e degli amici con cui avevi viaggiato e da cui ti eri separato, senza sapere che un giorno quei tempi e quegli amici sarebbero diventati qualcosa di doloroso dentro di te; e ti veniva da piangere.
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A Summers piaceva la compagnia, certo, e gli piaceva bere e scherzare come a chiunque, ma in modo tranquillo, come se nulla di ciò che accadeva oggi fosse importante quanto quello che era successo prima. Forse era una questione di età; un uomo era fortunato se non diventava così vecchio da dover ammettere che il meglio di ciò che gli doveva accadere era già successo.
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Invecchiando, si cominciava a sentire le cose in modo diverso. Gli piacevano ancora i rendezvous e vedere le colline e percorrere i fiumi e tutto il resto, ma la metà del piacere era nel ricordare. Un luogo che non era più soltanto un posto qualsiasi, dopo che ci eri stato una volta. Si aggiungevano il tempo che ci avevi passato, le cose che avevi pensato, le persone con cui ti eri divertito, avevi bevuto o ti eri azzuffato, per cui quando ci tornavi chiedevi sempre che cosa fosse successo a questo o a quello o se qualcuno si ricordasse di un determinato episodio. In quel posto erano rimasti impigliati il tuo vecchio io e i sentimenti di un tempo. Un fiume non era più lo stesso dopo che ti eri accampato accanto. Un albero rivisto non era più lo stesso, anche se ci avevi pisciato contro una sola volta. C’era un tempo iniziale e il posto in sé, e dopo c’erano lo stesso luogo e l’uomo che eri stato tutti mescolati assieme, uno con l’altro.
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Il tempo era una cosa strana: ti scivolava addosso come acqua, senza fare rumore, leggero e impercettibile, ma si portava via una parte di te a ogni goccia: un po’ della rapidità dei muscoli, un po’ dell’acutezza degli occhi, un po’ di giovinezza, finché a poco a poco scoprivi che si era preso il meglio di te quasi a tua insaputa. E a quel punto volevi combatterlo, trattenerlo, afferrare ciò che ti era stato portato via.

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Postilla PERSONALE
“Il grande cielo” è un romanzo western, impossibile affermare il contrario, ma anche parecchio atipico nel suo genere (che non amo particolarmente), spingendosi molto oltre quella frontiera inseguita con coraggio e testardaggine dai suoi protagonisti.
Una storia d’avventura certo, che non si limita però solo alle vicende di cacciatori, indiani e coloni. Il tempo e come il suo passare cambi le persone e i luoghi, prima di tutto, o ancora la ricerca di una propria dimensione nel mondo (o libertà che la si voglia chiamare), il romanzo spazia su vari e più fronti.
A.B. Guthrie riesce molto bene in entrambe le due anime del libro: una più fisica e descrittiva, tipicamente di genere, l’altra invece quasi filosofica, introspettiva, caratterizzando così in modo più completo i personaggi.
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“Uno scrittore deve intrattenere, anche quando i suoi manoscritti giacciono su qualche scaffale a marcire, inediti. Oltre a questo, deve cercare di gettare un raggio di luce sull’esperienza e sulla condizione umana. Questa è la morale dello scrittore: intrattenimento e illuminazione, sostenuti dall’alto proposito di scrivere al proprio meglio.” – A.B. Guthrie
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I dialoghi e le riflessioni di questi uomini di frontiera appartengono alla letteratura universale, non a quella di genere: è facile immaginarseli trasposti in altre situazioni, la seconda guerra mondiale o il Vietnam, le strade dell’America anni sessanta, oppure emarginati alla periferia di grosse metropoli moderne.
Guthrie è stato, prima di tutto, un maestro nella costruzione dei personaggi. “Sono loro a fare la storia, lunga o breve che sia. Sono l’elemento indispensabile. Senza i personaggi non c’è niente. Devono essere vivi, attuali, delineati, essenziali negli umori e nei movimenti. Ogni storia è la storia di un uomo o una donna o di un piccolo gruppo di persone.” Per costruire queste figure, leggendarie ma anche contraddittorie, Guthrie sapeva che uno degli elementi chiave era la voce. – dalla postfazione di Nicola Manuppelli
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IN VISIONE: Vizio di forma, ’71, Anime nere, Ogni maledetto Natale, Trash

 

IN VISIONE
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Vizio di formaVizio di forma
(U.S.A. – 2014)

di Paul Thomas Anderson
con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro, Owen Wilson, Reese Witherspoon

Postilla PERSONALE
Nonostante alcuni attacchi di vera e propria noia, ad Anderson, Pynchon e Sportello non si può dire di no.
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'71’71
(U.K. – 2014)

di Yann Demange
con Jack O’Connell, Paul Anderson, Richard Dormer, Sean Harris, Martin McCann, Charlie Murphy, Sam Reid, David Wilmot

Postilla PERSONALE
Un po’ di azione, un po’ di analisi socio-politica, nel complesso un buon film.
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Anime nereAnime nere
(Italia, Francia – 2014)

di Francesco Munzi
con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo

Postilla PERSONALE
Concede poco allo spettatore ed è una mossa azzeccata.
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Ogni maledetto NataleOgni maledetto Natale
(Italia – 2014)

di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
con Alessandro Cattelan, Marco Giallini, Corrado Guzzanti, Alessandra Mastronardi, Valerio Mastandrea, Laura Morante, Francesco Pannofino, Caterina Guzzanti, Andrea Sartoretti, Stefano Fresi

Postilla PERSONALE
Purtroppo un grosso No.
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TrashTrash
(Italia – 2014)

di Stephen Daldry
con Rickson Tevez, Eduardo Luis, Gabrielle Weinstein, Martin Sheen, Rooney Mara, Wagner Moura, Selton Mello

Postilla PERSONALE
La boiata della settimana.
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“Gli anni al contrario” Nadia Terranova

Nadia Terranova - Gli anni al contrarioGli anni al contrario
Nadia Terranova
– Einaudi –
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… i grandi, in fondo, non sono che bambini sopravvissuti.
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… quando parlavano di politica erano noiose come un telegiornale lasciato acceso all’ora di pranzo.
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In Africa, vicino alle tende dov’erano accampati, se ne stava in fila con gli altri quando il suo superiore lo aveva chiamato brandendo un telegramma: “Silini!” Lui aveva fatto un passo avanti e quello nemmeno l’aveva guardato in faccia: “Ti mandano a dire che tuo padre è morto”. Un passo indietro e poi a mangiare, senza una parola di commento. Il fascistissimo lo raccontava con orgoglio, per aver superato da uomo la sua prima prova, ma lo raccontava troppo spesso, come se non volesse far chiudere quella frattura.
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Anche Aurora aveva voglia di scappare: dopo la morte di Rosa i fratelli avevano preso a scartavetrarsi addosso il dolore, odiandosi l’un l’altro per essere sopravvissuti.
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In fondo, bastava far finta di niente. Si specializzarono in silenzi opportuni, divennero complici e conniventi.
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Si sottraeva più alle aspettative che alle regole.
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“Hitch 22″ Christopher Hitchens

Christopher Hitchens - Hitch 22Hitch 22
Christopher Hitchens
– Einaudi –
(traduzione di Mario Marchetti)
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Non potei far sembrare questo incontro sporco, mentre c’erano ragazzi più progrediti di me che riuscivano perfino a rendere ambigua la parola “pulito”.
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… ogni giorno rappresenta l’ulteriore erosione di un sempre meno.
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Mi addolora dire quest’ultima cosa, ma la verità è che posso ricordare tante passeggiate in campagna e anche un’epica partita a golf con mio padre, e molte piacevoli ore di divertimento con mio fratello Peter e altri bei momenti con mia madre, più numerosi di quanti ne possa raccontare qui. Ma come molte famiglie non siamo mai riusciti a vivere come “unità”. Era meglio se c’erano ospiti o altri parenti, o almeno un animale domestico su cui potessimo tutti riversare la nostra attenzione.
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Una lezione di vita: se siete in dubbio vi invito caldamente a inviare lettere di condoglianze; nel peggiore dei casi saranno apprezzate e nel migliore potrebbero persino riuscire nella loro apparentemente vana aspirazione di alleviare il peso del lutto.
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Gli innamorati spesso attribuiscono al primo incontro un significato retrospettivo, nel tentativo di evocare qualcosa di magico da ciò che non è che la pervicace testimonianza dell’ordinarietà quotidiana.
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Può essere un bene cominciare con un naufragio. I tuoi autori ideali dovrebbero salvarti dallo sfascio della tua esistenza precedente, e non guidarti sorridenti in un porto confortevole e tranquillo.
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Da quel momento in poi, sarebbe bastato essere membro di un sesso o di un genere, o di una sfumatura della pelle, o anche di una “presenza” erotica, per qualificarsi come un rivoluzionario. Per iniziare un discorso o fare una domanda dal pubblico, a mo’ di introduzione sarebbero d’ora in poi bastate le parole: “Parlando come…” Poi avrebbe potuto seguire qualsiasi narcisistica descrizione. Lo devo dire soprattutto per la vecchia e “dura” sinistra: noi guadagnammo il nostro diritto di parola e di intervento soprattutto grazie all’esperienza, al sacrificio e al lavoro. Nessuno di noi si sarebbe mai alzato per dire che la nostra sessualità o pigmentazione o un nostro handicap erano di per se stessi titoli di merito. Ci sono molti modi di datare il momento in cui la sinistra perse o – come preferisco dire, rinunciò al suo vantaggio morale, ma questa era la prima volta che dovevo assistere a una svendita così a buon mercato.
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Provai la stessa terribile sensazione interiore che si doveva poi sempre ripetere alle corride, alle esecuzioni capitali, nelle scene di guerra, di volere che la cosa si fermasse, e nello stesso tempo, desiderare che andasse avanti, di voler allontanare lo sguardo e, nello stesso tempo, avere bisogno di vedere più da vicino.
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Essere un non credente non significa semplicemente essere “di mente aperta”. È, piuttosto, una decisiva ammissione di incertezza che è dialetticamente connessa con il ripudio del principio totalitario, nel pensiero come in politica.
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Come tutti vorremmo che la nostra morte avesse un pizzico di significato.
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“La tregua” Mario Benedetti

Mario Benedetti - La treguaLa tregua
Mario Benedetti
– Nottetempo –
(traduzione di Francesco Saba Sardi)
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Niente da fare. L’incontro con Vignale mi ha lasciato un’ossessione: ricordarmi di Isabel. Non è che io voglia ritrovarne l’immagine attraverso gli aneddoti famigliari, qualche somiglianza in Esteban o on Blanca. So tutto di lei, ma non voglio conoscerlo di seconda mano senza rievocarlo direttamente, vederlo in ogni minimo dettaglio, davanti a me, come adesso vedo il mio viso nello specchio. E non ce la faccio. So che aveva gli occhi verdi, ma non riesco a sentire il suo sguardo nel mio.
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Avere la coscienza in pace è una specie di egoismo, di attaccamento alla comodità, al benessere spirituale.
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A dire il vero, non so se credo in Dio. A volte mi dico che, se Dio esistesse, questo dubbio non dovrebbe ferirlo. In effetti, gli elementi che lui (o Lui?) stesso ci ha fornito (raziocinio, sensibilità, intuizione) non bastano affatto a garantirci né la sua esistenza né la sua non esistenza. Indotto da un presentimento, posso credere in Dio ed essere nel vero, o non credere in Dio ed essere altrettanto nel vero. E allora? Può darsi che Dio abbia una faccia da croupier e che io sia semplicemente un povero diavolo che punta sul rosso quando esce il nero e viceversa.
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Tuttavia, che ancora io mi senta ingenuo e immaturo (ovvero, con tutti i difetti della gioventù, ma con nessuna delle sue qualità) non vuol dire che abbia il diritto di esibire quest’ingenuità e immaturità.
*
Certo è che, al punto in cui sono, comincio a trovare insopportabili gli appuntamenti clandestini, gli incontri in camere ammobiliate. C’è sempre un’atmosfera viziata e una sensazione di frettolosità, di urgenza, che corrompe qualsiasi genere di dialogo che potrei instaurare con qualsiasi genere di donna. Fino al momento di andare a letto con lei, chiunque essa sia, ciò che conta è andarci a letto; dopo aver fatto l’amore, l’importante è andarsene, tornare ciascuno al proprio letto, ignorarsi per sempre. Dopo tanti anni di questo gioco, non ricordo una sola conversazione confortante, una sola frase commovente (mia o sua), di quelle destinate a ripresentarsi in seguito, in chissà quale momento d’incertezza, per mettere fine a un’indecisione, per indurci a un atteggiamento che richieda una dose minima di coraggio.
*
È questo il mistero: prima di cominciare a dimenticare, bisogna ricordare, bisogna cominciare a ricordare.
*
È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All’inizio, mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente preso nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro.

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Postilla PERSONALE
Martìn Santomé è un impiegato contabile, un anno alla pensione, padre di tre figli ormai cresciuti con i quali convive e vedovo da tanto, troppo tempo.
Il romanzo di Mario Benedetti ha forma diaristica, consegnandoci le pagine di un anno di vita di questo signore quarantanovenne posato e molto lucido, consapevole. Una vita che non verrà stravolta, ma come da titolo avrà la sua tregua, all’arrivo nell’ufficio dove lavora della giovane signorina Avellaneda, della quale si innamorerà, cominciando poi una relazione amorosa.
Piccoli, ma importanti movimenti, particolari che colpiscono nella loro semplicità e riflessioni senza la verità in tasca.
Stando ben lontano da facili pietismi e sentimentalismi, Benedetti riesce a descrivere la condizione di un uomo che non ha smesso di domandarsi e ha deciso di non lasciare troppo spazio al rimpianto, continuando a vivere pronto ad accogliere la passione e la felicità che il buon Dio ancora una volta gli ha concesso.
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IN VISIONE: Clouds of Sils Maria, Love is strange, Get on up, Kill the messenger, Buoni a nulla

 

IN VISIONE
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Clouds of Sils MariaClouds of Sils Maria
(Francia – 2014)

di Olivier Assayas
con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz

Postilla PERSONALE
Qualche piccolo calo forse, ma nel complesso regge più che bene, centra obiettivo e atmosfere (ed è già il secondo film che mi fa rivalutare Kristen Stewart).
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Love is strangeLove is strange
(U.S.A. – 2014)

di Ira Sachs
con John Lithgow, Alfred Molina, Marisa Tomei, Darren E. Burrows, Charlie Tahan

Postilla PERSONALE
Nonostante i temi, un film leggero e ben pensato.
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Get on upGet on up
(U.S.A. – 2014)

di Tate Taylor
con Chadwick Boseman, Nelsan Ellis, Dan Aykroyd, Viola Davis

Postilla PERSONALE
James Brown e la sua storia avrebbero meritato di meglio.
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Kill the messengerKill the messenger
(U.S.A. – 2014)

di Michael Cuesta
con Jeremy Renner, Paz Vega, Andy Garcia, Michael Sheen, Mary Elizabeth Winstead

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Buoni a nullaBuoni a nulla
(Italia – 2014)

di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano, Gianfelice Imparato, Marco Messeri, Camilla Filippi, Anna Bonaiuto

Postilla PERSONALE
Se “Pranzo di ferragosto” era stato un piccolo e bel film, qui è rimasto solo il piccolo.
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“La vita degli oggetti” Adam Zagajewski

Adam Zagajewski - La vita degli oggettiLa vita degli oggetti
Adam Zagajewski
– Adelphi –
(traduzione di Krystyna Jaworska)
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LETTERA DA UN LETTORE

Troppo sulla morte,
sulle ombre.
Scrivi della vita,
di una giornata normale,
del desiderio di armonia.

Il campanello della scuola
può essere modello
di moderazione,
persino di erudizione.

Troppo sulla morte,
un eccesso
di nero incanto.

Guarda,
popoli ammassati
in stadi stretti
cantano inni d’odio.

C’è troppa musica,
troppo poca concordia, pace,
saggezza.

Scrivi degli attimi in cui le passerelle dell’amicizia
paiono più durature
della disperazione.

Scrivi dell’amore,
delle lunghe serate,
delle albe
degli alberi
dell’infinita pazienza
della luce.

*

L’ATTIMO

Un attimo di chiarezza dura così poco.
L’oscurità resta più a lungo. Vi sono
Più oceani che terraferma. Più
Ombra che forma.

*

LA SEPARAZIONE

Quasi con invidia leggo le opere dei miei contemporanei
su divorzi, addii, il dolore delle separazioni;
sofferenza, nuovi inizi, piccole morti;
lettere lette e bruciate, bruciare e leggere, fuoco e cultura,
ira e disperazione – magnifica materia per una poesia riuscita;
un duro giudizio, a volte una risata sarcastica di superiorità morale,
e insieme definitivo trionfo della continuità individuale.

E noi? Non ci saranno elegie, né sonetti sulla separazione,
non ci dividerà lo schermo dei versi,
non si porrà fra noi una metafora riuscita,
l’unica separazione che ora ci minaccia è il sonno,
il profondo antro del sonno la cui soglia varchiamo separati,
– e devo sempre ricordare che la tua mano,
stretta nella mia, è fatta di sogni.

*

CIÒ CHE

Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere pietra
o àncora.

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“L’invenzione della madre” Marco Peano

Marco Peano - L'invenzione della madreL’invenzione della madre
Marco Peano
– minimumfax –
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Lungo quelle strade male asfaltate si aggirano personaggi che ruminano, mansueti come le bestie che allevano. E altre che aggrediscono, schiumosi di rabbia come i cani da difesa che mettono nei loro cortili.
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Il nucleo famigliare formato da padre madre e figlio ha resistito a tutti quegli affondi tanto da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che li tiene uniti, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni.
*
Il termine palliativo deriva dal sostantivo pallium, cioè mantello, cappa. L’aggettivo, nella terminologia medica, vuole suggerire il senso di qualcosa che avvolge, copre, protegge. Ma ciò che avvolge può anche soffocare.
*
Mattia si sente quietamente disperato: sono cambiate le sue priorità, ma le sue abitudini si ostinano a rimanergli addosso.
*
Ma senti, argomenta lei, quando ti piaceva una e avevi la nostra età, come facevi senza il cellulare?
La risposta sarebbe lunga, e lui non intende mettersi a spiegare quanto invece fosse liberatorio uscire di casa e non esistere più, quanto eccitante fosse rientrare la sera e trovare scritto su un blocchetto accanto al telefono (se i tuoi genitori erano stati lungimiranti) i nomi delle persone che avevano chiamato, e il nome che più speravi di trovare ovviamente non c’era quasi mai,
*
Si è disposti a tutto, quando ti viene lasciato intendere che il miracolo potrebbe avvenire.
*
Ci sono mattine in cui è distratto, altri giorni in cui magari sta osservando il passaggio dal finestrino della corriera, domeniche pomeriggio trascorse senza a nulla in particolare. Attimi in cui gli viene in mente che quella cosa che gli è capitata al lavoro, quella notizia sentita al telegiornale, dovrebbe raccontarla a lei, dovrebbe proprio commentarla insieme a lei. Dev’essere simile alla sensazione dell’arto fantasma: un prurito invisibile, ecco cos’è diventata sua madre.
*
La parola vivere ora gli sembra più preziosa che mai, desidera mettersela in bocca e impastarla di saliva, sminuzzarla coi denti per poi deglutirla, farla sua, ingoiarla e assorbirla – non restituirla più al mondo.
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IN VISIONE: The disappearance of Eleanor Rigby, Il giovane favoloso, Club Sandwich, Gemma Bovery, American heist

 

IN VISIONE
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The disappearance of Eleanor RigbyThe disappearance of Eleanor Rigby
(U.S.A. – 2014)

di Ned Benson
con James McAvoy, Jessica Chastain, Nina Arianda, Viola Davis, Bill Hader, Ciarán Hinds, Isabelle Huppert, William Hurt, Jess Weixler

Postilla PERSONALE
A volte dispersivo, in altre approssimativo, un film che non riesce a trovare il filo delle emozioni.
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Il giovane favolosoIl giovane favoloso
(Italia – 2014)

di Mario Martone
con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Edoardo Natoli, Isabella Ragonese, Raffaella Giordano, Sandro Lombardi, Paolo Graziosi

Postilla PERSONALE
Non una passeggiata, ma …
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Club SandwichClub Sandwich
(Messico – 2013)

di Fernando Eimbcke
con Lucio Giménez Cacho, Maria Renée Prudencio, Danae Reynaud

Postilla PERSONALE
Ottimo film: una piccola storia raccontata molto bene.
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Gemma BoveryGemma Bovery
(Francia – 2014)

di Anne Fontaine
con Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng, Isabelle Candelier, Niels Schneider

Postilla PERSONALE
La boiata della settimana (1).
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American heistAmerican heist
(U.S.A. – 2014)

di Sarik Andreasyan
con Adrien Brody, Lance E. Nichols, Judd Lormand, Akon, Aaron V. Williamson

Postilla PERSONALE
La boiata della settimana (2).
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“Rewind” Federica De Paolis

Federica De Paolis - RewindRewind
Federica De Paolis
– Bompiani –
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Mi era sempre piaciuto scopare a quell’ora, quando sei ancora tutt’uno con il sonno, quando l’incoscienza rende i movimenti più fluidi e l’eros meno trattenuto, l’erezione è generosa, la luce superficiale.
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Quelle che si erano divertite, con cui bastava bere una birra per assicurarti una scopata, ora volevano una famigliola, con tanto di prole, spazzolino in comune e colazioni tutti insieme appassionatamente. Tic, tac, l’orologio biologico le accendeva tutte nello stesso identico modo. Trentasei anni, stavano ritte sulla punta delle loro bellezza nutrita di palestra o di yoga, barrette o spesa a chilometro zero, acido ialuronico o biocosmesi, si erano realizzate, avevano trovato un posto nel mondo, guadagnavano e si mantenevano, avevano la loro casetta ben arredata, una, due convivenze alle spalle, di cui ti raccontavano crucciate, consapevoli di aver commesso un errore – voler cambiare. l’altro, e invece a te ti avrebbero preso così com’eri, ti avrebbero accolto nella loro tana, se volevi, non pretendevano di essere mantenute, ti cucinavano cenette succulente, ti sussurravano che il femminismo le aveva stancate, non era forse bello e giusto occuparsi del proprio compagno? Erano allegre, ti lasciavano fare il predatore, eri tu che le chiamavi e le invitavi, eri tu che decidevi quando vederle, loro erano sempre disponibili, sorridenti, emancipate, piene di amici, aperitivi, libri da leggere, viaggi che andavano fatti alla svelta. In Vietnam per esempio o nel sud della Francia, era lì che dopo una scopata memorabile, mettendosi la crema sul viso, ti dicevano che forse sì, ma sì, un bambino loro lo avrebbero fatto, e tu?
*
Era uno di quei giorni in cui per salvarti devi correre venti minuti buoni su un tapis roulant a velocità quattordici, sennò, se salti quell’appuntamento, finisce con tre birre, mezza bottiglia di rosso, un cognac. O lo spremi, il corpo, o lo riempi…
*
C’è un tempo nel corso della giornata, ci sono centimetri d’amore forse un metro addirittura, c’è la stanchezza e l’energia, e un bambino assorbe tutto, divora tutto, ti sequestra, ti chiama a sé, ti implora amore sorridendo. Per resistere un uomo e una donna devono alzarsi in piedi, tendersi la mano, sorridersi, trasformarsi.
*
L’ordine conteneva il suo io, limitava la sua paura di disintegrarsi, di ammuffire in quei giorni monocordi, grigi, in cui gli sembrava di non avere un senso. La routine gli consentiva di scandire le giornate in blocchetti operosi, la solitudine si sporcava dei rumori domestici, la casa di svegliava, l’abisso era compresso nelle pareti lavabili color avorio.
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C’è questo.
Che un giorno non ami più le cose che ti hanno fatto innamorare. Sono scivolate via dalle dita. Bisogna ricordarselo. Non esiste l’amore. È solo un’idea. Devi sfondare, cancellare gli orpelli del sentimentalismo, incontrare una donna e levarle il trucco dal viso, guardarla per quello che è, chiederti se tra un po’, quando le adrenaline del sesso saranno calate, lei ti vorrà come sei o passerà il resto dell’esistenza a rimproverarti di non essere qualcun altro.
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“Festa d’amore” Charles Baxter

25 febbraio 2015 Nessun commento

Charles Baxter - Festa d’amoreFesta d’amore
Charles Baxter
– Mattioli 1885 –
(traduzione di Nicola Manuppelli)
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Gli ospiti erano tutti residenti di Burns Park, un quartiere scalcinato di accademici, composto per lo più da tuttologi di professione, gente che aveva opinioni e il tempo per esprimerle.
Tutti mostravano (mostravamo) un certo atteggiamento svagato adatto a una festa. A prescindere da quanto sia ubriaca, di solito non amo il luccichio domestico né la socievolezza ridanciana. Perché è il Midwest, e nessuno brilla, proprio perché nessuno deve. Si tratta più di un tenue luccichio, come di posate usate troppo di frequente. Eravamo tutti abbastanza presentabili, ma non c’era quasi nessuno che si segnalasse particolarmente. Qui nel Michigan ilo vero stile è troppo difficile e di seconda mano. Abbiamo tutti una personalità ereditata. Ma in un certo senso liberatorio. Ti libera per altre questioni di maggiore importanza: i grandi temi, le passioni sordide.
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In ogni relazione esiste almeno un giorno felice. Ciò che intendo dire è che, per quanta amarezza vi sia in una storia, quel giorno c’è sempre. Ti appartiene in ogni caso. È quel giorno che ti ricordi e pensi: beh, almeno ho avuto quel giorno. Una volta è successo. Ti convinci che tutte le variabili potrebbero semplicemente allinearsi un’altra volta. Invece no. Non sempre. Una volta ho parlato con una donna che mi ha detto: “Sì, quel giorno c’era un angelo a guardarci.”
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… aveva passato l’intera giovinezza a tentennare ed esitare e accendere e spegnere sigarette per la frustrazione. Aveva un campionario di gesti abortiti.
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Quando fummo nudi, finalmente, in piedi, mi mise le mani sul seno e iniziò a baciarmi. Mi sentivo al settimo cielo. E pensavo: può avere ogni centimetro di me. Gesù, si può prendere pure le mie ossa.
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Al buio, un lato del viso di Bradley pare sul punto di crollare, come se lo sforzo per salvare le apparenze fosse definitivamente fallito e l’ottimismo del giorno lo avesse abbandonato.
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“Beh,” dissi. “Dato che siamo in vena di consigli e cose di questo tipo, come sei riuscito a restare sposato con mamma così a lungo? Sono trenta…”
“Trentotto anni.”
“Trentotto anni,” dissi. “Come ci sei riuscito?”
“Questa non è una domanda. Non si chiede una cosa del genere. Ma dato che l’hai fatto, ti risponderò. È semplice. Ho tenuto la bocca chiusa.” Si fermò. Una pausa glaciale. “Questo è il segreto.”
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La passione occupa uno spazio che non viene lasciato libero fino a quando non sopraggiunge un’altra passione.
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Non so se David e io resteremo insieme. Il nostro fare l’amore è così tempestoso e teatrale che continuiamo a farci strappi l’uno nell’altro, e ogni strappo crea un buco. Ciò che facciamo è più simile a una lotta che all’amore. Penso che stiamo cercando le nostre anime, sapendo che devono essere là da qualche parte, vicino ai nostri cuori denutriti. Non dovresti invidiarci, per quanto sensuali ti possiamo sembrare. Non è qualcosa di sostenibile. Nessuno potrebbe sopportarlo. Questa intensità non può continuare per sempre. Ma è il modo in cui siamo, tosti e gretti e un po’ egoisti, ma il punto principale è che siamo ossessionati l’uno dall’altro e siamo disposti ad ammetterlo ora, a netto di tutto il bene che rende due persone come noi innamorate, se è di questo che si tratta, il che ha poco a che fare col bene.
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I peggiori errori che abbia mai commesso sono stati quelli dettati da una dolce speranza.
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Margaret me lo spiegò con la sua voce calma, l’atteggiamento sereno e zen africano, utilizzando termini come commotio cordis. Contro il terrore e le pene della morte, possono solo il multisillabici aggettivi e sostantivi latini, le competenze tecniche e alla fine le preghiere, per quelli che ne hanno.

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Postilla PERSONALE
Una grande storia che si dipana attraversando tante altre storie, più piccole. La stessa storia che non è mai veramente la stessa, contaminata nella narrazione da differenti punti di vista, voci e modi di sentire. Mondi che collidono, impegnati tutti nella ricerca di qualcosa.
Un quadro a cui prestare attenzione, apprezzandone sì la visione generale a creare un senso condiviso, ma nel quale soffermarsi soprattutto sui particolari fatti di gesti, reazioni e riflessioni personali.
Davvero bravo Charles Baxter a tenere in piedi i due aspetti più immediati di questo ottimo romanzo, il suo insieme e ogni singolarità. Ritmo sempre molto buono, forse una voce ha un passo meno sicuro delle altre, e incedere mutevole, a volte ricco di humour, altre pronto a lambire la disillusione più cupa, ma sempre conscio che la possibilità è là, a portata di mano.
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“Le mie storie parlano sempre della felicità e della possibilità o meno di esservi inclusi. C’è sempre qualcuno che guarda qualcun altro che è felice e pensa a come potere arrivare fin lì.” – Charles Baxter

Una volta Oscar Levant disse “La felicità non è qualcosa che sperimenti, è qualcosa che ricordi.” Il fatto è che questa sensazione, secondo Baxter, porta a una sorta di cecità. La felicità non ha coscienza di se stessa. Ed è per questo che forse è meglio inquadrabile in un coro, un mosaico di voci, quale Festa d’amore è. – dalla postfazione di Nicola Manuppelli
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IN VISIONE: Selma, Turner, Han Gong-Ju, La isla mínima, I nostri ragazzi

24 febbraio 2015 Nessun commento

 

IN VISIONE
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SelmaSelma
(U.K. – 2014)

di Ava DuVernay
con David Oyelowo, Tom Wilkinson, Cuba Gooding Jr., Alessandro Nivola, Carmen Ejogo, Lorraine Toussaint, Tim Roth, Tessa Thompson, Giovanni Ribisi, Oprah Winfrey, Wendell Pierce

Postilla PERSONALE
Tutto al suo posto, prevedibile, e niente di più però.
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TurnerTurner
(U.K. – 2014)

di Mike Leigh
con Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville

Postilla PERSONALE
Interessante, ma anche noiosetto.
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Han Gong-JuHan Gong-Ju
(Corea del Sud – 2013)

di Su-jin Lee
con Chun Woo-hee, Jung In-sun, Lee Young-ran, Kim So-young

Postilla PERSONALE
Buon film e buona storia.
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La isla mínimaLa isla mínima
(Spagna – 2014)

di Alberto Rodríguez
con Raúl Arévalo, Javier Gutiérrez, Nerea Barros, Antonio de la Torre, Jesús Castro, Mercedes León, Manolo Solo, Jesús Carroza, Cecilia Villanueva, Salvador Reina, Juan Carlos Villanueva

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode, anche se un po’ troppo “True Detective”.
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I nostri ragazziI nostri ragazzi
(Italia – 2014)

di Ivano De Matteo
con Alessandro Gassman, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori

Postilla PERSONALE
Qualcosa si salva, ma troppo poco.
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“Ognuno incatenato alla sua ora” Mariella Mehr

23 febbraio 2015 Nessun commento

Mariella Mehr - Ognuno incatenato alla sua oraOgnuno incatenato alla sua ora
Mariella Mehr
– Einaudi –
(traduzione di Anna Ruchat)
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Luce teneramente registrata
poche cose visibili ancora,
poche afferrabili.

Solo il rumore
ha fatto irruzione nei misteri della vita,
pavimenta i corridoi del labirinto
con il tempo contato.

Canteremo attraverso la sera
un canto con viticci di ossa
grovigli di vene e sangue di fate
tra le righe.

Suoni semplici, anche lì, non storpiati
dove le esalazioni dell’aldilà premono
per uscire dai pori della notte restante

e depositarsi nel primo
rossore del giorno.

Un requiem indistruttibile
per ogni giornata senza luce.

*

Siamo scampati a noi stessi,
dici, anche se continuiamo
a cercare le parole.

Una tempesta di chiacchiere
ci muove contro,
mentre il presente
s’insinua nella casa di neve.

Sognando nuove frasi,
come se venisse una nuova primavera
(orecchio gemello di spergiuro)
si mescola l’inganno
si fa trasportare a riva come un legno.

Dove non c’è consolazione in vista
la parola trascina
la montagna irremovibile
consumando se stessa.

Prendi il ramo del vischio
nella tempesta di neve, veloce,
perché il linguaggio dell’inverno porti in giro le gemme.

*

perseguitata nel nero
infinito paesaggio
come una bestia
selvatica

nel ventre
della notte
risate
a brandelli

sul patibolo
del tempo
il dolore implora
compassione

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Postilla PERSONALE
Se il romanzo “è fatica”, come dice Mariella Mehr in un’intervista a Paolo Di Stefano “e quando il romanzo è finito non si è mai contenti fino in fondo.” La poesia invece “è una cosa che rende felici. La scrivi, l’aggiusti, e poi dici, ecco questo è il meglio che posso dare di me ora, e questa è la felicità.” – dalla prefazione di Anna Ruchat
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