7 ALBUM – 2014

19 dicembre 2014 Nessun commento


7 ALBUM – 2014

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The Rural Alberta Advantage – Mended with gold


Sharon Van Etten – Are we there


SPC Eco – The art of pop


Yellow Ostrich – Cosmos


Jim E-Stack – Tell me I belong


Spoon – They want my soul


Douglas Dare – Whelm

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“Storia del denaro” Alan Pauls

18 dicembre 2014 Nessun commento

pauls14 Storia del denaro Alan PaulsStoria del denaro
Alan Pauls
– Edizioni SUR –
(traduzione di Maria Nicola)
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… assegni, cambiali, carte di credito, tutti gli igienici simulacri della cartamoneta che cominciano a circolare proprio allora, teste di ponte di un’arrogante economia d’avanguardia…
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A volte, sul tardi, molto tardi, nell’ora in cui tutto ciò che succede senza preavviso può essere un errore o una tragedia.
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Un po’ di buon senso gli basterebbe per capire che la quantità non è quello che conta. Avere tutto il suo denaro sempre con sé non fa di suo padre un uomo ricco né povero. Ne fa un uomo all’erta. Semplice: suo padre è pronto. Pronto per fare ciò che vuole in qualsiasi momento, comprare quello che vuole, andare dove vuole. Ricco o povero, è libero.
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E così che funzionano quei tempi: chi scampa alla morte ritorna perché è un vigliacco o un venduto, o perché ha pagato, o è sceso a patti col nemico, mai perché è stato il più forte.
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La vergogna: una specie di lava fredda e nera che qualcuno gli rovescia dentro che lo inonda dalla testa ai piedi pietrificandosi a gran velocità.
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Il gioco è una cosa sua – come per altri drogarsi, rubare nei negozi, vestirsi da donna, guidare a duecento all’ora – e in quella cosa lui è solo, e tutto quel che si sa di lui e di quella cosa, finché entrambi si estingueranno, lo si saprò per sbaglio o per caso. Perché le cose sono mondi e non esistono mondi capaci di chiudersi ermeticamente su sé stessi, per perfetti che siano. Quel mattino, in cucina, sua madre capisce che lì dentro non ci sarà mai posto per lei. Non dipende da lei, da quello che fa o non fa. Lo dimostra l’assoluta mancanza di senso di colpa, la naturalezza quasi gioviale con cui lui salta a piè pari il difficile momento della confessione e dà per scontata una cosa che per lei, fino ad allora, aveva la forma di un enigma e la tormentava in modo indicibile. Il motivo per cui non le ha mai detto che gioca è lo stesso che spiega come mai glielo sta dicendo adesso, e il tono in cui glielo dice, assorto, come di chi pensa ad alta voce e non ha bisogno di interlocutori. Il suo silenzio non è mai stato un segreto.
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Gli piace l’idea di sua madre. È tortuosa, precisa, con la giusta dose di cattiveria che ci vuole perché un’idea si faccia strada nel mondo e colpisca nel segno.
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Qualcuno stacca dal tabellone di panno nero le lettere bianche che compongono il nome di suo padre e le sostituisce con altre. Decifra: G-R-O-L-M-A-N. Giurerebbe che si scrive con due enne. Signore? Signora? Dovrò tornare alle tre, quando inizierà il saluto a Grolman, se vuole saperlo. Cerca qualcosa o qualcuno che gli dica cosa fare, cosa dire, dove mettersi: un tabellone, un manuale d’istruzioni, una di quelle promoter con un dito di trucco, in tailleur aderentissimo, che in due minuti insegnano come chiedere un prestito o come configurare un telefono di ultima generazione. Possibile che “come comportarsi al funerale dei propri genitori” non compaia nei programmi scolastici obbligatori? Gli capita a tiro una portiera aperta e si tuffa senza pensarci in un’automobile che sa di cuoio, di un cuoio talmente nuovo che sembra finto.
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Il calvario di chi si vede costretto a farsi da parte perché non c’entra niente, mai, tutti i passi che fa sono passi falsi, ogni decisione è un errore. Vivere equivale a pentirsi.

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Postilla PERSONALE
Un figlio, una madre e un padre separati da tempo, e il denaro, in tutte le sue forme, usi e metafore. I ricatti che sconvolsero l’Argentina negli anni ’70, l’apertura di una cassetta di sicurezza come pietra tombale di un amore finito, piccole somme sparse dappertutto in una casa o ancora debiti tramandati in eredità. Denaro che cambia spesso nome e valore, non soltanto su scale personali e arbitrarie, ma anche nell’indiscutibile, ma non altrettanto stabile, voce del mercato.
Una scrittura stratificata, ricca di subordinate e incisi, divagazioni, nella quale i ricordi personali si incrociano con gli eventi di cronaca e le mode dei tempi senza però mai perdere ritmo o direzione; un’abilità che in questo romanzo risalta ancora di più rispetto al già molto buono “Storia dei capelli” (insieme a “Storia del pianto” formano la trilogia di Alan Pauls) e che nonostante l’eccellente tecnica narrativa non risparmia il coinvolgimento emotivo, ma anzi lo vivifica.
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IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellion

16 dicembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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gonegirl IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellionGone girl
(U.S.A. – 2014)

di David Fincher
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit

Postilla PERSONALE
Difficilmente Fincher ne sbaglia uno e qui fa centro pieno (Rosamund Pike!).
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stvincent IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellionSt. Vincent
(U.S.A. – 2014)

di Theodore Melfi
con Bill Murray, Jaeden Lieberher, Melissa McCarthy, Naomi Watts, Chris O’Dowd, Terrence Howard

Postilla PERSONALE
Commedia a lieto fine che si lascia vedere, ma non molto altro. Anche Bill Murray ne esce ridimensionato.
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robthemob IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellionRob the mob
(U.S.A. – 2013)

di Raymond De Felitta
con Michael Pitt, Andy Garcia, Ray Romano, Frank Whaley, Samira Wiley

Postilla PERSONALE
Peccato, la storia poteva essere interessante.
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killers IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellionKillers
(Giappone, Indonesia – 2013)

di Fratelli Mo, Kimo Stamboel, Timo Tjahjanto
con Rin Takanashi, Luna Maya, Kazuki Kitamura, Epy Kusnandar, Ray Sahetapy

Postilla PERSONALE
Tutto troppo.
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everydayrebellion IN VISIONE: Gone girl, St. Vincent, Rob the mob, Killers, Everyday rebellionEveryday rebellion
(Svizzera, Germania, Austria – 2013)

di Arman T. Riahi, Arash T. Riahi

Postilla PERSONALE
Un po’ generalista, ma buon documentario.
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“Guarigione” Cristiano de Majo

15 dicembre 2014 Nessun commento

demajo14 Guarigione Cristiano de MajoGuarigione
Cristiano de Majo
– Ponte alle Grazie-
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I grattacieli napoletano sono molti, insospettabilmente troppi, ma non riesco a considerarli, come vuole l’opinione comune, uno sfregio alla bellezza della città. Al contrario mi ricordano le promesse che hanno aleggiato, un’idea di futuro che ha cercato di svicolare dalla claustrofobia celebrazione del passato che ci ha seppelliti, mi sembrano resti di un tempo che non si è realizzato come altre testimonianze del quartiere in cui mi sto muovendo…
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Dopo i primi controlli avevo iniziato a pensare che non si guarisce mai per sempre, che tutti noi viaggiamo da una guarigione all’altra, e persino che la guarigione fosse una forma di occultamento temporaneo.
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Linguaggio. Stiamo cenando e i gemelli sono appena andati a letto nella stanza accanto, quando sentiamo la voce di T pronunciare la parola – “moto” – poi un’altra e ancora un’altra, messe una dietro l’altra secondo un’associazione che certe volte capiamo, certe altre ci sfugge, fino a quando diventa chiaro che sta ripassando tutte le parole che conosce. Sorridiamo, infilzando la pasta con la forchetta e continuiamo ad ascoltarlo, come se fosse una musica, in religioso silenzio aspettando che si addormenti.
Una mattina, invece, che M è a letto con noi da qualche ora imprecisata della notte, sentiamo la sua voce comporre una lista simile, la lista delle parole che conosce e si ricorda. La cosa commovente è che la dice a bassa voce pensando che stiamo dormendo.
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Un paio d’ore prima guardavo mio padre al centro della scienza mentre si offriva di montare tutti i nuovi giochi montabili che venivano aperti ed era come vivere un déjà vu. Mio padre che dimostrava la sua tipica disponibilità che io interpretavo però anche come una forma di inconfessato (e inconfessabile a sé stesso) narcisismo. Mio padre che si manifestava al mondo come una persona capace di fare qualsiasi cosa, ma che nella modalità d’azione, nella concentrazione, nella capacità manuale non aveva nulla della persona capace di montare un gioco in quattro e quattro otto. L’immagine di mio padre, che montando uno dei regali aveva finito col romperlo, aveva avuto per me un grande potere emblematico e riassuntivo. Perché mio padre non riuscivo a non vederlo esattamente così – una persona che si offre di fare qualsiasi cosa senza riuscire mai a fare una cosa in modo preciso, esatto – dopo averlo visto fino all’adolescenza come la persona capace di fare tutto. Agli occhi dei miei figli avrei percorso anch’io una parabola simile e quella certezza già mi strappava lo stomaco.
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Ogni teoria ha una sua percentuale di credibilità, mi dicevo, ma finiamo per affezionarci a quelle che ci sono più utili. […] Il caso non è mai utile, non dà spiegazioni, non serve a costruire una storia. Il destino sì.

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Postilla PERSONALE
Un romanzo, tra memoir e autobiografia, nonfiction quindi, che parla di tempo e trasformazioni: la malattia in guarigione, una coppia in famiglia, da uno stadio dell’essere umano a un altro, successivo e diverso. Un libro che narra anche e soprattutto del diventare genitori e lo fa senza mai staccarsi completamente dal ruolo di figlio o comunque tenendolo sempre ben a mente.
Un cancro sconfitto e una gravidanza non andata a buon fine, un viaggio negli Stati Uniti e il successivo ritorno a Napoli (città verso la quale c’è una sottile e sempre più pungente intenzione di andarsene perché ritenuta forse ormai inadatta a crescere una famiglia), la nascita di due gemelli e un nuovo mondo con il quale raffrontarsi. Presente ma anche ricordi, confronti, colpe, scelte fatte o che si sarebbero potute fare.
Una narrazione sciolta ed equilibrata quella di Cristiano de Majo, dove l’io narrante, nonostante la scontata onnipresenza, non risulta mai ingombrante, riuscendo così a cogliere i molteplici aspetti della vita ai quali va incontro il protagonista.
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IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The square

10 dicembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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belluscone IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The squareBelluscone
(Italia – 2014)

di Franco Maresco

Postilla PERSONALE
Il grottesco del reale.
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predestination IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The squarePredestination
(Australia – 2014)

di Michael Spierig, Peter Spierig
con Ethan Hawke, Noah Taylor, Sarah Snook, Christopher Kirby, Madeleine West

Postilla PERSONALE
Una piccola sorpresa.
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nightcrawler IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The squareNightcrawler
(U.S.A. – 2014)

di Dan Gilroy
con Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Bill Paxton, Riz Ahmed, Kevin Rahm

Postilla PERSONALE
Non so bene perché, ma mi aspettavo molto di più.
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E quattro ottimi documentari:
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storieswetell IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The squareintotheabyss IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The square  confessionsofasuperhero IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The square  thesquare IN VISIONE: Belluscone, Predestination, Nightcrawler, Stories we tell, Into the abyss, Confessions of a superhero, The square

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“Lacci” Domenico Starnone

9 dicembre 2014 Nessun commento

starnone14 Lacci Domenico StarnoneLacci
Domenico Starnone
– Einaudi –
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Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara solo perché l’hai semplificata.
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Dopo un po’, certo, si ricompose, si ricomponeva sempre. Ma a ogni ricomposizione sentivo che aveva perso qualcosa di sé che in tempi andati mi aveva attratto. Non era mai stata così, si stava guastando per colpa mia. E tuttavia quel suo guastarsi mi pareva un’autorizzazione ad allontanarmi ancora di più da lei.
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Dalla crisi di tanti anni fa abbiamo imparato entrambi che per vivere dobbiamo dirci molto meno di quanto ci taciamo. Ha funzionato. Ciò che Vanda dice o fa è quasi sempre il segnale di ciò che nasconde. E il mio continuo consentire cela che da decenni non c’è niente, assolutamente niente, su cui abbiamo sentimento in comune.
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Che stupidaggine. Ammesso che io ti abbia mai amato – e oggi non ne sono sicura: l’amore è un contenitore dentro cui ficchiamo di tutto -, è durata poco. Sicuramente per me non sei stato niente di unico, niente di intenso. Mi hai solo permesso di considerarmi una donna adulta: vivere in coppia, il sesso, i figli. Quando mi hai lasciata, ho sofferto soprattutto per quello che di me ti avevo inutilmente sacrificato. E quando ti ho raccolto in casa, l’ho fatto solo per farmi restituire ciò che ti eri preso.
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– Come sei buono. Come siete buoni tutti con le donne. Avete tre grandi obiettivi nella vita: scoparci, proteggerci, farci male.

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Postilla PERSONALE
Un uomo e una donna, due figli e una casa, delle lettere e un tradimento, o almeno quello che all’inizio del romanzo sembrerà essere il solo. Basta questo a Starnone per mettere in scena molto bene, gran ritmo e superfluo eliminato, il dissesto di una coppia, di una famiglia. La meschinità del non detto e del continuare a farlo anche dopo tanti anni di vita assieme, il dolore che si trasforma in voglia di rivalsa e cova, ogni giorno, sempre di più, accatastandosi negli angoli più impensabili, in una casa come dentro le persone, per poi esplodere. Perché sì, si può mentire a sé stessi quanto si vuole, inventare scuse assurde e prendere scorciatoie in discesa, ma alla fine nulla viene dimenticato e tutto trova un modo per ritornare, che sia amore o violenza.
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“I Middlestein” Jami Attenberg

4 dicembre 2014 Nessun commento

attenberg14 I Middlestein Jami AttenbergI Middlestein
Jami Attenberg
– La Giuntina –
(traduzione di Rosanella Volponi)
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Edie lo guardava fisso, lo sguardo vitreo, incerta se quello che stava dicendo era veramente divertente o no. Qualche volta rideva. Qualche volta ridere era solo la cosa più facile.
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“Bo, è vero” disse sua madre. “È scappato e non ha intenzione di ritornare”.
Che modo bizzarro di esprimersi, si rese conto Robin più tardi. Come se suo padre fosse stato trattato come una bestiola domestica, intrappolato in una gabbia foderata con un giornale sporco di cacca. In quel momento i suoi sentimenti nei confronti del padre subirono una vigorosa sterzata. Sua madre era un tipo duro. La situazione era difficile. Lui aveva scelto la strada della vigliaccheria, ma Robin non aveva mai rimproverato alla gente la loro codardia; era semplicemente una questione di scelta. Tuttavia odiava se stessa per questo suo modo di pensare. Questa era sua madre, era malata e aveva bisogno di aiuto. Messa a confronto con il suo codice morale, certamente fragile, Robin sapeva che c’era da fare un’ovvia considerazione: la decisione di suo padre era spregevole. Il corso dei suoi pensieri non sarebbe mai stato espresso ad alta voce, soltanto la risoluzione finale: suo padre non sarebbe stato perdonato. Non le era mai piaciuto molto prima che questo succedesse, anche se lo aveva amato, e non ci volle molto a spingerla oltre il limite verso qualcosa di vicino all’odio, o quantomeno alla fine dell’amore.
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“Quando?” chiese lei.
“Ci sono stati un’infinità di quando”.
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Emily pensava che suo fratello non sentisse come lei lo stesso peso. Provava compassione per la sua cecità, e lo invidiava per la sua libertà, e se avesse saputo, solo alcuni mesi prima, durante tempi più innocenti, che lei si sarebbe sentita in quel modo per il resto della sua vita, non soltanto riguardo a Josh, ma riguardo a un sacco di gente nel mondo, ovvero (per dirla in modo educato) combattuta, avrebbe custodito gelosamente, con la massima cura, quei momenti della pre-adolescenza, inconsapevoli, che si astengono dai giudizi. (Oh, avere di nuovo undici anni!). Perché una volta che lo sai, una volta che sai veramente come funziona il mondo, non puoi più ignorarlo.
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E tuttavia lei sarà triste quando alla fine arriverà la separazione. Piangerà con suo figlio e sua figlia, anche se almeno una piccola parte di questi sfoghi saranno calcolati per far sì che odino il padre. Dopo un po’ smetterà di essere triste per il fatto che se ne è andato, perché si renderà conto che non le manca, e allora sarà triste perché ha passato tanto tempo con qualcuno che neppure le manca, e dopo ancora sarà perfino più triste perché si rende conto che le manca, o perlomeno le manca avere qualcuno intorno, anche se non è che si parlassero molto. Alla fine, era così piacevole sapere che c’era qualcuno nella stanza, dirà a Benny, anche se quella è una sorta di cosa paranoica da dire a un figlio riguardo a suo padre. (Ma Edie non aveva mai avuto troppo autocontrollo). E ora la stanza era vuota, Solo lei.
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“Guido io” disse Robin, che aveva bevuto solo un bicchiere di vino.
“Sono in grado di guidare” disse sua madre, che ne aveva bevuti tre.
“Non posso credere che sto discutendo di questa cosa con te” disse Robin, e mentre probabilmente intendeva parlare di quanto fosse strano discutere con sua madre – che era sempre stata il tipo di donna che metteva cubetti di ghiaccio nel vino – se era o non era sufficientemente sobria per guidare, in realtà ora stava anche parlando del quadro generale, della vita passata assieme, madre e figlia che si scambiavano i ruoli, sua madre che squarciava ciò che era dentro di lei, lanciando qualunque cosa provasse verso la figlia per vedere cosa rimaneva attaccato. Questa nuova vita che non era affatto divertente.
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Sapeva che c’erano perfino altre cose di cui rattristarsi, così tanti strati di tristezza ancora da stendere. Aveva già vissuto una vita intera, e ora ce n’era un’altra che doveva cominciare a vivere di nuovo, dall’inizio.

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Postilla PERSONALE
Edie è arrivata a pesare 150 chili, conta due interventi chirurgici alle spalle e probabilmente a breve dovrà subirne un terzo. Eppure non rinuncia a mangiare: tanto, di tutto, a qualsiasi ora.
Richard è suo marito, o meglio era, visto che l’ha lasciata proprio poco dopo il secondo intervento. Un’ultima malandata farmacia rimasta di quello che decenni prima era un florido commercio e una libertà ritrovata da godersi o almeno sulla quale credere di poter ricostruire una vita.
La figlia Robin: umbratile, restia alle relazioni e dal bicchiere facile. Il figlio Benny: sposato, due bambini in procinto di festeggiare il Bar Mitzvah e un problema sempre più pressante di calvizie.
Questi sono i Middlestein: una famiglia ebrea-americana-middleclass della periferia di Chicago. Una famiglia come tante, come tutte, con le proprie lotte, i propri problemi e un traguardo ideale di felicità (o forse nemmeno quello).
Il pregio migliore di questo bel romanzo di Jami Attenberg è la capacità di tenere sempre in gioco i tanti protagonisti, dando spazio e spessore a tutti, e facendo sì che siano proprio i meccanismi di legami e colpe famigliari a reggerne la trama principale (ciliegina sulla torta l’ultimo capitolo).
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“Il fiordo di Killary” Kevin Barry

2 dicembre 2014 Nessun commento

barry14 Il fiordo di Killary Kevin BarryIl fiordo di Killary
Kevin Barry
– Adelphi –
(traduzione di Monica Pareschi)
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Dicono che bastano tre alcolisti per tenere in vita un piccolo bar di un paesotto di campagna, e per quanto io e il cugino Thomas facessimo del nostro meglio ci mancava un uomo, e quelli erano tempi duri per il signor Kelliher, titolare della licenza per servire alcolici al North Star, in Pearse Street,
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E Broad Street era in fiamme. Gli ultimi scampoli della sera si manifestavano in una parata di ori e rossi moribondi. Si accesero i lampioni. Dietro le finestre si scorgeva il tremolio azzurro degli schermi televisivi. E la notte estiva si annunciò, con la sua energia illuminata dalle stelle. Portava con sé tentazioni, struggimenti e malessere, perché queste sono le cose dell’estate.
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La stout faceva il suo sporco lavoro. Era la terza della giornata, e adesso il ritmo delle bevute sarebbe calato a velocità di crociera – la cappa di terrore del mattino si era alzata, eravamo oltre l’ora del rimorso, e stavamo marciando verso la comprensiva maturità del pomeriggio.
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Scrollò le spalle. Fu un movimento espansivo, teatrale, che esprimeva ironica perplessità per noi umili spettatori del loggione. Era un tipo di donna che non ci era del tutto sconosciuto. Nei paesoni sonnolenti ci sono queste donne che hanno un gran bisogno di dramma e di calore, e se li procurano anche a costo di fare danni. Donne del genere spesso rappresentano l’unico palpito di vita locale.
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Su ogni battuta pesava l’asciutta zavorra dell’ironia – i sentimenti non si potevano nominare. Parlavamo di tutto tranne che dello spazio tra noi due.

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Postilla PERSONALE
L’Irlanda soprattutto, descritta da Kevin Barry in questa sua prima raccolta di racconti tradotta in Italia (in realtà l’unione delle sue due pubblicate fino ad ora) con tratti quasi poetici, anche quando le vicende suggerirebbero tutto tranne quello. Raramente ci sono grandi città, più spesso sono paesi o strade che serpeggiano lungo le verdi vallate; solitudini che attraversano ampi spazi o cercano conforto in piccoli rifugi (sovente un pub) in un continuo rimbalzare dagli uni agli altri. Hanno fallito, stanno fallendo, falliranno i protagonisti di queste storie scure, dove comunque non ci si risparmia mai una risata a denti stretti.
Racconti abbastanza diversi tra loro, non tutti riusciti, ma che nei casi migliori come ad esempio “Vino a colazione” o “Il fiordo di Killary” o ancora “Oltre i tetti”, fanno scoprire un autore da tenere sott’occhio.
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“Tutte le poesie (1949-2004)” Giovanni Raboni

1 dicembre 2014 Nessun commento

raboni14 Tutte le poesie (1949 2004) Giovanni RaboniTutte le poesie (1949-2004)
Giovanni Raboni
– Einaudi –
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I FATTI DEL DIAVOLO

Può darsi che a vivere qui
si diventi sul serio come dici:
più opachi, più liberi ogni giorno:
come la nebbia viene sempre meno,
un po’ meno ogni inverno. Eh, li conosco
anch’io, sai, questi trucchi
del diavolo – il tuo diavolo banchiere
specialista in coperchi. E che se uno
ha commercio con lui, col Protocollo, vive in pace
con tutti, invecchia bene… Certo, è allora,
è così che si paga. Anche se resta
sempre fuori qualcosa, il memoriale
dell’impiccato, le smorfie dell’amore
sulle pareti degli orinatoi…

*

Senza desideri, senza speranze
che si potesse vivere, una volta
non riuscivo a crederci. Adesso, molta
vita dopo, mi domando se anzi

non sia così, dai già funebri avanzi
di quelli e di quelle una buona volta
come da una placenta o un guscio sciolta,
che la mente (l’anima) un po’ più avanza

nella gioia… e pensandosi sostanza
che pensa e nomina sé e ogni cosa
senza rimpianti assaporo la storia

d’ogni istante, d’ogni salmo la gloria,
polvere prodigiosa che si posa
sulle fioche reliquie della danza.

*

Tanto difficile da immaginare,
davvero, il paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare

che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora – e si desta

allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio ne vibrasse ma

un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome…

*

Mai avuto, io, il doppio dei tuoi anni.
Ma cosa dico? certo che li ho avuti,
solo che tu non c’eri, eri, vediamo,
a Padova, o forse Venezia, intenta
a qualche tua storia d’irresistibile
ventiduenne – e in fondo cosa importa
in base a quale calcolo o magia
la ragazza che eri è diventata
l’incresciosamente giovane donna
che sarai finché vivo e io per non perderti
un malato che da vent’anni s’ingegna
di non morire? Non lasciarmi né ora
né prima, mi sembra a volte di dire
non so con che cuore, e a chi delle due.

*

Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
più niente.

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Postilla PERSONALE
Per molto tempo ho pensato che una poesia dovesse essere come quella finestra. Mi sembrava che una poesia fosse un vetro attraverso il quale si poteva vedere molte cose – forse, tutte le cose; però è un vetro, e il fatto che il vetro fosse trasparente non era più importante del fatto che il vetro stesse in mezzo, che mi isolasse, mi difendesse. – dall’Autoritratto del 1977
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“A pesca nelle pozze più profonde” Paolo Cognetti

27 novembre 2014 Nessun commento

cognetti14 A pesca nelle pozze più profonde Paolo CognettiA pesca nelle pozze più profonde
Paolo Cognetti
– minimumfax –
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Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione incompleta. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo della storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro.
*
Bastano poche cose in un racconto per sollevare domande fondamentali: come ci comportiamo quando veniamo messi di fronte alle nostre bugie?
*
… siamo le storie che raccontiamo, chi le ascolta certifica la nostra esistenza. Siamo il nostro repertorio di storie, non importa se vere o inventate, e ce le scambiamo come una dote all’inizio di ogni relazione: spendiamo tanto di quel tempo nei letti, nei bar, intorno ai tavoli delle cucine, a raccontare vecchie storie ai nostri nuovi amanti… Sentiamo di conoscere l’altro non per aver passato del tempo insieme a lui, ma perché abbiamo ascoltato le sue storie e ce le ricordiamo.
*
Lo sappiamo anche noi lettori, o almeno quelli di noi che hanno sperimentato lo stesso miracolo: leggendo posiamo la mano sulla mano di uno scrittore, e se lo scrittore è bravo, a noi siamo fortunati, mentre la mano scrive riusciamo a vedere ciò che ha visto lui.
*
Per cominciare a mettere una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo.
*
Eppure dovresti saperlo bene: non sono le cose ad abbandonarti ma tu che non fai altro che scappare da loro, e sentirne la mancanza solo quando è troppo tardi. Allora torni, e osservi, e scrivi. Tracci mappe dei luoghi in cui hai lasciato l’infanzia, amato una donna, combattuto una guerra, e speri di conservare, insieme a loro, qualcosa di te.
*
Ma in fondo succede a tutti così: appena nati ci viene istintivo gridare, e ci mettiamo una vita per imparare ad ascoltare.

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Postilla PERSONALE
“Meditazioni sull’arte di scrivere racconti” è il sottotitolo di questo libro-guida-confessione di Paolo Cognetti, ma sarebbe potuto benissimo essere anche “meditazioni sull’arte di LEGGERE racconti”. Un viaggio per mano (e voce) dell’autore e degli scrittori (tutti a stelle e strisce) che più l’hanno influenzato e, secondo lui, portato lustro all’arte del racconto.
Cosa spinge uno scrittore a cimentarsi con la forma breve, vera e propria arma a doppio taglio, dove ogni parola è tanto necessaria quanto deve essere perfetta nell’intreccio? Come ci si muove all’interno di quelle “case” che gli scrittori costruiscono partendo dal loro vissuto, sia esso un ricordo, una sensazione, una confidenza, e aggiungendo poi immaginazione e sensibilità alle fondamenta? Perché, e questo vale per chiunque, siamo così affezionati alle storie e continuiamo a raccontarne, a volerne ascoltare sempre di nuove?
Non ci sono tutte le domande e nemmeno tutte le risposte in queste pagine, sarebbe impossibile altrimenti, ma ce ne sono alcune molte importanti, espresse con estrema coscienza e tanta chiarezza.
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“La ferocia” Nicola Lagioia

26 novembre 2014 Nessun commento

lagioia14 La ferocia Nicola LagioiaLa ferocia
Nicola Lagioia
– Einaudi –
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Se ci pensava era stupefacente. Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia. Non capiva se fosse un aspetto legato alla natura dei singoli uomini o a quella degli affari in generale, la cui anima sarebbe allora davvero somigliata al piccolo demone che si scorge ogni tanto sulla facciata della banche nei giorni di sole accecante.
Del resto, ogni cosa che prometteva di essersi rimessa a posto viaggiava di notte in cerca di smentita.
*
Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.
*
Una miniera che produce lo splendore di un diamante: laggiù dove scintilla il vero amore che non è pareggio di bilancio, non cura dell’altro né di se stessi. Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile. Ecco cosa.
*
… a Michele sembra che sua sorella stia per disfarsi o morire, trafitta da un dolore meno penoso dell’impegno che deve metterci per non mostrarlo a lui, mostrandolo.
*
Dovevi averle messo la fede al dito. Dovevi averla aspettata, sveglio di notte col cuore in gola, temendo un incidente, e poi sperando in un banale contrattempo perché il timore era adesso che fosse in compagnia di un altro uomo. Dovevi aver trovato la forza per cingerle ugualmente le spalle il giorno dopo, lasciando ogni cosa sottintesa, insediandoti in una posizione da cui nemmeno lei avrebbe potuto più disarcionarti.
*
La ragazza raccolse il bicchiere, lo portò alle labbra ripassate da un brutto rossetto rosa pallido, né puttanesco né infantile, segno di un ampio margine di scelta che lei sprecava totalmente, come se proprio quello, lo spreco, fosse la sua prigione.
*
Quando il sogno finisce, ciò che eri pronto a perdere ridiventa all’improvviso tutto ciò che conta.
*
A ben sentire non era solo la voce del ragazzo. Nel timbro maschile ce n’era un altro. E nella voce del vivo, quella del morto. La ragazza. Le due voci si tenevano per mano. Questo, faceva impressione. Guardandolo parlare, a Gennaro Lopez sembrava che l’ospite di tanto in tanto perdesse tono. A quel punto dava fondo a tutto il suo dolore, che era anche la sua forza, per estrarre dalle profondità la viva figura della sorella, cioè il più bel ricordo che aveva di lei, tenuto in piedi dal più bel ricordo che aveva di se stesso, in modo che non uno ma due morti parlassero dentro la sua bocca. Fratellino e sorellina. Questo, era sconcertante. Vederli avanzare sulla curva del tempo. Scaraventati in un futuro che non avevano previsto.

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Postilla PERSONALE
Una famiglia barese e un impero fondato sul cemento, solidi nella loro storia e, seppur con qualche “intoppo burocratico”, all’apparenza anche nel presente. Questo almeno fino a quando la tela di rapporti, segreti e ricatti non inizierà a cedere, collassando rovinosamente su tutti i membri, nessuno escluso.
Nonostante la paura e le illusioni, i rimorsi e gli affetti, alla fine i Salvemini fanno sempre quello che vogliono fare, giusto o sbagliato che sia. Del piccolo branco si liberano con uno scossone, proseguendo ognuno per la propria strada, verso l’obiettivo prefissatosi.
Lagioia sviluppa bene l’ampio intreccio di relazioni, affettive e di potere (molto le prime), alternando passato e presente, usando più voci, e inserendo parecchie descrizioni particolarmente efficaci di Bari e della Puglia. Se non scrive un romanzo perfetto, la seconda parte si scolla per passo forse un po’ troppo dalla prima e la scrittura così ricercata a tratti rischia di avvilupparsi su sé stessa, dimostra comunque di aver deciso con coraggio di continuare la strada molto personale e promettente iniziata con il romanzo precedente, “Riportando tutto a casa“.
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IN VISIONE: Night moves, These final hours, Eventyrland, In ordine di sparizione, Gebo e l’ombra

25 novembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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nightmoves IN VISIONE: Night moves, These final hours, Eventyrland, In ordine di sparizione, Gebo e lombraNight moves
(U.S.A. – 2013)

di Kelly Reichardt
con Dakota Fanning, Peter Sarsgaard, Jesse Eisenberg

Postilla PERSONALE
La noia.
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thesefinalhours IN VISIONE: Night moves, These final hours, Eventyrland, In ordine di sparizione, Gebo e lombraThese final hours
(Australia – 2013)

di Zak Hilditch
con Nathan Phillips, Angourie Rice, Jessica De Gouw, Kathryn Beck, Daniel Henshall

Postilla PERSONALE
Parte molto bene, poi qualche alto e basso, ma in definitiva non fa troppi danni.
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eventyrland IN VISIONE: Night moves, These final hours, Eventyrland, In ordine di sparizione, Gebo e lombraEventyrland
(Norvegia – 2013)

di Arild Østin Ommundsen
con Silje Salomonsen, Tomas Alf Larsen, Egil Birkeland, Vegar Hoel

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode, un po’ più la prima e buona colonna sonora.
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inordinedisparizione IN VISIONE: Night moves, These final hours, Eventyrland, In ordine di sparizione, Gebo e lombraIn ordine di sparizione
(Norvegia, Svezia – 2014)

di Hans Petter Moland
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Hagen, Jakob Oftebro, Birgitte Hjort Sørensen, Kristofer Hivju

Postilla PERSONALE
Senza infamia e senza lode, forse più la seconda però.
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gebo IN VISIONE: Night moves, These final hours, Eventyrland, In ordine di sparizione, Gebo e lombraGebo e l’ombra
(Portogallo – 2012)

di Manoel de Oliveira
con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau, Leonor Silveira, Luís Miguel Cintra, Ricardo Trepa

Postilla PERSONALE
Per lunghi tratti l’ho guardato ad occhi chiusi.
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“Fuga dal Campo 14″ Blaine Harden

24 novembre 2014 Nessun commento

harden14 Fuga dal Campo 14 Blaine HardenFuga dal Campo 14
Blaine Harden
– Codice Edizioni –
(traduzione di Ilaria Oddenino)
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Amore, pietà e famiglia erano parole prive di significato. Dio non era né morto né scomparso: Shin semplicemente non lo aveva mai sentito nominare.
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Per quanto la vita di Shin fosse miserabile dopo l’esecuzione della madre e del fratello, nel suo caso il suicidio non fu mai più di un pensiero passeggero. Per come la vedeva lui, c’era una fondamentale differenza tra i prigionieri che arrivavano da fuori e quelli che erano nati nel campo: i primi, annichiliti dal contrasto tra un passato confortevole e un terribile presente, spesso non riuscivano a trovare o a mantenere la volontà di sopravvivere. Uno dei benefici perversi di essere nato nel campo, invece, era una totale mancanza di aspettative, ed è per questo che Shin non sprofondò mai nella disperazione più totale. Non aveva nessuna speranza da perdere, nessun passato da rimpiangere, nessun orgoglio da difendere. Non trovava degradante leccare la zuppa dal pavimento. Non si vergognava di implorare il perdono di una guardia. La sua coscienza non veniva scossa se tradiva un amico in cambio di cibo. Erano pure e semplici tecniche di sopravvivenza, di certo non ragioni per togliersi la vita.
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La libertà, nella testa di Shin, non era che un sinonimo di carne alla griglia.
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… la fiducia, dopo tutto, era un ottimo modo per farsi fucilare.
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Passò quasi tutto il primo mese rintanato in casa a osservare dalle finestre la vita che gli scorreva davanti. Poi, finalmente, si decise ad avventurarsi in strada. Shin paragona questa evoluzione alla lenta crescita di un’unghia. Non sa bene come sia successo né perché: è successo e basta.
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“In Corea del Nord la paranoia era un comportamento istintivo naturale, e li aiutava a sopravvivere ha spiegato Kim Hee-kyung, psicologa che ho incontrato ad Hanawon. “Ma nel Sud impedisce una reale comprensione di ciò che li circonda. È uno dei maggiori ostacoli all’integrazione”.
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“Sono come un animale in via di evoluzione” disse, “ma è un processo lento, molto lento. A volte provo a ridere e a piangere come tutti gli altri, solo per vedere se sento qualcosa. Ma le lacrime non arrivano, e nemmeno le risate”.

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Postilla PERSONALE
Shin Dong-hyuk è oggi l’unica persona nata (1982) all’interno di un campo di prigionia nord coreano (il numero 14, grande quanto la città di L.A.) ad essere riuscita a scappare (all’età di ventitré anni). Dopo una vita di torture, duro lavoro, fame e mancanza di qualsiasi riferimento, sia culturale che sentimentale/emotivo (tradirà la madre e il fratello e rinnegherà il padre pur di sopravvivere), Shin attraverso la Cina e grazie a un’associazione giungerà in Corea del Sud (poi negli U.S.A. e infine di nuovo in Corea del Sud; un paese tra le prime venti economie mondiali ma, importante ricordarlo, anche in testa per quanto riguarda il tasso di suicidi), nella quale comincerà una seconda grande prova per lui: l’adattamento a un mondo nuovo, totalmente sconosciuto e completamente diverso dalla sua realtà abituale.
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“Shotgun Lovesongs” Nickolas Butler

20 novembre 2014 Nessun commento

butler14 Shotgun Lovesongs Nickolas ButlerShotgun Lovesongs
Nickolas Butler
– Marsilio Editore –
(traduzione di Claudia Durastanti)
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Mi piacerebbe farvi vedere un’alba dalla cima di un silos del grano, il nostro grattacielo della prateria. Mi piacerebbe farvi vedere quant’è tutto verde durante la primavera, quanto sono gialli i fiocchi di mais anche pochi mesi più tardi, quanto sono blu le ombre del mattino, e i torrenti che svolgono i loro percorsi lenti, la terra che rotola e rotola ancora, torchiata qui e là da orgogliosi fienili rossi, da aziende agricole bianche, da strade ciottolate pallide. Il sole che sorge a est così rosa e arancione, così grande. Nelle fosse e nelle valli, la nebbia che si addensa come un fiume lento di vapore in attesa di essere bruciata via.
*
… gole che ingollavano birra, labbra umide, l’aria improvvisamente intrisa dell’aroma dolce di birra americana a basso costo. Era l’odore della nostra infanzia: l’odore dei silos e dei fienili e dei campi durante la stagione del raccolto.
*
Ronny passò diversi mesi a disintossicarsi in ospedale, spesso costretto a letto, e noi andavamo a trovarlo per tenergli la mano. La sua presa era feroce, le vene sembravano pronte a saltar fuori dalla pelle sudata. Gli occhi si agitavano spaventati come avevo visto fare solo ai cavalli. Gli asciugavamo la fronte e facevamo del nostro meglio per tenerlo ancorato a terra.
*
Era da un po’ che dormivo male, non sapevo cosa avrei fatto se la fattoria fosse fallita. Fino a quel momento non avevo la più pallida idea di quanto guadagnasse Lee, anche se ce lo eravamo chiesti, ovvio. Ma cappi che il suo reddito era come i suoi viaggi: qualcosa di inconcepibile per me.
In quel momento la crudezza, la realtà della cosa mi rese davvero triste.
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Tre mesi dopo essere andata con Lee ricevetti una telefonata di Ronny; era un venerdì mattina. Mi chiamò al salone.
“Ronny, come diavolo hai fatto a trovarmi?” domandai.
“Ronny Taylor ha i suoi mezzi. Come stai, ragazza? Hai programmi per sabato sera o domenica mattina?”
Non so perché, ma la prima cosa che pensai fu che volesse venire a letto con me, come se tutti gli amici di Henry non avessero aspettato altro che uscissi dal recinto per provarci. Devo ammettere che per un momento mi sentii lusingata tanto quanto offesa.
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“Che te ne pare?” chiese alla fine girandosi verso di me.
Mi alzai e andai verso di lei, capendo in quel momento che stavamo invecchiando, e che saremmo invecchiati insieme.
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Il freddo, diceva sempre mio padre, è psicologico, una questione di testa. Potevo sentirlo mentre diceva: “La gente in Florida pensa che a dieci, quindici gradi faccia freddo. Il segreto è una buona colazione e calze robuste. Ma più di quello, conta essere felici. E ancora più di quello, conta lavorare sodo.”

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Postilla PERSONALE
Quattro amici d’infanzia e quattro strade diverse che inevitabilmente però faranno tutte ritorno a Little Wing, una piccola cittadina del Wisconsin (altra vera protagonista del libro, sullo sfondo, ma onnipresente).
Lee, dopo anni di fallimenti, ha sfondato con la sua musica, è diventato ricco e famoso (figura che prende spunto da Justin Vernon/Bon Iver, compagno di scuola dell’autore). Ronnie, un ex-campione locale di rodeo, è crollato e adesso non può più bere nemmeno una goccia d’alcol. Kip ha fatto fortuna a Chicago, nel campo delle previsioni economiche. Henry ha sposato Beth, il suo primo amore, ed è rimasto a condurre con sacrificio l’azienda agricola di famiglia.
Articolato su cinque voci a dividersi i capitoli narrati tutti in prima persona, il romanzo di Nickolas Butler parla di cose semplici: uomini, amicizia, amore, sogni, di quanto sia confortevole ritrovare le persone che ti sono sempre state vicine e con le quali sei cresciuto, ma anche delle difficoltà di mantenere la naturale sincerità di un tempo, perché le delusioni e i rimpianti sono sempre in agguato, pronti a minare il cammino che porta a un caldo abbraccio consolatorio.
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IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed up

18 novembre 2014 Nessun commento

IN VISIONE
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interstellar IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upInterstellar
(U.S.A. – 2014)

di Christopher Nolan
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow

Postilla PERSONALE
Fino al primo pianeta, o giù di lì, molto bello, poi prende una deriva che non mi ha convinto.
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duegiorniunanotte IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upDue giorni, una notte
(Belgio – 2014)

di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry

Postilla PERSONALE
Bravi i Dardenne e brava Marion Cotillard, un film attuale e minimal(e)ista.
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lemeraviglie IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upLe meraviglie
(Italia – 2014)

di Alice Rohrwacher
con Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani

Postilla PERSONALE
Non tutto gira alla perfezione, ma merita anche solo per il rapporto padre e figlia messo in scena da due ottimi protagonisti.
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thespecialneed IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upThe special need
(Italia – 2013)

di Carlo Zoratti
con Alex Nazzi, Enea Gabino, Carlo Zoratti

Postilla PERSONALE
Una storia delicata girata con leggerezza.
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fedup IN VISIONE: Interstellar, Due giorni, una notte, Le meraviglie, The special need, Fed upFed up
(Irlanda, Canada – 2014)

di Stephanie Soechtig

Postilla PERSONALE
Buon documentario sull’alimentazione americana.
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“Mi ricordo” Joe Brainard

17 novembre 2014 Nessun commento

brainard14 Mi ricordo Joe BrainardMi ricordo
Joe Brainard
– Edizioni Lindau –
(traduzione di Thais Siciliano e Susanna Basso)
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Mi ricordo com’è buono un bicchiere d’acqua dopo il gelato.
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Mi ricordo (della serie: “Ma perché?”): “Perché sì, punto”.
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Mi ricordo i giorni di pioggia da dietro una finestra.
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Mi ricordo di aver passato la mano sotto il tavolo di un ristorante ed era pieno di gomme da masticare.
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Mi ricordo di non aver mai usato un calzascarpe.
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Mi ricordo il grande amore femminile della mia vita. Avevamo la stessa età ma lei era troppo vecchia e io troppo giovane.
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Mi ricordo quella striscia di pelle bianca tra l’orlo dei pantaloni e i calzini quando i vecchi accavallano le gambe.
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Mi ricordo che mi chiedevo come facesse la testa a non riempirsi d’acqua dai buchi del naso e dalle orecchie.
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Mi ricordo che perdevo sempre un guanto.
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Mi ricordo che un bambino disse che pisciare in compagnia era più divertente che da soli, quindi lo facemmo, ed era vero.
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Mi ricordo che allora la vita era una cosa seria proprio come adesso.
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Mi ricordo (per dirla tutta) che mi sentivo meschino perché non mi sentivo meschino affatto.
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Mi ricordo l’ombra dei piedi sotto le porte. E i primi piani di maniglie che girano.
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Mi ricordo il modo in cui la mano di un bambino ti stringe un dito, come se fosse per sempre.
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Mi ricordo di aver desiderato di sapere prima cose che adesso so.
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Mi ricordo le feste “Vieni così come sei”. Tutti imbrogliavano.
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“Agosto” Romina Paula

13 novembre 2014 Nessun commento

paula14 Agosto Romina PaulaAgosto
Romina Paula
– La Nuova Frontiera –
(traduzione di Violetta Colonnelli)
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Lo so, senza che ci sia bisogno che passi del tempo, senza che il futuro, cioè, la distanza nel tempo, lo valorizzi, gli dia un senso: lo so già.
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C’è un odore secco, di erba, di erbaccia, di montagna e fieno, odore del sud, un odore che si sente appena, tanto è secco, così secco che quasi non esiste, la possibilità di un odore, di un aroma, gli è quasi negata.
*
Lo seguo, mi apre la portiera del passeggero, non ci diciamo più niente. Dentro, oltre a fere un freddo tremendo, ovviamente, è pieno di giochi e di tracce del bambino e sul sedile posteriore c’è un seggiolino, di quelli per legare i bambini, pieno di briciole. Ahia. Un’intera vita di famiglia. È terribile, proprio quel seggiolino, quel piccolo seggiolino sporco com’è, pieno di vita, mi dà la misura del disastro. Questo, quel seggiolino e tutto ciò che rappresenta, è irrimediabile.
*
A volte, adesso per esempio, fa comodo questo pensiero, questo messaggio di speranza, pensare che l’amore basti, l’amore, il tabacco, il caffè e un paio di ideali, forse neanche quelli, un paio di principi, bastano e avanzano.
*
Io continuo a piangere ma ormai non posso credere a questo momento, non capisco se sono pienamente felice o solo sfortunata. Non lo so. Non voglio che finisca, voglio che non finisca mai, voglio fermare tutto. Non mi, non voglio fermarmi, semplicemente fermare. Rimanere lì, ferma, sospesa, su di lui, infilarmi nella sua maglietta coi lupi, nella sua brutta maglietta coi lupi e voglio che mi sbranino, prima i vestiti, per presentarmi più sexy alla morte e dopo me, le mie carni, con i loro denti, le mie parti, che mi divorino, mi disossino, divorino tutto e dopo dormano, sazi sotto la luna, ma non voglio nessun cacciatore che venga ad aprigli la pancia per mettergli le pietre al posto delle mie membra perché ormai sarò a pazzi, non potrebbero ricostruirmi comunque.
*
È tutto così uguale… se non fosse per le scarpe che indosso e che sono sicura di aver comprato quest’anno dubiterei della mia età, dubiterei del mio momento storico, del punto sulla linea della vita in cui mi trovo, dubiterei della linea.
*
Un’immagine di se stessi, sfocata. La propria sfumatura, della figura, del contorno. Assomigliare molto poco al proprio ideale, assomigliarsi così poco, a volte. Non volere lasciare andare e non riuscire a prendere, ti scivola tra le mani, tra le dita, come te, come le cose che ti riguardano, i tuoi avanzi, parti di qualcosa, anche di amica, frammenti di un’amica che non c’è, che non è. Volere per forza avvicinarsi ad essere il più possibile simile alla versione migliore di se stessi e girare, girare in circolo intorno alla cosa che non è, come calamitati, rintontiti, calamitati e respinti allo stesso tempo, così. Ancora una volta faccia a faccia con ciò di cui non si può nemmeno sentire l’odore, intuire. Io sono qui, e dall’altra parte ci sei tu. Mi porto quest’enormità tra le braccia e non vedo che cos’è, e rimango così, abbracciata a qualcosa che non è, attaccata a un nucleo di qualcosa che definisce un qui e un altro qui, che non si vedono e non si toccano, non più.

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Postilla PERSONALE
Una telefonata dei genitori della sua migliore amica morta cinque anni prima e un viaggio, da Buenos Aires a Esquel in Patagonia, per spargerne le ceneri. Il ritorno di Emilia al proprio paese natio diventerà così un vero e proprio ritorno nel passato, trovandosi a doverci fare i conti.
Un padre che, dopo l’abbandono della madre quando Emilia era ancora piccola, si è rifatto una famiglia e una casa in cui non c’è più posto per lei. L’ospitalità trovata in quell’altra casa, colma d’assenza, in cui Emilia andrà a occupare proprio la camera dell’amica scomparsa. Un ex fidanzato mai dimenticato veramente e ora già diventato padre e marito, più per casualità che volontà, con il quale combattere.
Tra flusso di coscienza e tono epistolare, il romanzo di Romina Paula (anche attrice e regista teatrale) ha nello stile narrativo il punto di forza: urgente, vitale, ma anche riflessivo, capace di abbandonarsi alla ritmica immobilità di quei luoghi desertici e inospitali.
Un buon romanzo “Agosto”, rappresentativo di un classico bivio generazionale, che lascia forse un po’ troppo in secondo piano il motivo scatenante di tutta la storia, preferendo invece concedere maggiore spazio al dubbio, tra questa e quella sua vita, piuttosto che al ricordo puro e semplice di una vita che invece non c’è e non ci sarà mai più.
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“Bestia di gioia” Mariangela Gualtieri

10 novembre 2014 Nessun commento

gualtieri14 Bestia di gioia Mariangela GualtieriBestia di gioia
Mariangela Gualtieri
– Einaudi –
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Venivo trasportata
sulle cime ma non le celebravo. Piuttosto
segnavo altri itinerari. E le cime
restavano incelebrate e sole. Esse che tanto
aspettavano da ere.

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La notte
mi fa alzare dal letto e
comanda la ribellione delle ore
lo scroscio cancellatore
delle abitudini dormite.
E sono sola al mondo la notte
sgombra d’ogni fede o quasi
fatta ombra io stessa vo peregrinando
per a casa bozzolo e un po’ nido.

Arrivano i respiri della città
e richieste d’aiuto che non sono capace
di esaudire. Insieme ora. La notte e io.
Solidali e taciturne entrambe.

Complicato l’innesto
del mattino. O forse teatrale quel suo
crescendo così perfetto. Ma come si fa
ad avere in sé così tanto di sfumature
come un’alba che pare
uscire dalla creatura del buio
fra nere piume silenziose pericolose
dolcezze che ci assalgono in questo punto
d’uscita dalla notte uccello
al delicato riso di tutto il panorama
quando l’imperatore comanda
che sia luce. Sia luce fatta
anche in questo pozzo mio
fino al suo fango finale o forse
piccola porte che conduce
al segreto che è in me sepoltura.

*

Sommamente urgente è questo
silenzio che viene. Urgentissimo
il silenzio in masse accatastate
quasi crolla sul tutto in attesa.
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“Il lungo sguardo” Elizabeth Jane Howard

6 novembre 2014 Nessun commento

howard14 Il lungo sguardo Elizabeth Jane HowardIl lungo sguardo
Elizabeth Jane Howard
– Fazi Editore –
(traduzione di Manuela Francescon)
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L’alternativa riduce le prospettive e paralizza l’immaginazione, al contrario della possibilità. Le possibilità, infinite e strette una all’altra, si spargono come spore nello spazio tra le alternative: esseri qui o essere lì, vivi o morti, giovani o vecchi.
*
Mrs Fleming sedeva perfettamente immobile nel punto in cui Mr Fleming l’aveva lasciata. Dentro era pietrificata quanto fuori: come pronta a un gesto che sentiva di dover preparare con cura se non voleva morire. Tutte le parole, i pensieri e le sensazioni suscitati dal colpo che aveva appena ricevuto cominciarono a pervaderla, sebbene la sua età e la sua ragionevolezza li respingessero perché inopportuni. Il timore di dire o di fare o di essere qualcosa di distruttivo per quella dignità che aveva salvaguardato così a lungo, nel doloroso alternarsi di scontri e riprese e compromessi, era di una forza paralizzante. Non era una semplice questione di lacrime, insulti o recriminazioni splendidamente facili come quelle di cui i bambini e gli agitatori politici riempiono i loro discorsi: lei non aveva convinzioni semplici a sostenerla, non aveva un luogo segreto in cui trovare rifugio dalla coscienza, né una creatura semidivina, traboccante d’amore e saggezza, a cui rivolgersi… aveva solo lo spettro di circa venticinque anni di vita che l’attendevano e in vista dei quali doveva restituire un senso al tessuto della sua vita.
*
“Quando sei brilla, diventi intensa, spregiudicata”.
Le porse il bicchiere.
“E tu cosa fai quando sei brillo?”
“Non faccio proprio niente. Osservo i miei affanni mentre galleggiano sulla superficie della coscienza. Niente”.
*
L’altra scoperta riguardava la sua età. La gente parlava con facilità e disinvoltura dell’età degli altri: uno aveva più anni di quanti ne dimostrasse, un altro ne aveva solo ventidue, un altro ancora non dimostrava affatto i suoi quarantatré; eppure crescere con se stessi – le membra che s’irrigidivano e i pensieri che si allentavano, la selezione e il rifiuto delle cose che si potevano ancora fare o dire o pensare, l’accumularsi delle esperienze e delle abitudini – tutto questo era così graduale… Ed erano così numerose, quelle immagini in lento movimento, da non sembrare (o non essere) molto diverse l’una dall’altra, finché non succedeva qualcosa che rovesciava tutto l’edifico addosso al suo proprietario; abitudini diverse e un aspetto diverso denunciavano a gran voce gli anni che facevano l’età, il loro grido risuonava sotto volte e volte tappezzate di ricordi, a ricordare all’interessato che adesso era un’altra persona, una persona vecchia. Aveva quarantatré anni ormai.
Si spazzolò, si sistemò e si agghindò i capelli, chiedendosi a che età le persone fossero più vulnerabili: forse da giovani, piene di baldanza e pronte a tutto, innamorate di se stesse o di chiunque mostri di amarle; o più avanti, col termine di paragone delle esperienze già fatte e lo spettro già ridotto delle opportunità future; o più avanti ancora, nel folto della foresta, con gli alberi davanti orribilmente simili a quelli dietro e il sottobosco del passato che s’avvinghia e preme e tira a ogni passo. O forse si diventa più vulnerabili dopo, quando anche i più miopi cominciano a intravedere la fine, la piccola radura dove sdraiarsi e restare immobili e dormire, come i morti.
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Complicare anche di poco le cose voleva dire cadere nelle trappole tese all’immaginazione; semplificarle voleva dire condannarsi a vivere nella più vacua mediocrità, rifiutando in blocco il gioco per paura di perdere…

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Postilla PERSONALE
1950 – una casa a Hampestead – 1926 una tenuta nel Sussex. Tra una data e l’altra, andando a ritroso nel tempo, la storia dei coniugi Fleming, della e delle loro famiglie, passando attraverso gli anni di guerra, una vacanza sulla costa francese, la luna di miele a Parigi e più indietro ancora, fino al primo incontro.
Un rapporto, narrato da una madre-moglie-figlia, da subito complicato e complesso, a tratti, lunghi tratti, più una lotta sfiancante, snervante. Apparenze, bugie, tradimenti, crolli a cementarne l’unione.
La prosa di Elizabeth Jane Howard è sofisticata, riflessiva, capace di indagare a fondo nei rapporti e nella psicologia dei personaggi da lei creati, ma insistendo a volte forse un po’ troppo nel perdersi tra le pieghe di pensieri stratificati, rischiando così di dare la sensazione di ritrovarsi in ambienti asettici, un’ipotetica barriera tra scrittore e lettore.
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“Mi chiamavano piccolo fallimento” Gary Shteyngart

5 novembre 2014 Nessun commento

shteyngart14 Mi chiamavano piccolo fallimento Gary ShteyngartMi chiamavano piccolo fallimento
Gary Shteyngart
– Guanda –
(traduzione di Katia Bagnoli)
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Per il resto di questo libro, a meno che non affermi il contrario, sono perdutamente innamorato di chiunque mi circondi.
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Perché gli immigrati dello Stuyvesant non hanno piani B. Noi non faremo i tappabuchi nell’azienda di papà, non ci prenderemo un anno sabbatico in Laos, fra il liceo e l’università. Alcuni di noi sono del Laos.
*
Mio padre si avventa su mio cugino e finge di assestargli un pugno nello stomaco gridando: “Sono ancora io il più grosso!” Essere il più grosso è importante, per lui. Alcuni anni fa, ubriaco alla festa per il suo settantesimo compleanno, portò nell’orto la mia ragazza di allora (oggi mia moglie) e le consegnò il cetriolo più grande. “Ecco qualcosa per ricordarti di me” ammiccò, aggiungendo: “Io ce l’ho più grosso. Mio figlio ce l’ha piccolo”.
*
“Avrei preferito sentirmi dire che eri omosessuale” mi disse mio padre quando gli raccontai che ero entrato in analisi.
*
“Perché avevo tanta paura di tutto?” chiedo a mia madre quasi quarant’anni dopo.
“Perché sei nato ebreo” dice lei.
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“Come se avessi il cranio pieno di acqua tonica”, così Tony Soprano descrive alla sua psichiatra i primi segni di un attacco di panico. Sentite secco e umido allo stesso tempo, ma nei punti sbagliati, come se le ascelle e la bocca si fossero imbarcate in uno scambio interculturale.
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Nel 1991 io sono giunto alla conclusione che fra tutte le università che mi si prospettano, l’Oberlin è quella che mi permetterà di perdere la verginità con una persona altrettanto irsuta, strafatta e infelice, nella maniera meno umiliante possibile.
*
I cereali sono cibo, più o meno. Hanno gusti granulosi, semplici e leggeri, con un sentore fasullo di frutta. È il gusto che ha l’America.
*
Non mi ero ancora sottoposto per dodici anni alle quattro sedute settimanali di psicoanalisi che mi avrebbero trasformato in un animale razionale e insincero, capace di quantificare, catalogare e lasciarsi alle spalle con aria indifferente quasi tutte, tranne una, le fonti di dolore.

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Postilla PERSONALE
Dopo tre romanzi giocati tra realtà e fiction, nel quarto Gary Shteyngart decide di puntare tutto sulla prima, facendo passare anche in secondo piano un’arma molto importante e riuscita della sua scrittura: l’ironia (per fortuna senza abbandonarla del tutto); lo dice lui stesso in un passaggio del libro: “In molte occasioni, nei romanzi, mi sono avvicinato a una certa verità per poi distogliermene subito, indicarla con una risata e correre a mettermi in salvo. Avevo promesso a me stesso che in questo libro non avrei indicato niente. La mia risata sarebbe stata intermittente. Non ci sarebbe stata salvezza”.
Sul finire degli anni ’70 il piccolo Igor, poi rinominato Gary, insieme a Mama e Papa abbandona la natia Leningrado per trasferirsi in America. Il racconto che ne scaturisce è quello di un bambino ebreo-russo, poi adolescente e infine adulto, e il suo conflitto costante tra la voglia di integrarsi come un vero americano e la famiglia, le origini che non rinunciano a mollare la presa. La scuola ebraica o la scelta di un’università non proprio di prima categoria, i fallimentari approcci con l’altro sesso o quelli con la scrittura, Shteyngart in ogni passaggio non si e ci risparmia niente. Gli eventi appena citati sono alcuni di quelli dove la sua vena ironica risalta maggiormente, come nei libri precedenti, ma è nel rapporto con i propri genitori, teso e dolce, vero e proprio scheletro del romanzo, che riesce a dare il meglio di sé.
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