“Pietroburgo” Andrej Belyj

29 gennaio 2015 Nessun commento

Andrej Belyj - PietroburgoPietroburgo
Andrej Belyj
– Adelphi –
(traduzione di Angelo Maria Ripellino)
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Si levò il vento del litorale: cominciarono a cadere le ultime foglie e Aleksandr Ivanovič sapeva tutto a memoria: Ci sarebbero stati, ci sarebbero stati dei giorni cruenti, colmi di orrore; e poi tutto sarebbe crollato; oh, turbinate, libratevi, ultimi giorni!
Oh, turbinate, libratevi a volo voi – ultime foglie!
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“Lì, per l’appunto: lì sono arrivato alla convinzione che tutte le finestre sono dei tagli nell’immensità”.
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Sergej Sergeevič Lichutin era un semplice. E l’inesplicabile assurdità di un’azione colpisce gli uomini semplici più di un’infamia o di un delitto; comprendere l’umano tradimento è facile; perché comprendere è quasi trovare una giustificazione; ma che spiegazione trovare se a un modesto uomo di mondo salta d’un tratto il ghiribizzo di stare carponi, dimenando le falde del frac? Ciò che è privo di scopo non può avere giustificazioni. No, è meglio che un uomo del tutto onesto sperperi impunemente il denaro erariale, piuttosto che mettersi carponi.
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Pavel Jakovlevič, chinatosi sopra il taccuino, proiettò la sua testa in avanti, così che parve attaccata per un istante, non al collo, ma alle mani – e divenne un mostro: battendo gli occhietti, la testa, coi capelli di scarruffata lana canina e con una smorfia di sogghigno fra i denti, si mise a correre sopra il tavolo sulle dieci dita: per i foglietti del taccuino, assumendo l’aspetto d’un ragno a dieci zampe.
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E sotto di sé vedeva il fluire del millepiedi sul marciapiede, in cui i piedi scorrenti mandavano un fruscio cadaverico e in cui erano verdi le facce; da esse non si intuiva che in qualche luogo tornassero gli avvenimenti.
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“Ma che dico? Ho abboccato al delirio? Gli sto replicando?”. E mentalmente decise di tenersi a distanza da quel giuoco assurdo; se non avesse disgregato subito l’assurdità con la coscienza, la coscienza stessa si sarebbe disgregata in assurdità.
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… una strana genia di bastardi: né uomini né ombre.

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Postilla PERSONALE
Pietroburgo agli inizi del 1900 e i venti rivoluzionari che in città cominciavano a moltiplicarsi. Un padre e un figlio che vivono sotto lo stesso tetto, senatore il primo e studioso il secondo, ma non trovano molto da dirsi, quasi avessero prima di tutto paura uno dell’altro. Una piccola bomba al centro di un oscuro piano messo in atto da ambigue e scapestrate figure.
Il romanzo si muove su queste coordinate, nascondendole tra le nebbie, le penombre dei vicoli e lungo le masse indistinte di persone che affollano le prospettive cittadine, geometriche e maestose, dietro al chiacchiericcio di una festa in maschera o in discussioni sussurrate alle prime luci dell’alba in bettole maleodoranti. Uno stile non facile, né immediato quello di Belyj, al quale bisogna arrendersi fin da subito, lasciando che gli sprazzi quasi poetici vadano via via a costruire l’affresco di una vicenda tipicamente russa, follemente lucida e avvincente.
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IN VISIONE: Birdman, Whiplash, The imitation game, La trattativa, Life partners, Perez

28 gennaio 2015 Nessun commento

 

IN VISIONE
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BirdmanBirdman
(U.S.A. – 2014)

di Alejandro González Iñárritu
con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Emma Stone, Naomi Watts, Amy Ryan

Postilla PERSONALE
FILMONE!
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WhiplashWhiplash
(U.S.A. – 2014)

di Damien Chazelle
con Miles Teller, Melissa Benoist, J. K. Simmons

Postilla PERSONALE
Molto bello e fatto benissimo, dopo Birdman il migliore tra i candidati all’Oscar.
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The imitation gameThe imitation game
(U.K., U.S.A. – 2014)

di Morten Tyldum
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear, Charles Dance, Allen Leech

Postilla PERSONALE
La noia.
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La trattativaLa trattativa
(Italia – 2014)

di Sabina Guzzanti
con Enzo Lombardo, Sabina Guzzanti, Sabino Civilleri, Filippo Luna, Franz Cantalupo, Michele Franco, Maurizio Bologna

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode, al di là delle verità storiche (quali?).
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Life partnersLife partners
(U.S.A. – 2014)

di Susanna Fogel
con Leighton Meester, Simone Bailly, Adam Brody

Postilla PERSONALE
Buona commedia sentimentale.
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PerezPerez
(Italia – 2014)

di Edoardo De Angelis
con Luca Zingaretti, Marco D’Amore, Simona Tabasco, Gianpaolo Fabrizio, Massimiliano Gallo

Postilla PERSONALE
Meno peggio di quanto pensassi.
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“I racconti dell’arcobaleno” William T. Vollmann

26 gennaio 2015 Nessun commento

William T. Vollmann - I racconti dell’arcobalenoI racconti dell’arcobaleno
William T. Vollmann
– Fanucci -
(traduzione di Cristiana Mennella)
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… La notte sembrava regnare da sempre, anche se forse, tanto tempo prima, uno scampolo di pomeriggio era apparso; anche se di giorno scorreva lento, il tempo si lasciava dietro solo un brandello di ricordo, a notte fonda bisognava stare in campana, e il ricordo di dieci minuti era come il ricordo di un’ora.
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“Una volta mi hai detto che ero troppo timida” disse Jenny, riempiendomi di baci. “E adesso, che te ne pare?” Mi prese la stessa paura che assale il tossicomane esperto quando la dose è esagerata, la coscienza controllata si disintegra e l’anima piagnucola perché sente le cinghie che la legano alla sedia elettrica del destino. Non mi resi conto che scopava con me non per sfacciataggine, che non l’avevo corrotta né trasformata in una donnaccia, quanto piuttosto perché mi amava perdutamente.
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“Che corpo! Che bella donna!” e lei ti sorrideva facendoti squagliare il cuore come fosse pazza di te, come se non fosse sicura di sé.
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Un uomo disse piangendo alla sua puttana: “Non lasciarmi.”
“Sta’ tranquillo” disse lei. “Non ti lascerò per tutta un’ora.”
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E a quel punto non ti restava che ridiscendere le scale e uscire dalla porta in legno sudicia sulla Sesta, dove la disperazione era cancellata dall’indifferenza, e l’indifferenza dalla pioggia.
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“Si può sapere che hai?” disse Barlow.
“Niente” disse Evangeline. “Niente, a parte che bevo troppo. Niente che non posso curare con un’altra bevuta.”
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Certo che il corpo è tale e quale a un libro! Ognuno di noi ci scrive la propria storia, descrivendo alla perfezione cosa ci hanno fatto, e cosa abbiamo fatto noi. Il fegato di Evangeline era un capitolo intitolato: ‘Quello che volevo’. Il testo era breve, ma non privo di pathos. “Volevo sentirmi amata riscaldata felice e su di giri.”
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“Fate la carità! Intonò un accattone allungando il palmo sudicio, ma non gli regalarono neanche un penny, perciò urlò: “Fatemi una Cadillac!” Non gli regalarono neanche quella.
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“Ehi, negro!” urlò un bianco.
L’altro lo guardò dall’alto in basso. “SIGNOR Negro, prego.”
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Le piccole vanità dei reietti sono veramente sinistre perché ci dicono che quelle teste ragionano.
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Due vecchi erano appoggiati a un distributore di giornali.
“Be’” fece quello col cappello nero da cow-boy “dovunque andrò a finire, sarà sempre meglio di qua. Per la madonna!”
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“Il gioco del mondo (Rayuela)” Julio Cortázar

22 gennaio 2015 Nessun commento

Julio Cortázar - Il gioco del mondo (Rayuela)Il gioco del mondo (Rayuela)
Julio Cortázar
– Einaudi –
(traduzione di Irene Buonafalce)
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Dal sì al no quanti forse?
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È curioso come si possa perdere l’innocenza di colpo, senza neppure sapere che si è entrati in un’altra vita.
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Felice per lei che poteva credere senza vedere, che faceva corpo unico con la durata, la continuità della vita. Felice per le che stava nella stanza, che aveva diritto di cittadinanza in tutto ciò che toccava e con cui conviveva, pesce nel fiume, foglia sull’albero, nuvola nel cielo, immagine nella poesia.
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Sentì una specie di tenerezza astiosa, qualcosa di così contraddittorio che non poteva essere altro che la verità.
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– Stai usando parole, – disse Oliveira appoggiandosi più comodamente a Etienne. – E alle parole piace un mondo essere tirate fuori dal cassetto, e fatte danzare per la stanza. Realtà, uomo di Neanderthal, guardate come giocano, come ci entrano negli orecchi e si lanciano sugli scivoli.
– Certo, – disse Etienne accigliato. – Per questa ragione preferisco i miei pigmenti, mi sento più sicuro.
– Sicuro di che cosa?
– Del loro effetto.
– Ad ogni modo del loro effetto su di te, ma non sulla portinaia di Ronald. I tuoi colori non danno maggior certezza delle mie parole, caro mio.
– Per lo meno i miei colori non pretendono di spiegare niente.
– E ti accontenti del fatto che non ci sia una spiegazione?
– No, – disse Etienne, – ma nello stesso tempo faccio qualcosa che mi toglie il cattivo sapore di vuoto. E questa è, in fondo, la migliore definizione dell’homo sapiens.
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La vita, come un commentario di un’altra cosa che non afferriamo, e che è lì all’altezza del salto che non spicchiamo.
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E per questo Gregorovius insisteva nel voler conoscere il passato della Maga, perché morisse un po’ meno di quella morte all’indietro che è ogni ignoranza delle cose trascinate via dal tempo, per fissarla sul suo proprio tempo.
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– Raccontaglielo con tutti i particolari, – disse Oliveira.
– Oh, un’idea generale basta, – disse Gregorovius.
– Non esistono idee generali, – disse Oliveira.
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La Maga pareva risentita per quelle spiegazioni che le rovinavano la musica e che non erano quel che lei sempre si aspettava da una spiegazione, un solletico sulla pelle, una necessità di respirare a fondo come doveva respirare Hawkins prima di attaccare di nuovo la melodia.
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… capiva benissimo un mucchio di cose che noi ignoriamo a forza di saperle.
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Probabilmente fra tutti i nostri sentimenti l’unico che non è veramente nostro è la speranza. La speranza è propria della vita, è la vita medesima che si difende.
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Sospetto sempre più che mettersi d’accordo è la peggiore delle illusioni.
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– Siamo giusti, – disse la Maga. – Pola è molto bella, lo so dagli occhi con i quali Horacio mi guardava quando tornava dopo essere stato con lei, tornava come uno zolfanello quando lo si accende e cresce la grangia di fuoco, dura appena un secondo ma è stupendo, una specie di stridio, un odore di fosforo fortissimo e quella fiamma enorme che poi si distrugge. Lui tornava così, ed era perché Pola lo aveva riempito di bellezza. Io glielo dicevo, Ossip, ed era giusto che glielo dicessi. Ci eravamo già un po’ allontanati anche se continuavamo ad amarci ancora. Queste cose non accadono all’improvviso. Pola è arrivata come il sole alla finestra, a poco a poco, io devo sempre pensare a cose così per essere certa che sto dicendo la verità. Entrava lentamente, togliendomi l’ombra, e Horacio si bruciava come sulla coperta d’un bastimento, s’abbrustoliva, era così felice.
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Sognando ci è dato esercitare gratis le nostre attitudini alla follia. Abbiamo anche il sospetto che qualsiasi follia sia un sogno che si è fissato.

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IN VISIONE: American sniper, Fury, I Origins, Son of a gun, Vado a scuola, Import Export

20 gennaio 2015 Nessun commento

IN VISIONE
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American sniperAmerican sniper
(U.S.A. – 2015)

di Clint Eastwood
con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban

Postilla PERSONALE
Nell’ansia di far vedere tutto, l’impressione è che, oltre a non farcela, anche del resto rimanga troppo poco.
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FuryFury
(U.S.A. – 2014)

di David Ayer
con Brad Pitt, Logan Lerman, Scott Eastwood, Shia LaBeouf, Jon Bernthal

Postilla PERSONALE
Noiosetto.
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I OriginsI Origins
(U.S.A. – 2014)

di Mike Cahill
con Michael Pitt, Brit Marling, Astrid Berges-Frisbey, Steven Yeun, Archie Panjabi

Postilla PERSONALE
Passo falso dopo l’ottimo “Another earth”, secondo film confuso e pasticciato. Molto buona invece la colonna sonora.
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Son of a gunSon of a gun
(U.S.A. – 2014)

di Julius Avery
con Brenton Thwaites, Ewan McGregor, Alicia Vikander, Matt Nable, Damon Herriman

Postilla PERSONALE
Niente di più di quanto ci potrebbe aspettare da un film del genere, non molto quindi.
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Vado a scuolaVado a scuola
(Francia, Cina, Sudafrica, Brasile, Colombia – 2013)

di Pascal Plisson

Postilla PERSONALE
Buon documentario.
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Import ExportImport Export
(Austria – 2007)

di Ulrich Seidl
con Ekateryna Rak, Paul Hofmann, Michael Thomas, Maria Hofstätter, Georg Friedrich

Postilla PERSONALE
Seidl è ormai una certezza.
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“Vendetta” Yoko Ogawa

19 gennaio 2015 Nessun commento

Yoko Ogawa - VendettaVendetta
Yoko Ogawa
– Il Saggiatore –
(traduzione di Laura Testaverde)
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Lo stile non presentava peculiarità. Non c’erano personaggi originali né scene innovative. Però era come se, in fondo alle parole, il racconto fosse mosso da fresche increspature che una dopo l’altra, senza mai interrompersi, davano refrigerio.
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Mi cingeva le spalle con un braccio. L’altra mano stringeva le mie dita sulle ginocchia. La mia guancia toccava la sua clavicola e l’orecchio sentiva le pulsazioni. Ogni volta che respirava mi soffiava sulla nuca e mi arrivava il tepore delle sue labbra.
Non mi rendo conto di che forma assuma il mio corpo quando mi faccio così piccola dentro di lui: mi preoccupa che abbia, magari, un aspetto terribilmente ridicolo.
Lui crea una cavità con il corpo e io mi ci sistemo. Riesco a piegare le gambe per accorciarle e a stringere le spalle fin quasi a slogarle. Mi sembra di essere una mummia spinta a forza in una camera funeraria. Non mi importa se non riesco più a tirarmi fuori. Anzi, lo desidero.
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Di fronte ai miei occhi si allargava il mare della morte. Non era una distesa liquida, né paesaggio, né parole: era proprio il mare in tutta la sua imponenza. L’onda scura tornava diretta a me dai confini più remoti, senza lasciarmi vie di fuga, senza che apparisse l’ombra di un isolotto su cui riprendere fiato.

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Postilla PERSONALE
Riprendo in parte la prima citazione per descrivere l’effetto che mi ha fatto questo libro di racconti concatenati tra loro: una sorta di quiete (grazie anche allo stile asciutto, preciso, ma ricco di particolari di Yoko Ogawa), nonostante i temi e le situazioni trattate siano proprio all’opposto (omicidi, vendette, lutti, etc.), mossa da continue increspature, chiaramente percettibili, a creare un suono di fondo rivelatore, non tutto è come appare a prima vista.
Tra i migliori episodi: “Pomeriggio in pasticceria”, “La prova del cuore”, “Benvenuti nel Museo della tortura” e “Il venditore di busti”.
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“Il cerchio” Dave Eggers

15 gennaio 2015 Nessun commento

Dave Eggers - Il cerchioIl cerchio
Dave Eggers
– Mondadori –
(traduzione di Vincenzo Mantovani)
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“Bene” disse Gina. “Queste, allora, sono le priorità, con la tua partecipazione all’OuterCircle come quarta priorità. Che ha la stessa importanza di tutto il resto, perché noi valutiamo il tuo equilibrio tra il lavoro e la vita, capisci, la calibratura tra la tua vita online qui in azienda e fuori. Spero che sia chiaro. È così?”
“Sì.”
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L’apparente casualità, la mancanza di ogni programma da seguire, rendeva possibile una festa che creava poche aspettative e le superava di gran lunga.
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Francis fissava il suo piatto. “Merda. Ogni volta che il mio cervello parcheggia ordinatamente la macchine nel viale, la mia bocca esce dal fondo del garage. Scusa. Ci sto lavorando.”
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Guardandolo, la soluzione del problema di Annie per parve ovvia. Aveva bisogno di un sostegno. Annie doveva sapere che non era sola. E poi di colpo tutto apparve chiaro. Naturalmente, la soluzione era nel Cerchio stesso. Là fuori c’erano milioni di persone che senza dubbio si sarebbero schierate con Annie e le avrebbero mostrato il loro appoggio in mille modi inaspettati e sinceri. La sofferenza è semplice sofferenza se si soffre in silenzio, in solitudine. Il dolore provato in pubblico, davanti a milioni di persone affezionate, non era più dolore. Era comunione.
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“Quindi tu credi che tutti dovrebbero essere visti. E per essere visti dobbiamo essere osservati. Le due cose si tengono per mano.”
“Ma chi vuol essere sempre osservato?”
“Io. Io voglio essere vista. Voglio una prova della mia esistenza.”
“Mae.”
“La maggior parte della gente è così. La maggior parte della gente darebbe tutto ciò che sa, darebbe tutte le persone che conosce… darebbe qualunque cosa pur di sapere che è stata vista e riconosciuta, e che potrebbe persino essere ricordata. Sappiamo tutti che moriremo. Sappiamo tutti che il mondo è troppo grande perché si possa essere significativi. Così, non abbiamo altro che la speranza di essere visti o sentiti, anche solo per un momento.”
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Non siamo destinati a sapere tutto, Mae. Hai mai pensato che forse la nostra mente è delicatamente calibrata tra il noto e l’ignoto? Che la nostra anima ha bisogno dei misteri della notte e della chiarezza del giorno? Voi state creando un mondo di luce sempre accesa, e io credo che essa vi brucerà tutti quanti. Non ci sarà tempo per riflettere, dormire, raffreddarsi. Avete mai pensato, voi del Cerchio, che il nostro contenuto può arrivare solo fino a un certo punto? Guardaci. Siamo piccoli. Abbiamo la testa piccola, grande come un melone. Vuoi che la nostra testa possa contenere tutto ciò che il mondo ha mai visto? Non funzionerà.

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Postilla PERSONALE
Il Cerchio è un social network, una corporation, uno stile di vita. Il Cerchio aiuta le esistenze dei suoi iscritti, le organizza, le semplifica, finendo per controllarle in quasi ogni loro aspetto. Il Cerchio però non riguarda solo la sfera personale, si sta evolvendo rapidamente, cercando di diventare anche strumento civile e politico.
Il Cerchio è un ipotetico futuro prossimo, poco ipotetico e neanche poi così lontano, soprattutto perché molte delle cose descritte nel libro sono già oggi realtà, e questo è forse uno dei lati più deboli di un romanzo che sembrerebbe essere stato pensato con intenti più profetici. Anche il lato ossessivo/catastrofico, seppur in certi scambi faccia finalmente venire i brividi (più per immedesimazione che altro però), alla lunga risulta troppo monocorde, sostenuto (o non) da personaggi un po’ piatti ed eventi che non creano reali fratture nella trama (nemmeno quando sarebbe evidente aspettarselo).
Seppur scritto con l’ormai indiscutibile abilità narrativa di Eggers, “Il cerchio” è un romanzo bloccato a metà strada, non intenzionato a capire il presente, ma nemmeno così proteso in avanti, a prevedere un futuro.
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IN VISIONE: Big hero 6, Obvious child, Blind, Pazza idea, The drop, Il venditore di medicine

13 gennaio 2015 Nessun commento

IN VISIONE
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Big hero 6Big hero 6
(U.S.A. – 2014)

di Don Hall, Chris Williams

Postilla PERSONALE
Forse il miglior film d’animazione del 2014.
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Obvious childObvious child
(U.S.A. – 2014)

di Gillian Robespierre
con Jenny Slate, Jake Lacy, Gaby Hoffmann, Gabe Liedman, David Cross, Richard Kind, Polly Draper

Postilla PERSONALE
Ottima commedia dai toni drammatici, gran dialoghi e bravissima Jenny Slate.
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BlindBlind
(Norvegia – 2014)

di Eskil Vogt
con Ellen Dorrit Petersen, Henrik Rafaelsen, Henrik Rafaelsen, Marius Kolbenstvedt

Postilla PERSONALE
Bello, particolare e coraggioso.
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Pazza ideaPazza idea
(Grecia, Francia, Belgio – 2014)

di Panos H. Koutras
con Kostas Nikouli, Nikos Gelia, Aggelos Papadimitriou, Romanna Lobats, Marissa Triandafyllidou

Postilla PERSONALE
Alla fine tutto un po’ troppo.
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The dropThe drop
(U.S.A. – 2014)

di Michael R. Roskam
con Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Matthias Schoenaerts

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Il venditore di medicineIl venditore di medicine
(Italia – 2014)

di Antonio Morabito
con Claudio Santamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio, Roberto De Francesco

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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“Humus” Raul Brandão

12 gennaio 2015 Nessun commento

Raul Brandão - HumusHumus
Raul Brandão
– Besa Editrice –
(traduzione di Marcello Sacco)
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Ora che la vita dura secoli nessuno aspetta un minuto.
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Ho passato tutta la vita a imitare la vita. Ho passato tutta la vita con una voce che mi predicava: “Non ficcarci il naso”, mentre tutto quel che volevo era proprio ficcare il naso.
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La pazienza è infinita e affonda radici nella terra: ha acquisito il colore della pietra e ogni giorno cresce di un pollice. L’ambizione non alza un piede se non ha l’altro ben saldo, la furberia va e viene e, per quanto si drizzino le orecchie, non la si sente passare. In apparenza è l’insignificanza la legge della vita; è l’insignificanza che governa il paese. È la pazienza, che aspetta oggi, domani, con lo stesso sorriso umile: “Abbi pazienza”, e le sue agili dita tessono una tela di ferro. Non c’è ostacolo che l’abbatta. “Abbi pazienza”, e gira intorno, torna indietro, aspetta anno dopo anno, e guarda con gli stessi occhi privi d’espressione e lo stesso sorriso stampigliato. La bugia è invece di un’altra casta, si fa di mille colori e tutti la trovano gradevole. Ogni giorno diciamo le stesse parole, salutiamo con lo stesso sorriso e facciamo gli stessi convenevoli. Si pietrificano le abitudini lentamente accumulate. E il tempo macina: macina l’ambizione e il fiele e rende le figure grottesche.
*
Donna Leocadia, il dovere è un contratto. Un contratto con un ente superiore o un contratto con gli altri. Ci sono doveri con Dio e doveri con gli uomini. Il contratto con Dio è fallito, perché Dio non esiste; il contratto con gli uomini non lo rispetto perché, se accetto di rispettarne le clausole da solo, mi depredano. Restano i doveri con se stessi, con la propria coscienza.
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C’è un non so che di mostruoso nel mondo che beve tutte le lacrime e si porta via tutte le grida. E non si sazia. C’è un non so cosa che reclama dolore.
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Un Dio-forza, un Dio che non si commuove alle mie grida e alle mi suppliche non mi interessa. Un Dio che avanza verso una fine che io non afferro è un Dio assurdo. A che mi serve questo Dio? Non sente le grida, distrugge: non sente il dolore, distrugge. Distrugge e avanza. È immutabile. Ci illude. Ci lascia un secondo davanti a questo spettacolo per poi immergerci nel nulla. La nostra aspirazione qui non ha posto: intravediamo, sogniamo e, a metà strada, forse proprio all’inizio del sogno più grande, ci distrugge. Peggio: ha un bisogno di sofferenza sempre più grande, di sofferenza innocente o colpevole. Si specchia nel dolore. Dio è cieco.
*
Voglio la vita! La voglio! La voglio banale, tumultuosa e cieca. Inerte no! Incosciente no! Mi fa orrore.
*
Non sono solo i sentimenti a creare parole, ma anche le parole a creare sentimenti. Le parole formano un’architettura di ferro. Sono la vita, quasi tutta la nostra vita, la ragione e l’essenza di questa baraonda. È con parole che costruiamo il mondo. È con parole che ci si impongono i morti. È con parole, ossia solo suoni, che edifichiamo tutto nella vita. Ma ora che i valori sono cambiati, a cosa ci servono queste parole? Bisogna crearne altre, impiegarne altre, oscure, terribili, in carne viva, che traducano la collera, l’istinto, lo stupore.
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Ora non riesco a trattenere la folla che costituisce la mia anima. Non sono mai solo e li sento che reclamano sempre più forte. Sento fantasmi fino alla radice della vita. La mia anima è un palco su cui tutti i morti si battono a duello. Li sento! Li Sento! Sono impulsi, sono esseri che agiscono e parlano come se io non esistessi. In questi momenti sono solo uno spettatore che li vede in marcia senza potersi difendere. Li sento! Li sento!
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È la vita, è quel che rimugino di notte e mi mantiene di giorno.

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Marsiglia e …

30 dicembre 2014 Nessun commento

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Marsiglia

 

(Marseille, Aix-en-Provence, Les Baux-de-Provence, Arles, Avignon, Pont du Gard, Oppède, Roussilon, Apt, Moustiers Sainte-Marie, Gorges du Verdon, Cannes, Saint-Paul de Vence)
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7 LIBRI – 2014

23 dicembre 2014 Nessun commento


7 LIBRI – 2014

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Annie Ernaux - Il postoIl posto
Annie Ernaux
– L’orma editore -
(traduzione di Lorenzo Flabbi)
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Un bar di clienti abituali, di quei bevitori che passano regolarmente a farsi un bicchiere prima o dopo il lavoro, seduti sempre allo stesso posto, sacro

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Gary Shteyngart - Mi chiamavano piccolo fallimento
Mi chiamavano piccolo fallimento
Gary Shteyngart
– Guanda -
(traduzione di Katia Bagnoli)
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Non mi ero ancora sottoposto per dodici anni alle quattro sedute settimanali di psicoanalisi che mi avrebbero trasformato

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Aleksandar Hemon - Amore e ostacoli
Amore e ostacoli
Aleksandar Hemon
– Einaudi -
(traduzione di Maurizia Balmelli)
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Qualunque cosa trasmettesse realtà per mio padre era oggetto di apprezzamento incondizionato. Guardava con diffidenza

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Bernard Malamud - Il commesso
Il commesso
Bernard Malamud
– minimumfax -
(traduzione di Giancarlo Buzzi)
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Diede un’occhiata all’orologio e vide che era l’una passata. Rabbrividì e si alzò, poi

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Mark Strand - Quasi invisibile
Quasi invisibile
Mark Strand
– Mondadori -
(traduzione di Damiano Abeni)
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Mi sono stancato della luna, stancato di quell’aria attonita, del ghiaccio azzurro del suo sguardo, dei suoi arrivi e

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David Means - Il punto
Il punto
David Means
– Einaudi –
(traduzione di Silvia Pareschi)
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Un anno, dall’inizio alla fine, la relazione formò un grande arco, dalle prime tracce di lussuria fino

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Alan Pauls - Storia del denaro
Storia del denaro
Alan Pauls
– Edizioni SUR -
(traduzione di Maria Nicola)
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Un po’ di buon senso gli basterebbe per capire che la quantità non è quello che conta. Avere tutto il suo denaro sempre con sé non
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7 FILM – 2014

22 dicembre 2014 2 commenti


7 FILM – 2014

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Miss Violence Ida Gone girl

Short term 12 Enough said August: Osage County

Stories we tell

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7 ALBUM – 2014

19 dicembre 2014 Nessun commento


7 ALBUM – 2014

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The Rural Alberta Advantage – Mended with gold


Sharon Van Etten – Are we there


SPC Eco – The art of pop


Yellow Ostrich – Cosmos


Jim E-Stack – Tell me I belong


Spoon – They want my soul


Douglas Dare – Whelm

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“Storia del denaro” Alan Pauls

18 dicembre 2014 Nessun commento

Alan Pauls - Storia del denaroStoria del denaro
Alan Pauls
– Edizioni SUR –
(traduzione di Maria Nicola)
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… assegni, cambiali, carte di credito, tutti gli igienici simulacri della cartamoneta che cominciano a circolare proprio allora, teste di ponte di un’arrogante economia d’avanguardia…
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A volte, sul tardi, molto tardi, nell’ora in cui tutto ciò che succede senza preavviso può essere un errore o una tragedia.
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Un po’ di buon senso gli basterebbe per capire che la quantità non è quello che conta. Avere tutto il suo denaro sempre con sé non fa di suo padre un uomo ricco né povero. Ne fa un uomo all’erta. Semplice: suo padre è pronto. Pronto per fare ciò che vuole in qualsiasi momento, comprare quello che vuole, andare dove vuole. Ricco o povero, è libero.
*
E così che funzionano quei tempi: chi scampa alla morte ritorna perché è un vigliacco o un venduto, o perché ha pagato, o è sceso a patti col nemico, mai perché è stato il più forte.
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La vergogna: una specie di lava fredda e nera che qualcuno gli rovescia dentro che lo inonda dalla testa ai piedi pietrificandosi a gran velocità.
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Il gioco è una cosa sua – come per altri drogarsi, rubare nei negozi, vestirsi da donna, guidare a duecento all’ora – e in quella cosa lui è solo, e tutto quel che si sa di lui e di quella cosa, finché entrambi si estingueranno, lo si saprò per sbaglio o per caso. Perché le cose sono mondi e non esistono mondi capaci di chiudersi ermeticamente su sé stessi, per perfetti che siano. Quel mattino, in cucina, sua madre capisce che lì dentro non ci sarà mai posto per lei. Non dipende da lei, da quello che fa o non fa. Lo dimostra l’assoluta mancanza di senso di colpa, la naturalezza quasi gioviale con cui lui salta a piè pari il difficile momento della confessione e dà per scontata una cosa che per lei, fino ad allora, aveva la forma di un enigma e la tormentava in modo indicibile. Il motivo per cui non le ha mai detto che gioca è lo stesso che spiega come mai glielo sta dicendo adesso, e il tono in cui glielo dice, assorto, come di chi pensa ad alta voce e non ha bisogno di interlocutori. Il suo silenzio non è mai stato un segreto.
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Gli piace l’idea di sua madre. È tortuosa, precisa, con la giusta dose di cattiveria che ci vuole perché un’idea si faccia strada nel mondo e colpisca nel segno.
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Qualcuno stacca dal tabellone di panno nero le lettere bianche che compongono il nome di suo padre e le sostituisce con altre. Decifra: G-R-O-L-M-A-N. Giurerebbe che si scrive con due enne. Signore? Signora? Dovrò tornare alle tre, quando inizierà il saluto a Grolman, se vuole saperlo. Cerca qualcosa o qualcuno che gli dica cosa fare, cosa dire, dove mettersi: un tabellone, un manuale d’istruzioni, una di quelle promoter con un dito di trucco, in tailleur aderentissimo, che in due minuti insegnano come chiedere un prestito o come configurare un telefono di ultima generazione. Possibile che “come comportarsi al funerale dei propri genitori” non compaia nei programmi scolastici obbligatori? Gli capita a tiro una portiera aperta e si tuffa senza pensarci in un’automobile che sa di cuoio, di un cuoio talmente nuovo che sembra finto.
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Il calvario di chi si vede costretto a farsi da parte perché non c’entra niente, mai, tutti i passi che fa sono passi falsi, ogni decisione è un errore. Vivere equivale a pentirsi.

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Postilla PERSONALE
Un figlio, una madre e un padre separati da tempo, e il denaro, in tutte le sue forme, usi e metafore. I ricatti che sconvolsero l’Argentina negli anni ’70, l’apertura di una cassetta di sicurezza come pietra tombale di un amore finito, piccole somme sparse dappertutto in una casa o ancora debiti tramandati in eredità. Denaro che cambia spesso nome e valore, non soltanto su scale personali e arbitrarie, ma anche nell’indiscutibile, ma non altrettanto stabile, voce del mercato.
Una scrittura stratificata, ricca di subordinate e incisi, divagazioni, nella quale i ricordi personali si incrociano con gli eventi di cronaca e le mode dei tempi senza però mai perdere ritmo o direzione; un’abilità che in questo romanzo risalta ancora di più rispetto al già molto buono “Storia dei capelli” (insieme a “Storia del pianto” formano la trilogia di Alan Pauls) e che nonostante l’eccellente tecnica narrativa non risparmia il coinvolgimento emotivo, ma anzi lo vivifica.
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IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellion

16 dicembre 2014 1 commento

IN VISIONE
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Gone girlGone girl
(U.S.A. – 2014)

di David Fincher
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit

Postilla PERSONALE
Difficilmente Fincher ne sbaglia uno e qui fa centro pieno (Rosamund Pike!).
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St. VincentSt. Vincent
(U.S.A. – 2014)

di Theodore Melfi
con Bill Murray, Jaeden Lieberher, Melissa McCarthy, Naomi Watts, Chris O’Dowd, Terrence Howard

Postilla PERSONALE
Commedia a lieto fine che si lascia vedere, ma non molto altro. Anche Bill Murray ne esce ridimensionato.
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Rob the mobRob the mob
(U.S.A. – 2013)

di Raymond De Felitta
con Michael Pitt, Andy Garcia, Ray Romano, Frank Whaley, Samira Wiley

Postilla PERSONALE
Peccato, la storia poteva essere interessante.
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KillersKillers
(Giappone, Indonesia – 2013)

di Fratelli Mo, Kimo Stamboel, Timo Tjahjanto
con Rin Takanashi, Luna Maya, Kazuki Kitamura, Epy Kusnandar, Ray Sahetapy

Postilla PERSONALE
Tutto troppo.
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Everyday rebellionEveryday rebellion
(Svizzera, Germania, Austria – 2013)

di Arman T. Riahi, Arash T. Riahi

Postilla PERSONALE
Un po’ generalista, ma buon documentario.
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“Guarigione” Cristiano de Majo

15 dicembre 2014 Nessun commento

Cristiano de Majo - GuarigioneGuarigione
Cristiano de Majo
– Ponte alle Grazie-
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I grattacieli napoletano sono molti, insospettabilmente troppi, ma non riesco a considerarli, come vuole l’opinione comune, uno sfregio alla bellezza della città. Al contrario mi ricordano le promesse che hanno aleggiato, un’idea di futuro che ha cercato di svicolare dalla claustrofobia celebrazione del passato che ci ha seppelliti, mi sembrano resti di un tempo che non si è realizzato come altre testimonianze del quartiere in cui mi sto muovendo…
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Dopo i primi controlli avevo iniziato a pensare che non si guarisce mai per sempre, che tutti noi viaggiamo da una guarigione all’altra, e persino che la guarigione fosse una forma di occultamento temporaneo.
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Linguaggio. Stiamo cenando e i gemelli sono appena andati a letto nella stanza accanto, quando sentiamo la voce di T pronunciare la parola – “moto” – poi un’altra e ancora un’altra, messe una dietro l’altra secondo un’associazione che certe volte capiamo, certe altre ci sfugge, fino a quando diventa chiaro che sta ripassando tutte le parole che conosce. Sorridiamo, infilzando la pasta con la forchetta e continuiamo ad ascoltarlo, come se fosse una musica, in religioso silenzio aspettando che si addormenti.
Una mattina, invece, che M è a letto con noi da qualche ora imprecisata della notte, sentiamo la sua voce comporre una lista simile, la lista delle parole che conosce e si ricorda. La cosa commovente è che la dice a bassa voce pensando che stiamo dormendo.
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Un paio d’ore prima guardavo mio padre al centro della scienza mentre si offriva di montare tutti i nuovi giochi montabili che venivano aperti ed era come vivere un déjà vu. Mio padre che dimostrava la sua tipica disponibilità che io interpretavo però anche come una forma di inconfessato (e inconfessabile a sé stesso) narcisismo. Mio padre che si manifestava al mondo come una persona capace di fare qualsiasi cosa, ma che nella modalità d’azione, nella concentrazione, nella capacità manuale non aveva nulla della persona capace di montare un gioco in quattro e quattro otto. L’immagine di mio padre, che montando uno dei regali aveva finito col romperlo, aveva avuto per me un grande potere emblematico e riassuntivo. Perché mio padre non riuscivo a non vederlo esattamente così – una persona che si offre di fare qualsiasi cosa senza riuscire mai a fare una cosa in modo preciso, esatto – dopo averlo visto fino all’adolescenza come la persona capace di fare tutto. Agli occhi dei miei figli avrei percorso anch’io una parabola simile e quella certezza già mi strappava lo stomaco.
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Ogni teoria ha una sua percentuale di credibilità, mi dicevo, ma finiamo per affezionarci a quelle che ci sono più utili. […] Il caso non è mai utile, non dà spiegazioni, non serve a costruire una storia. Il destino sì.

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Postilla PERSONALE
Un romanzo, tra memoir e autobiografia, nonfiction quindi, che parla di tempo e trasformazioni: la malattia in guarigione, una coppia in famiglia, da uno stadio dell’essere umano a un altro, successivo e diverso. Un libro che narra anche e soprattutto del diventare genitori e lo fa senza mai staccarsi completamente dal ruolo di figlio o comunque tenendolo sempre ben a mente.
Un cancro sconfitto e una gravidanza non andata a buon fine, un viaggio negli Stati Uniti e il successivo ritorno a Napoli (città verso la quale c’è una sottile e sempre più pungente intenzione di andarsene perché ritenuta forse ormai inadatta a crescere una famiglia), la nascita di due gemelli e un nuovo mondo con il quale raffrontarsi. Presente ma anche ricordi, confronti, colpe, scelte fatte o che si sarebbero potute fare.
Una narrazione sciolta ed equilibrata quella di Cristiano de Majo, dove l’io narrante, nonostante la scontata onnipresenza, non risulta mai ingombrante, riuscendo così a cogliere i molteplici aspetti della vita ai quali va incontro il protagonista.
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IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The square

10 dicembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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BellusconeBelluscone
(Italia – 2014)

di Franco Maresco

Postilla PERSONALE
Il grottesco del reale.
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PredestinationPredestination
(Australia – 2014)

di Michael Spierig, Peter Spierig
con Ethan Hawke, Noah Taylor, Sarah Snook, Christopher Kirby, Madeleine West

Postilla PERSONALE
Una piccola sorpresa.
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NightcrawlerNightcrawler
(U.S.A. – 2014)

di Dan Gilroy
con Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Bill Paxton, Riz Ahmed, Kevin Rahm

Postilla PERSONALE
Non so bene perché, ma mi aspettavo molto di più.
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E quattro ottimi documentari:
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Stories we tellInto the abyss  Confessions of a superhero  The square

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“Lacci” Domenico Starnone

9 dicembre 2014 Nessun commento

Domenico Starnone - LacciLacci
Domenico Starnone
– Einaudi –
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Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara solo perché l’hai semplificata.
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Dopo un po’, certo, si ricompose, si ricomponeva sempre. Ma a ogni ricomposizione sentivo che aveva perso qualcosa di sé che in tempi andati mi aveva attratto. Non era mai stata così, si stava guastando per colpa mia. E tuttavia quel suo guastarsi mi pareva un’autorizzazione ad allontanarmi ancora di più da lei.
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Dalla crisi di tanti anni fa abbiamo imparato entrambi che per vivere dobbiamo dirci molto meno di quanto ci taciamo. Ha funzionato. Ciò che Vanda dice o fa è quasi sempre il segnale di ciò che nasconde. E il mio continuo consentire cela che da decenni non c’è niente, assolutamente niente, su cui abbiamo sentimento in comune.
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Che stupidaggine. Ammesso che io ti abbia mai amato – e oggi non ne sono sicura: l’amore è un contenitore dentro cui ficchiamo di tutto -, è durata poco. Sicuramente per me non sei stato niente di unico, niente di intenso. Mi hai solo permesso di considerarmi una donna adulta: vivere in coppia, il sesso, i figli. Quando mi hai lasciata, ho sofferto soprattutto per quello che di me ti avevo inutilmente sacrificato. E quando ti ho raccolto in casa, l’ho fatto solo per farmi restituire ciò che ti eri preso.
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– Come sei buono. Come siete buoni tutti con le donne. Avete tre grandi obiettivi nella vita: scoparci, proteggerci, farci male.

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Postilla PERSONALE
Un uomo e una donna, due figli e una casa, delle lettere e un tradimento, o almeno quello che all’inizio del romanzo sembrerà essere il solo. Basta questo a Starnone per mettere in scena molto bene, gran ritmo e superfluo eliminato, il dissesto di una coppia, di una famiglia. La meschinità del non detto e del continuare a farlo anche dopo tanti anni di vita assieme, il dolore che si trasforma in voglia di rivalsa e cova, ogni giorno, sempre di più, accatastandosi negli angoli più impensabili, in una casa come dentro le persone, per poi esplodere. Perché sì, si può mentire a sé stessi quanto si vuole, inventare scuse assurde e prendere scorciatoie in discesa, ma alla fine nulla viene dimenticato e tutto trova un modo per ritornare, che sia amore o violenza.
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“I Middlestein” Jami Attenberg

4 dicembre 2014 Nessun commento

Jami Attenberg - I MiddlesteinI Middlestein
Jami Attenberg
– La Giuntina –
(traduzione di Rosanella Volponi)
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Edie lo guardava fisso, lo sguardo vitreo, incerta se quello che stava dicendo era veramente divertente o no. Qualche volta rideva. Qualche volta ridere era solo la cosa più facile.
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“Bo, è vero” disse sua madre. “È scappato e non ha intenzione di ritornare”.
Che modo bizzarro di esprimersi, si rese conto Robin più tardi. Come se suo padre fosse stato trattato come una bestiola domestica, intrappolato in una gabbia foderata con un giornale sporco di cacca. In quel momento i suoi sentimenti nei confronti del padre subirono una vigorosa sterzata. Sua madre era un tipo duro. La situazione era difficile. Lui aveva scelto la strada della vigliaccheria, ma Robin non aveva mai rimproverato alla gente la loro codardia; era semplicemente una questione di scelta. Tuttavia odiava se stessa per questo suo modo di pensare. Questa era sua madre, era malata e aveva bisogno di aiuto. Messa a confronto con il suo codice morale, certamente fragile, Robin sapeva che c’era da fare un’ovvia considerazione: la decisione di suo padre era spregevole. Il corso dei suoi pensieri non sarebbe mai stato espresso ad alta voce, soltanto la risoluzione finale: suo padre non sarebbe stato perdonato. Non le era mai piaciuto molto prima che questo succedesse, anche se lo aveva amato, e non ci volle molto a spingerla oltre il limite verso qualcosa di vicino all’odio, o quantomeno alla fine dell’amore.
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“Quando?” chiese lei.
“Ci sono stati un’infinità di quando”.
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Emily pensava che suo fratello non sentisse come lei lo stesso peso. Provava compassione per la sua cecità, e lo invidiava per la sua libertà, e se avesse saputo, solo alcuni mesi prima, durante tempi più innocenti, che lei si sarebbe sentita in quel modo per il resto della sua vita, non soltanto riguardo a Josh, ma riguardo a un sacco di gente nel mondo, ovvero (per dirla in modo educato) combattuta, avrebbe custodito gelosamente, con la massima cura, quei momenti della pre-adolescenza, inconsapevoli, che si astengono dai giudizi. (Oh, avere di nuovo undici anni!). Perché una volta che lo sai, una volta che sai veramente come funziona il mondo, non puoi più ignorarlo.
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E tuttavia lei sarà triste quando alla fine arriverà la separazione. Piangerà con suo figlio e sua figlia, anche se almeno una piccola parte di questi sfoghi saranno calcolati per far sì che odino il padre. Dopo un po’ smetterà di essere triste per il fatto che se ne è andato, perché si renderà conto che non le manca, e allora sarà triste perché ha passato tanto tempo con qualcuno che neppure le manca, e dopo ancora sarà perfino più triste perché si rende conto che le manca, o perlomeno le manca avere qualcuno intorno, anche se non è che si parlassero molto. Alla fine, era così piacevole sapere che c’era qualcuno nella stanza, dirà a Benny, anche se quella è una sorta di cosa paranoica da dire a un figlio riguardo a suo padre. (Ma Edie non aveva mai avuto troppo autocontrollo). E ora la stanza era vuota, Solo lei.
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“Guido io” disse Robin, che aveva bevuto solo un bicchiere di vino.
“Sono in grado di guidare” disse sua madre, che ne aveva bevuti tre.
“Non posso credere che sto discutendo di questa cosa con te” disse Robin, e mentre probabilmente intendeva parlare di quanto fosse strano discutere con sua madre – che era sempre stata il tipo di donna che metteva cubetti di ghiaccio nel vino – se era o non era sufficientemente sobria per guidare, in realtà ora stava anche parlando del quadro generale, della vita passata assieme, madre e figlia che si scambiavano i ruoli, sua madre che squarciava ciò che era dentro di lei, lanciando qualunque cosa provasse verso la figlia per vedere cosa rimaneva attaccato. Questa nuova vita che non era affatto divertente.
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Sapeva che c’erano perfino altre cose di cui rattristarsi, così tanti strati di tristezza ancora da stendere. Aveva già vissuto una vita intera, e ora ce n’era un’altra che doveva cominciare a vivere di nuovo, dall’inizio.

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Postilla PERSONALE
Edie è arrivata a pesare 150 chili, conta due interventi chirurgici alle spalle e probabilmente a breve dovrà subirne un terzo. Eppure non rinuncia a mangiare: tanto, di tutto, a qualsiasi ora.
Richard è suo marito, o meglio era, visto che l’ha lasciata proprio poco dopo il secondo intervento. Un’ultima malandata farmacia rimasta di quello che decenni prima era un florido commercio e una libertà ritrovata da godersi o almeno sulla quale credere di poter ricostruire una vita.
La figlia Robin: umbratile, restia alle relazioni e dal bicchiere facile. Il figlio Benny: sposato, due bambini in procinto di festeggiare il Bar Mitzvah e un problema sempre più pressante di calvizie.
Questi sono i Middlestein: una famiglia ebrea-americana-middleclass della periferia di Chicago. Una famiglia come tante, come tutte, con le proprie lotte, i propri problemi e un traguardo ideale di felicità (o forse nemmeno quello).
Il pregio migliore di questo bel romanzo di Jami Attenberg è la capacità di tenere sempre in gioco i tanti protagonisti, dando spazio e spessore a tutti, e facendo sì che siano proprio i meccanismi di legami e colpe famigliari a reggerne la trama principale (ciliegina sulla torta l’ultimo capitolo).
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“Il fiordo di Killary” Kevin Barry

2 dicembre 2014 Nessun commento

Kevin Barry - Il fiordo di KillaryIl fiordo di Killary
Kevin Barry
– Adelphi –
(traduzione di Monica Pareschi)
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Dicono che bastano tre alcolisti per tenere in vita un piccolo bar di un paesotto di campagna, e per quanto io e il cugino Thomas facessimo del nostro meglio ci mancava un uomo, e quelli erano tempi duri per il signor Kelliher, titolare della licenza per servire alcolici al North Star, in Pearse Street,
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E Broad Street era in fiamme. Gli ultimi scampoli della sera si manifestavano in una parata di ori e rossi moribondi. Si accesero i lampioni. Dietro le finestre si scorgeva il tremolio azzurro degli schermi televisivi. E la notte estiva si annunciò, con la sua energia illuminata dalle stelle. Portava con sé tentazioni, struggimenti e malessere, perché queste sono le cose dell’estate.
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La stout faceva il suo sporco lavoro. Era la terza della giornata, e adesso il ritmo delle bevute sarebbe calato a velocità di crociera – la cappa di terrore del mattino si era alzata, eravamo oltre l’ora del rimorso, e stavamo marciando verso la comprensiva maturità del pomeriggio.
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Scrollò le spalle. Fu un movimento espansivo, teatrale, che esprimeva ironica perplessità per noi umili spettatori del loggione. Era un tipo di donna che non ci era del tutto sconosciuto. Nei paesoni sonnolenti ci sono queste donne che hanno un gran bisogno di dramma e di calore, e se li procurano anche a costo di fare danni. Donne del genere spesso rappresentano l’unico palpito di vita locale.
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Su ogni battuta pesava l’asciutta zavorra dell’ironia – i sentimenti non si potevano nominare. Parlavamo di tutto tranne che dello spazio tra noi due.

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Postilla PERSONALE
L’Irlanda soprattutto, descritta da Kevin Barry in questa sua prima raccolta di racconti tradotta in Italia (in realtà l’unione delle sue due pubblicate fino ad ora) con tratti quasi poetici, anche quando le vicende suggerirebbero tutto tranne quello. Raramente ci sono grandi città, più spesso sono paesi o strade che serpeggiano lungo le verdi vallate; solitudini che attraversano ampi spazi o cercano conforto in piccoli rifugi (sovente un pub) in un continuo rimbalzare dagli uni agli altri. Hanno fallito, stanno fallendo, falliranno i protagonisti di queste storie scure, dove comunque non ci si risparmia mai una risata a denti stretti.
Racconti abbastanza diversi tra loro, non tutti riusciti, ma che nei casi migliori come ad esempio “Vino a colazione” o “Il fiordo di Killary” o ancora “Oltre i tetti”, fanno scoprire un autore da tenere sott’occhio.
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