“Fuga dal Campo 14″ Blaine Harden

24 novembre 2014 Nessun commento

harden14 Fuga dal Campo 14 Blaine HardenFuga dal Campo 14
Blaine Harden
– Codice Edizioni –
(traduzione di Ilaria Oddenino)
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Amore, pietà e famiglia erano parole prive di significato. Dio non era né morto né scomparso: Shin semplicemente non lo aveva mai sentito nominare.
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Per quanto la vita di Shin fosse miserabile dopo l’esecuzione della madre e del fratello, nel suo caso il suicidio non fu mai più di un pensiero passeggero. Per come la vedeva lui, c’era una fondamentale differenza tra i prigionieri che arrivavano da fuori e quelli che erano nati nel campo: i primi, annichiliti dal contrasto tra un passato confortevole e un terribile presente, spesso non riuscivano a trovare o a mantenere la volontà di sopravvivere. Uno dei benefici perversi di essere nato nel campo, invece, era una totale mancanza di aspettative, ed è per questo che Shin non sprofondò mai nella disperazione più totale. Non aveva nessuna speranza da perdere, nessun passato da rimpiangere, nessun orgoglio da difendere. Non trovava degradante leccare la zuppa dal pavimento. Non si vergognava di implorare il perdono di una guardia. La sua coscienza non veniva scossa se tradiva un amico in cambio di cibo. Erano pure e semplici tecniche di sopravvivenza, di certo non ragioni per togliersi la vita.
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La libertà, nella testa di Shin, non era che un sinonimo di carne alla griglia.
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… la fiducia, dopo tutto, era un ottimo modo per farsi fucilare.
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Passò quasi tutto il primo mese rintanato in casa a osservare dalle finestre la vita che gli scorreva davanti. Poi, finalmente, si decise ad avventurarsi in strada. Shin paragona questa evoluzione alla lenta crescita di un’unghia. Non sa bene come sia successo né perché: è successo e basta.
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“In Corea del Nord la paranoia era un comportamento istintivo naturale, e li aiutava a sopravvivere ha spiegato Kim Hee-kyung, psicologa che ho incontrato ad Hanawon. “Ma nel Sud impedisce una reale comprensione di ciò che li circonda. È uno dei maggiori ostacoli all’integrazione”.
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“Sono come un animale in via di evoluzione” disse, “ma è un processo lento, molto lento. A volte provo a ridere e a piangere come tutti gli altri, solo per vedere se sento qualcosa. Ma le lacrime non arrivano, e nemmeno le risate”.

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Postilla PERSONALE
Shin Dong-hyuk è oggi l’unica persona nata (1982) all’interno di un campo di prigionia nord coreano (il numero 14, grande quanto la città di L.A.) ad essere riuscita a scappare (all’età di ventitré anni). Dopo una vita di torture, duro lavoro, fame e mancanza di qualsiasi riferimento, sia culturale che sentimentale/emotivo (tradirà la madre e il fratello e rinnegherà il padre pur di sopravvivere), Shin attraverso la Cina e grazie a un’associazione giungerà in Corea del Sud (poi negli U.S.A. e infine di nuovo in Corea del Sud; un paese tra le prime venti economie mondiali ma, importante ricordarlo, anche in testa per quanto riguarda il tasso di suicidi), nella quale comincerà una seconda grande prova per lui: l’adattamento a un mondo nuovo, totalmente sconosciuto e completamente diverso dalla sua realtà abituale.
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“Shotgun Lovesongs” Nickolas Butler

20 novembre 2014 Nessun commento

butler14 Shotgun Lovesongs Nickolas ButlerShotgun Lovesongs
Nickolas Butler
– Marsilio Editore –
(traduzione di Claudia Durastanti)
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Mi piacerebbe farvi vedere un’alba dalla cima di un silos del grano, il nostro grattacielo della prateria. Mi piacerebbe farvi vedere quant’è tutto verde durante la primavera, quanto sono gialli i fiocchi di mais anche pochi mesi più tardi, quanto sono blu le ombre del mattino, e i torrenti che svolgono i loro percorsi lenti, la terra che rotola e rotola ancora, torchiata qui e là da orgogliosi fienili rossi, da aziende agricole bianche, da strade ciottolate pallide. Il sole che sorge a est così rosa e arancione, così grande. Nelle fosse e nelle valli, la nebbia che si addensa come un fiume lento di vapore in attesa di essere bruciata via.
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… gole che ingollavano birra, labbra umide, l’aria improvvisamente intrisa dell’aroma dolce di birra americana a basso costo. Era l’odore della nostra infanzia: l’odore dei silos e dei fienili e dei campi durante la stagione del raccolto.
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Ronny passò diversi mesi a disintossicarsi in ospedale, spesso costretto a letto, e noi andavamo a trovarlo per tenergli la mano. La sua presa era feroce, le vene sembravano pronte a saltar fuori dalla pelle sudata. Gli occhi si agitavano spaventati come avevo visto fare solo ai cavalli. Gli asciugavamo la fronte e facevamo del nostro meglio per tenerlo ancorato a terra.
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Era da un po’ che dormivo male, non sapevo cosa avrei fatto se la fattoria fosse fallita. Fino a quel momento non avevo la più pallida idea di quanto guadagnasse Lee, anche se ce lo eravamo chiesti, ovvio. Ma cappi che il suo reddito era come i suoi viaggi: qualcosa di inconcepibile per me.
In quel momento la crudezza, la realtà della cosa mi rese davvero triste.
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Tre mesi dopo essere andata con Lee ricevetti una telefonata di Ronny; era un venerdì mattina. Mi chiamò al salone.
“Ronny, come diavolo hai fatto a trovarmi?” domandai.
“Ronny Taylor ha i suoi mezzi. Come stai, ragazza? Hai programmi per sabato sera o domenica mattina?”
Non so perché, ma la prima cosa che pensai fu che volesse venire a letto con me, come se tutti gli amici di Henry non avessero aspettato altro che uscissi dal recinto per provarci. Devo ammettere che per un momento mi sentii lusingata tanto quanto offesa.
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“Che te ne pare?” chiese alla fine girandosi verso di me.
Mi alzai e andai verso di lei, capendo in quel momento che stavamo invecchiando, e che saremmo invecchiati insieme.
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Il freddo, diceva sempre mio padre, è psicologico, una questione di testa. Potevo sentirlo mentre diceva: “La gente in Florida pensa che a dieci, quindici gradi faccia freddo. Il segreto è una buona colazione e calze robuste. Ma più di quello, conta essere felici. E ancora più di quello, conta lavorare sodo.”

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Postilla PERSONALE
Quattro amici d’infanzia e quattro strade diverse che inevitabilmente però faranno tutte ritorno a Little Wing, una piccola cittadina del Wisconsin (altra vera protagonista del libro, sullo sfondo, ma onnipresente).
Lee, dopo anni di fallimenti, ha sfondato con la sua musica, è diventato ricco e famoso (figura che prende spunto da Justin Vernon/Bon Iver, compagno di scuola dell’autore). Ronnie, un ex-campione locale di rodeo, è crollato e adesso non può più bere nemmeno una goccia d’alcol. Kip ha fatto fortuna a Chicago, nel campo delle previsioni economiche. Henry ha sposato Beth, il suo primo amore, ed è rimasto a condurre con sacrificio l’azienda agricola di famiglia.
Articolato su cinque voci a dividersi i capitoli narrati tutti in prima persona, il romanzo di Nickolas Butler parla di cose semplici: uomini, amicizia, amore, sogni, di quanto sia confortevole ritrovare le persone che ti sono sempre state vicine e con le quali sei cresciuto, ma anche delle difficoltà di mantenere la naturale sincerità di un tempo, perché le delusioni e i rimpianti sono sempre in agguato, pronti a minare il cammino che porta a un caldo abbraccio consolatorio.
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IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed up

18 novembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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interstellar IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upInterstellar
(U.S.A. – 2014)

di Christopher Nolan
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow

Postilla PERSONALE
Fino al primo pianeta, o giù di lì, molto bello, poi prende una deriva che non mi ha convinto.
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duegiorniunanotte IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upDue giorni, una notte
(Belgio – 2014)

di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry

Postilla PERSONALE
Bravi i Dardenne e brava Marion Cotillard, un film attuale e minimal(e)ista.
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lemeraviglie IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upLe meraviglie
(Italia – 2014)

di Alice Rohrwacher
con Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani

Postilla PERSONALE
Non tutto gira alla perfezione, ma merita anche solo per il rapporto padre e figlia messo in scena da due ottimi protagonisti.
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thespecialneed IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upThe special need
(Italia – 2013)

di Carlo Zoratti
con Alex Nazzi, Enea Gabino, Carlo Zoratti

Postilla PERSONALE
Una storia delicata girata con leggerezza.
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fedup IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upFed up
(Irlanda, Canada – 2014)

di Stephanie Soechtig

Postilla PERSONALE
Buon documentario sull’alimentazione americana.
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“Mi ricordo” Joe Brainard

17 novembre 2014 Nessun commento

brainard14 Mi ricordo Joe BrainardMi ricordo
Joe Brainard
– Edizioni Lindau –
(traduzione di Thais Siciliano e Susanna Basso)
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Mi ricordo com’è buono un bicchiere d’acqua dopo il gelato.
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Mi ricordo (della serie: “Ma perché?”): “Perché sì, punto”.
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Mi ricordo i giorni di pioggia da dietro una finestra.
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Mi ricordo di aver passato la mano sotto il tavolo di un ristorante ed era pieno di gomme da masticare.
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Mi ricordo di non aver mai usato un calzascarpe.
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Mi ricordo il grande amore femminile della mia vita. Avevamo la stessa età ma lei era troppo vecchia e io troppo giovane.
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Mi ricordo quella striscia di pelle bianca tra l’orlo dei pantaloni e i calzini quando i vecchi accavallano le gambe.
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Mi ricordo che mi chiedevo come facesse la testa a non riempirsi d’acqua dai buchi del naso e dalle orecchie.
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Mi ricordo che perdevo sempre un guanto.
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Mi ricordo che un bambino disse che pisciare in compagnia era più divertente che da soli, quindi lo facemmo, ed era vero.
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Mi ricordo che allora la vita era una cosa seria proprio come adesso.
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Mi ricordo (per dirla tutta) che mi sentivo meschino perché non mi sentivo meschino affatto.
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Mi ricordo l’ombra dei piedi sotto le porte. E i primi piani di maniglie che girano.
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Mi ricordo il modo in cui la mano di un bambino ti stringe un dito, come se fosse per sempre.
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Mi ricordo di aver desiderato di sapere prima cose che adesso so.
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Mi ricordo le feste “Vieni così come sei”. Tutti imbrogliavano.
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“Agosto” Romina Paula

13 novembre 2014 Nessun commento

paula14 Agosto Romina PaulaAgosto
Romina Paula
– La Nuova Frontiera –
(traduzione di Violetta Colonnelli)
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Lo so, senza che ci sia bisogno che passi del tempo, senza che il futuro, cioè, la distanza nel tempo, lo valorizzi, gli dia un senso: lo so già.
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C’è un odore secco, di erba, di erbaccia, di montagna e fieno, odore del sud, un odore che si sente appena, tanto è secco, così secco che quasi non esiste, la possibilità di un odore, di un aroma, gli è quasi negata.
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Lo seguo, mi apre la portiera del passeggero, non ci diciamo più niente. Dentro, oltre a fere un freddo tremendo, ovviamente, è pieno di giochi e di tracce del bambino e sul sedile posteriore c’è un seggiolino, di quelli per legare i bambini, pieno di briciole. Ahia. Un’intera vita di famiglia. È terribile, proprio quel seggiolino, quel piccolo seggiolino sporco com’è, pieno di vita, mi dà la misura del disastro. Questo, quel seggiolino e tutto ciò che rappresenta, è irrimediabile.
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A volte, adesso per esempio, fa comodo questo pensiero, questo messaggio di speranza, pensare che l’amore basti, l’amore, il tabacco, il caffè e un paio di ideali, forse neanche quelli, un paio di principi, bastano e avanzano.
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Io continuo a piangere ma ormai non posso credere a questo momento, non capisco se sono pienamente felice o solo sfortunata. Non lo so. Non voglio che finisca, voglio che non finisca mai, voglio fermare tutto. Non mi, non voglio fermarmi, semplicemente fermare. Rimanere lì, ferma, sospesa, su di lui, infilarmi nella sua maglietta coi lupi, nella sua brutta maglietta coi lupi e voglio che mi sbranino, prima i vestiti, per presentarmi più sexy alla morte e dopo me, le mie carni, con i loro denti, le mie parti, che mi divorino, mi disossino, divorino tutto e dopo dormano, sazi sotto la luna, ma non voglio nessun cacciatore che venga ad aprigli la pancia per mettergli le pietre al posto delle mie membra perché ormai sarò a pazzi, non potrebbero ricostruirmi comunque.
*
È tutto così uguale… se non fosse per le scarpe che indosso e che sono sicura di aver comprato quest’anno dubiterei della mia età, dubiterei del mio momento storico, del punto sulla linea della vita in cui mi trovo, dubiterei della linea.
*
Un’immagine di se stessi, sfocata. La propria sfumatura, della figura, del contorno. Assomigliare molto poco al proprio ideale, assomigliarsi così poco, a volte. Non volere lasciare andare e non riuscire a prendere, ti scivola tra le mani, tra le dita, come te, come le cose che ti riguardano, i tuoi avanzi, parti di qualcosa, anche di amica, frammenti di un’amica che non c’è, che non è. Volere per forza avvicinarsi ad essere il più possibile simile alla versione migliore di se stessi e girare, girare in circolo intorno alla cosa che non è, come calamitati, rintontiti, calamitati e respinti allo stesso tempo, così. Ancora una volta faccia a faccia con ciò di cui non si può nemmeno sentire l’odore, intuire. Io sono qui, e dall’altra parte ci sei tu. Mi porto quest’enormità tra le braccia e non vedo che cos’è, e rimango così, abbracciata a qualcosa che non è, attaccata a un nucleo di qualcosa che definisce un qui e un altro qui, che non si vedono e non si toccano, non più.

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Postilla PERSONALE
Una telefonata dei genitori della sua migliore amica morta cinque anni prima e un viaggio, da Buenos Aires a Esquel in Patagonia, per spargerne le ceneri. Il ritorno di Emilia al proprio paese natio diventerà così un vero e proprio ritorno nel passato, trovandosi a doverci fare i conti.
Un padre che, dopo l’abbandono della madre quando Emilia era ancora piccola, si è rifatto una famiglia e una casa in cui non c’è più posto per lei. L’ospitalità trovata in quell’altra casa, colma d’assenza, in cui Emilia andrà a occupare proprio la camera dell’amica scomparsa. Un ex fidanzato mai dimenticato veramente e ora già diventato padre e marito, più per casualità che volontà, con il quale combattere.
Tra flusso di coscienza e tono epistolare, il romanzo di Romina Paula (anche attrice e regista teatrale) ha nello stile narrativo il punto di forza: urgente, vitale, ma anche riflessivo, capace di abbandonarsi alla ritmica immobilità di quei luoghi desertici e inospitali.
Un buon romanzo “Agosto”, rappresentativo di un classico bivio generazionale, che lascia forse un po’ troppo in secondo piano il motivo scatenante di tutta la storia, preferendo invece concedere maggiore spazio al dubbio, tra questa e quella sua vita, piuttosto che al ricordo puro e semplice di una vita che invece non c’è e non ci sarà mai più.
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“Bestia di gioia” Mariangela Gualtieri

10 novembre 2014 Nessun commento

gualtieri14 Bestia di gioia Mariangela GualtieriBestia di gioia
Mariangela Gualtieri
– Einaudi –
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Venivo trasportata
sulle cime ma non le celebravo. Piuttosto
segnavo altri itinerari. E le cime
restavano incelebrate e sole. Esse che tanto
aspettavano da ere.

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La notte
mi fa alzare dal letto e
comanda la ribellione delle ore
lo scroscio cancellatore
delle abitudini dormite.
E sono sola al mondo la notte
sgombra d’ogni fede o quasi
fatta ombra io stessa vo peregrinando
per a casa bozzolo e un po’ nido.

Arrivano i respiri della città
e richieste d’aiuto che non sono capace
di esaudire. Insieme ora. La notte e io.
Solidali e taciturne entrambe.

Complicato l’innesto
del mattino. O forse teatrale quel suo
crescendo così perfetto. Ma come si fa
ad avere in sé così tanto di sfumature
come un’alba che pare
uscire dalla creatura del buio
fra nere piume silenziose pericolose
dolcezze che ci assalgono in questo punto
d’uscita dalla notte uccello
al delicato riso di tutto il panorama
quando l’imperatore comanda
che sia luce. Sia luce fatta
anche in questo pozzo mio
fino al suo fango finale o forse
piccola porte che conduce
al segreto che è in me sepoltura.

*

Sommamente urgente è questo
silenzio che viene. Urgentissimo
il silenzio in masse accatastate
quasi crolla sul tutto in attesa.
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“Il lungo sguardo” Elizabeth Jane Howard

6 novembre 2014 Nessun commento

howard14 Il lungo sguardo Elizabeth Jane HowardIl lungo sguardo
Elizabeth Jane Howard
– Fazi Editore –
(traduzione di Manuela Francescon)
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L’alternativa riduce le prospettive e paralizza l’immaginazione, al contrario della possibilità. Le possibilità, infinite e strette una all’altra, si spargono come spore nello spazio tra le alternative: esseri qui o essere lì, vivi o morti, giovani o vecchi.
*
Mrs Fleming sedeva perfettamente immobile nel punto in cui Mr Fleming l’aveva lasciata. Dentro era pietrificata quanto fuori: come pronta a un gesto che sentiva di dover preparare con cura se non voleva morire. Tutte le parole, i pensieri e le sensazioni suscitati dal colpo che aveva appena ricevuto cominciarono a pervaderla, sebbene la sua età e la sua ragionevolezza li respingessero perché inopportuni. Il timore di dire o di fare o di essere qualcosa di distruttivo per quella dignità che aveva salvaguardato così a lungo, nel doloroso alternarsi di scontri e riprese e compromessi, era di una forza paralizzante. Non era una semplice questione di lacrime, insulti o recriminazioni splendidamente facili come quelle di cui i bambini e gli agitatori politici riempiono i loro discorsi: lei non aveva convinzioni semplici a sostenerla, non aveva un luogo segreto in cui trovare rifugio dalla coscienza, né una creatura semidivina, traboccante d’amore e saggezza, a cui rivolgersi… aveva solo lo spettro di circa venticinque anni di vita che l’attendevano e in vista dei quali doveva restituire un senso al tessuto della sua vita.
*
“Quando sei brilla, diventi intensa, spregiudicata”.
Le porse il bicchiere.
“E tu cosa fai quando sei brillo?”
“Non faccio proprio niente. Osservo i miei affanni mentre galleggiano sulla superficie della coscienza. Niente”.
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L’altra scoperta riguardava la sua età. La gente parlava con facilità e disinvoltura dell’età degli altri: uno aveva più anni di quanti ne dimostrasse, un altro ne aveva solo ventidue, un altro ancora non dimostrava affatto i suoi quarantatré; eppure crescere con se stessi – le membra che s’irrigidivano e i pensieri che si allentavano, la selezione e il rifiuto delle cose che si potevano ancora fare o dire o pensare, l’accumularsi delle esperienze e delle abitudini – tutto questo era così graduale… Ed erano così numerose, quelle immagini in lento movimento, da non sembrare (o non essere) molto diverse l’una dall’altra, finché non succedeva qualcosa che rovesciava tutto l’edifico addosso al suo proprietario; abitudini diverse e un aspetto diverso denunciavano a gran voce gli anni che facevano l’età, il loro grido risuonava sotto volte e volte tappezzate di ricordi, a ricordare all’interessato che adesso era un’altra persona, una persona vecchia. Aveva quarantatré anni ormai.
Si spazzolò, si sistemò e si agghindò i capelli, chiedendosi a che età le persone fossero più vulnerabili: forse da giovani, piene di baldanza e pronte a tutto, innamorate di se stesse o di chiunque mostri di amarle; o più avanti, col termine di paragone delle esperienze già fatte e lo spettro già ridotto delle opportunità future; o più avanti ancora, nel folto della foresta, con gli alberi davanti orribilmente simili a quelli dietro e il sottobosco del passato che s’avvinghia e preme e tira a ogni passo. O forse si diventa più vulnerabili dopo, quando anche i più miopi cominciano a intravedere la fine, la piccola radura dove sdraiarsi e restare immobili e dormire, come i morti.
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Complicare anche di poco le cose voleva dire cadere nelle trappole tese all’immaginazione; semplificarle voleva dire condannarsi a vivere nella più vacua mediocrità, rifiutando in blocco il gioco per paura di perdere…

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Postilla PERSONALE
1950 – una casa a Hampestead – 1926 una tenuta nel Sussex. Tra una data e l’altra, andando a ritroso nel tempo, la storia dei coniugi Fleming, della e delle loro famiglie, passando attraverso gli anni di guerra, una vacanza sulla costa francese, la luna di miele a Parigi e più indietro ancora, fino al primo incontro.
Un rapporto, narrato da una madre-moglie-figlia, da subito complicato e complesso, a tratti, lunghi tratti, più una lotta sfiancante, snervante. Apparenze, bugie, tradimenti, crolli a cementarne l’unione.
La prosa di Elizabeth Jane Howard è sofisticata, riflessiva, capace di indagare a fondo nei rapporti e nella psicologia dei personaggi da lei creati, ma insistendo a volte forse un po’ troppo nel perdersi tra le pieghe di pensieri stratificati, rischiando così di dare la sensazione di ritrovarsi in ambienti asettici, un’ipotetica barriera tra scrittore e lettore.
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“Mi chiamavano piccolo fallimento” Gary Shteyngart

5 novembre 2014 Nessun commento

shteyngart14 Mi chiamavano piccolo fallimento Gary ShteyngartMi chiamavano piccolo fallimento
Gary Shteyngart
– Guanda –
(traduzione di Katia Bagnoli)
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Per il resto di questo libro, a meno che non affermi il contrario, sono perdutamente innamorato di chiunque mi circondi.
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Perché gli immigrati dello Stuyvesant non hanno piani B. Noi non faremo i tappabuchi nell’azienda di papà, non ci prenderemo un anno sabbatico in Laos, fra il liceo e l’università. Alcuni di noi sono del Laos.
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Mio padre si avventa su mio cugino e finge di assestargli un pugno nello stomaco gridando: “Sono ancora io il più grosso!” Essere il più grosso è importante, per lui. Alcuni anni fa, ubriaco alla festa per il suo settantesimo compleanno, portò nell’orto la mia ragazza di allora (oggi mia moglie) e le consegnò il cetriolo più grande. “Ecco qualcosa per ricordarti di me” ammiccò, aggiungendo: “Io ce l’ho più grosso. Mio figlio ce l’ha piccolo”.
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“Avrei preferito sentirmi dire che eri omosessuale” mi disse mio padre quando gli raccontai che ero entrato in analisi.
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“Perché avevo tanta paura di tutto?” chiedo a mia madre quasi quarant’anni dopo.
“Perché sei nato ebreo” dice lei.
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“Come se avessi il cranio pieno di acqua tonica”, così Tony Soprano descrive alla sua psichiatra i primi segni di un attacco di panico. Sentite secco e umido allo stesso tempo, ma nei punti sbagliati, come se le ascelle e la bocca si fossero imbarcate in uno scambio interculturale.
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Nel 1991 io sono giunto alla conclusione che fra tutte le università che mi si prospettano, l’Oberlin è quella che mi permetterà di perdere la verginità con una persona altrettanto irsuta, strafatta e infelice, nella maniera meno umiliante possibile.
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I cereali sono cibo, più o meno. Hanno gusti granulosi, semplici e leggeri, con un sentore fasullo di frutta. È il gusto che ha l’America.
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Non mi ero ancora sottoposto per dodici anni alle quattro sedute settimanali di psicoanalisi che mi avrebbero trasformato in un animale razionale e insincero, capace di quantificare, catalogare e lasciarsi alle spalle con aria indifferente quasi tutte, tranne una, le fonti di dolore.

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Postilla PERSONALE
Dopo tre romanzi giocati tra realtà e fiction, nel quarto Gary Shteyngart decide di puntare tutto sulla prima, facendo passare anche in secondo piano un’arma molto importante e riuscita della sua scrittura: l’ironia (per fortuna senza abbandonarla del tutto); lo dice lui stesso in un passaggio del libro: “In molte occasioni, nei romanzi, mi sono avvicinato a una certa verità per poi distogliermene subito, indicarla con una risata e correre a mettermi in salvo. Avevo promesso a me stesso che in questo libro non avrei indicato niente. La mia risata sarebbe stata intermittente. Non ci sarebbe stata salvezza”.
Sul finire degli anni ’70 il piccolo Igor, poi rinominato Gary, insieme a Mama e Papa abbandona la natia Leningrado per trasferirsi in America. Il racconto che ne scaturisce è quello di un bambino ebreo-russo, poi adolescente e infine adulto, e il suo conflitto costante tra la voglia di integrarsi come un vero americano e la famiglia, le origini che non rinunciano a mollare la presa. La scuola ebraica o la scelta di un’università non proprio di prima categoria, i fallimentari approcci con l’altro sesso o quelli con la scrittura, Shteyngart in ogni passaggio non si e ci risparmia niente. Gli eventi appena citati sono alcuni di quelli dove la sua vena ironica risalta maggiormente, come nei libri precedenti, ma è nel rapporto con i propri genitori, teso e dolce, vero e proprio scheletro del romanzo, che riesce a dare il meglio di sé.
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IN VISIONE: La spia, Wish I was here, Guardiani della galassia, Third person, What if

4 novembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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laspia IN VISIONE: La spia, Wish I was here, Guardiani della galassia, Third person, What ifLa spia
(Germania, U.K., U.S.A. – 2014)

di Anton Corbijn
con Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Rachel McAdams, Willem Dafoe, Grigory Dobrygin, Nina Hoss

Postilla PERSONALE
Bello, anche se Philip Seymour Hoffman tieni in piedi il film praticamente da solo.
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wishiwashere IN VISIONE: La spia, Wish I was here, Guardiani della galassia, Third person, What ifWish I was here
(U.S.A. – 2014)

di Zach Braff
con Zach Braff, Josh Gad, Pierce Gagnon, Joey King, Kate Hudson, Mandy Patinkin

Postilla PERSONALE
Qualcosa c’è, ma molto altro manca, soprattutto ritmo.
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guardianidellagalassia IN VISIONE: La spia, Wish I was here, Guardiani della galassia, Third person, What ifGuardiani della galassia
(U.S.A. – 2014)

di James Gunn
con Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode (molto meglio comunque di tanti altri sul genere, NON il mio genere).
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thirdperson IN VISIONE: La spia, Wish I was here, Guardiani della galassia, Third person, What ifThird person
(Belgio – 2013)

di Paul Haggis
con Olivia Wilde, James Franco, Mila Kunis, Liam Neeson, Maria Bello, Adrien Brody, Kim Basinger, Moran Atias

Postilla PERSONALE
Polpettone.
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whatif IN VISIONE: La spia, Wish I was here, Guardiani della galassia, Third person, What ifWhat if
(Irlanda, Canada – 2014)

di Alex Holdridge
con Daniel Radcliffe, Zoe Kazan, Adam Driver, Rafe Spall, Mackenzie Davis

Postilla PERSONALE
Tanto noioso, quanto scontato e superficiale.
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“Amore e ostacoli” Aleksandar Hemon

30 ottobre 2014 Nessun commento

hemon14 Amore e ostacoli Aleksandar HemonAmore e ostacoli
Aleksandar Hemon
– Einaudi –
(traduzione di Maurizia Balmelli)
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Leggevo compulsivamente, affacciandomi solo di rado alla superficie della realtà terrena per prendere una fetida boccata d’esistenza altrui.
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Qualunque cosa trasmettesse realtà per mio padre era oggetto di apprezzamento incondizionato. Guardava con diffidenza ai telegiornali, che repertoriavano implacabili i quotidiani trionfi del socialismo, ma era un drogato delle previsioni meteo. Leggeva i giornali, ma trovava che di attendibili ci fossero solo i necrologi. Gli piacevano i programmi sulla natura, perché l’esistenza e il senso della natura erano palpabili: impossibile negare un pitone che ingoia un ratto, o un ghepardo che zompa in collo a una sfinita, terrorizzata scimmia.
*
– Quante cose che non sai, figliolo. Lo sai quello che non sai?
– No, non lo so.
– Non hai idea di quante cose non sai. Prima di sapere qualcosa, devi sapere quello che non sai.
– Lo so.
– Col cazzo che lo sai.
*
E così Smura prese Bogdan sotto la sua ala di avvoltoio. Gli diede lezioni estemporanee di storia americana: gli fece ammirare le grosse palle che ornavano l’inguine dei Padri Fondatori; gli dettagliò in più tappe la grande epopea del salviamo il mondo della minaccia anti-libertà (Vietnam, Granata, Golfo Persico); lo esortò a guardare la televisione per toccare con mano la ricchezza della cultura americana; gli dipinse l’enorme quadro del capitalismo con poche semplici pennellate: libero mercato, libera impresa, soldi in banca.
*
Non stava fermo un attimo; lo spazio gli si organizzava intorno; era talmente ingombrante che io mi sentivo assente.
*
Sbalordito una volta di più che i miei genitori ricordassero proprio quel periodo, non riuscivo a vedere il senso di rievocare un simile aneddoto. Costruiamo la nostra vita sulla coerenza; la investiamo della convinzione, seppur non comprovata dalla realtà, che siamo sempre stati quelli che siamo, che anche nel nostro remoto passato è possibile scorgere il seme da cui questo fiore condannato ha preso vita. Non capivo più la meticolosa devozione della mie ossessioni infantili, le molteplici fonti della mia immaginazione iperattiva: non ero molto in grado di rievocare quello che ero stato.
*
Jacques aveva una faccia perfettamente quadrata, il naso perfettamente triangolare; il collo più che un tronco sembrava un tubo di stufa fatto di carne. Denotava l’amichevole efferatezza di uno la cui vita si organizzi intorno al profitto e alla sopravvivenza.
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E il Pulitzer l’aveva reso vanaglorioso – “vanaglorioso” è la parola che usò – e adesso si vergognava un po’ di tutto; qualsiasi scrittore serio dovrebbe sentirsi offeso e mortificato dalla fama. Quando era giovane, come me, disse, pensava che tutti i grandi scrittori sapessero qualcosa che lui non sapeva. Pensava che se avesse letto i loro libri gli avrebbero insegnato qualcosa, l’avrebbero reso migliore; pensava che avrebbe acquisito quello che avevano loro: la saggezza, la verità, la compiutezza, la cosa vera, cazzo. Fremeva dalla voglia di scrivere, voleva penetrare quella raffinata conoscenza di cui era assetato. Ma adesso sapeva che era una sete vanagloriosa; adesso sapeva che gli scrittori non sapevano niente, per davvero; la maggior parte di loro fingeva soltanto. Lui non sapeva niente. Non c’era niente da sapere, niente dall’altra parte. Non c’era nessuno a camminare, nessuna strada da percorrere, solo il cammino. E questo era quanto, chiunque tu fossi, dovunque tu fossi, di qualunque cosa si trattasse, e dovevi metterti il cuore in pace.
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Ma vivere evacua i sentimenti fasulli.

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Postilla PERSONALE
Otto racconti che ripercorrono vari passaggi nella storia personale dell’io narrante, se poi dietro si celi il vero Aleksandar Hemon ha poca importanza nella lettura di questo gran bel libro, anche perché come dice lui stesso in un’intervista: “L’immaginario non è l’opposto del reale. Anzi, la realtà deve essere immaginabile e immaginata per essere reale”.
Da una famiglia al seguito di un padre diplomatico in Africa a un’infanzia di giochi di guerra macabramente profetici tra i condomini bosniaci, fino all’approdo nella sua seconda patria, gli Stati Uniti d’America, più precisamente Chicago, poco prima che nella futura ex-Jugoslavia scoppi il finimondo.
Le varie identità vanno sommandosi tra gli episodi, lungo il tempo, rimbalzando continuamente sulla doppia cittadinanza bosniaco-americana, ali e giogo dello scrittore. Una crescita compiuta a passi di conquiste, ma anche tanto smarrimento, perché non tutto torna a una memoria.
Uno stile tanto limato quanto scorrevole, un tratto riflessivo ma che non rinuncia a una decisa impronta comica, a contraddistinguere l’ottima scrittura di Hemon.
I racconti della raccolta sono tutti molto belli, ma i migliori per me rimangono “Il direttore d’orchestra” e “Le nobili verità”.

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IN VISIONE: Boyhood, Jersey boys, The great passage, Bekas, Starred up

28 ottobre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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boyhood IN VISIONE: Boyhood, Jersey boys, The great passage, Bekas, Starred upBoyhood
(U.S.A. – 2014)

di Richard Linklater
con Ethan Hawke, Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater

Postilla PERSONALE
Per fortuna non solo un riuscito ed interessante esperimento, anzi…
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jerseyboys IN VISIONE: Boyhood, Jersey boys, The great passage, Bekas, Starred upJersey boys
(U.S.A. – 2014)

di Clint Eastwood
con John Lloyd Young, Erich Bergen, Michael Lomenda, Vincent Piazza, Christopher Walken

Postilla PERSONALE
Un Clint Eastwood in tranquillità.
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thegreatpassage IN VISIONE: Boyhood, Jersey boys, The great passage, Bekas, Starred upThe great passage
(Giappone – 2013)

di Yûya Ishii
con Jô Odagiri, Aoi Miyazaki, Ryuhei Matsuda, Chizuru Ikewaki, Kaoru Kobayashi, Kaoru Yachigusa

Postilla PERSONALE
La storia di un nuovo e moderno dizionario, per molti sarà una noia, per me invece interessante (anche se tutt’altro che scorrevole).
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bekas IN VISIONE: Boyhood, Jersey boys, The great passage, Bekas, Starred upBekas
(Finlandia, Iraq, Svezia – 2012)

di Karzan Kader
con Zamand Taha, Sarwal Fazil

Postilla PERSONALE
Bella fiaba moderna.
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starredup IN VISIONE: Boyhood, Jersey boys, The great passage, Bekas, Starred upStarred up
(U.K. – 2013)

di David Mackenzie
con Jack O’Connell, Rupert Friend, Ben Mendelsohn, Sam Spruell, David Ajala

Postilla PERSONALE
Buon film che evita i facili stereotipi di una storia carceraria.
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“L’amore degli adulti” Claudio Piersanti

27 ottobre 2014 Nessun commento

piersanti14 L’amore degli adulti Claudio PiersantiL’amore degli adulti
Claudio Piersanti
– Feltrinelli –
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Quando ero giovane certi discorsi mi sembravano molto intimi, poi ho capito che non erano neppure veri.
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Non avevo mai amato nessuno, prima di lei, me ne resi conto quella notte, e avevo paura che lo capisse.
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La felicità può rendere ansiosi. Ci si sente trasformati, ma anche in pericolo. È come andare a passeggio per la città con le tasche piene di soldi.
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Tina pensò che se la madre avesse dovuto rinunciare alle belle maniere che le disegnavano il viso fino al più piccolo dei sorrisi, sarebbe subito morta. La madre vedova aveva chilometri di deserto attorno a sé e non incontrava nessuno, solo miraggi. Per i miraggi cortesia e buone maniere potevano bastare.
Nel suo rapporto con la madre il pudore doveva mettercelo lei, più giovane di vent’anni. Ora doveva trovare il modo per dire quello che le stava accadendo senza turbarlo, il pudore: il misterioso e severo pudore che deve ammantare ogni gesto.
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Le sembrava di provare un dolore assoluto e un po’ animale, perché ostinato e muto. Un dolore ebete.
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Quando un uomo si accorge di avere bisogno di una donna incontrata vent’anni prima, quando avevano appena quattordici o quindici anni, vuol dire che è esplosa una bomba nella sua vita, che ha distrutto quasi tutti i suoi anni.
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Alla vostra età non si hanno ancora vecchi amici. Qualche amico vecchio, forse, ma è un altro discorso.

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Postilla PERSONALE
Raccolta altalenante composta di racconti accomunati dal tema principale già ben esplicitato nel titolo, delineato poi in varie forme e situazioni ed espresso con una cifra stilistica misurata, vera e propria croce e delizia del libro, tendendo nel corso delle pagine a risultare un po’ troppo fredda e correndo il rischio di appiattire le tante emozioni/reazioni messe in gioco nelle diverse storie.
Oltre a quello che dà il titolo alla raccolta, tra i migliori racconti: “Il cavalcavia” (escluso prima della riedizione in economica), “La piccola Alberta in volo”, “Un uomo perbene” e “Progetti per un matrimonio”.

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“Il cardellino” Donna Tartt

23 ottobre 2014 Nessun commento

tartt14 Il cardellino Donna TarttIl cardellino
Donna Tartt
– Rizzoli –
(traduzione di Mirco Zilahi De’ Gyurgyokai)
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I tramonti laggiù erano vivaci e melodrammatici. Grandi pennellate arancioni, cremisi e vermiglie alla deserto-di-Lawrence-d’Arabia; poi scendeva la notte, buia e pesante come una porta sbattuta.
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Dal piano di sotto sentivo ancora papà che gridava per via del tappeto. Purtroppo gridava anche Xandra, facendolo incazzare ancora di più; il che (gliel’avrei detto, se me l’avesse chiesto) era in assoluto l’approccio peggiore con papà. A casa, mia madre aveva imparato a soffocare la rabbia di lui col silenzio, una bassa, salda fiamma di disprezzo che risucchiava l’ossigeno nella stanza e rendeva ridicolo tutto quello che lui faceva o diceva. Alla fine mio padre se ne andava sbattendo la porta e quando tornava, ore dopo, si metteva a girellare per l’appartamento come se nulla fosse successo: prendeva una birra dal frigo e poi domandava, in tono perfettamente normale, dove fosse la sua posta.
*
Lexington Avenue. Vento umidiccio. Il pomeriggio era spettrale e malsano. Mi diressi alla fermata sulla Cinquantunesima Strada, poi a quella sulla Quarantaduesima, e continuai a camminare per schiarirmi le idee. Edifici bianco cenere. Orde di gente per le strade, sfavillanti alberi di Natale sui balconi degli attici, compiaciuta musica natalizia che fluttuava dai negozi e io, risucchiato dentro e fuori dalla ressa, avevo la strana sensazione di essere già morto, di muovermi nel grigiore di un marciapiede più largo di quello che la strada, o addirittura la città, potesse contenere, l’anima scissa dal corpo che vagava tra altre anime, in un luogo nebuoloso sospeso fra presente e passato; Avanti/Alt, pedoni solitari, facce vuote con gli auricolari nelle orecchie e lo sguardo fisso, labbra che si muovevano silenziose, e i rumori della città smorzati e resi muti, un cielo opprimente color granito, immondizia e carta di giornale, cemento e pioggerellina, un sudicio grigiume invernale pesante come un macigno.
[…]
I taxi cominciavano a scemare. Alte sopra la strada, nel pomeriggio buio, le luci ardevano negli uffici vuoti e negli appartamenti. Mi voltai e proseguii in direzione Downtown, senza un’idea precisa di dove stessi andando né del perché; e a mano a mano che procedevo provavo una sensazione stranamente gradevole di disfacimento, come se mi stessi srotolando filo dopo filo, pezzi e brandelli che cadevano a terra nell’istante in cui attraversavo la Trentaduesima Strada e galleggiavano tra i pedoni dell’ora di punta, rotolando dall’istante successivo a quello dopo ancora.
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“Ti prego, Kitsey, sono stanco.” La ricerca dell’appartamento ci era costata sforzi disumani, un’impresa estenuante durante la quale eravamo riusciti a mantenere quasi sempre il buonumore, anche se gli spazi vuoti e le stanze spoglie infestate dalle vite dimenticate degli altri risvegliavano (in me, almeno) orridi echi d’infanzia, scatoloni da trasloco e odori di cucina e camere da letto senza vita e, più di tutto, una specie d’inquietante ronzio meccanico che pulsava ovunque ed era udibile (a quanto pareva) soltanto da me, un’ansia palpabile che le voci degli agenti immobiliari, che rimbalzavano allegre contro le superfici lucide mentre giravano per le stanze accedendo luci e indicando gli elettrodomestici, non potevano dissipare.
E perché soffrivo a quel modo? Non tutti gli inquilini degli appartamenti che visitavamo se n’erano andati a causa di qualche tragedia, cosa di cui io, in qualche modo, ero irrazionalmente convinto. Il fatto che sentissi odore di divorzio, di bancarotta, malattia e morte in quasi tutti i posti che vedevamo era chiaramente frutto del mio delirio; e poi, i problemi degli inquilini precedenti, reali o immaginari che fossero, come avrebbero potuto nuocere a me o a Kitsey?
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Era tutto così vivido e doloroso e confuso e sbagliato, come se mi avessero tirato fuori dall’acqua gelida attraverso un buco nel ghiaccio e piazzato sotto il sole, nel freddo rovente.
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Chi avrebbe mai detto che era in mio potere far felice qualcuno? O che io stesso potessi essere felice? Il mio umore era l’elastico di una fionda; dopo essere stato richiuso e anestetizzato per anni, ora il mio cuore batteva e si dibatteva energico, come un’ape sotto un bicchiere, e tutto mi sembrava luminoso, preciso, confuso, sbagliato – ma era una sofferenza definita, in confronto alla monotona infelicità che, come un dente cariato, mi aveva afflitto per anni mentre ero sotto l’effetto delle droghe; in confronto al dolore malsano e sporco di qualcosa di guasto.
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E per quanto mi piacerebbe credere che ci sia una verità dietro l’illusione, mi sono convinto che non c’è alcuna verità dietro l’illusione. Perché, tra la “realtà” da un lato, e il punto in cui la mente va a sbattere contro la realtà, esiste uno spazio sottile, uno spicchio d’arcobaleno da cui origina la bellezza, il punto in cui due superfici molto diverse tra loro si mescolano e si confondono per procurare ciò che la vita non ci dà: e questo è lo spazio in cui tutta l’arte prende forma, e tutta la magia.

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Postilla PERSONALE
Ok, forse non tutto è credibilissimo e logicamente incontrovertibile.
Ok, magari un centinaio di pagine in meno avrebbero giovato all’economia del romanzo (e non per fatica).
Ok, alcuni personaggi spesso camminano sul filo dello stereotipo.
Eppure il romanzo scorre molto bene, si legge tutto d’un fiato nonostante la sua lunghezza, e Donna Tartt orchestra con sapienza le diverse storie e ambientazioni, che si tratti della perdita di una madre o un intreccio di loschi affari, di Las Vegas o di Amsterdam. Come dice molto bene Alessandro Piperno in questo articolo, “Il cardellino” ha l’indubbio e difficilissimo pregio di essere un BUON best-seller per TUTTI.

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IN VISIONE: Party girl, God’s pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, Bears

21 ottobre 2014 2 commenti

IN VISIONE
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partygirl IN VISIONE: Party girl, Gods pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, BearsParty girl
(Francia – 2014)

di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Théis
con Angélique Litzenburger, Joseph Bour, Mario Theis, Samuel Theis, Séverine Litzenburger, Cynthia Litzenburger

Postilla PERSONALE
Non avrei mai pensato, invece è proprio un bel film.
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godspocket IN VISIONE: Party girl, Gods pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, BearsGod’s pocket
(U.S.A. – 2014)

di John Slattery
con Philip Seymour Hoffman, Christina Hendricks, Richard Jenkins, Caleb Landry Jones, John Turturro, Domenick Lombardozzi

Postilla PERSONALE
L’ultimo film con Philip Seymour Hoffman, anche solo per questo…
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lucy IN VISIONE: Party girl, Gods pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, BearsLucy
(U.S.A., Francia – 2014)

di Luc Besson
con Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Amr Waked, Choi Min-sik, Pilou Asbæk

Postilla PERSONALE
Di una pochezza imbarazzante.
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thenormalheart IN VISIONE: Party girl, Gods pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, Bears
The normal heart

(U.S.A. – 2014)

di Ryan Murphy
con Mark Ruffalo, Julia Roberts, Jim Parsons, Matt Bomer, Alec Baldwin, Taylor Kitsch, Jonathan Groff, Denis O’Hare

Postilla PERSONALE
Interessante.
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beginagain IN VISIONE: Party girl, Gods pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, BearsBegin again
(U.S.A. – 2013)

di John Carney
con Keira Knightley, Mark Ruffalo, Adam Levine, Hailee Steinfeld, James Corden, Yasiin Bey, Catherine Keener

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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bears IN VISIONE: Party girl, Gods pocket, Lucy, The normal heart, Begin again, BearsBears
(U.S.A., Canada – 2014)

di Keith Scholey, Alastair Fothergill

Postilla PERSONALE
Ok, è della Disney, ma con un commento audio meno stupido sarebbe stato molto meglio.
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“Massime” François de La Rochefoucauld

20 ottobre 2014 Nessun commento

rochefoucauld14 Massime François de La RochefoucauldMassime
François de La Rochefoucauld
– BUR –
(traduzione di Giovanni Bogliolo)
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Tutti si lamentano della propria memoria, ma nessuno si lamenta del proprio discernimento.

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Nulla si regala tanto generosamente quanto i propri consigli.

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La verità non produce tanto bene nel mondo quanto male vi producono le sue apparenze.

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La confidenza alimenta la conversazione più dell’intelligenza.

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La forza d’animo dei saggi non è altro che l’arte di tener chiuso nel cuore il proprio turbamento.

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L’assenza attenua le passioni mediocri e aumenta le grandi, come il vento spegne le candele e ravviva il fuoco.

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È più vergognoso diffidare dei proprio amici che esserne ingannati.

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La virtù non si spingerebbe tanto avanti se la vanità non le tenesse compagnia.

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Per quanto dicano bene di noi, non ci insegnano niente di nuovo.

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Se di certi uomini non s’è mai visto il ridicolo, vuol dire che non si è cercato bene.

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Promettiamo secondo le nostre speranze, e manteniamo secondo i nostri timori.

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L’orgoglio non vuol essere in debito e l’egoismo non vuol pagare.

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Dovremmo meravigliarci soltanto di poterci ancora meravigliare.
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“L’investitore americano” Jan Peter Bremer

16 ottobre 2014 Nessun commento

bremer14 L’investitore americano Jan Peter BremerL’investitore americano
Jan Peter Bremer
– L’Orma editore –
(traduzione di Marco Federici Solari)
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… si era chiesto se il bel tempo che durava ormai da un’eternità non avesse sprofondato sia lui che l’appartamento in uno stato di costante immutabilità.
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Si fregò le mani piegandosi ancora una volta sul taccuino. Sì, pensò, quella frase era potente e affilata come un’arma. Quella era la frase che avrebbe provocato l’arrivo di tutte le altre. Il cane!, gli venne in mente. Doveva di nuovo portare fuori il cane! Non era forse il caso di farlo subito, e magari cogliere l’occasione per bersi anche una birra? Quella frase non era forse un buon motivo per godersi un’ultima piccola festa solitaria in santa pace? Non era ragionevole, e per di più salutare, limitarsi per quel giorno a familiarizzare con la frase, squadrarla dall’alto al basso, rovesciarla come un guanto, sentirla un po’ nella mano, mettersela in tasca e ritirarla fuori, passeggiare con le nel parco, per poi cavalcarla un po’ sulla via del ritorno?
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Fece un passo verso la scrivania. Dalle esperienze precedenti poteva dedurre che nel matrimonio l’intimità nata con l’abitudine, una volta venuta meno, non riviveva più, come dimenticata per sempre. I primi anni, in strada si tenevano sempre per mano; poi avevano cominciato solo a prendersi a braccetto di tanto in tanto; adesso, ormai da tempo, in pubblico non si toccavano più. Lo stesso era accaduto con il bacio della buona notte, che si davano ogni sera prima di chiudere la porta delle rispettive stanze. Anche questo era scomparso. A che punto sarebbero arrivati? Due esseri umani stremati che nel loro non proprio spazioso appartamento si erano scordati l’uno dell’altra.
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Chiuse gli occhi. L’investitore americano non era un sognatore. Non per niente si era alzato in volo. Solo da lassù vedeva il mondo esattamente come voleva vederlo. Senza l’assalto inesausto della miseria, senza le pretese dei bambini, senza cacche di cani da poter calpestare, senza musica che non fosse pronto ad ascoltare. E, al loro posto, l’uniforme rumore del motore e di tanto in tanto un cenno al cameriere per farlo avvicinare.
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Tutte le decisioni portavano a un unico strazio. Da settimane non un’emozione che lo avesse rasserenato per un solo secondo, e i giorni cominciavano già perduti e così finivano, senza imprese avventurose. Né vigore, né sfrontatezza, sempre e solo questo apatico fissare il vuoto e questa ansia logorante. Lo stomaco una pietra,. Il petto stretto e sempre dolorante. Braccia e gambe mollo e deboli, prossime all’ammutinamento. Il capo un’infelicità che penzolava di continuo.

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Postilla PERSONALE
Uno scrittore, padre e marito, in crisi su tutti e tre i fronti, è il coprotagonista di questo bel libro di Jan Peter Bremer (il suo esordio).
Crisi che si acuiscono quando l’appartamento dove vive con la sua famiglia viene acquistato da un fantomatico imprenditore americano (l’altro coprotagonista), costantemente in orbita sopra le loro teste a bordo del suo aereo privato e intenzionato a sfrattarli dalla stabile comodità abitativa e famigliare conquistata.
Lo scrittore si rinchiuderà tra le quattro mura delle sue fantasie e delle sue paure, tra pavimenti che si inclinano, vecchie dirimpettaie da spiare, e una lettera da scrivere proprio a quella persona che sta cercando di sconvolgere oltremodo la sua vita; un personaggio dai contorni sfumati, ma onnipresente nel suo ruolo di avido distruttore.
Un lungo monologo (con più piani di lettura), a tratti delirante e in altri quasi doloroso, animato dall’impossibilità dello scrittore-protagonista di fare alcunché, sempre più convinto che ogni sforzo sia destinato a perdersi nell’ennesimo e inutile passo falso, e via così, fino a ritrovarsi magari a dover ricominciare tutto daccapo, dal punto di partenza.

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IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmie

14 ottobre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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coldinjuly IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmieCold in july
(U.S.A. – 2014)

di Jim Mickle
con Michael C. Hall, Sam Shepard, Vinessa Shaw, Don Johnson, Wyatt Russell, Nick Damici

Postilla PERSONALE
Non ho letto il libro di Lansdale dal quale è tratto, il film dopo un’ottima prima mezz’ora tiene abbastanza bene.
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ida IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmieIda
(Polonia, Danimarca – 2013)

di Pawel Pawlikowski
con Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska

Postilla PERSONALE
Un bel piccolo film. Nonostante la trama, l’ambientazione e il B/N, per nulla pesante.
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thetwofacesofjanuary IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmieThe two faces of january
(U.K., U.S.A., Francia – 2014)

di Hossein Amini
con Viggo Mortensen, Kirsten Dunst, Oscar Isaac

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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thesignal IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmie
The signal

(U.S.A. – 2014)

di Will Eubank
con Brenton Thwaites, Laurence Fishburne, Olivia Cooke, Beau Knapp

Postilla PERSONALE
Confusionario.
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sincity2 IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmieSin City – Una donna per cui uccidere
(U.S.A. – 2014)

di Frank Miller, Robert Rodriguez
con Mickey Rourke, Jessica Alba, Josh Brolin, Eva Green, Joseph Gordon-Levitt, Powers Boothe, Rosario Dawson, Bruce Willis

Postilla PERSONALE
Si perde meno tempo a fare una ricerca immagini “Eva Green + tette”.
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apesrevolution IN VISIONE: Cold in july, Ida, The two faces of january, The signal, Sin City – Una donna per cui uccidere, Apes revolution – Il pianeta delle scimmieApes revolution – Il pianeta delle scimmie
(U.S.A. – 2014)

di Matt Reeves
con Andy Serkis, Jason Clarke, Gary Oldman, Keri Russell, Toby Kebbell, Kodi Smit-McPhee

Postilla PERSONALE
Passatempo.
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“Quasi invisibile” Mark Strand

13 ottobre 2014 Nessun commento

strand14 Quasi invisibile Mark StrandQuasi invisibile
Mark Strand
– Mondadori –
(traduzione di Damiano Abeni)
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ARMONIA DEL BOUDOIR

Dopo anni di matrimonio, lui sta in piedi in fondo al letto e dice alla moglie che lei non lo conoscerà mai, che per ogni cosa che dice c’è dell’altro che non dice, che dietro a ogni parola che pronuncia c’è un’altra parola, e centinaia di altre parole dietro a quella. Tutte le parole non dette, spiega, contengono il suo vero sé, che è stato tradito dal sé superficiale che le sta davanti. “Così, vedi,” continua scalciando le pantofole dai piedi “io sono più di quello che ti ho indotto a credere che sono.” “Oh, che sciocco,” replica la moglie “ma è ovvio che lo sei. Io trovo che il solo pensarti con così tanti sé che recedono verso il nulla sia molto eccitante. Che tu a malapena esista così come sei non potrebbe darmi più piacere.”

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SPOSSATEZZA AL TRAMONTO

Il cuore vuoto rientra a casa dopo una giornataccia in ufficio. E cosa può fare il cuore vuoto se non svuotarsi del vuoto. Spazzare via ciò che non si può spazzare via richiede un notevole sforzo mentale, l’impegno infruttuoso di facoltà già oberate da un gran peso. Povero cuore vuoto, precocemente invecchiato, come fatica per fare ciò che la mente gli dice di fare. Ma la lotta non porta a niente. Il cuore3 vuoto non può eseguire gli ordini della mente. Se ne sta seduto al buio, a fantasticare, e il vuoto si accresce.

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NOTTURNO DEL POETA CHE AMAVA LA LUNA

Mi sono stancato della luna, stancato di quell’aria attonita, del ghiaccio azzurro del suo sguardo, dei suoi arrivi e delle sue partenze, del modo in cui avviluppa amanti e solitari sotto le sue ali invisibili, senza saperli distinguere. Mi sono stancato di così tante cose che un tempo mi incantavano, sono stanco di guardare l’ombra delle nuvole passare sull’erba illuminata dal sole, di vedere i cigni che scorrono avanti e indietro sul lago, di scrutare nel buio, sperando di trovare l’immagine di un sé ancora non nato. Lasciamo che la semplicità penetri l’occhio, semplicità come un tavolo sui non è apparecchiato niente, come un tavolo che ancora non è nemmeno tavolo.
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“Karoo” Steve Tesich

8 ottobre 2014 2 commenti

tesich14 Karoo Steve TesichKaroo
Steve Tesich
– Adelphi –
(traduzione di Milena Zemira Ciccimarra)
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Era proprio la sua improbabilità a preoccuparmi. Perché tutto è possibile.
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I vuoti di memoria erano uno dei veri piaceri dell’alcol, e quando ero ancora in ottima salute, ubriaco tutte le sere, al mattino mi svegliavo riposato e completamente dimentico della sera prima. Ogni giorno era un giorno nuovo, senza obblighi né strascichi. Ogni mattino era un nuovo inizio. Ero in sincronia con la natura: morte di sera, nascita e rinnovo al mattino.
*
Un signore europeo fece l’europeo e mi offrì una sigaretta prima di accendersene una. No, gli dissi, no grazie. Ho smesso. Non un tiro da ieri. Chi mi conosceva lì attorno rise, come se avessi fatto una battuta o detto una bugia. Stranamente stavo davvero iniziando a pensare che mentissi. Che non avessi smesso affatto. Dire la verità era una cosa, ma sentirmi in contatto con la verità dopo averla detta non sembrava più dipendere da me. Era qualcosa che mi veniva garantito o negato dalla reazione degli altri. Era una malattia, una sindrome da verità, e uno dei suoi sintomi era che mi sentivo molto più a mio agio nella verità altrui che la mia. Anche quando le loro verità erano l’esatto contrario della mia.
*
La mia non era paura dell’intimità. Ero prontissimo, in pubblico, ad avere rapporti indiscriminatamente intimi. AS confidarmi e a raccogliere le confidenze altrui. Ma quando mi trovavo solo in casa con una donna, o con mio figlio, mia moglie o mia madre, avevo sempre l’impressione che stessimo aspettando l’arrivo di qualcun altro. Qualcuno in grado di capire quello che stavamo facendo molto più di noi due. Un mediatore. Una terza persona. Un osservatore esterno che capisse il senso della situazione e permettesse anche a noi, attraverso il suo sguardo, di capirlo.
*
Ogni volta che una delle donne con cui ho avuto una delle mie tante brevi relazioni ha simulato un orgasmo, sono stato profondamente commosso da quell’atto di generosità disinteressato, sinceramente commosso al pensiero che lei ci tenesse abbastanza al mio stato d’animo da prendersi la briga di fingere. I loro sporadici orgasmi veri erano molto meno toccanti.
*
Considero di dare una chance alla felicità.
Ma il problema, con questa nuova malattia esotica che ho contratto, è che per fare una cosa devo prima decidere di farla, sobbarcarmi la fatica di prendere una decisione, dopodiché sobbarcarmi la fatica di mantenerla. E anche se il risultato finale di tutto questo lavoro è la felicità, l’impegno richiesto per raggiungerla è diventato un po’ troppo per me.
È troppo…
Come spiegarmi?
Essere felice, decidere di essere felice è una cosa. Continuare a esserlo è ben altra.
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Faceva parte della procedura, quando uno voleva fare i conti con le cose in anticipo. Era importante lasciarsi dietro una scia di afflizione, in modo che, se si verificavano conseguenze impreviste per effetto delle mie azioni, potevo assolvermi sulla base dell’angoscia provata prima di causarle.
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Ma non divaghiamo, stavamo parlando della verità, mi pare. In tutto il pianeta, tu solo sembri avere questa concezione infantile della verità come qualcosa di meraviglioso. Probabilmente perché non l’hai mai conosciuta. È come se ne fossi stato separato alla nascita e da allora non avessi mai smesso di desiderarla, certo che quando finalmente tornerà nella tua vita, lo farà nelle vesti di una tata affettuosa dalle braccia morbide.
*
Se il bene non trova più nulla di buono in me, se nemmeno io trovo più nulla di buono in me stesso, allora non resta che vedere che cosa vede di buono in me il male.
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Ma mi conosco. So che la mia mente gira e rigira. So che i miei umori sono come le fasi lunari. So tutto tranne come smettere di essere quello che sono.

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Postilla PERSONALE
Saul Karoo, richiestissimo rimaneggiatore di sceneggiature hollywoodiane, si ritrova a un punto della sua vita in cui le falsità, volute e non, cominceranno a mescolarsi vertiginosamente. Tra finzione e realtà cosa deciderà di seguire? All’apparenza nessuna delle due, lasciando piuttosto che siano gli eventi a sballottarlo tra le sue azioni. Come ad esempio con l’ex moglie, per la quale deciderà di mantenere il solito ruolo da povero alcolizzato, nonostante bere ormai non gli provochi più nessun effetto. O ancora accettando la proposta di un potentissimo e subdolo produttore di massacrare l’ultimo film capolavoro di un vecchio regista. Solo due esempi delle innumerevoli situazioni in cui si ritroverà il protagonista di questo libro.
Il romanzo scorre molto bene, alternando pagine dal tono umoristico/sarcastico ad altre più sentimentali/riflessive, e se ha un difetto evidente, è quello di una partenza folgorante che però Steve Tesich non riesce a mantenere fino alla fine, anzi, soprattutto nella fine.

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IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crime

IN VISIONE
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frank IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crimeFrank
(U.K., Irlanda – 2014)

di Lenny Abrahamson
con Michael Fassbender, Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy, Hayley Derryberry, Matthew Page

Postilla PERSONALE
Strambo e commovente, bel film e ottima idea.
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mapstothestars IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crimeMaps to the stars
(Canada, U.S.A. – 2014)

di David Cronenberg
con Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Robert Pattinson, Olivia Williams, Evan Bird

Postilla PERSONALE
Chirurgico e impietoso.
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fatherandson IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crimeFather and son
(Giappone – 2013)

di Hirokazu Koreeda
con Masaharu Fukuyama, Yôko Maki, Jun Kunimura, Machiko Ono, Kirin Kiki, Isao Natsuyagi, Lily Franky

Postilla PERSONALE
Un film giapponese poco giapponese, e visto che parla di relazioni e intrecci famigliari per me è un valore aggiunto.
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icorpiestranei IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crimeI corpi estranei
(Italia – 2013)

di Mirko Locatelli
con Filippo Timi, Jaouher Brahim, Tijey De Glaudi, Gabriel De Glaudi, Dragos Toma

Postilla PERSONALE
Timi enorme e regia impeccabile.
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capital IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crimeCapital
(Francia – 2012)

di Constantin Costa Gavras
con Gabriel Byrne, Gad Elmaleh, Jordana DePaula, Liya Kebede, Céline Sallette, Natacha Régnier, Hippolyte Girardot

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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lifeincrime IN VISIONE: Frank, Maps to the stars, Father and son, I corpi estranei, Capital, Life in crimeLife of crime
(U.S.A. – 2013)

di Daniel Schechter
con Jennifer Aniston, Isla Fisher, Tim Robbins, Will Forte, John Hawkes, Yasiin Bey

Postilla PERSONALE
Noioso.
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