“Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura”

Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticulturaVite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura
a cura di Giovanni Gregoletto
– Edizioni SUV –
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Finita la guerra, in un paesino del trevigiano, Castello di Codego, dopo l’editto governativo contro l’alcolismo, il sindaco radunò in comune i suoi concittadini per spiegare la circolare e alla fine disse:
“Cossa v’importa dell’alcool? Lasciatelo stare, avete il vino e la graspa, bevete quelli, ostia”.
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Trovandomi in una casa ove si servivano pasti e vino, il padrone mi si accosta con un cerino di gran compiacenza e dice: “Adesso, Dottore, voglio farvi provare un vino particolarissimo, che ho fatto proprio io con le mie mani”. Dopo averlo assaggiato, non ho potuto far a meno di rispondergli: “Sarà che io non me ne intendo, ma bevo più volentieri quei vini che fanno gli altri coi piedi”.
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Una famiglia di clienti abituali viene qui una volta all’anno e mette una piccola scatola di legno sul tavolo, quindi ordina un giro di bevande e ne mette una accanto alla scatola che contiene le ceneri del nonno, il cui ultimo desiderio fu di tornare ogni anno nel suo locale preferito a bere una tequila.
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Discussioni sul vino che adesso xe tutto sofisticà e alla fine tutti concordano che il vino si divide in due sole specie: quel che xe bon e quel che non xe bon.
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Mano a mano che invecchiamo, nei nostri incontri lasciamo perdere progressivamente i discorsi su ciò che sappiamo, sulle cose e sui fatti. E ci abbandoniamo a quella che Roland Barthes definisce “[…] con un nome illustre, antico e un po’ démodé, Sapienza. Nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza e quanto più sapore possibile”.
Il vino qui ritorna.

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Postilla PERSONALE
Se non bastassero i tantissimi testi e le altrettante testimonianze, ad accompagnare la lettura di questo prezioso volume si aggiungono manifesti d’epoca, carteggi, fotografie, etc.
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“Troppa importanza all’amore” Valeria Parrella

Valeria Parrella - Troppa importanza all'amoreTroppa importanza all’amore
Valeria Parrella
– Einaudi –
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Il treno partì puntualissimo dalla stazione, era ancora uno di quei treni che facevano rumore: si sentivano portelloni sbattere, e risate, bussare sui vetri, lo sbuffo dei freni, e il fischio del capotreno. Un treno vero, con i finestrini che si abbassano per stringersi le mani, o per poggiarci su il mento e vedere la città allontanarsi.
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La strada di insoddisfazione che si sarebbe portata dentro di me portava su una piazzola di sosta per gente senza fortuna, che aveva bisogno di far la pipì a troppi chilometri di distanza dalla meta.
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Si erano ammalati poco dopo essersi conosciuti, alle olimpiadi di Sidney. Perché di quello si trattava, di una lieve malattia dell’anima, che viveva in loro a tratti manifesta nel corpo e a tratti latendo: se lo erano detti tante volte, sperando di morirne o di guarirne, intanto soffrendo.
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Solo con Jude mi sono potuto permettere la ricchezza del silenzio perfetto: perché sapevo che non stavamo perdendo nulla. E questa cosa qui se non l’hai mai sentita, non la puoi capire.
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– Ma tu non ti senti mai in colpa Buddy?
– In colpa?
– Eh, in colpa.
– In colpa come quando sbaglio una manovra, dici?
– …
– In colpa cioè che è colpa mia, tua, che Brandon sta così?
– …
– No, – aveva detto sinceramente. Allora lei era scappata via in un’altra stanza a piangere. E io avevo capito che quel mio “no” la stava lasciando sola, e volevo far venire anche lei da questa parte, dove non ci si sente in colpa. Allora le ero andato dietro e l’avevo abbracciata come se la stessi incontrando per la prima volta dopo tanti mesi.
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Forse non era amore. Bisognava dirsi questo. Che era sesso, perché avevano entrambi bisogno di un corpo nuovo di cui fosse possibile anche fidarsi. E allora avevano condito quel sesso con tutto il romanticismo di cui erano capaci, ma no: non era amore perché non era disposto a sacrificare nulla sul suo altare, piuttosto a riempire un vuoto. Ma l’amore apre gli spazi, mica li riempie. Il cerchio non si sarebbe mai chiuso, non poteva perché era una relazione che non si costruiva e niente costruiva: procedeva solo, andava avanti. Lui diceva: – Ci prendiamo il meglio, – lei diceva: Ci perdiamo il meglio.
– Le lettere più o meno sono le stesse.
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… scoprivo che alla fine siamo tutti buoni a partecipare, ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo.

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Postilla PERSONALE
I migliori racconti della raccolta: “Il giorno dopo la festa”, “Behave” e “Troppa importanza all’amore”.
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“L’uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006″ Mark Strand

Mark Strand - L'uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006L’uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006
Mark Strand
– Mondadori –
(traduzione di Damiano Abeni)
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Ah, chissà! Stiamo già viaggiando più veloci di quanto la nostra
immobilità apparente possa sopportare, e se continua così
tu sarai anni luce lontana quando comincerò a parlare.

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L’UOMO SULL’ALBERO

Sedevo tra i rami freddi di un albero.
Ero senza vestiti, soffiava vento.
Tu eri lì sotto, con un cappotto pesante
il cappotto che hai adesso.

E quando l’apristi, scoprendoti il petto,
tarme bianche presero il volo, e ciò che dicesti
in quel momento cadde a terra in silenzio,
la terra ai tuoi piedi.

La neve scendeva dalle nuvole fin nelle mie orecchie.
Le tarme del tuo cappotto volarono nella neve.
E il vento, sotto le mie braccia, sotto il mento,
piangeva come un bambino.

Non saprò mai perché
le nostre vite volsero al peggio, e neanche tu.
Le nubi mi affondarono nelle braccia e le braccia
si sollevarono. Si sollevano ora.

Oscillo nell’aria bianca invernale
e lo strido dello stormo mi si stende sulla pelle.
Un campo di felci mi copre gli occhiali, li pulisco
per poterti vedere.

Mi giro e le foglie mutano coloro con me.
Le cose non sono solo se stesse in questa luce.
Tu chiudi gli occhi e il cappotto
ti cade dalle spalle,

l’albero si ritrae come una mano,
il vento si adatta al mio respiro, ma nulla è certo.
La poesia che mi ha rubato queste parole dalla bocca
potrebbe non essere questa poesia.

*

La sua ricerca era una forma di evasione:
più cercava di svelare
più c’era da nascondere
e meno capiva.

*

TINTARELLA DI LUNA

L’azzurrognolo pallido
volto della casa
si alza su di me
come una parete di ghiaccio

e il remoto,
solitario
verso di un gufo
vola verso di me.

Socchiudo gli occhi.

Sull’umida
oscurità del giardino
fiori oscillano
avanti e indietro
come palloncini.

Gli alberi solenni,
ciascuno sepolto
in una nuvola di foglie,
paiono persi nel sonno.

È tardi.
Sdraiato sull’erba
a fumare,
mi sento a mio agio,
fingo che la fine
sarà così.

La luce della luna
mi cade sulla carne.
La brezza
è un bracciale al polso.

Vado alla deriva.
Rabbrividisco.
So che presto
arriverà il giorno
a lavare via la macchia
bianca della luna,

e che io camminerò
sotto il sole del mattino
invisibile
come chiunque altro.

*

Sarà sempre così.
Io me ne sto qui in piedi, con la paura
che tu scompaia,
con la paura che tu rimanga.
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IN VISIONE: Ex Machina, Mommy, Hungry hearts, Shaun Vita the sheep, Run all night

 

IN VISIONE
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Ex MachinaEx Machina
(U.S.A., U.K. – 2014)

di Alex Garland
con Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Alicia Vikander, Sonoya Mizuno

Postilla PERSONALE
Pochi effetti, tanta sostanza; fantascienza come piace a me, non solo per gli occhi
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MommyMommy
(Francia, Canada – 2014)

di Xavier Dolan
con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon

Postilla PERSONALE
Laurence Anyways non mi aveva convinto del tutto, questo invece decisamente sì.
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Hungry heartsHungry hearts
(Italia – 2014)

di Saverio Costanzo
con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Shaun the sheepShaun the sheep
(U.K., Francia – 2014)

di Mark Burton, Richard Starzack

Postilla PERSONALE
Carino.
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Run all nightRun all night
(U.S.A. – 2015)

di Jaume Collet-Serra
con Liam Neeson, Ed Harris, Joel Kinnaman, Vincent D’Onofrio, Genesis Rodriguez

Postilla PERSONALE
A metà tra la ‘boiata della settimana’ e ‘senza infamia e senza lode’ (nel suo genere).
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“I nuotatori” Joaquín Pérez Azaústre

Joaquín Pérez Azaústre - I nuotatoriI nuotatori
Joaquín Pérez Azaústre
– Codice Edizioni –
(traduzione di Paola Tomasinelli)
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Adesso tutto si concentra nel pennello intinto di schiuma che gli percorre il viso, che affonda nell’acqua caldissima, i pori della pelle aperti alla lama sottile del rasoio, senza sapersi spiegare cosa l’abbia portato ad aprire quel set da barba: gliel’avevano regalato i suoi genitori forse durante l’adolescenza, non l’ha mai usato fino ad ora perché utilizza rasoi usa e getta, ha sempre eluso la liturgia della linda rasatura quotidiana; e, proprio questa mattina, inspiegabilmente, se ne ricorda e lo prende dal fondo dell’armadietto del bagno, ancora intonso, e strappa la plastica trasparente e prende l’astuccio nero, apre la cerniera e impugna il pennello, sembra d’avorio o di madreperla, l’etichetta sostiene essere pelo di tasso, e si insapona, e analizza il proprio volto nello specchio confrontandolo con l’espressione profuga e dura di suo padre, com’è possibile anticipare la stanchezza futura sul viso segnato del padre? Come può essere il suo stesso volto tanto simile all’altro, allora giovane, quando lui non aveva più di quattro o cinque anni? I tratti così puliti sfumati dal vapore, le guance coperte di schiuma, il torso muscoloso sotto la canottiera bianca, come se suo padre fosse un peso massimo e lui un peso piuma, il sorriso sicuro nello specchio, in un bagno minuscolo in cui il rumore ciclico del mondo entrava soltanto attraverso la radio.
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“Non è che non mi sorprende. È che non siete mai stati troppo convenzionali. Almeno, così sembrava dal di fuori. Davate l’impressione di andare ognuno per la propria strada”.
“Ci piaceva così… Abbiamo solo cercato di essere felici”.
“Sì, ma questo non è vivere in coppia”.
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Probabilmente nessuno dei due si era mai sentito tanto realizzato in vita sua, tanto sicuro delle proprie possibilità, di quella proiezione sul presente che non colmava le loro aspirazioni, ma che assomigliava abbastanza alla promessa di quanto sarebbe potuto accadere.
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Si assopisce in uno stato prossimo alla veglia, in perenne tensione, come se fosse in attesa di un segnale telefonico, di un insolito scampanellio alla porta o di una qualsiasi chiamata di soccorso o d’emergenza, e non volesse abbandonarsi a un sonno troppo profondo, come se dovesse vegliare su tutti quelli che conosce, coloro che fanno parte della sua vita, e lui stesso avesse paura di scomparire.
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“Ricordarmi di” Yves Pagès

Yves Pagès - Ricordarmi diRicordarmi di
Yves Pagès
– L’Orma Editore –
(traduzione di Massimiliano Manganelli, Eusebio Trabucchi)
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Di non dimenticare che, secondo il grado di sofisticazione del taglio, alla mola o con il laser, i diamanti possono avere da otto a centosettantasei faccette, contrariamente alla pietra angolare della psiche umana, che il più delle volte si accontenta di essere bipolare.
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Di non dimenticare che, secondo la sua personale nomenclatura psicosomatica, mio padre classificava l’orgasmo tra i comportamenti riflessi involontari, alla stregua dello sbadiglio, della risata isterica, del pianto, dello starnuto, e che per quanto questa ipotesi mi facesse gelare il sangue, non potevo controbattere nulla perché la cosa era già stata dimostrata per la maggior parte dei mammiferi.
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Di non dimenticare che la prima volta che sono stato invitato da una biblioteca comunale in qualità di scrittore è stato in occasione di una tavola rotonda dedicata allo “sfoltimento” del fondo a rotazione lenta, cioè il miglior modo per liberare spazio sugli scaffali sbarazzandosi delle opere meno consultate, triste destino che toccò poi in sorte anche alla maggior parte dei libri che ebbi l’ardire e la compiacenza di aggiungere alla mia bibliografia personale.
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Di non dimenticare che, tra tutti i muscoli dell’anatomia umana, il più potente è quello denominato “piccolo zigomatico”, il quale regola la pressione delle mascelle sulle commessure labiali, permettendoci così di tritare la nostra sbobba quotidiana, di rimasticare la doppia articolazione delle parole, ma soprattutto, a bocca chiusa e guance vuote, di sorridere in tralice.
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Di non dimenticare che, nella massa degli iperattivi dell’auricolare e degli altri maniaci del telefono in dialogo con interlocutori ipotetici su una banchina della metropolitana, la panchina di un giardinetto o un passaggio pedonale, non sappiamo più distinguere i veri logorroici in stato di crisi acuta che vent’anni fa facevano voltare i passanti, dei quali ormai possiamo solo supporre che abbiano dovuto disertare la pubblica via o cambiare sintomo manifesto, rimuginando altrove la loro solitudine sovrappopolata.
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Di non dimenticare che, secondo recenti studi neurologici, un ottuagenario avrà passato in totale sei anni della propria esistenza a sognare, e che questa iperattività notturna, che insinua in ciascuno di essi svariati destini paralleli, è ben lontana dall’essere messa nel calcolo della pensione.
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Di non dimenticare che senza la facoltà dell’oblio non saremmo nient’altro che archivi della memoria, a tal punto saturi di onniscenza del passato che nelle nostre zone di immagazzinamento neuronale non resterebbe più alcuno spazio libero per pensare a vivere il seguito.
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IN VISIONE: Forza maggiore, Good kill, Il nome del figlio, Lettere di uno sconosciuto, Vivan las antipodas!

 

IN VISIONE
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Forza maggioreForza maggiore
(Francia, Danimarca, Germania – 2014)

di Ruben Östlund
con Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren, Vincent Wettergren, Kristofer Hivju

Postilla PERSONALE
Molto bello, non solo per la coppia protagonista e la tensione emotiva e relazione che li descrive, ma anche per tutto il contesto attorno.
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Good killGood kill
(U.S.A. – 2014)

di Andrew Niccol
con Ethan Hawke, January Jones, Zoë Kravitz, Jake Abel, Bruce Greenwood

Postilla PERSONALE
Non male, anche se certi tratti, come ad esempio un’insolita e quieta Las Vegas diurna, sarebbe stato meglio rafli risaltare maggiormente.
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Il nome del figlioIl nome del figlio
(Italia – 2015)

di Francesca Archibugi
con Alessandro Gassman, Micaela Ramazzotti, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Lettere di uno sconosciutoLettere di uno sconosciuto
(Cina – 2014)

di Zhang Yimou
con Gong Li, Dao Ming Chen, Huiwen Zhang, Guo Tao, Peiqi Liu

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Vivan las antipodas!Vivan las antipodas!
(Germania, Argentina, Paesi Bassi, Cile, Russia – 2011)

di Victor Kassakovsky

Postilla PERSONALE
Pretestuoso in alcuni punti (come l’inizio) e un po’ fastidioso in certi effetti visivi insistiti, nel complesso però ha un suo perché.
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“Questo buio feroce. Storia della mia morte” Harold Brodkey

Harold Brodkey - Questo buio feroce. Storia della mia morteQuesto buio feroce. Storia della mia morte
Harold Brodkey
– Fazi Editore –
(traduzione di Delfina Vezzoli)
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Attento soltanto al respiro, senza poter pensare ad altro, nel mio morire forse ero vivo in modo reale e completo, in modo umano, per la prima volta dopo dieci o quindici anni di duro lavoro.
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Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quella che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare – questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. Ma è il fondamento dell’America – questo guardare al futuro.
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Penso che la malinconia per la mia morte la assalga soprattutto quando siamo sdraiati vicini da basso, sui due divanetti del bovindo, o quassù, a letto, nel bovindo corrispondente al piano di sopra, e leggiamo fianco a fianco circondati dalle finestre. Quello che la intristisce è che l’elettricità fisica e la competizione, io che giravo le pagine a un ritmo più veloce e snobistico del suo, e gli scambi verbali che portavano a un gesto affettuoso, sono stati scambiati con una forma di pathos gentile, una debolezza straordinaria ma inutile. Questa inutilità porta a scoppi di felicità assolutamente straordinaria ma inattiva. Di fatto, è difficile spiegare quanto siano profondamente soddisfacenti e pacifici, quanto siano veramente monumentali e persino barocchi questi momenti di intimità domestica, quando sono gli ultimi e non fanno più parte di un dialogo coniugale che riguarda giorni e settimane, il futuro.
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Credo che alla fine, a ucciderci, sia il dolore per il mondo e per il fatto di non essere creduti. È vitale invece il riconoscimento della propria verità effettiva, la verità della propria vita.
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Ero vivo in un’immobilità quasi totale mentre mia moglie, i medici e le infermiere sembravano muoversi a una velocità spropositata: avevano una vita da vivere, loro.
Di punto in bianco, la mia percezione del tempo cambiò. Ero vivo, ma non era una vita vera e propria quella a cui ero tornato. Era interessante, ma arida. Ecco cosa mi aveva rivelato il mio destino: che nessuno si riprende da una batosta del genere, dalla consapevolezza di essere stato distrutto. Correvo ancora il rischio, e avrei continuato a correrlo, di morire da un momento all’altro. Tutta la mia forza era stata spazzata via. Per contro, percepivo un aumento di forza in tutto ciò che mi circondava o che aveva a che fare con me – la gravità planetaria, il respiro di Ellen, la fortuna dei nemici, il vuoto ipnotico della luce sulla parete della stanza d’ospedale.
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… la malattia ti guarda dagli angoli bui della stanza. Torni a essere una specie di bambino, che di nuovo ha paura del buio.
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La morte non parla delicatamente, non gironzola nelle vicinanze. È lì in corridoio. La debolezza non mi scivola addosso per poi scomparire, ma rimane. Ha un’aria stagnante. Dilaga in me, e la piena invade tutta l’anima.
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Essere malati in questo modo combina lo sgomento – questa volta morirò – con un dolore e un’angoscia del tutto sconosciuti, che mi fanno uscire di senno. È come andare al proprio funerale, come visitare la perdita nella sua forma più pura e più monumentale, questo buio feroce, che oltre a essere sconosciuto, è un buio in cui non puoi entrare come te stesso. Ormai appartieni interamente alla natura, al tempo: l’identità era un gioco. Non è crudele quel che succederà dopo, è semplicemente un modo di essere intrappolati. Il ricordo, così completo e nitido o così sfuggente, dev’essere interrotto, messo da parte, come se stessi lasciando una cappella, portando a termine una preghiera silenziosa. È la morte che scende giù al centro della terra, in quella gran chiesa sepolcrale che è la terra, e poi fino ai ricurvi confini dell’universo, allo stesso modo della luce.

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Postilla PERSONALE
Ironia e dolore, accettazione sgomento e ancora accettazione, sono i punti fermi di questo memoir di Harold Brodkey. Non solo la malattia (AIDS diagnosticata nel 1993) e lo spettro della morte imminente (sopraggiunta tre anni più tardi), ma anche e soprattutto il suo passato, i ricordi di tutto quello che lo ha portato ad essere quell’uomo ora spesso costretto in un letto, senza forze, e ancora l’amore, la gratitudine verso la moglie Ellen per averlo accettato.
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“Stop-Time” Frank Conroy

Frank Conroy - Stop-TimeStop-Time
Frank Conroy
– Fazi Editore –
(traduzione di Matteo Colombo)
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La mia fede nell’uniformità del tempo scivola via a poco a poco. Comincio a credere che il tempo cronologico sia un’illusione, e che a organizzare l’esistenza sia un qualche altro principio. I miei ricordi si accendono come spezzoni di pellicola privi di un nesso. Mi domanda, tutt’a un tratto, se sono vivo. So di non essere morto, ma questo significa che sono vivo? Frugo tra i ricordi in cerca di rassicurazione, di segni di vita. Trovo qualcuno che si muove. Sono io? Mi si stringe il petto.
Questo fluttuare mi provoca un tale disagio che accolgo quasi con gratitudine l’illusione di aver vissuto un’altra vita, ora lontanissima, e di essermene completamente scordato. Da qualche parte tra gli angoli e le crepe della memoria si annidano indizi.
*
In un piccolo distributore del Delaware gli insetti turbinavano intorno a una lampadina nuda appesa a un palo e una porta a zanzariera cigolava al vento sollevato dal traffico. Gli autotreni transitavano come navi, baluginando di luci, fendendo l’aria con i loro gas di scarico. Rombanti mostri da lunghe percorrenze facevano tremare la terra, ciascuno sollevando al proprio seguito una danzante coda d’aquilone di rifiuti dal bordo della strada.
[…]
Al primo distributore mi fermai a prendere una Coca e controllare la pressione delle ruote. I distributori mi piacevano. Potevi starci quanto volevi, e nessuno ci faceva caso. Seduto per terra in un angolo, con la schiena appoggiata al muro, sorseggiai piano la Coca-Cola, facendola durare.
È la spensieratezza dell’infanzia a dischiudere il mondo? Oggi nei distributori non succede più nulla. Ho sempre fretta di ripartire, di arrivare dove devo andare, e il distributore, come un grande sagomato di cartone o un set di Hollywood, non è che una facciata- Ma a tredici anni, seduto con la schiena contro il muro, era un luogo meraviglioso. L’odore squisito della benzina, le macchine che andavano e venivano, il compressore che potevi usare gratis, le voci percepite a malapena che risuonavano in sottofondo… tutte quelle cose fluttuavano musicalmente nell’aria, colmandomi di benessere. Nel giro di dieci minuti, la mia psiche era piena come i serbatoi delle automobili.
*
Se Jean fosse stato meno orgoglioso avrebbe potuto continuare a vivere in quel modo senza danneggiarsi, ma di fatto la sua rabbia aumentava di anno in anno. Un po’ di quella rabbia usciva, ma il grosso gli rimaneva dentro. Si costruì un labirinto interiore per mantenere la rabbia in movimento, per continuare a farla rimbalzare in testa, intrappolandone l’energia in un ciclo dinamico. Si trasformò in una specie di flipper delle emozioni.
*
Nonostante la confusione, al segnale siamo tutti pronti a scattare. I libri li abbiamo riposti. Ci siamo infilati le giacche. Ci riversiamo oltre la porta e nel corridoio con un sospiro collettivo. Corriamo verso le scale, zigzagando per dribblare i compagni più lenti. Il rumore è pazzesco. È sulle scale che ci scateniamo davvero. Dai piani inferiori salgono urla e strepiti. I pugni battono contro i pannelli metallici alle pareti producendo un tuono continuo. Giù, giù, giù, oltre i muri dipinti, svoltando come schiocchi di frusta a ogni pianerottolo, saltando gli scalini quando la via è libera, spingendo quelli davanti a noi, facendoci spingere da quelli dietro, tutti pazzi di libertà. Giù, giù. È tutto così facile, così leggero. Il flusso ci trascina sicuro oltre il terzo, il secondo, primo piano, e poi fuori nella calca immensa che dalla file di porte aperte defluisce in strada. Scorriamo sul marciapiede, attraverso le macchine in sosta e in mezzo alla strada. Al buio le facce si confondono. Fiammiferi brillano per accendere sigarette. Oltre l’angolo, il viale splende di neon. Quasi tutti abbiamo già dimenticato le cinque ore passate dentro la scuola, perché per quasi tutti la scuola è meno di niente. Ci allarghiamo come un liquido nel quartiere e scompariamo nelle metropolitane.
*
Ridemmo tutti. Una risata vuota, breve, come se qualcuno ci avesse dato un colpetto sulla pancia. Una risata di shock.
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“Gesù Cristo, ma sei proprio Frank?”, disse con una voce grave che non conoscevo.
Abbassai lo sguardo. Nel profondo di me c’erano cancelli che si stavano chiudendo, uno dopo l’altro, a proteggere un’area vitale che non potevo permettermi di perdere tutta d’un colpo, sigillando il mio affetto in un’oscurità privata. Quando ebbero finito, alzai la testa e lo affrontai. “Be’”, dissi, indicando con un gesto la casa, “è uguale a come la ricordavo.” Tentai di mantenere un tono disinvolto come il suo.

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Postilla PERSONALE
Una storia d’infanzia, adolescenza e crescita.
Una storia di solitudine, libertà e ricerca.
La storia è una parziale autobiografia di Frank Conroy: scrittore, critico e direttore per quasi vent’anni del famoso workshop di scrittura presso l’università dello Iowa.
Un padre spesso ricoverato e ben presto scomparso, una madre evanescente e un patrigno volubile, nonostante tutto questo Frank riuscirà a costruirsi una sua stabilità, minacciata anche dai continui spostamenti sull’asse New York – Fort Lauderdale.
Un ottimo romanzo che parla di ricordi e un po’ insegna anche come si faccia a ricordare, che non si lascia prendere la mano da facili e scontati sentimentalismi, preferendo siano i fatti, i luoghi e le sensazioni ad essi legati a parlare prima di tutto il resto.
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IN VISIONE: Pride, What we do in the shadows, Più buio di mezzanotte, Guida tascabile per la felicità, The little death

 

IN VISIONE
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PridePride
(U.K. – 2014)

di Matthew Warchus
con Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, George MacKay, Joseph Gilgun, Andrew Scott, Ben Schnetzer, Chris Overton, Faye Marsay, Freddie Fox, Jessica Gunning

Postilla PERSONALE
Bella storia e buon film.
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What we do in the shadowsWhat we do in the shadows
(U.S.A., Nuova Zelanda – 2014)

di Jemaine Clement, Taika Waititi
con Taika Waititi, Jemaine Clement, Jonathan Brugh, Cori Gonzales-Macuer, Stuart Rutherford, Jackie van Beek

Postilla PERSONALE
Intrattenimento allo stato puro, ma con parecchie idee che funzionano.
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Più buio di mezzanottePiù buio di mezzanotte
(Italia – 2014)

di Sebastiano Riso
con Davide Capone, Giovanni Gulizia, Sebastian Gimelli Morosini, Gabriele Mannino, Carla Amodeo, Rosario Raineri, Vincenzo Amato, Pippo Delbono, Micaela Ramazzotti

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Guida tascabile per la felicitàGuida tascabile per la felicità
(U.S.A. – 2013)

di Rob Meyer
con Kodi Smit-McPhee, James LeGros, Daniela Lavender, Katie Chang, Alex Wolff, Michael Chen, Ben Kingsley

Postilla PERSONALE
Non l’avrei mai detto… e invece è un piccolo e buon film.
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The little deathThe little death
(U.S.A. – 2014)

di Josh Lawson
con Damon Herriman, Lisa McCune, Josh Lawson, Ben Lawson, Kate Box, Kate Mulvany, Kim Gyngell, Patrick Brammall, TJ Power, Erin James

Postilla PERSONALE
La boiata della settimana (eccetto per l’episodio del poster).
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“Der Zoo, o lettere non d’amore, oppure la terza Eloisa” Viktor Sklovskij

Viktor Sklovskij - Der Zoo, o lettere non d'amore, oppure la terza EloisaDer Zoo, o lettere non d’amore, oppure la terza Eloisa
Viktor Sklovskij
– Meridiano Zero –
(traduzione di Giulietta Greppi)
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Di cosa scrivere! Tutta la mia vita è una lettera per te.
Sempre più rari gli incontri. Quante semplici espressioni ho compreso: mi struggo, ardo, sono perduto, ma mi struggo è l’espressione che mi è più chiara.
*
… quando la vita ancora non mi aveva chiuso in faccia la porta della Russia schiacciandomi le dita…
*
Il’ja Erenburg cammina per le strade di Berlino come ha camminato per Parigi e altre città dove vivono gli emigranti, curvo, come se cercasse in terra quello che ha perduto.
*
Solo che qui “noi” è una parola ridicola.
Una donna mi ha telefonato. Ero malato.
Abbiamo parlato. Ho detto che rimanevo a casa.
E lei mi fa, già appendendo la cornetta: “Noi oggi andiamo a teatro”.
Avendo io appena finito di parlare con lei, non capii: “Noi chi? Io sono malato”.
È proprio incredibile! Noi – vuol dire io e chiunque altro.
In Russia “noi” è più forte.
*
Ci sono già sette gradi. Il cappotto autunnale è diventato primaverile. Passa l’inverno e, qualunque cosa accada, non mi costringeranno a sopportare ancora dall’inizio un simile inverno.
Crederemo al nostro ritorno. Arriva la primavera. Tu mi hai detto che in primavera hai la sensazione di aver perso o dimenticato qualcosa, e non riesci a ricordare cosa.
In primavera a Pietroburgo camminavo sul lungofiume con una mantella nera. Là ci sono le notti bianche, il sole sorge quando i ponti non sono ancora abbassati. Ho camminato a lungo sul lungofiume. Tu non lo troverai, sei riuscita a notare solo la perdita. Berlino ha altri lungofiume. Anch’essi sono belli. È bello passeggiare lungo le rive dei canali nei quartieri proletari.
I canali si allargano a tratti in pacifiche darsene, e le gru pendono sull’acqua. Come alberi.
Alla Hallesches Tor, oltre il luogo dove abiti tu, c’è la rotonda torre del gasometro, come da noi sull’Obvodnyj. Quando aveva diciotto anni portavo la fidanzata ogni giorno a quelle torri. I canali sono molto belli anche quando sulle loro rive passa l’alta piattaforma della sopraelevata.
Ora ricordo cosa ho perso. Grazie a Dio, è primavera.
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A me invece, di tutte le contraddizioni rattrista il fatto che mentre le labbra si rinnovano il cuore si logora e ciò che è stato dimenticato si consuma con esso, non conosciuto.

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Postilla PERSONALE
Lettere che non possono parlare d’amore verso l’amata? Lettere colme di sentimento verso la propria patria?
Lettere che svariano su molteplici campi, dall’arte ai motori?
Tutto questo e niente di tutto ciò nel breve libro di Šklovskij.
Un’opera che sperimenta, ma non rinuncia alla linfa vitale dell’elemento umano.
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“Spillover” David Quammen

David Quammen - SpilloverSpillover
David Quammen
– Adelphi –
(traduzione di Luigi Civalleri)
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I dati scientifici sono assai diversi dalle testimonianze aneddotiche. Non brillano per iperboli poetiche o per ambiguità, sono particolareggiati, quantitativi, solidi. Raccolti con meticolosa precisione e interpretati con rigore, possono rivelare informazioni non subito chiare.
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Secondo la logica darwiniana della selezione naturale, l’evoluzione codifica i casi fortunati in strategie innate.
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“In generale, quando fra due organismi si è sviluppato il rapporto da ospite a parassita, la specie parassitante ha bisogno non della distruzione della specie ospite, ma dello sviluppo di una condizione di equilibrio, in cui la sostanza dell’ospite è consumata quanto basta per permettere la crescita e la moltiplicazione del parassita, ma non tanto da uccidere l’ospite.”
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Secondo il grande specialista Stephen S. Morse “i virus non hanno organi locomotori, ma molti di loro hanno viaggiato in tutto il mondo”. Non corrono, non camminano, non nuotano, non strisciano. Si fanno dare un passaggio.
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“La gente della Cina meridionale mangia tutto quello che vola, tranne gli aeroplani.”
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Tanto per iniziare, i pipistrelli sono davvero un gruppo vasto e multiforme. L’ordine Chiroptera (dal greco chéir, “mano”, e pterón, “ala”) comprende 1116 specie, cioè il 25 per cento delle specie conosciute di mammiferi. Ripetiamolo: un mammifero su quattro è un pipistrello.
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Un altro fattore importante è dato dalle abitudini sociali. A molte specie di chirotteri piace stare vicini vicini, perlomeno quando si riposano o vanno in letargo. Nella colonia di pipistrello senza coda messicano (Tadarida brasilensis) ospitata dalle grotte di Carlsbad, per esempio, si sono riscontrate densità di circa tremila individui per metro quadrato.
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Un biologo americano abituato a spedizioni sul campo mi raccontò come ci si sentiva in quei momenti: “Lo scopo supremo è arrivare a casa sani e salvi con i dati desiderati”. Anche le sue ricerche comportavano pericoli, non tanto la malaria o i fucili dei ribelli, quanto cose come naufragi, annegamento e morsi di serpenti velenosi. “Troppi rischi e non torni a casa, pochi rischi e non hai i dati”.
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Ecco a cosa sono utili le zoonosi: ci ricordano, come versioni moderne di san Francesco, che in quanto esseri umani siamo parte della natura, e che la stessa idea di un mondo distinto da noi è sbagliata e artificiale. C’è un mondo solo, di cui l’umanità fa parte, così come l’HIV, i virus di Ebola e dell’influenza, Nipah, Hendra e la SARS, gli scimpanzé, i pipistrelli, gli zibetti e le oche indiane. E ne fa parte anche il prossimo virus killer che ci colpirà, quello che ancora non abbiamo scoperto.

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Postilla PERSONALE
Sempre molto interessante (“Il cavallo verde”, “Tutto ha un’origine”, “È virale”, “Dipende…”), spesso avvincente come qualcosa a metà strada tra un romanzo d’avventura e il thriller (“Tredici gorilla”, “Una cena alla fattoria dei ratti”, “Ospiti dal cielo”, “Gli scimpanzé e il fiume”), qualche volta, poche per fortuna, un po’ noioso nel perdersi in troppi nomi, ruoli, cifre e date (“Il cervo, il pappagallo e il ragazzo della porta accanto”).
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IN VISIONE: Black sea, Northern soul, Faults, Pulce non c’è, Storie pazzesche

 

IN VISIONE
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Black seaBlack sea
(U.K. – 2015)

di Kevin Macdonald
con Jude Law, Scoot McNairy, Tobias Menzies, Grigoriy Dobrygin, Ben Mendelsohn

Postilla PERSONALE
Scontatissimo.
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Northern soulNorthern soul
(U.K. – 2014)

di Elaine Constantine
con Elliot James Langridge, Christian McKay, Antonia Thomas, Steve Coogan, James Lance

Postilla PERSONALE
Bel film e ottima colonna sonora.
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FaultsFaults
(Italia – 2014)

di Riley Stearns
con Mary Elizabeth Winstead, Lance Reddick, Leland Orser, Jon Gries, Beth Grant

Postilla PERSONALE
Forse un po’ confusionario, ma interessante.
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Pulce non c'èPulce non c’è
(Italia – 2012)

di Giuseppe Bonito
con Pippo Delbono, Marina Massironi, Francesca Di Benedetto, Ludovica Falda, Piera Degli Esposti

Postilla PERSONALE
Non l’avrei mai detto… e invece è un piccolo e buon film.
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Storie pazzescheStorie pazzesche
(Argentina, Spagna – 2014)

di Damián Szifron
con Ricardo Darín, Oscar Martínez, Leonardo Sbaraglia, Erica Rivas, Rita Cortese

Postilla PERSONALE
La boiata della settimana.
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“Il grande romanzo americano” Philip Roth

Philip Roth - Il grande romanzo americanoIl grande romanzo americano
Philip Roth
– Einaudi –
(traduzione di Vincenzo Mantovani)
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… sono le uniche pagine maltrattate di un libro per il resto assolutamente intatto. Leggendo con l’aiuto di una lente d’ingrandimento e delle note a piè di pagina, vedo (a quasi novant’anni) che si parla soprattutto di scoregge. Demonietti! Hanno persino decorato il margine con i simboli della loro esultanza. Sembra proprio il disegno di una scoreggia. E fatto molto bene. I ragazzi amano le scoregge, non è vero? Ancor oggi, con tutta la droga e il sesso e la violenza che si vede alla tv, la scoreggia li diverte, come capitava a noi. Forse il mondo non è così cambiato, in fondo. Sarebbe bello pensare che esistono ancora alcune verità eterne. Non posso credere che un giorno si dica a un ragazzo americano: “Ehi, vuoi sentire l’odore di una bella scoreggia?”, e lui ti guardi come se fossi matto. “Una bella… cosa?” “ Scoreggia. Non sai nemmeno cos’è una scoreggia?” “Certo, anche se è una parola poco nota: come la cinghia per legare i libri”. “Quella è una correggia, scemo. Una scoreggia. Un gruppo di ragazzi stanno seduti in cerchio in un luogo affollato e scoreggiano. Sparacchiano peti. Certo, puoi trasformarlo in un gioco e dare i punti. Tanti per una scoreggia umida, tanti per una serie e così via. E penalità per chi muove il fango, come dicevamo noi allora. Ma il bello era che lo facevi per il semplice fatto di farlo. Perdio, noi scoreggiavamo pere ore quando eravamo ragazzi! Sulla veranda di qualcuno una calda sera d’estate, per la strada, andando a scuola. Ma sì, potevamo stare seduti in cerchio nella bottega di un fabbro in un giorno di pioggia, non fare altro che scoreggiare, ed essere contenti come pasque. Mica c’era il cinema a quei tempi. Né la televisione. Non c’era niente. Credo che tutto il gruppo, preso insieme, non avesse mai, in nessuna occasione, più di un nichelino, eppure non ci annoiavamo mai, non dovevamo mai andare in giro in cerca di emozioni o a metterci nei guai. La cosa più bella era che potevi farlo anche tu. Sissignore, a quei tempi un ragazzo sapeva come usare il tempo libero.
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Ovviamente, in tempo di pace un catcher con una gamba sola, come un esterno con un braccio solo (come quello dei Mundy che svariava nella parte destra del campo), sarebbe stato al massimo una curiosità nella più scalcagnata squadretta di provincia: proprio dove Hot aveva giocato nei molti anni in cui le nazioni della terra erano vissute in armonia. Ma è una delle macabre ironie della storia che quella che è una catastrofe per la maggior parte dell’umanità torni invariabilmente a vantaggio dei pochi che vivono ai margini del consorzio umano. D’altro canto, anche vivere ai margini del consorzio umano è una macabra ironia.
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Americani, miei compatrioti, non è meglio dire tutta la verità alla fine che non dirla per niente? Non è meglio essere un uomo che è stato comunista piuttosto che un uomo che potrebbe esserlo ancora?

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Postilla PERSONALE
Anche se non c’è Nathan Zuckerman e il romanzo parla molto di Baseball (sport per me alquanto noioso), vi si trova un Roth in splendida forma (come d’altronde quasi sempre nella sua produzione letteraria).
La storia della Patriot League, terza lega di baseball americano, e del suo declino diventano il pretesto per l’invenzione di tanti, tantissimi, personaggi strambi e ottimamente caratterizzati, ma anche quello per parlare d’altro, molto altro: la guerra, il comunismo, l’emancipazione delle minoranze, la way of life americana.
Giochi di parole, citazioni nascoste, tanta ironia e stoccate politicamente non corrette al momento giusto. Ritmo sempre molto alto e capacità affabulatorie di Roth a pieni giri fino all’ultimo inning.
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IN VISIONE: Citizenfour, Il sale della terra, Maicol Jecson, A girl walks home alone at night, Breathe in

 

IN VISIONE
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CitizenfourCitizenfour
(U.S.A. – 2014)

di Laura Poitras
con Edward Snowden, Glenn Greenwald, Ewen McAskill

Postilla PERSONALE
Non solo per la storia che racconta, ma anche per come viene raccontata.
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Il sale della terraIl sale della terra
(Brasile, Italia, Francia – 2014)

di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado

Postilla PERSONALE
La bellezza e… l’invidia.
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Maicol JecsonMaicol Jecson
(Italia – 2014)

di Francesco Calabrese, Enrico Audenino
con Remo Girone, Tommaso Maria Neri, Vittorio Gianotti

Postilla PERSONALE
Una piccola sorpresa.
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A girl walks home alone at nightA girl walks home alone at night
(U.S.A. – 2013)

di Ana Lily Amirpour
con Sheila Vand, Arash Marandi, Marshall Manesh, Mozhan Marnò, Dominic Rains

Postilla PERSONALE
Super citazionista, ma comunque non malaccio.
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Breathe inBreathe in
(U.S.A. – 2013)

di Drake Doremus
con Guy Pearce, Felicity Jones, Kyle MacLachlan, Amy Ryan, Alexandra Wentworth

Postilla PERSONALE
Canovaccio abusato che non aggiunge niente ad altri e decisamente migliori precedenti.
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“Basta così” Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska - Basta cosìBasta così
Wislawa Szymborska
– Adelphi –
(traduzione di Silvano De Fanti)
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LA MANO

Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
circa duemila cellule nervose
in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.
È più che sufficiente
per scrivere Mein Kampf
o Winnie the Pooh.

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C’È CHI

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po’ lo invidio
per fortuna mi passa.
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A UNA MIA POESIA

Nel migliore dei casi,
poesia, sarai letta attentamente,
commentata e ricordata.

Nel peggiore
sarai soltanto letta.

Terza eventualità:
verrai sì scritta,
ma subito buttata nel cestino.

Potrai approfittare di una quarta soluzione:
scomparirai non scritta,
borbottando qualcosa soddisfatta.

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“Amori e disamori di Nathaniel P.” Adelle Waldman

Adelle Waldman - Amori e disamori di Nathaniel P.Amori e disamori di Nathaniel P.
Adelle Waldman
– Einaudi –
(traduzione di Vincenzo Latronico)
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Si alzò e si affacciò alla finestra. La strada era spoglia, gli alberi lungo i marciapiedi erano bassi e macilenti, il fogliame rado persino al culmine della primavera. Erano stati piantati qualche anno prima come parte di un piano di riqualificazione urbana, e avevano un’aria malinconica di fallimento, come se da allora solo qualche impiegato del Comune di fosse preso cura di loro.
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– Dico quasi sul serio, – fece. – Vorrei dire sul serio.
Nate si rese conto che stava realmente discutendo con Hannah – cioè, che non stava inscenando i meccanismi superficiali di una discussione mentre fra sé e sé catalogava i tic e i limiti della sua interlocutrice. In genere, con le ragazze, la sua intelligenza gli pareva un’appendice fastidiosa, incapace il più delle volte di fornirgli ciò di cui aveva bisogno – battute secche e ciniche; galanteria; elogi di certi romanzieri alla moda – e tuttavia pronta a rendersi insopportabile ricordandogli che si stava annoiando. Adesso, però, non si stava annoiando.
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Era poi tanto sbagliato? Perché le donne riescono sempre a fare una patologia del fatto che gli uomini non vogliono una ragazza? Ci sono interi siti web scritti da donne apparentemente intelligenti e “indipendenti” che non si fanno scrupoli a chiamare uomini del genere immaturi, nel migliore dei casi, e stronzi nel peggiore. Nate avrebbe voluto obiettare – se avesse avuto qualcuno a cui obiettarlo – che le donne cercano una storia perché a livello viscerale non stanno bene da sole. Non è che sono persone nobili e magnanime, preoccupate dal benessere della nazione o del futuro della specie. È che vanno in deliquio all’idea di cucinare assieme, al pensiero di un fidanzato amorevole che le sculaccia scherzosamente con un strofinaccio mentre tagliano verdurine e devono vino ascoltando la Npr (possibilmente in un appartamentino intestato a entrambi, d’epoca ma non la cucina rifatta). La loro prerogativa è questa. Ma che diritto avevano di demonizzare una preferenza diversa? Se per lui la cena perfetta era una pizza surgelata consumata al tavolo della cucina leggendo Un eroe del nostro tempo di Lermontov, chi poteva definirlo un ideale peggiore?
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Ma quell’altro modo di parlare del sesso, quando si parla di cosa ti piace e cosa no – questa cosa del dare istruzioni, dire “toccami così”, “questo sì, questo no”, persino “più veloce”, “più forte” -, lo trovava e lo aveva sempre trovato straziante. La sola idea di imbarcarsi in una conversazione del genere lo faceva sentire osceno e bestiale e, peggio, per nulla sexy, come se il poco di attrazione che era in grado di suscitare derivasse solo dall’immagine studiatissima e ben curata che proiettava di sé.

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Postilla PERSONALE
Ho riletto un paio di volte la quarta di copertina e secondo me i motivi per cui il romanzo non funziona come lì viene descritto, o almeno lo fa solo in piccola parte, sono due punti di rottura mancati o non così marcati: il passaggio da “un’adolescenza di scatenate letture e altrettanto scatenate sessioni di autoerotismo” a “desiderabile trentenne sul mercato sentimentale della scena letteraria di New York” e l’incontro con Hannah, “anche lei aspirante scrittrice, una ragazza intelligente, autonoma, metterà Nate di fronte a una persona che non è disposta a lasciarsi incasellare”, ma che troppo presto invece appare non poi così differente dalle precedenti relazioni sentimentali del protagonista.
Peccato, perché per “una sottile riflessione sul potere e sulle strategie che adottiamo per conservarlo mantenendo la coscienza pulita” qua e là ci sono buoni inizi, persi poi però per strada, tra un “ristorantino di Brooklyn” e l’ennesimo gossip editoriale.
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IN VISIONE: Black hat, Going clear – Scientology and the prison of belief, Tre tocchi, A most violent year, Roaring currents

 

IN VISIONE
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Black hatBlack hat
(U.S.A. – 2015)

di Michael Mann
con Chris Hemsworth, Wei Tang, Viola Davis, Ritchie Coster, Holt McCallany

Postilla PERSONALE
Hmmm…
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Going clear – Scientology and the prison of beliefGoing clear – Scientology and the prison of belief
(U.S.A. – 2015)

di Alex Gibney

Postilla PERSONALE
Ottimo manifesto sui livelli raggiungibili dalla demenza umana.
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Tre tocchiTre tocchi
(Italia – 2014)

di Marco Risi
con Massimiliano Benvenuto, Leandro Amato, Emiliano Ragno, Vincenzo De Michele, Antonio Folletto, Gilles Rocca

Postilla PERSONALE
A tratti meglio del previsto, in altri tutto come previsto.
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A most violent yearA most violent year
(U.S.A. – 2014)

di J.C. Chandor
con Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Albert Brooks

Postilla PERSONALE
Alla lunga noiosetto.
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Roaring currentsRoaring currents
(Corea del Sud – 2014)

di Han-min Kim
con Choi Min-sik, Seung-Ryong Ryu, Jin-woong Jo, Myung-gon Kim, Ku Jin

Postilla PERSONALE
Ricco di spunti WTF, ma si è lasciato guardare fino alle fine lo stesso.
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“Nel nido del cuore” Ángel González

Ángel González - Nel nido del cuoreNel nido del cuore
Ángel González
– Edizioni Polistampa –
(traduzione di Francesco Luti)
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ELEGIA PURA

Qui non accade niente,
salvo il tempo:
irripetibile
musica che risuona,
ormai estinta,
in un cuore vuoto, abbandonato,
che qualcuno prende per un momento,
ascolta
e butta.

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OGGI

Oggi tutto mi conduce al suo contrario:
l’odore della rosa mi seppellisce nelle sue radici,
il destarsi mi spinge a un sonno diverso,
esisto, poi muoio.

Tutto accade ora in un ordine preciso:
gli scorpioni mangiano nelle mie mani,
i colombi mi mordono le interiora,
i venti più gelidi m’infiammano le guance.

Oggi è così la mia vita.
Mi alimento con la fame.
Odio chi amo.

Quando dormo, un sole appena nato
mi tinge di giallo le palpebre da dentro.

Sotto la sua luce, per mano,
tu e io retrocediamo ripercorrendo i giorni
fino a quando finalmente riusciamo a perderci nel niente.

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RESTA CALMO

Rimanda a domani
ciò che avresti potuto fare oggi
(e hai cominciato ieri senza sapere come).

Che domani sia sempre domani;

che la pigrizia lasci incompiuto
ciò che è destinato a essere transitorio;
che il tempo non intervenga,
e non abbia materia per irritarsi.

Evita che domani ti distrugga
tutto ciò che tu stesso
potresti non aver fatto ieri.

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“Nel mondo a venire” Ben Lerner

Ben Lerner - Nel mondo a venireNel mondo a venire
Ben Lerner
– Sellerio Editore –
(traduzione di Martina Testa)
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Forse tirò fuori l’argomento al museo e non mentre prendevamo un caffè o qualcosa del genere perché nelle gallerie così come durante le passeggiate i nostri sguardi erano paralleli, puntati sulle tele di fronte a noi e non uno verso l’altro, condizione tipica dei nostri scambi più intimi; eravamo soliti elaborare i nostri punti di vista mentre costruivamo insieme, letteralmente la vista che avevamo davanti. Non evitavamo di guardarci negli occhi, e io anzi ammiravo quella parvenza di cielo nuvoloso che c’era nei suoi, epitelio scuro e stroma chiaro, ma quando capitava tendevamo a smettere di parlare. Il che significava che pranzavamo in silenzio o chiacchierando del più e del meno, e solo passeggiando poi verso casa apprendevo che a sua madre era stato diagnosticato un tumore in fase avanzata. Può darsi che ci abbiate visti camminare su Atlantic Avenue, il suo viso un fiume di lacrime, il mio braccio intorno alle sue spalle, ma i nostri sguardi puntati dritti in avanti; o forse mi avete visto durante uno dei miei sempre più frequenti episodi di pianto, con lei che mi confortava allo stesso modo mentre attraversavamo il ponte di Brooklyn, non tanto una coppia di innamorati quanto di gemelli siamesi.
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Uscendo dalla metropolitana scoprii che era calata definitivamente la sera, e l’aria era eccitata da una sorta di presagio e da qualcos’altro, qualcosa di simile alla sensazione che ci dava un giorno di neve da bambini, quando il tempo veniva emancipato dalle istituzioni, quando la neve sembrava una tecnologia per sconfiggere il tempo, o proprio una massa di tempo sconfitto che cadeva dal cielo, ogni particella scintillante di ghiaccio un istante strappato alla routine quotidiana che ci veniva restituito in dono.
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Rimasi quasi allarmato da quella che percepii come una completa dissimulazione da parte di Alena, mi sembrò quasi che volesse farmi passare per matto, come se il nostro rende-vous sul pavimento di quella casa non fosse mai avvenuto. Io ero lì, ancora accaldato per il coito, coi sensi che vibravano all’unisono con la città intera, e non desideravo altro che possederla ed esserne posseduto di nuovo, mentre lei mi guardava con un distacco così totale che mi parve di essere io l’ex geloso che voleva evitare, un borghese bacchettone incapace di concepire l’eros se non tramite il lessico della proprietà. Forse si era staccata da me solo per potermi rincontrare con freddezza, rivendicando la sua capacità di creare distanze insuperabili, nonostante la vicinanza fisica. Da un lato mi sentivo crescere dentro una rabbia gelosa, il desiderio che mi desiderasse, l’unico desiderio che, mi aveva detto Alex durante un litigio, fossi davvero in grado di provare a lungo. Dall’altro lato, ammiravo sinceramente la facilità con cui sembrava capace di prendermi o lasciarmi, di prendermi e lasciarmi al tempo stesso, la trovavo eccitante, perfino esaltante, come se l’energia che avevamo generato fosse ora libera di circolare in modo più diffuso, dando un po’ di carica a tutto quanto: corpi, lampioni, opere in tecnica mista.
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… uno dei motivi per cui amavo la poesia era che la differenza fra realtà e finzione non valeva, che la corrispondenza fra il testo e il mondo era meno importante dell’intensità dei versi stessi, delle possibilità emotive che si aprivano nel tempo presente della lettura.
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Mi chiesero di alzarmi in piedi e si misero a calcolarmi la lunghezza delle braccia, la curvatura del petto e della spina dorsale e l’arco dei piedi, a eseguire così tante misurazioni secondo un programma nosologico a me ignoto che sembrava che gli arti mi si fossero moltiplicati. Il fatto che le tre esaminatrici fossero più giovani di me costituiva un disgraziato spartiacque oltre il quale la scienza medica non poteva più rapportarsi al mio corpo con paterna benevolenza, perché quelle dottoresse avrebbero ormai visto nel mio organismo patologizzato il loro futuro declino e non la loro immaturità di un tempo. Eppure, in quella stanza arredata per bambini, mi ritrovai ridotto allo stato infantile da tre donne di improbabile avvenenza fra i venticinque e i trent’anni, mentre dalla distanza più che letterale della sua sedia Alex assisteva alla procedura con aria comprensiva.
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… niente al mondo, pensai fra me e me, era così vecchio quanto ciò che era futuristico nel passato.

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Postilla PERSONALE
“Nel mondo a venire” è un gioco di specchi continuo; la storia di uno scrittore, alter ego dello scrittore, alla prese con il secondo libro (quello che abbiamo in mano, ma anche un altro), dopo un esordio fortunato e un racconto preparatorio che gli sono valsi un cospicuo anticipo.
Intorno tanti altri piccoli eventi: la migliore amica che sente l’orologio biologico ticchettare gli ultimi battiti, una patologia diagnosticata, un piccolo bambino latino-americano a cui badare, una residenza a Marfa, inaugurazioni di mostre e galleria d’arte, tifoni che si abbattono su New York, etc.
A collegare tutto questo materiale la grande macchina del tempo, lungo il cui percorso si fa avanti e indietro nelle pagine del libro, aumentando così la sensazione di insicurezza su cosa effettivamente stia accadendo o sia accaduto, l’incertezza se l’esperienza che il protagonista stia raccontando sia reale o meno.
Ben Lerner, preciso nella scrittura e abile nella scelta dei momenti da includere nella narrazione, ha uno stile ironico senza essere distaccato, analitico ma mai pesante, riuscendo così ad uscire facilmente dalla classica gabbia “scrittori che parlano di scrittori alla prese con la scrittura” e andando oltre, molto oltre (anche e soprattutto rispetto a “Un uomo di passaggio”, il suo vero esordio).

P.S. Non è semplice, in così poco spazio, rendere l’idea di quanto e cosa ci sia dentro questo libro, segnalo quindi anche questo bel pezzo di Fabrizio Spinelli su minima & moralia.
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