“Il marmo” César Aira

César Aira - Il marmoIl marmo
César Aira
– Edizioni SUR –
(traduzione di Raul Schenardi)
.
A rigor di termini, l’immaginazione a cosa serve? Non è anch’essa, e proprio essa in primo luogo, un oggetto privo di funzione apparente incrostato alla mente? Sono gli oggetti strani a crearle una funzione… È da questa circolarità che nasce probabilmente la sensazione di sconcerto e perplessità che a volte mi assale.
*
Ricordo l’intensa felicità che mi ha procurato quel minuscolo successo. Una felicità sproporzionata, come dovrebbe sempre essere la felicità.
*
La velocità mi ha suscitato un’esaltazione sconosciuta. Era come se mi svegliassi a una realtà rimasta latente fino a quel momento. Ma non arrivava a essere felicità perché, avvolta in una sensazione di fugacità, era impossibile da afferrare. Aveva quella componente magica che ha di solito ciò che succede, trascurando quanto era successo fino a quel momento.

.
.

“Scarti” Jonathan Miles

Jonathan Miles - ScartiScarti
Jonathan Miles
– minimumfax –
(traduzione di Assunta Martinese)
.
Ma ora… non era ancora arrivato a quell’età, quella di suo padre, in cui la vita all’improvviso si svolge al passato, quando ciò che è diventa ciò che era e ogni altro verbo che definisce la tua esistenza si accascia su un preterito, incrostato dalle escrescenze delle flessioni morfologiche (io canto si calcifica in io cantavo), e non puoi far altro che stupirti o trasalire di fronte a quella parabola irrimediabile, irreversibile… no, non ancora.
*
Sara era convinta che il sommo peccato dei genitori fosse permettere ai figli di mirare troppo in basso. Se lasci che si accontentino, loro si accontenteranno. Le basse aspettative erano come le merendine: i bambini se ne abbuffavano, punto e basta.
*
“Posso darti di più”, sussurrò lei, mordendosi il labbro inferiore sul quale ancora luccicava la saliva che gli aveva rubato.
Di più: naturalmente il dottor Cross sapeva cosa significava di più. E allo stesso tempo non lo sapeva. Perché persino in quel momento, nel soffocante calore da sauna del corridoio dello stadio, con la mano di lei che stirava dolcemente le grinze lasciate dalle unghie sulle maniche del suo vestito, e con gli arti resi elastici da quello che sembrava un miracolo di piacere animale, comprese che avere di più implicava anche avere di meno. Che c’era un equilibrio nella vita, e che guadagnare qualcosa significava anche perdere qualcosa, nella stessa misura, così che qualsiasi beatitudine ulteriore fosse in quel momento a sua disposizione avrebbe dovuto essere pagata con un equivalente grado di dolore. Aveva solo una vita, non due, e questo significava che di più era un’illusione, una sleale chimera. Si tolse il cappello, girandoselo tra le mani nello stretto spazio tra i loro corpi così che lei fu costretta a lasciarlo andare e arretrare di un passo, e lui lesse l’etichetta all’interno del cappello mentre Katherine aspettava, come se l’ dentro ci fossero le istruzioni che gli servivano, il versetto biblico capace di dargli la forza. Poi annuì e si asciugò la bocca, e sentendo ogni cellula del proprio corpo agitarsi in un furioso ammutinamento fece no con la testa e si avviò cupo verso l’uscita, con Katherine che lo seguiva come un lungo strascico di sospiri.
*
Stavolta Elwin non lo contraddisse; si limitò ad abbassare la testa, desiderando che suo padre avesse ragione (nonostante si opponesse a quel desiderio, o tentasse di opporvisi, come sempre si opponeva, invano, davanti alla tentazione di ripulire il piatto) e si chiese, non per la prima volta, se non ci fosse una sorta di oscuro vantaggio nella demenza senile: l’immunità alla morte e all’abbandono, la possibilità di fissare un punto nel tempo così che nulla possa più cambiare, nulla possa essere riscritto, nessuno possa andare via. Tutti insieme appassionatamente, per sempre.
*
Si era sposata per amore una volta, e guarda come era finita. A un certo punto si diventava troppo vecchi per l’idealismo, come per le minigonne e gli stivali che arrivano alle cosce.
*
Possibile che i ricordi fossero come le opere d’arte, quelle migliori appese sotto il bagliore metallico delle lampade alogene sulle pareti spoglie dei musei, destinate a essere raddrizzate e spolverate ogni giorno, mentre quelle scadenti finivano abbandonate nelle soffitte, ammucchiate dai rigattieri, appese in quello spazio inosservato sopra ai letti dei motel vicino alle uscite autostradali?

.
.

“Gli anni” Annie Ernaux

Annie Ernaux - Gli anniGli anni
Annie Ernaux
– L’Orma Editore –
(traduzione di Lorenzo Flabbi)
.
vecchia cariatide, fare il diavolo a quattro, da sganasciarsi!, cretinetti che non sei altro!, le espressioni cadute in disuso, risentite per caso, all’improvviso diventate preziose come oggetti perduti e poi ritrovati, di cui ci si chiede come abbiano fatto a conservarsi
*
E recitavamo a memoria le regole di grammatica del buon francese. Appena rientrati a casa ritrovavamo senza neanche accorgercene la lingua originaria, quella che non obbligava a riflettere su ogni parola ma soltanto sulle cose da dire o non dire, quella collegata ai corpi, agli sberloni, all’odore di candeggina dei grembiuli, delle mele cotte per tutto l’inverno, al rumore dell’urina nel pitale e al russare degli adulti.
La morte delle persone non ci faceva nulla.
*
Ma una cosa era sicura, non sarebbe mai più stato possibile ricordarsi di com’era il mondo prima di aver avuto addosso un corpo nudo.
*
… quell’incessante prevedere il futuro immediato che complica il versante esterno dei suoi obblighi…
*
Le pare che quegli io continuino a esistere. Il passato e il futuro si sono insomma invertiti i ruoli. Ora è ciò che ha alle spalle a essere diventato oggetto del desiderio, non ciò che ha davanti: ritrovarsi in quella stanza di Roma nell’estate del ’63.
*
… si chiede “vorrei essere ancora là?”. Le piacerebbe rispondere di no, ma sa che la domanda non ha senso, che nessuna domanda ha un senso applicabile alle cose del passato.
*
E non invecchiavamo. Nessuna delle cose che avevamo attorno durava abbastanza per diventare vecchia, sostituita in fretta e furia dal modello più recente. La memoria non aveva il tempo di associare gli oggetti a delle fasi dell’esistenza.
*
La logica mercantile si faceva via via più pressante, imponeva un ritmo frenetico. I prodotti muniti di codici a barre passavano dal nastro trasportatore al carrello con un bip discreto che in un secondo faceva sparire il costo della transazione. Gli articoli di cartoleria per l’inizio della scuola comparivano sugli scaffali prima ancora che i bambini andassero in vacanza, i giocattoli di Natale all’indomani di Ognissanti, i costumi da bagno a febbraio. Il tempo delle cose ci risucchiava, ci costringeva a vivere sempre con due mesi d’anticipo. Le persone accorrevano alle “aperture straordinarie” della domenica, a quelle “prolungate” fino alle undici di sera, il primo giorno di saldi costituiva un avvenimento che rimbalzava sui media. “Fare un affare”, “approfittare delle promozioni” erano principi indiscutibili, un obbligo.
*
Nella mescolanza dei concetti era sempre più difficile trovare una frase per sé, la frase che, pronunciata in silenzio, aiuta a vivere.
*
Segmentavano il tempo in periodi prefissati, anni yé-yé, il ’68, l’epoca dell’AIDS, raggruppavano le persone in generazioni, quella di de Gaulle, quella di Mitterrand, i figli dei fiori, il baby-boom, i nativi digitali. Noi eravamo in tutte, non ci trovavamo in nessuna. Gli anni che sentivamo nostri lì dentro non c’erano.

.

Postilla PERSONALE
Dopo “Il posto” L’Orma Editrice pubblica un altro gran bel libro di Annie Ernaux (autrice in Italia poco conosciuta, almeno fino a prima quest’operazione di riscoperta). Come nel precedente al centro della narrazione ci sono i ricordi, il passato, lo scorrere del tempo e il cambiamento, quello che ci lasciamo alle spalle e quello che ci rimane (sia dentro che fuori); in questo però il mondo di riferimento si allarga un po’, includendo politica, società, mode e costumi.
Seppur in “Gli anni” le pagine siano molte di più, lo stile è sempre molto conciso, deciso e preciso, attento, emotivo, ma non sentimentalmente votato al rimpianto.
Cosa sia poi questo libro lo dice meglio di tutti la stessa autrice nella parte finale (le sue intenzioni si sono realizzate appieno per me): “Non sarà un lavoro di rievocazione nel senso più consueto, ossia volto alla stesura narrativa di una vita, a una spiegazione di sé. Si guarderà dentro solo per ritrovarci il mondo, la memoria, e l’immaginario dei suoi giorni passati, per cogliere i cambiamenti di idee, credenze e sensibilità, la trasformazione delle persone e del soggetto, ciò che lei ha conosciuto, ciò che forse non rappresenterà nulla per quanti conosceranno sua nipote, per tutti i viventi del 2070. Stanare delle sensazioni che sono già lì, ancora senza nome, come quella che la fa scrivere.”

.
.

“Viaggio intorno alla madre” Ornela Vorpsi

Ornela Vorpsi - Viaggio intorno alla madreViaggio intorno alla madre
Ornela Vorpsi
– Nottetempo –
.
Gli innamorati di Katarina appartengono ormai al nuovo popolo. Nel corso degli anni, ha colto le loro parole, il loro sconforto, la loro noia. Dov’è il loro male? Nel fatto che la Storia li ha dimenticati. Si sentono in decomposizione. Che possno fare ancora della loro giovinezza? Dei loro trent’anni? Fanno la valigia per raccogliere pzzi di storia, in Portogallo, in Afghanistan, nel Madagascar, insomma, per esistere, per inventarsi un’esistenza che valga la pena, di cui ci si possa ricordare. Devi riacchiappare la vita quando manca all’appuntamento e quando il tempo ti schiaccia come fa ora. Spesso quei giovani tornano indietro e si accorgono di non essere più qualificati per la grande Storia.
*
Katarina ha bisogno di amare e di essere amata da morire. È la parola che usa lei. L’hanno avvertita: amare alla follia non è amore. Amare come ami tu non è amore. L’amore è un’altra cosa, l’amore ha a che fare col buono, col bene. Per esempio: amare una persona così com’è. Volere il suo bene. L’amore è senza cattiveria, senza un briciolo di crudeltà, senza possesso o gelosia. Ma io sono soltanto un essere umano, ripete Katarina, è chiaro che sbaglio, sbaglio profondamente, è vero, non so amare come dite voi. Io muoio per l’altro, e vorrei che lui morisse per me.
*
Catturata, gli dice: Come sei bello. È ancora bello. Senza servirsene, senza nemmeno farci caso, persevera nella sua bellezza. Lei gli si incolla addosso, dopo gli appuntamenti con l’altro, e sente quanto ogni curva, ogni forma del suo corpo la rassicuri. Scopre cosa significa essere al proprio posto.

.

Postilla PERSONALE
Una donna: madre, moglie e amante. Il tempo che passa, un desiderio che preme, la coscienza di non essere dove dovrebbe stare e che non sarà dove sarebbe dovuta rimanere. E poi l’amore, da entrambi i lati: urgente, carnale, umano.
Un romanzo breve e introspettivo, buoni ritmo e struttura, che dura l’arco di un giorno. Il primo scritto in francese di Ornela Vorpsi mantiene molte della sue caratteristiche narrative, ma ne perde alcune che nella sua lingua adottiva invece, l’italiano, la rendevano unica.

.
.

“Panorama” Tommaso Pincio

Tommaso Pincio - PanoramaPanorama
Tommaso Pincio
– NN Editore –
.
Perfino le notizie che giungevano dai mezzi di informazione gli parlavano di appassimento. L’economia ristagnava, la società invecchiava, la povertà aumentava. Alla guida del paese erano subentrate facce nuove, figure energiche e brillanti, è vero, ma nella loro pochezza morale, nella loro mancanza di autentici ideali, Tondi intravedeva comunque lo stigma di un precoce appassimento. Quei politici gli sembravano destinati, se non intenzionati a fallire; uguali ai vecchi pur essendo giovani.
*
L’opinione pubblica è come un bambino, dissero, non puoi togliergli un giocattolo senza promettere un trastullo migliore.
*
Non vedo perché dovrebbero pagare. Cosa se ne fa uno scrittore di un parere che non serve più a niente?
Niente. Proprio per questo non può farne a meno, perché se lo può infilare in quel posto. Cosa te ne fai dell’oroscopo o di una seduta d’analisi? Le persone vogliono essere giudicate, hanno un bisogno disperato di sapere cosa si pensa di loro, e se nessuno glielo dice, pagano pur di saperlo. Uno scrittore non fa differenza. Paga purché qualcuno lo legga.
*
La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato. Tende alla somiglianza, cerca ciò che può riconoscere, che ha già visto sentito annusato, cerca il ritorno, cerca uno specchio. Tale è la potenza della somiglianza che ogni qualvolta ci imbattiamo in una sua manifestazione, vi attribuiamo più o meno irragionevolmente un significato. Tale è la potenza che non sarebbe assurdo affermare che non scorgeremmo alcun senso nelle cose se queste cose non somigliassero ad altre cose. Nulla più delle parole somiglia alle cose che esse nominano, eppure cos’è in concreto una parola?

.

Postilla PERSONALE
Un romanzo che tocca, a volte sfiorandoli appena, tanti temi, senza però dare l’impressione di lasciare indietro dei pezzi (e questo è un grande merito di Pincio e della sua scrittura). Letteratura (come mercato e, ove possibile, spettacolo, notizia), social network (una prigione nella prigione del protagonista), ma soprattutto solitudini destinate a non incontrarsi mai.
.
.

“In cerca di vite già perse” Simon Armitage

Simon Armitage - In cerca di vite già perseIn cerca di vite già perse
Simon Armitage
– Guanda –
(traduzione di Massimo Bocchiola)
.
Tornare dalla guerra.
Tornare a che cosa?

A un uomo vanno incontro.
A un altro no.

Uno è accolto al pub con pacche sulla schiena.
Uno trovo inquilini in casa sua.

Uno, sua moglie lo porta subito a letto.
Uno, il suo cane gli corre incontro. Lo fa sanguinare.

Uno è baciato sulla bocca e sul collo
e tirano le tendine.

Uno siede e guarda il muro.
Uno, sua moglie è uscita a passeggio;

c’è un biglietto,
c’è una scatola di sardine sotto un piatto.

Un uomo, sua moglie è stesa supina
con un GI Joe che si flette su di lei.

Nel giardino di un altro, fiori e sassi
formano la scritta Bentornato.

Un uomo piange solo in una stanza.
A un uomo, suo figlio chiede come si chiama.

Un uomo arriva in città all’alba,
non ce la fa ad aspettare e galoppa

sui campi e oltre la landa,
poi salta il cancello e vola sul prato

e apre la porta
su un camino morente,

e polvere nell’aria,
e suo suocero che dorme sulla sedia

*

(Avremmo mai dovuto, potuto ritornare?
Mettere il dito nella vecchia piaga?
Le lettere e i cuori
da noi incisi nella giovane corteccia

sono guariti ormai?
O appare ancora la carne viva?
Come un lontano, minuscolo bianco,
che dopo una lunga camminata

si scopre neve –
un ultimo mucchio di neve
che va toccato dal calore umano
perché il suo ghiaccio si sciolga,

prima che possa cedere.)
.
.

“Fine missione” Phil Klay

Phil Klay - Fine missioneFine missione
Phil Klay
– Einaudi –
(traduzione di Silvia Pareschi)
.
Ci sono due modi di raccontare la storia. Divertente o triste. Ai ragazzi piace divertente, con un sacco di sangue e un ghigno quando arrivi alla fine. Alle ragazze piace triste, con lo sguardo perso in lontananza mentre contempli gli orrori della guerra che loro non possono vedere. In entrambi i casi, la storia è la stessa.
*
Quando sono arrivato allo sportello e ho consegnato il fucile, però, mi sono bloccato. Era da mesi che non me ne separavo. Non sapevo dove mettere le mani. Prima le ho infilate in tasca, poi le ho tirate fuori e ho incrociato le braccia, e alla fine le ho lasciate penzolare lungo I fianchi.
*
Subito prima che partisse il convoglio stavo scherzando con Mac. Aveva ricevuto un pacco con dentro le caramelle più schifose del mondo, Peeps vecchie e Pez al cioccolato, che secondo lui avevano lo stesso sapore del buco del culo di Satana. Harvey gli aveva chiesto come faceva a conoscere il sapore del buco del culo di di Satana, e Mac gli aveva risposto: – Senti, bello. Hai messo la firma per arruolarti. Non dirmi che non hai dato una leccatina -. Poi aveva tirato fuori la lingua e l’aveva agitata di qua e di là.
*
Le crede che il tenete colonnello Fehr diventerà mai il colonnello Fehr se andrà a dire ai superiori: “Ehi, ci sembra di aver commesso qualche crimine di guerra”?
*
– Sì, be’, però ha ragione. In Iraq abbiamo raccontato alla gente un sacco di verità e un sacco di balle. Certe balle funzionavano benissimo.
– È strano pensare che qualcuno lo faccia di mestiere, – disse Zara. – La parola “propaganda” mi fa venire in mente quei poster della seconda guerra mondiale. O la Russia stalinista. Qualcosa di un’altra epoca, prima che diventassimo sofisticati.
– La propaganda è sofisticata, – dissi. – Non è solo pamphlet e poster. Come specialista PsyOps, come ogni cosa nell’esercito, sei parte di un sistema di armamento. La lingua è una tecnologia.
*
… correvo un sacco. Più vai veloce e meglio è, tutte le emozioni represse si esprimono con l’oscillazione delle braccia, con il bruciore nel petto, con il lento peso della spossatezza nelle gambe, e tu puoi limitarti a pensare. Puoi pensare con rabbia, con qualunque altro sentimento, e il pensiero non ti fa a pezzi perché stai facendo qualcosa, una cosa così faticosa da sembrare la giusta risposta al disordine che hai nella testa. Le emozioni hanno bisogno di uno sfogo fisico. E se sei fortunato, il fisico prende il sopravvento. Mi succedeva quando praticavo arti marziali miste. Ti stanchi a tal punto che rimangono solo dolore fisico ed euforia. Quando sei in quello stato, i tuoi piccoli sentimenti non ti mancano affatto.
*
Ai tempi tendevo a recitare la parte del reduce annoiato, che aveva visto il mondo e guardava l’idealismo degli altri studenti con la tristezza nostalgica di un genitore il cui figlio sta diventando troppo grande per credere a Babbo Natale. È sorprendente quanto funzioni il fascino del reduce, perfino in una scuola come Amhrest, dove credevo che I ragazzi fossero abbastanza svegli da non cascarci. C’è una vecchia barzelletta: “Quanti reduci del Vietnam ci vogliono per avvitare una lampadina?” “Non puoi saperlo, non c’eri”. E il gioco è proprio questo. Tutti presumevano che avessi avuto qualche incontro devastante con la Realtà: il duro, violento, crudo mondo-così-com’è, fuori dalla bolla dell’America e dell’accademia, un soggiorno nel Cuore di Tenebra che poteva distruggere un uomo oppure renderlo più triste e saggio.

.

Postilla PERSONALE
Tredici racconti che parlano di guerra (quasi sempre è quella in Iraq) e lo fanno mettendo in risalto soprattutto quanto questa non finisca una volta tornati da una missione, che sia alla propria base o nella città natale. I segni sono visibili, per molti, e invisibili, per tutti.
Un’ottima raccolta sotto molti punti di vista, sia per come è scritta, mai una parola fuori posto, anche con tutti quegli acronimi, sia per quello di cui scrive Klay, molteplici le sfumature, i temi e le ambientazioni trattate.
Un libro che dice molto (nonostante la difficile ampiezza e complessità del soggetto) su alcuni aspetti di cosa voglia dire essere in guerra, ritrovarcisi in mezzo, perpetrarla e subirla (da qualunque parte si stia).
Ogni racconto è più che buono, in particolar modo però: “Fine missione”, “Corpi”, “Il denaro come sistema di armamento”, “Preghiera nella fornace”, “Operazioni psicologiche” e “Se non è una ferita penetrante nel torace”.

.
.

“Vedi adesso allora” Jamaica Kincaid

Jamaica Kincaid - Vedi adesso  alloraVedi adesso allora
Jamaica Kincaid
– Adelphi –
(traduzione di Silvia Pareschi)
.
… le mie labbra che hanno la forma del caos prima che gli venga imposta la tirannia dell’ordine è dove trovo me stessa, la vera me stessa ed è da lì che scrivo;
*
… perché l’adesso è sempre incompleto, o almeno così ci sembra, ed è una fortuna, perché trasforma l’allora in quello che verrà, in tutto quello che verrà, anche se tutto quello che verrà deve contenere l’adesso e l’imperscrutabile desiderio dell’allora…
*
Oh, il suo cuore batteva così pericolosamente forte che batté fino quasi a uccidersi…
*
Essere abbandonata è la peggiore umiliazione, l’unica vera umiliazione, ed è per questo che la morte è così imperdonabile, perché la vita ti ha abbandonato e sei rimasta tutta sola, per conto tuo, separata da tutto, e così non sei neppure un niente, ciò che eri abituata a soggiogare, persona o cosa o avvenimento, è perduto nella morte, e nessuna commemorazione, nessun epitaffio, nessun monumento può cancellare il fatto che da morta sei incapace di agire,non sei più nell’Allora e nell’Adesso, non sei più niente ed esisti solo per volontà degli altri ed esisti solo se gli altri desiderano la tua esistenza, perché potrebbe essergli utile, e poi quando non lo è più vieni di nuovo abbandonata, messa da parte per qualcos’altro, e quello sarebbe ancora l’Adesso, perché l’Adesso è in corso e non finisce mai, l’Adesso è inesorabile, impervio a tutto ciò che è noto, e anche ignoto, impervio a tutto ciò che si può afferrare e tener fermo: ed essere abbandonata è la vera, autentica natura dell’umiliazione ed essere in uno stato di umiliazione equivale alla morte ed essere morta equivale a essere umiliata, perché allora non puoi neppure conoscere la tua situazione e compatirti. L’Adesso, l’Adesso, l’Adesso, che rappresenta il vivere, che rappresenta la vita, ti respinge e ti trasforma in spazzatura, in uno scarto, in una cosa trasportata dal vento in una strada deserta, senza meta, senza meta. Adesso, Adesso e di nuovo Adesso: perché quell’istante è pieno di tutto ciò che forma la tua vera vita ma è sempre appena fuori portata, e lo sforzo ti logora però lo vedi appena fuori portata e provi di nuovo a prenderlo ma è appena fuori portata, è sempre fuori portata, e tu provi e riprovi ma gli istanti si accumulano e sono sempre fuori portata, e poi anche la morte è un istante che non è mai fuori dalla tua portata ma con la morte non riesci più a fare lo sforzo di prenderla.
*
Oh, Adesso, adesso, si disse la signora Sweet, perché allora stava guardando dentro un abisso, ma quella sarebbe letteratura; perché adesso stava guardando dentro una profondità superficiale, una depressione strutturale, ma quella sarebbe geologia; e in fondo a questa metafora o rappresentazione veritiera giaceva la sua vita, quel che ne restava, i fatti, la sostanza, il riassunto, la finalità, l’arrivederci per ora e il magari ci vediamo, la fine nel suo inizio, e la signora Sweet pianse, perché aveva tanto amato la sua vita;

.

Postilla PERSONALE
Un matrimonio in crisi (ammesso non lo fosse già fin dall’inizio), un piccolo marito, un moglie che arriva da un’isola e due figli (a volte contesi, altre usati come tiro a segno/scudo).
Un romanzo/flusso di coscienza (autobiografico?*) non semplice: per la lingua usata, il continuo andare avanti e indietro nel tempo e per come l’autrice si dipinge nei panni della signora Sweet (per chi fare il tifo? Nessuno? Tutti?), eppure coinvolge, a volte stupisce, di certo suscita continue reazioni.

* Come sempre, tuttavia, la sua corrosiva, inconfondibile prosa è più estranea all’autobiografi­­smo di quanto non appaia a prima vista: la stessa Kincaid ha del resto dichiarato che «il protagonista di questo romanzo è il Tempo». – dalla quarta di copertina insolita, periferica e sfocata, costantemente avvolta dalla nebbia, fatta soprattutto di Motel e vie residenziali.
.
.

“La casa di nebbia e sabbia” Andre Dubus III

Andre Dubus III - La casa di nebbia e sabbiaLa casa di nebbia e sabbia
Andre Dubus III
– BEAT –
(traduzione di Luciana Crepax)
.
È passata la cameriera e ci ha versato dell’altro caffè. Lester Burdon le ha rivolto un sorriso, ma era un sorriso un po’ triste, come se sapesse qualcosa di brutto sul suo conto.
*
Mentre aspettavo Lester all’Eureka Motor Lodge, ho capito, forse per la prima volta, che mio marito se n’era andato davvero, che un giorno avrei ricevuto una telefonata o una lettera dal suo avvocato. E forse perché avevo appena fatto l’amore con un altro, ho capito che quel giorno era molto vicino, più vicino persino di quando mi ero svegliata quella mattina, in automobile, davanti alla nostra casa, come una profuga.
*
Ogni tanto ripensavo a Lester Burdon, con gli occhi tristi, il baffo storto e la station-wagon che era sparita nella nebbia, rivedevo quella oscura richiesta nel suo sguardo. Gli uomini che ti guardano così, di solito vogliono morderti come una prugna fresca e, dopo aver morso, succhiato e masticato, si aspettano che i tuoi succhi siano ancora abbondanti e dolci come la prima volta. Ma negli occhi di Lester c’era anche dolcezza, pazienza. Forse la sua non era una richiesta, ma una mancanza.

.

Postilla PERSONALE
Due coppie, una sedimentatasi lungo decenni di matrimonio e un’altra tanto, forse troppo, recente. Diversissime tra di loro, ma che in comune hanno la difficile, costante ricerca di una stabilità e il ritrovarsi ad essere in lotta per la stessa casa. Ricordo affettivo per alcuni, speranza verso un nuovo futuro per altri.
Gli avvenimenti diventeranno sempre più veloci e inevitabili, fino a una conclusione rocambolesca, tragicamente umana.
Romanzo molto valido e solido, per trama e scrittura, dove compare anche una San Francisco insolita, periferica e sfocata, costantemente avvolta dalla nebbia, fatta soprattutto di Motel e vie residenziali.

.
.

“Il liuto e le cicatrici” Danilo Kiš

Danilo Kiš - Il liuto e le cicatriciIl liuto e le cicatrici
Danilo Kiš
– Adelphi –
(traduzione di Dunja Badnjević)
.
Ogni giovane sensibile, soprattutto se plasmato dalla cultura e dalla musica – ed era il suo caso – è propenso a considerare le torbide passioni del corpo e dell’anima, questo magma lirico della gioventù, come un precoce segno di talento. Tuttavia, più spesso si tratta di un segreto vibrare della sensibilità, di un impuro associarsi di secrezioni ormonali con gli spasmi del nervo simpatico, di una simbiosi tra la struttura organica e la musica dell’anima – che sono il dono della giovinezza e dell’esuberanza spirituale, e che, simili alla poesia nelle loro vibrazioni, si possono facilmente confondere con la poesia vera. Una volta catturati da questa magia – che con gli anni diventa una pericolosa abitudine, come il fumo o l’alcol, si continua a scrivere, con mano abile di versificatore, sonetti ed elegie, versi patriottici e di circostanza, ma ormai si tratta soltanto di un meccanismo che si è messo in moto in gioventù e ora procede solo per forza d’inerzia o d’abitudine, basta che ci sia un minimo alito di vento, come un mulino che gira a vuoto.
*
Dalle esperienze amorose degli altri non s’impara niente. Ogni incontro tra un uomo e una donna inizia come se al mondo non ce ne fosse mai stato un altro. Come se da Adamo ed Eva a oggi non ci fossero stati miliardi di incontri simili. Vede, l’esperienza amorosa non si trasmette. Questo è un grande male. E anche una grande fortuna. […] Cerchi di essere prudente. Le ferite d’amore sono quelle che incidono più profondamente nell’anima. E non permetta che la letteratura prenda il posto dell’amore. Anche la letteratura è pericolosa. Nulla può sostituire la vita.
*
Lo scrittore deve osservare la vita nella sua totalità. Deve far intravedere il grande tema della morte perché l’uomo sia meno superbo, meno egoista, meno malevolo e, d’altra parte, deve dare un senso alla vita. L’arte è l’equilibrio di queste due visioni contraddittorie. Il dovere dell’uomo, soprattutto dello scrittore – lei dirà che parlo da persona anziana -, è di andarsene da questo mondo lasciando dietro di sé non l’opera, tutto è opera, ma un po’ di bontà, un po’ di conoscenza.

.

Postilla PERSONALE
I migliori racconti di questa raccolta postuma: “Jurij Golec”, “Il liuto e le cicatrici” e “Il poeta”.
.
.

“Cattivi” Maurizio Torchio

Maurizio Torchio - CattiviCattivi
Maurizio Torchio
– Einaudi –
.
Ma fuori non c’è niente di organizzato: ti devi scansare in continuazione. Senti la fretta di chi ti sta attorno. Hai la sensazione che siano tutti in coda, dietro di te, e si stiano chiedendo: Chi è, quell’uomo rallentato? E a volte è vero. Hai la sensazione che abbiano capito da dove vieni. Ma questo non è mai vero, perché quelli di fuori al dentro non ci pensano mai.
*
L’isolamento è la prigione della prigione. Perché ogni posto deve avere una prigione. Se sei già all’ospedale e ti senti male, cosa fanno? Ti mettono in terapia intensiva, che è l’ospedale dell’ospedale. Se sei in prigione e vogliono punirti è uguale: deve esserci qualcosa. Dev’esserci sempre qualcosa da togliere, altrimenti tutto si ferma. A volte ti danno delle cose perché ti venga paura di perderle. Dove stavo prima distribuirono delle televisioni solo per minacciare si spegnerle. Per farti provare la sensazione di cadere ti sollevano, ogni tanto. Altrimenti dopo un po’ arrivi al centro della terra, e da lì non vai più da nessuna parte.
*
Perché il male c’è, Comandante me l’ha ripetuto tante volte. Cammina sulla terra, in mezzo a noi. Non si può estinguere, bisogna recintarlo, per evitare che si dappertutto. E se a un certo punto non riesci più a distinguerlo dal bene la colpa è solo tua: il male continua a esistere, a essere diverso dal bene, a camminare e calpestare.
Servono luoghi per contenere il male.
Chiavi per chiudere i luoghi.
Uomini che sopportino l’incandescenza di quelle chiavi.
*
Qui c’è la mania degli oggetti nuovi. È come se fossero fosforescenti. Chi non riceve pacchi da casa vive in celle più buie. Ed è più facile che le guardie lo picchino, più facile che un prepotente se lo prenda in moglie, perché una cella senza oggetti ti fa pensare: Di questo non importa a nessuno.
Gli oggetti nuovi proteggono.
Tutto quello che arriva da fuori protegge.
*
E parlerai. Parlerai. Devi svuotarti la bocca. Far uscire un po’ di carcere. Se non parli, non c’è spazio per altro.
*
Scrivono lettere alle mogli che hanno ucciso, ai bambini che non hanno allevato. Il cemento rimbomba perché non vuole assorbire questo sospirare, queste emozioni fuori tempo.
*
Io li sento.
Sento le loro zampette di topi che vanno a picchiare. La porta richiusa. Li sento camminare, poi passare al trotto, quasi senza accorgersene. A forza di stare fermo, qui sotto, mi sono radicato nel cemento, innervato per tutto il carcere. Se uno cammina nel corridoio sotto il cortile è come camminasse sul mio braccio sinistro.

.

Postilla PERSONALE
Due mondi: quello di fuori e quello dentro. Gli appartenenti al primo però, se non per necessità, è difficile pensino ai secondi, mentre questi altri… Eppure facciamo tutti parte di un’unica società (qui scollata dalla realtà dei giorni nostri, seppur piena di rimandi attuali), riunita sotto quell’ammasso di istituzioni che dovrebbe proteggere, regolare ed eventualmente punire con neutralità e lungimiranza, e invece…
Ed è proprio un appartenente al dentro ad accompagnarci nelle viscere di una struttura dove anche le guardie, pur libere, finiscono per diventare degli emarginati, dei rinchiusi. Si va fino in fondo, fino alle celle di isolamento, “il carcere del carcere”, dove un rapitore in erba, tramutatosi in ergastolano dopo l’uccisione di una guardia, diventerà il cicerone della sua storia e di quelle di quanti come lui vivono principalmente di ricordi.
“Cattivi” è proprio un gran bel romanzo, in grado di isolare il lettore, portandolo lungo le strade indicate da Torchio che, con una scrittura essenziale e precisa, è capace di cogliere tantissimi particolari, offrire altrettanti spunti e creare una sensazione avvolgente, ben definita.

.
.

“Notizie del mondo” Philip Levine

Philip Levine - Notizie del mondoNotizie del mondo
Philip Levine
– Mondadori –
(traduzione di Giuseppe Strazzeri)
.
Dell’amore e altri disastri

L’operatore di presse del Nord
incontrò l’assemblatrice del West Virginia
in un bar vicino allo stadio. Venerdì, tarda ora,
eppure troppo presto per tornare a casa da soli. Nessuno
aveva in mente chissà che, perciò chiacchieravano
della stagione di baseball in arrivo
che a nessuno importava. Potremmo
essere una coppia, pensò lui, ma lei
era un disastro, decisamente troppo magra. Per anni
aveva avuto un’idea di come una donna
dovrebbe essere, e non era lei, non era
nessuna che avesse conosciuto, e tantomeno
la sua ex moglie tornata al Nord
a vivere con il suo antico amore del liceo.
Per poco c’era rimasto secco. Non ho bisogno di stronzate,
disse quasi ad alta voce per poi rendersi conto
che lei stava parlando con qualcuno, forse
proprio con lui, di come non riuscisse a curarsi
le mani, di come il grasso la penetrava
così profondamente nella pelle da diventare
parte di lei, e rovesciando un palmo
all’insù, sul bancone indicò
con la sigaretta i solchi profondi
scavati dal lavoro. “La linea della vita”
disse lui “qual è?” “Nessuna”
rispose lei e lui notò che aveva occhi
nocciola disseminati di pagliuzze
d’oro, e poi – imbarazzato – tornò
a guardarle la mano che pareva piccina
e delicata, le dita ingiallite
dai calli, ma snella e affusolata.
Lei prese un tovagliolo dal bancone,
ci sputò sopra e gli disse di non muoversi
mentre gli levava piano gli occhiali,
lasciandolo mezzo cieco, per pulirgli
qualcosa che aveva sullo zigomo
sinistro. “Ecco” disse restituendogli
gli occhiali, “fatto”, e anche
con gli occhiali, ciò che lei gli mostrò
non era nulla che lui fosse in grado di vedere, forse
al massimo credere alla cieca. E pensò: “Meglio
filarsela prima che sia troppo tardi”, ma
sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava.

*

Capodanno in ospedale

Puoi odiarlo il mare quando inonda
i ciottoli, si ritira, risale
ancora; va avanti così giorno e notte
per tutta la vita, e quando la vita
è conclusa, ancora dura. Un giovane prete
si è seduto accanto al letto e mi ha chiesto se sapevo
cosa diceva il cardinale Newman
del mare. Questo festoso ragazzetto,
le paffute manine rosee intrecciate,
mi ha detto che dovrei cambiare vita.
“La mia vita mi piace” gli ho detto “Le festività
sono stressanti nel nostro tipo di mestiere”
ha detto lui. In settimana era stato
a Carmel a guardare il mare andare e venire
e andare e venire, come ha scritto Newman.
“Io odio il mare” ho detto, ed era vero
in quel momento, il modo in cui le onde
vanno e vengono con tanta noncuranza.
In silenzio abbiamo guardato la notte
diffondersi dagli angoli della stanza.
“Dovresti cambiare vita”
ha ripetuto. Gli ho chiesto se per caso
stesse leggendo Rilke. L’uomo nel letto accanto,
un giardiniere in pensione di Chowchilla,
ha sbuffato girandosi di lato,
la faccia al muro bianco. Mi è spiaciuto
per il pretino: noi,
che lui chiamava “figli miei”, gli venivamo entrambi meno
scivolando sgraziatamente dalla nostra vita
per lasciarlo da solo di fronte all’eternità
che andava e veniva e andava e veniva.
.
.

“Luna di miele con nostalgia” Molly Antopol

Molly Antopol - Luna di miele con nostalgia Luna di miele con nostalgia
Molly Antopol
– Bollati Boringhieri –
(traduzione di Costanza Prinetti)
.
Io però avevo cercato di risolvere il problema – se non per noi due, almeno per Beth. Avevo proposto un consulente matrimoniale; Gail aveva preso un aereo per Burlington e si era scopata un architetto in pensione conosciuto online.
*
Dopo la guerra, diceva sempre tuo nonno, avrebbe raggiunto i fratelli nella comune che avevano fondato, e avrebbe nuotato in mare ogni giorno e mangiato pompelmi e limoni dagli alberi. Puoi venire con me, mi diceva, sempre con un attimo di ritardo…
*
Quando erano insieme, anche solo seduti a leggere uno accanto all’altra o diretti al negozio di alimentari, il cielo sembrava un po’ più luminoso, il sole un po’ più caldo, il mondo un po’ migliore. Erano entrambi fissati sul proprio lavoro, introversi di natura, e quando si erano sposati Sveta aveva sentito che non avrebbe più dovuto cercare di piacere ad altri, che non aveva più importanza cosa la gente pensasse di lei. Certo, uscivano ancora con gli amici, ma verso la fine della serata c’era sempre un momento in cui i loro sguardi si incrociavano sopra il bancone del bar, una tacita intesa che fosse ora di andarsene, di tornare a essere loro due soli. Era uno sguardo che conoscevo bene, uno sguardo che io e Gail avevamo notato tra altre coppie durante cene o feste, uno sguardo che ci aveva sempre fatto sentire sulla difensiva, esposti. Dopo quelle serate, ci ritrovavamo a dissezionare le relazioni dei nostri amici, smontandone le dinamiche fino a sentirci più sicuri della nostra, mentre ci lavavamo i denti in bagno, ognuno al proprio lavandino.
*
“Tua madre è la persona più preoccupata del mondo, eh?”
Daniela sembrò confusa, o infastidita, come se cercasse nelle mie parole la battuta di spirito senza però trovarla. Sapevo che criticare sua madre non mi avrebbe fatto guadagnare punti. Katka e io ci eravamo impegnati a rimanere amici, soprattutto per il bene di Daniela; a volte avevo l’impressione che per lei sopportarmi fosse solo una voce del lungo elenco di cose da fare per la figlia, subito dopo assicurarsi che l’allarme nel suo caseggiato funzionasse e che la sua dieta contenesse abbastanza proteine.
*
È seduto lì, batte un ritmo veloce e regolare con il piede e ha la testa schiacciata contro i cuscini. Ho come l’angosciosa e rassicurante sensazione di vederlo a dieci, venti, trent’anni, passare da un divano all’altro di tutti gli appartamenti in cui ha vissuto. Sento di colpo il suo dolore, la sua vita, appoggiarsi al mio cuore.
Si schiarisce la gola. “Probabilmente a quest’ora dovresti già essere a letto”.
“Pa’” dico. “Guarda che non ho un orario”.
Ci alziamo entrambi e lui mi mette le mani sulle spalle, guidandomi lungo il corridoio. “Facciamo finta, solo per stasera” dice, “che mi sono ricordato di dartelo, un orario. Va bene?”
“Va bene” sussurro. E, prima di lasciarmi andare in camera mia, tiene per un momento le mani appoggiate sulle mie spalle: come il cappotto più pesante e caldo del mondo.
*
Passò un’intera settimana a letto a leggere, e quando finalmente, l’ottavo giorno, uscì per andare al negozio di alimentari, gli venne in mente una cosa: nessuno si era accorto che era rimasto in casa per tutto quel tempo. Fu allora che capì di essere davvero solo. E quando sei solo, sai che se vuoi rientrare nel mondo devi comportarti come un ospite – la gente ti fa un favore invitandoti a casa sua per riunioni di famiglia e feste nazionali, e tu puoi solo mostrarti allegro e tranquillo, anche quando sei così depresso da avere appena la forza di lavarti i denti, presentarti con vino e fiori e offrirti di sparecchiare.

.

Postilla PERSONALE
Ottima raccolta di racconti d’esordio (anche se per maturità di scrittura e narrazione non si direbbe), dove non uno dei singoli episodi è al di sotto del “molto buono” (i miei preferiti ‘Luna di miele con nostalgia’ e ‘L’uomo più silenzioso’).
C’è tanta Storia e tantissime storie in queste pagine, il lavoro dietro ogni vicenda si sente e, cosa ben più importante, arriva al lettore. Occhio attento, ma di ampie vedute, scrittura molto classica, al limite dell’impeccabile, che spazia nei luoghi e nel tempo: ebrei emigrati in America, maccartismo, kibbutz in Israele, Europa e Russia.
Potrà sembrare esagerato, ma Molly Antonpol è già un’autrice che non ha nulla da invidiare ai grandi maestri di natura ebraica del racconto.

.
.

“Lamb” Bonnie Nadzam

Bonnie Nadzam - LambLamb
Bonnie Nadzam
– Edizioni Clichy –
(traduzione di Leonardo Taiuti)
.
Scrutava l’orizzonte e il terreno alla ricerca di qualcosa di verde, un posto dove poter posare la guancia sull’erba calda, o sulla terra, un appiglio, una scappatoia, una via d’uscita.
*
C’è una parte di lui che vorrebbe raccontare tutto a Tommie e poi un’altra che schiaccia quei desideri come lattine di birra vuote contro un muro di cemento. Lamb non è stupido. Sa come finisce la storia. Sa che manterrà la sua promessa, l’unica che può mantenere. La riporterà in quel parcheggio dopo che Linnie se ne sarà andata. La riporterà nel punto esatto in cui l’ha trovata. E quando lei si allontanerà e si guarderà indietro tra un anno, due anni, o tre, se mai si guarderà indietro, lo odierà. Ma lui l’avrà salvata. La chiuderà in un bozzolo di luce argentata e la riporterà da sua madre. Di nuovo tra le braccia di sua madre.
Se ne starà seduto lì sul suo pick-up, le mani sul volante, con un sorriso da orecchio a orecchio, a guardarla allontanarsi. E il vento gli soffierà la polvere tra i capelli e nel suo cuore non ci sarà più posto per la bellezza perché in questo vano rincorrersi, l’avrà estirpata, raschiata via, e nulla sarà in grado di riempirlo ancora tranne le parole, che lui renderà il più possibile meravigliose. Frasi che recheranno con sé qualcosa, spera, come se fossero il vento, come se dentro ci fossero semi di iris. Come se l’alfabeto avesse il potere di riaggiustargli le ossa, di far ripartire la sua vita.

.

Postilla PERSONALE
Strano e sorprendente l’andamento del romanzo d’esordio di Bonnie Nadzam (autrice sostenuta da commenti più che favorevoli da colleghi quali Aimee Bender e T.C. Boyle). Parte molto bene, sembra poi concedersi momenti ripetitivi, quasi al limite della noia nella parte centrale, ma recupera tutto, riuscendo ad andare pure oltre, nelle ultime 50 pagine circa. È proprio in quel momento che si svela appieno come le scelte stilistiche della scrittura di Bonnie Nadzam, composta per lo più da dialoghi diretti e piccole ma perfette descrizioni ambientali, siano state in grado di costruire i due personaggi principali (un uomo in crisi, esasperante nelle sue manie e le continue domande, alla ricerca di certezze, e una timida bambina che fa “spallucce”, entrambi in fuga), la loro relazione e quel senso di tensione che sembrerebbe non avere mai fine, nemmeno (o soprattutto) quando il libro verrà chiuso.
.
.

“Le scimmie” José Revueltas

José Revueltas - Le scimmieLe scimmie
José Revueltas
– Edizioni SUR –
(traduzione di Alessandra Riccio)
.
La lotta era silenziosa, d’agguato, precisa, senza un grido né un lamento. Colpivano a morte o a ferirsi nei punti più vivi, con i piedi, con i manganelli, con i denti, con i pugni, intenzionati a strapparsi gli occhi e a farsi scoppiare i testicoli. Gli sguardi, gli atteggiamenti, la respirazione, il calcolato movimento di un braccio, l’avanzare o il retrocedere di un piede, consacrati interamente alla tenace volontà di un solo e univoco fine implacabile, trasudavano morte nella sua presenza più completa, più incredibile.
*
Durante la visita dei familiari, il cortile del Braccio si trasformava in uno strambo accampamento, con coperte stese per terra e altre, attaccate alle pareti fra le porte delle celle, come una tettoia, dove ciascun clan si riuniva, spalla a spalla, donne, bambini, detenuti, in una specie di aggregazione primitiva e indifesa, di naufraghi estremi l’uno all’altro o di gente che non aveva mai avuto un tetto e ora sperimentava, per puro istinto, una specie di convivenza distorta e nuda.
*
… il pacchettino per alimentare il vizio di suo figlio, come prima nel suo ventre, ancora dentro di lei, lo aveva nutrito di vita, dell’orribile vizio di vivere, di trascinarsi, di franare come il Coglione franava, godendo fino all’inverosimile di ogni scheggia di vita che cadeva a pezzi.

.

Postilla PERSONALE
Racconto lungo ambientato in un carcere dove tre detenuti devono farsi recapitare della droga da altrettante donne in visita. Poca umanità, o forse troppa, nel precipitare fulmineo degli eventi, merito soprattutto della scrittura di Revueltas, instancabile nel suo ritmo vertiginoso, quasi pruriginoso, facendo così aprire (spalancare) gli occhi del lettore anche là dove forse sarebbe meglio non guardare, non sapere.
.
.

“L’appartamento” Mario Capello

Mario Capello - L’appartamentoL’appartamento
Mario Capello
– Tunuè –
.
Non era successo nulla. Avrebbe potuto, però. Questo avrei voluto dirgli. Che questa possibilità conficcata a forza da qualcuno nell’ordine delle cose era ciò che faceva la differenza. Tutta la differenza del mondo.
*
Ferreo si muoveva con calma, un passo lento, ma non stanco, quasi a riempire gli spazi della sua presenza.
*
Contenti. Soddisfatti. A me, come incaricato, spettava una mensilità. Cinquecento euro per una mezza mattinata di nulla. E a loro, la sensazione di aver fatto un passo in più in quella che era, all’apparenza, una strada tracciata, senza curve, in cui non è possibile smarrirsi. Solo due anni prima avrei trovato il loro atteggiamento asfittico. Li avrei rubricati in quella categoria di persone – la sostanza stessa della provincia – con un orizzonte limitato. Ma ora quello che vedevo, guardandoli salire in macchina, era la totale aderenza dei loro gesti alla realtà, la scioltezza delle giunture nel prendere forma adatta a entrare nell’abitacolo, nella chiarezza elettrica di quella mattina che profumava di ozono per il temporale della notte. Vedevo degli ingranaggi perfettamente congegnati, innestati senza traumi.
*
Dopo pranzo, ci sdraiammo su una coperta, le mani intrecciate a sostenere la nuca, gli occhi pieni di una luce capace di attraversare le palpebre eppure dolce. Mi voltai a guardare mio figlio. In quella postura da adulto, era un nodo di possibilità, di pure energia. Tutto quello che sarebbe diventato, mischiato a ciò che era stato, il neonato con la fronte bombata e il profumo di talco e il neolaureato che abbraccia sua madre in una foto sui gradini di un’università.
*
Era un bell’uomo, i quella costituzione densa che, almeno a me, fa pensare agli adulti di un tempo.
*
La scissione che si era creata, tra noi. Come se avessimo imboccato due strade diverse, parallele fino a un certo punto, ma destinate a separasi. Per un po’ ci eravamo salutati dai finestrini, poi, quando l’altro era diventato troppo piccolo, quando le fattezze si erano fatte confuse, avevamo smesso, coscienti dell’inutilità del gesto.

.

Postilla PERSONALE
Da Torino alla provincia, da una famiglia alla solitudine, dal mondo dell’editoria a un’agenzia immobiliare, tanti cambiamenti nella vita di Angelo, il protagonista di questo romanzo breve. L’evento cruciale sarà però la conoscenza con il signor Ferrero, probabile acquirente di un appartamento, e con il manoscritto, contenente una parte del suo passato, che costui chiederà venga letto per una valutazione (personale? narrativa?).
Scrittura ben conscia di sé quella di Mario Capello e tanti spunti, quasi troppi in così poche pagine, anche se alla fine credo non sia tanto lo spazio a disposizione, quanto il rapporto di tutto il resto con l’evento cruciale sopra descritto a non supportare fino in fondo l’equilibrio generale del libro.

.
.

“Ballata per mia madre” Julián Herbert

Julián Herbert - Ballata per mia madreBallata per mia madre
Julián Herbert
– Gran Vía Edizioni –
(traduzione di Maria Cristina Secci)
.
La Huerta era il primitivo crossover di Acapulco, un labirinto/laboratorio di quello che oggi il Messico rappresenta per l’American Way of Life: un enorme bordello pseudoesotico con la struttura di un sobborgo gringo, pieno di carne a basso costo a cui puoi ficcare un dito nel culo prima di gettarla dall’altro lato della cinta.
*
Pay sparì quando Marisela, ormai leggermente raffinata, riuscì a sedurre un bellissimo narcotrafficante: le parole vincono sulla bellezza ma un gangster armato vince su qualunque cosa si muova.
*
La mia formazione ideologica e i miei traumi infantili hanno molto a che vedere con questa angoscia maschilista dell’ano. Nel posto da cui vengo (ma immagino anche in qualsiasi altro posto) l’ano è il dio Giano, il fiore a due facce dell’ingannevole mascolinità. Quando ero adolescente, sentivo spesso dire dagli uomini del mio quartiere che l’unico vero maschio era il “maschio testato”.
“Il vero uomo” diceva il signor Carmelo la sera del giorni di paga, cadendo a terra ubriaco, “è quello a cui gliel’hanno messo e a cui non è piaciuto”.
*
C’era una sottigliezza terapeutica in quei primi orgasmi chiarificatori, la boccata fresca della salute che imponeva il suo profumo senza retorica sulla mia arrogante solennità di periferia e sulla zaffata di bigottismo cattolico che la mia amante secerneva ogni volta che, sollevando e girando leggermente il collo all’indietro, sussurrava:
“Non pensare male di me”.
*
Che una notte le ho detto che mi stava fottendo la vita. Che mi chiedeva soldi. Che passava i giorni depressa per aver perduto la bellezza: sprofondata su una poltrona a marcire a spese del mio stipendio guardando orrendi film messicani degli anni Settanta trasmessi su canali in chiaro. Che mi dava la colpa di darle la colpa di tutto. Che mi disse se te ne devi andate vattene grandissimo figlio di puttana ma tu non sei più mio figlio sei solo un cane rabbioso. Che l’ho odiata da settembre del 1992 al dicembre del 1999. Che durante quegli anni mi sono religiosamente concesso ogni giorno un istante di odio verso di lei con la stessa devozione con cui altri recitano il rosario. Che l’ho odiata di nuovo qualche volta nel decennio successivo ma senza più metodo e solo per inerzia: senza orari. Che l’ho amata sempre come nella luce intatta del mattino in cui mi insegnò a scrivere il mio nome.
*
Mi permise di capire che i sentimenti profondi non ammettono distinzioni categoriche tra sostegni sublimi e banali, e che questa scomoda condizione della bellezza sarà sempre cinicamente fruttata da dilettanti e burocrati del gusto. È facile manipolare gli smorfiosi pseudocolti con un paio di giambi stentati, mentre tutti ci vergogniamo dell’ignoranza, della straziante notte buia della lingua.
*
Non ho mai sperimentato nulla di più estenuante della paternità. Arrivo quasi sempre alle otto di sera che mi restano solo le forze per trascinarmi a letto. Ciò che più mi affatica non è l’impegno in sé, ma lo stimolo nevrotico di cercare di immaginare ogni percezione di mio figlio.
*
Molto tempo fa, il giorno del suo ottavo compleanno, mi invitò alla sua festa. Fu un evento un po’ triste: sua madre aveva organizzato la festa in una piscina ma Arturo un paio di giorni prima era caduto dalla bicicletta e si era fratturato un braccio. Passammo gran parte del pomeriggio conversando. Voleva sapere cosa fosse ciò che il suo sacerdote predicava insistentemente: il libero arbitrio. Cercai di spiegarglielo onestamente nella convinzione che, se ne fossimo usciti vivi, parlare di sesso in futuro sarebbe stato un gioco da ragazzi.
*
C’è qualcosa di ripugnante nell’abbraccio di chi piange la perdita di una vita: ti stringono come se fossi un pezzo di carne.
Non so nulla della morte. Conosco solo la mortificazione.
*
“Ti amo. Sono il figlio di mia madre”.
Riuscì soltanto a stringere la mia mano nella sua. Era una stretta senza gratitudine, senza rassegnazione, senza perdono, senza oblio: solo un perfetto riflesso di panico. Quello fu l’ultimo pezzetto di insegnamento che mi lasciò in eredità Guadalupe Chávez. Il più importante di tutti.

.

Postilla PERSONALE
Guadalupe Chávez, madre e prostituta, ora malata di una leucemia incurabile, e il foglio Julián, giorno e notte al suo capezzale, in una stanza d’ospedale con il laptop sulle gambe a scrivere la storia. Un terzo protagonista tra di loro, un’altra madre per entrambi, il Messico.
Pur saltando, nei vari racconti che compongono il romanzo, tra fatti, tematiche e tempi molto diversi e distanti, sono quasi sempre quelle tre figure a muovere l’intreccio, alle quali fare ritorno: l’infanzia e i continui spostamenti, i fratelli e sorelle (da padri diversi) e i quartieri malfamati, la squadra di calcio di un bordello e gli innumerevoli uomini della madre, la violenza e la cocaina, la vita adulta, il primo e il prossimo figlio di Julian (tutti da donne diverse), un festival letterario a Cuba e una presentazione a Berlino, non fanno differenza.
Un libro non completamente riuscito, forse a causa di questa estrema varietà (es: proprio l’episodio ambientato a Cuba il più ostico), ma che in buona parte ripaga con una scrittura molto personale, dolce e rabbiosa allo stesso tempo, poetica senza esserlo mai fino in fondo, dove invece è ben riconoscibile una certa ruvidezza, nella quale convivono amore e odio.
.
P.S. In alcuni tratti mi ha ricordato qualcosa di “Bambina mia” di Tupelo Hassman, anche se il romanzo di Julián Herbert sembra voler essere molto più pretenzioso.
.
.

IN VISIONE: Cobain: montage of heck, Mad Max: fury road, Leviathan, The gambler, It follows

3 giugno 2015 2 commenti

 

IN VISIONE
.
.

Cobain: montage of heckCobain: montage of heck
(U.S.A. – 2015)

di Brett Morgen

Postilla PERSONALE
Forse un po’ confusionario, ma di certo molto interessante.
.
.
.
.
.
.

Mad Max: fury roadMad Max: fury road
(U.S.A., Australia – 2015)

di George Miller
con Tom Hardy, Charlize Theron, Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Nicholas Hoult, Riley Keough

Postilla PERSONALE
Ok, è divertente e fatto molto bene, non si discute, ma i tanti che in questo periodo parlano di film dell’anno, non so cos’abbiano visto d’altro fino ad oggi.
.
.

LeviathanLeviathan
(Russia – 2014)

di Andrei Zvyagintsev
con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova

Postilla PERSONALE
Impegnativo.
.
.
.
.

The gamblerThe gambler
(U.S.A. – 2014)

di Rupert Wyatt
con Mark Wahlberg, John Goodman, Jessica Lange, Brie Larson, Michael K. Williams

Postilla PERSONALE
Boiata della settimana.
.
.
.
.

It followsIt follows
(U.S.A. – 2014)

di David Robert Mitchell
con Maika Monroe, Keir Gilchrist, Jake Weary, Olivia Luccardi, Daniel Zovatto, Lili Sepe

Postilla PERSONALE
A metà tra la ‘boiata della settimana’ e ‘senza infamia e senza lode’ (nel suo genere).
.
.
.
.
.
.

“Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura”

Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticulturaVite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura
a cura di Giovanni Gregoletto
– Edizioni SUV –
.
Finita la guerra, in un paesino del trevigiano, Castello di Codego, dopo l’editto governativo contro l’alcolismo, il sindaco radunò in comune i suoi concittadini per spiegare la circolare e alla fine disse:
“Cossa v’importa dell’alcool? Lasciatelo stare, avete il vino e la graspa, bevete quelli, ostia”.
*
Trovandomi in una casa ove si servivano pasti e vino, il padrone mi si accosta con un cerino di gran compiacenza e dice: “Adesso, Dottore, voglio farvi provare un vino particolarissimo, che ho fatto proprio io con le mie mani”. Dopo averlo assaggiato, non ho potuto far a meno di rispondergli: “Sarà che io non me ne intendo, ma bevo più volentieri quei vini che fanno gli altri coi piedi”.
*
Una famiglia di clienti abituali viene qui una volta all’anno e mette una piccola scatola di legno sul tavolo, quindi ordina un giro di bevande e ne mette una accanto alla scatola che contiene le ceneri del nonno, il cui ultimo desiderio fu di tornare ogni anno nel suo locale preferito a bere una tequila.
*
Discussioni sul vino che adesso xe tutto sofisticà e alla fine tutti concordano che il vino si divide in due sole specie: quel che xe bon e quel che non xe bon.
*
Mano a mano che invecchiamo, nei nostri incontri lasciamo perdere progressivamente i discorsi su ciò che sappiamo, sulle cose e sui fatti. E ci abbandoniamo a quella che Roland Barthes definisce “[…] con un nome illustre, antico e un po’ démodé, Sapienza. Nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza e quanto più sapore possibile”.
Il vino qui ritorna.

.

Postilla PERSONALE
Se non bastassero i tantissimi testi e le altrettante testimonianze, ad accompagnare la lettura di questo prezioso volume si aggiungono manifesti d’epoca, carteggi, fotografie, etc.
.
.

“Troppa importanza all’amore” Valeria Parrella

Valeria Parrella - Troppa importanza all'amoreTroppa importanza all’amore
Valeria Parrella
– Einaudi –
.
Il treno partì puntualissimo dalla stazione, era ancora uno di quei treni che facevano rumore: si sentivano portelloni sbattere, e risate, bussare sui vetri, lo sbuffo dei freni, e il fischio del capotreno. Un treno vero, con i finestrini che si abbassano per stringersi le mani, o per poggiarci su il mento e vedere la città allontanarsi.
*
La strada di insoddisfazione che si sarebbe portata dentro di me portava su una piazzola di sosta per gente senza fortuna, che aveva bisogno di far la pipì a troppi chilometri di distanza dalla meta.
*
Si erano ammalati poco dopo essersi conosciuti, alle olimpiadi di Sidney. Perché di quello si trattava, di una lieve malattia dell’anima, che viveva in loro a tratti manifesta nel corpo e a tratti latendo: se lo erano detti tante volte, sperando di morirne o di guarirne, intanto soffrendo.
*
Solo con Jude mi sono potuto permettere la ricchezza del silenzio perfetto: perché sapevo che non stavamo perdendo nulla. E questa cosa qui se non l’hai mai sentita, non la puoi capire.
*
– Ma tu non ti senti mai in colpa Buddy?
– In colpa?
– Eh, in colpa.
– In colpa come quando sbaglio una manovra, dici?
– …
– In colpa cioè che è colpa mia, tua, che Brandon sta così?
– …
– No, – aveva detto sinceramente. Allora lei era scappata via in un’altra stanza a piangere. E io avevo capito che quel mio “no” la stava lasciando sola, e volevo far venire anche lei da questa parte, dove non ci si sente in colpa. Allora le ero andato dietro e l’avevo abbracciata come se la stessi incontrando per la prima volta dopo tanti mesi.
*
Forse non era amore. Bisognava dirsi questo. Che era sesso, perché avevano entrambi bisogno di un corpo nuovo di cui fosse possibile anche fidarsi. E allora avevano condito quel sesso con tutto il romanticismo di cui erano capaci, ma no: non era amore perché non era disposto a sacrificare nulla sul suo altare, piuttosto a riempire un vuoto. Ma l’amore apre gli spazi, mica li riempie. Il cerchio non si sarebbe mai chiuso, non poteva perché era una relazione che non si costruiva e niente costruiva: procedeva solo, andava avanti. Lui diceva: – Ci prendiamo il meglio, – lei diceva: Ci perdiamo il meglio.
– Le lettere più o meno sono le stesse.
*
… scoprivo che alla fine siamo tutti buoni a partecipare, ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo.

.

Postilla PERSONALE
I migliori racconti della raccolta: “Il giorno dopo la festa”, “Behave” e “Troppa importanza all’amore”.
.
.